REIGNING MEN: IL MENSWEAR IN UNA RETROSPETTIVA DAL 1715 AL 2015

Reigning Men non è solo una mostra: è un excursus sulla storia della moda maschile a partire dal XVIII secolo fino ad oggi.
Un percorso che fa chiarezza sulle convenzioni sociali e culturali dell’abito maschile, ripercorrendone fedelmente le tappe a partire dal 1700, quando gli uomini aristocratici indossavano abiti a tre pezzi, di stile opulento come quelli femminili, fino al XIX° secolo, coi look “Dandy” segno distintivo di Savile Row, i famosi Carnaby Street Style degli anni ’80, e i capi sartoriali, di taglio skinny, del giorno d’oggi: abbinamenti contrastanti, versatili, trame e fantasie che ridefiniscono il concetto di mascolinità fra l’urban 2.0 e il casual chic.
Moda che è rivoluzione, evoluzione, che attraversa gli stimoli del tempo, recependoli, e ne decreta le vittorie o talvolta, le sconfitte.
L’esposizione del LACMA, visitabile fino al 10 Agosto a Los Angeles, mette in luce le connessioni tra storia e alta moda, ripercorre le influenze culturali nel corso dei secoli, esamina come gli elementi dell’uniforme hanno profondamente modellato e vestito l’abbigliamento maschile, e sdogana alcuni luoghi comuni, come ad esempio quello sull’usanza di imbottire il corpo come appannaggio del costume femminile.
La mostra presenta 200 sguardi differenti, pezzi iconici, abiti storici, celebra un passato di splendore, un presente in continuo divenire e suggerisce continuità, unione.

www.lacma.org/ReigningMen

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WORLD PRESS PHOTO ’16: PHOTOGRAPHY AND JOURNALISM

Presso la Galleria Carla Sozzani in Corso Como 10 a Milano è in corso l’esposizione del World Press Photo Contest che raccoglie le fotografie più significative dell’anno 2015, vinta da Warren Richardson, fotoreporter australiano, con uno scatto che immortala un rifugiato mentre tenta di far passare un neonato attraverso il confine di filo spinato fra Horgos (Serbia) e Roszke (Ungheria).
Il Contest, diviso in otto categorie e presieduto da una giuria di altissimi professionisti, ha visto la partecipazione di 41 fra i più importanti fotografi di tutto il mondo ed è in assoluto uno dei premi principali del foto-giornalismo contemporaneo.
L’esposizione, che passa attraverso 100 città in 45 paesi nell’arco dell’anno, sarà presente a Milano fino al 5 Giugno ed è visitabile ogni giorno, dalle 10.30 alle 7.30 e il mercoledì e il giovedì con orario prolungato fino alle 21.30.

www.galleriacarlasozzani.org

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A CANNES IL FESTIVAL DEL GLAMOUR PREMIA L’IMPEGNO E IL GRANDE CINEMA

Courtesy of Sony Pictures

Un festival che si esprime con la testa ma soprattutto di pancia, sa lanciare provocazioni e appelli ed esprimere tutta la gamma delle passioni umane da qualunque parte del mondo provengano. Mai viste così tante star del firmamento hollywoodiano in un festival, quello di Cannes che normalmente più francese ed eurocentrico non si può: prossima alla celebrazione del suo Settantesimo anniversario questa grande kermesse di cinema e mondanità stellare ha portato alla ribalta il meglio del grande cinema. Sulla Croisette hanno sfilato fra gli altri Robert De Niro, Ryan Gosling e Russell Crowe (protagonisti di ‘The nice guys’), Mel Gibson, Woody Allen, Sean Penn, Charlize Theron e Julia Roberts, protagonista accanto a George Clooney di ‘Money Monster’ un bel thriller di Jodie Foster sul potere malefico e fallace dell’alta finanza in America. La giuria internazionale composta da Kirsten Dunst, Vanessa Paradis ineffabile icona Chanel, Valeria Golino splendida in Gucci e Valentino, Donald Sutherland e Mads Mikkelsen elegantissimi in Brioni e presieduta dall’australiano George Miller, il regista che ha diretto la tetralogia di Mad Max, ha decretato la vittoria della denuncia sociale e dell’impegno civile di Ken Loach. Già premiato a Cannes con ‘Il vento che accarezza l’erba’, con ‘I, Daniel Black’ Loach si è aggiudicato un meritatissimo Palmarès: il film è incentrato sui nuovi poveri, sulle crepe del modello neoliberale e sulle disfunzioni del sistema sanitario. La pellicola definita dai giurati ‘bella e semplice nella sua intensità’ in Italia sarà distribuita da Cinema di Valerio De Paolis. Il regista francese enfant prodige, amatissimo da Louis Vuitton e già famoso per ‘Mommy’, Xavier Dolan, ha portato a casa il gran premio della giuria con il bellissimo film ‘Juste la fin du monde’ distribuito da Lucky Red con Gaspard Ulliel, Lea Seidoux, Marion Cotillard, Vincent Cassell e Nathalie Baye in cui il giovane e geniale cineasta cattura l’anima dei personaggi, familiari di un giovane drammaturgo in fin di vita che torna nel grembo della famiglia dopo anni di assenza. Il pregevole film ‘The salesman’ dell’iraniano Asghar Farhadi e distribuito sempre da Lucky Red, liberamente ispirato alla pièce ‘Morte di un Commesso viaggiatore’ ha conseguito un bis di riconoscimenti: il premio di migliore attore per Shahab Hosseini e quello per la miglior sceneggiatura. Si sono divisi ex aequo il premio per la miglior regia il film ‘Baccalaureat’ di Cristian Mungiu distribuito da Bim, sulla paternità e le grandi scelte, e la pellicola ‘Personal Shopper’ con una Kirsten Stewart (che a Cannes si è presentata sul red carpet vestita Chanel anche come parte del cast di attori del film di Woody Allen ‘Café Society’ con Blake Lively e altri titani) che è un po’ personal shopper e un po’ necromante, capace di mettersi in contatto con le anime dei defunti. Nella sezione ‘Un certain regard’ in cui ha trionfato il film ‘Hymyilevä mies’, storia vera ispirata alla vita del pugile Olli Mäki, spicca il premio alla regia per Matt Ross che ha portato a Cannes ‘Captain Fantastic’ con un convincente Viggo Mortensen, commedia basata su un anticonformismo parossistico di una stramba famiglia di ragazzi geniali retta da un sistema patriarcale. Il gran premio alla giuria di ‘Un certain regard’ è andato al film d’animazione ‘The red turtle’ distribuito anch’esso da BIM. Delusione invece per il cast del pirotecnico ‘Ma Loute’ diretto da Bruno Dumont con una magistrale Valeria Bruni Tedeschi già distintasi nel film ‘La pazza gioia’ che Paolo Virzì ha presentato con successo alla Quinzaine des réalisateurs’, selezione parallela a quella ufficiale del festival, e una straordinaria Juliette Binoche che sul red carpet della Croisette ha fatto qualche capriccio da diva, il film non si è aggiudicato nessun premio come pure Julieta di Pedro Almodovar, giustamente molto atteso. E lo scandalo come in ogni festival non poteva mancare: stavolta ci ha pensato Paul Verhoeven, già regista di Basic Instinct, che ha diretto Isabelle Huppert nella pellicola ‘Elle’ un film che probabilmente non piacerà alle femministe. Glamour, colpi di scena e risate assicurate nella beffarda commedia ‘The nice guys’ distribuita da Lucky Red piena di gag alla Starsky e Hutch e di colori psichedelici in perfetto stile Seventies.

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INK HUNTER, L’APP PER PROVARE I TATUAGGI IN REALTÀ AUMENTATA

I tatuaggi sono per sempre. E’ per questo che o li si ama, o li si odia. Per non parlare del fatto che non si sa mai quale risultato potrebbero avere sulla nostra pelle. Sarebbe stato più bello su un’altra parte del corpo? Ink Hunter nasce proprio per questo. L’applicazione sviluppata in Ucraina, disponibile al momento solo per iOS ma presto anche per dispositivi Android e Windows Phone, offre la possibilità di simulare un tattoo sulla nostra pelle per vedere l’effetto che potrebbe avere. Il disegno è completamente personalizzabile: oltre a quelli di default, è possibile caricare quelli che si preferisce grazie alla fotocamera.

Il procedimento è piuttosto semplice. Basta disegnare tre righe formando uno “square smile” sulla zona che vorremmo tatuare, scegliere il soggetto e provarlo così sul corpo, sempre attraverso l’uso della fotocamera del proprio smartphone. Inoltre è possibile modificare il tatuaggio in tempo reale, aumentando o diminuendo per esempio il contrasto o la luminosità.
Il risultato sarà ovviamente differente rispetto a quello reale effettuato dal tatuatore, ma comunque verosimile grazie ad alcuni algoritmi che consentono di adattare il tattoo alla tridimensionalità del corpo. Grazie alle linee di inchiostro che abbiamo tracciato sulla nostra pelle, gli algoritmi permettono infatti al disegno di seguire la forma della zona su cui abbiamo scelto di posizionarlo. Non siete soddisfatti del tatuaggio? Potete provare da un’altra parte, o cambiare soggetto.
“Non dire a tua mamma che hai scaricato quest’app!”, è lo slogan di Ink Hunter, che potrebbe permettere a qualche eterno indeciso di prendere finalmente una decisione. In una direzione, quella di non volersi tatuare, o nell’altra: quella di marchiare la propria pelle per sempre.

inkhunter.tattoo

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ALESSANDRO BORGHI

Sereno, sicuro di sé ma anche semplice e un po’ sognatore: ecco com’è il giovane attore romano. Con un passato alle spalle che lo ha visto stuntman oltre che protagonista di fiction televisive e cortometraggi, ora è sulla bocca di tutti. Il grande pubblico infatti lo ha conosciuto grazie a “Non essere cattivo” di Claudio Caligari e “Suburra” di Stefano Sollima, entrambi del 2015 ma forse non tutti se lo ricordano in Romanzo Criminale – La serie 2 o nella più recente seconda stagione di Squadra Narcotici. Alessandro vive di cinema da più di dieci anni e la sua passione si avverte in tutto quel che dice, è molto attaccato a Roma e non ha di certo paura a mostrarsi per com’è.

Un 2015 spettacolare alle spalle e un 2016 molto promettente davanti, a cominciare dagli Oscar dove “Non essere cattivo”è candidato come miglior film straniero. Come vedi l’italianità di questo film portata all’Academy?

Ammetto che ci ho pensato molto, soprattutto mentre stavamo girando. E’ vero, questo film ha una forte italianità, è uno spaccato degli anni ’90 ad Ostia, noi lo pensiamo italiano perché sappiamo di cosa si tratta. Durante la promozione fatta a dicembre, a Los Angeles o a Seattle, le reazioni che abbiamo raccolto però sono andate oltre, sono state forti ed era proprio quello che volevamo. Penso che questo film possa valere universalmente, perché è un film sull’amicizia, sull’amore quindi potrebbe essere ambientato dovunque, i valori non cambiano. All’Academy sono abituati a conoscere film italiani con grandi produzioni alle spalle e forse vedere un film così piccolo, con una produzione del genere credo li abbia fatti innamorare.

Per ora hai sempre lavorato in film piuttosto impegnati, interpretando ruoli spesso forti e difficili. E’ questo il cinema che vuoi fare o vedi anche altro nel tuo futuro professionale?

Penso di essere stato molto fortunato: interpretare questi ruoli mi è piaciuto molto e sicuramente mi continua a piacere. Ciò non toglie che io sia aperto anche ad altri generi cinematografici, a patto che ci sia qualità. Mi piacerebbe recitare in commedie, ma penso che la commedia italiana si sia un po’ persa oggi, mi piacerebbe lavorare in un progetto simile ad esempio a “Quasi amici” perché lì la commedia è nella scrittura dei dialoghi e delle scene, non nelle singole battute degli attori.

Quali sono i tuoi punti di riferimento cinematografici? Magari per stile, interpretazione, passione…

Di base sono molto curioso, amo questo lavoro e quindi osservo tanto gli altri attori per continuare a imparare e migliorare. Se devo scegliere un attore in particolare direi Leonardo Di Caprio, perché ha sempre fatto solo film straordinari e la sua recitazione è sempre impeccabile pur essendo molto diversa da un film all’altro.

Quindi ispirazione professionale ma non per lo stile…

Esatto. Effettivamente ho un mio stile che è dettato dalla necessità di essere sempre a mio agio, voglio riuscire a trasmettere chi sono io senza pensarci troppo. Se scelgo qualcosa, un abito piuttosto che un paio di scarpe deve essere perché mi piacciono.

Con quale regista ti piacerebbe lavorare oggi?

Potrei dirti alcuni grandi nomi italiani, Sorrentino ad esempio ma anche Tornatore ma sono troppo scontati. Mi piacerebbe molto poter lavorare con Virzì perché ho amato molto “Il capitale umano”, oppure, tra gli stranieri, sicuramente Derek Cianfrance, penso davvero sia eccezionale.

Progetti per il futuro?

Ho da poco nito di girare un’opera prima, “Il più grande sogno mai sognato” di Michele Van- nucci: una storia sul peso del destino ambienta- ta in una borgata romana. Il tema è quello della libertà di decidere il proprio destino a prescin- dere da quello che la vita impone: è stato molto interessante. Sto vivendo un momento molto particolare, felice ma anche di grande confusio- ne ed euforia: è da dieci anni che lavoro in que- sto settore ma è stato con questi due lm che sta esplodendo tutto. Vediamo per il 2016 cosa mi aspetta, sono molto curioso!

Photographer | Francesco Bertola
Style | Fabio Ferraris
Grooming | Grazia Carbone @Wmmanagement
Special Thanks | Hotel Majestic Roma

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NINO CERRUTI: “LA MODA, PRIMA DI TUTTO, SIA CONSAPEVOLE”

Nino Cerruti, nominato Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica nel 2000, è uno di quei personaggi che ha letteralmente segnato la storia degli ultimi cinquant’anni della moda italiana. Dalla sua prima linea di abbigliamento, Hitman, presentata a Milano nel 1957, Nino, pur avendo ricevuto riconoscimenti internazionali, resta un uomo concreto, a capo del Lanificio Fratelli Cerruti, nel biellese, con cui continua a produrre idee, ascoltando i giovani e seguendo il loro talento esattamente come a metà degli anni ’60, quando assunse come l’allora sconosciuto designer Giorgio Armani al suo esordio nel campo della moda.

Come vede evolversi la moda oggi giorno?

Direi che c’è un sano ritorno alla normalità: finalmente il quotidiano, con ogni sua implicazione, sta tornando di moda. Gli abiti rappresentano una connessione con i messaggi e i valori che la società, di volta in volta, invia. E queste connessioni, oggi, mi paiono tornare alle basi… all’autentico.

La moda si adegua al mondo, insomma.

Assolutamente sì. Ed è cosa buona e giusta. Ho sempre trovato piuttosto presuntuosa la pretesa di certi creativi di vedersi scissi, avulsi dal contesto sociale a cui tutti apparteniamo. La moda non grida. E’ la società a farlo: i cambiamenti, le rivoluzioni, le stanchezza. La moda può assecondarle, calmarle, o farle ascoltare anche di più. Ma il cambiamento, sempre, viene dalla società.

Il Genderless ne è un esempio, non trova?

Assolutamente si: un tempo il ruolo aveva una caratterizzazione fondamentale nella vita degli uomini e delle donne: oggi la fluidità ha preso il sopravvento. Tutto pane per i denti della moda: ci si può divertire a mischiare, a travalicare i confini, ridefinirli.

Quella presente, è un’epoca fruttifera per lo stile?

Trovo che non ci sia mai stata tanta confusione, nell’abbigliamento, come nel contemporaneo. Oggi coesistono, a volte con ottimi risultati, altre volte meno, almeno quattro stili differenti: quello formale, lo sportivo, il casual e lo chic per eccellenza. E’ difficile trovare una chiave di lettura che li unisca tutti, sempre, con eleganza. Qualche esempio di eccellente risultato, per fortuna, c’é: le più sono caricature, banalità, eccessi di stupore.

Cosa ne pensa del fenomeno dei Direttori Creativi, da cui le grandi maison sembrano essere talvolta affascinate, altre quasi “impauriti”?

Un tempo i grandi produttori, spesso persone molto serie, formali direi, delegavano a questi giovani talenti creativi il compito di tradurre in eccesso e stravaganza le richieste che la società aveva: loro avevano carta bianca, se ne vedeva davvero di tutti i colori. Oggi, che la realtà si è quasi uniformata alla stravaganza – per lo meno quello della moda – tendo a diffidare un poco da tutta questa “genialità” di cui si sente parlare. Ci vuole molte componenti, ed una grandissima conoscenza, per definire qualcuno geniale.

Come riesce a mantenere la sua azienda un marchio di grande standard qualitativo e al contempo adeguarsi alle richieste del pubblico 2.0?

La mia azienda nasce con dei valori: quelli ne sono la base, l’essenza. Non si discutono. Poi riarmonizzare le esigenze e gli stili con i passi del tempo …quello è un lavoro duro ma necessario. Spesso le persone parlano di contradditorietà: io non la penso così. Rimettersi in discussione non è andarsi contro, ma rigenerarsi.

C’è tantissima velocità oggi nel fashion business: addirittura molti brand iniziano a vendere i capi direttamente dopo la sfilata. Cosa ne pensa?

Non credo siano queste le eccezioni che possono determinare l’andamento di un mercato: sono messinscena per scaldare gli animi, per catturare l’attenzione e l’appeal del pubblico sulle nuove collazioni. Ma credere che oggi siano tutti ad aspettare il giorno dopo la sfilata per comprare i capi … mi pare un filo irrealistico (ride ndr)

Nino, come vede e sente il futuro delle aziende tessili?

Diciamo che lo sforzo massimo dev’essere quello di non restare indietro ma nemmeno correre troppo avanti: la base di ogni mestiere è quello di conoscerlo, innanzitutto, alla perfezione. I materiali, la loro lavorazione, il modo in cui reagiscono: sono componenti fondamentali per un professionista di questo campo. Non ci si improvvisa, anzi: non si smette mai di fare ricerca e di imparare. Il tessile è un settore antichissimo, deve impegnarsi a fare innovazione ma con equilibrio. Mostrare continuità, rispettando il passato e la sua tradizione, e poi aggiungere un pizzico di divertimento e bizzarria, ben consapevole che di quella si tratta.

L’ultima domanda: che consiglio dà ai giovani che si approcciano al mondo del fashion design?

Se davvero hanno deciso di intraprendere questa strada… la scelta l’han già fatta (ride di nuovo, ndr). La moda è un mondo che si conosce man mano che lo si vive, ha un forte equilibrio fra aspetti positivi e quelli negativi. Bisogna non lasciarsi tentare soltanto dai primi, e farsi le ossa per sopportare i secondi. E soprattutto rimanere coi piedi per terra, smettendo di confondere il lusso con ciò che è raro. Il vero lusso, credo io, è tutta un’altra storia.

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ITALIANI TRIONFATORI DA CANNES ALLE SALE SUL GRANDE SCHERMO

Fuga per la libertà, per esprimere il proprio lato migliore, alla ricerca di una nuova identità sociale e personale. La grande evasione che il cinema italiano persegue da sempre oggi torna di urgente attualità in un mondo, quello della società 2.0 in fondo così digiuno di poesia. Al Festival di Cannes n° 69 e quasi in concomitanza nelle maggiori sale italiane il nuovo cinema tricolore ha issato con orgoglio il suo stendardo per far sentire sempre più forte la sua voce e il suo messaggio di un mondo più tollerabile e tollerante raccontando storie vere, appassionanti e plausibili. Fra le sbarre di un carcere minorile sboccia il ‘Fiore’ di un amore contrastato, elegiaco e molto intenso fra la giovane Dafne detenuta per piccoli furti e rapine e Josh, interpretato da un giovane attore che nella sua vita personale ha affrontato egli stesso il dolore del carcere mentre Dafne nella vita fa la cameriera. ‘Mi sembra di vivere una favola magica’ ha commentato la giovane attrice circa la sua presenza a Cannes. Il regista del film ‘Fiore’ distribuito da Bim e presentato nella sezione di Cannes ‘Quinzaine des réalisateurs’, Claudio Giovannesi, memore a nostro avviso della lezione di certi capolavori dedicati al disagio giovanile diretti da Gianni Amelio e Aurelio Grimaldi, è riuscito a cogliere tutta la disarmante, e realistica autenticità di un rapporto assoluto e paradigmatico perché comprende tutto ciò che Dafne non ha mai avuto: tenerezza, romanticismo, la prospettiva di una vera famiglia e di una vita migliore altrove, lontano da tutto e da tutti e da un padre assente Ascanio (Valerio Mastandrea) che si è rifatto una vita con una giovane rumena ed è agli arresti domiciliari. Lo stesso Mastandrea è stato scelto da Marco Bellocchio per interpretare il protagonista di ‘Fai bei sogni’ presentato sempre nella ‘Quinzaine des réalisateur’ e tratto da un toccante romanzo di Massimo Gramellini in cui l’espressivo attore romano, affiancato da Bérenice Bejo, si cala nel personaggio sofferente e disagiato di un uomo che lotta per affrontare il trauma infantile della perdita di una tenera madre. Altra perla del cinema nato nello stivale per rendere lustro alla nostra capacità di fare arte con la settima arte è ‘La pazza gioia’ del grande Paolo Virzì, che nel suo film distribuito da ‘01. Distribution’ e ‘Rai Cinema’ ha trionfato nella ‘Quinzaine des réalisateurs’ rivisitando per certi aspetti il rocambolesco road movie ‘Thelma e Louise’ con il suo tocco magico e la sua sapiente e invincibile forza creativa che sa trasformare una magistrale pellicola, per usare le parole stesse del cineasta toscano, in un ‘film terapia’ dove le due protagoniste Donatella (Micaela Ramazzotti) e Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi), condividono avventure, esilaranti peripezie e un’irragionevole euforia che sembra rievocare la ‘divina manìa’ di Platone e ‘L’elogio della follia’ di Erasmo. Le due donne fuggono dalla clinica psichiatrica in cui sono state ricoverate per recuperare i legami con un passato irrisolto e carico di rimpianti e dolore, per esplorare emozioni vere, precluse dalla loro coatta detenzione, anch’esse alla ricerca di sé stesse e di una dimensione più umana e umanizzante. Il tutto condito con umorismo raffinato e arguto che a volte sfuma nel surreale. E infine nella sezione ‘Un Certain régard’ ha svettato il suggestivo film‘Pericle il nero’ di Stefano Mordini, distribuito da BIM e prodotto e interpretato da Riccardo Scamarcio nel ruolo di un killer della Mafia che a un certo punto cerca di sottrarsi al circuito criminoso in cui ha vissuto la sua intera vita affrontando una serie di esperienze spesso pericolose e dagli accenti molto ‘noir’, alla ricerca di una via di scampo e di una autentica redenzione. Fra i produttori del film oltre ai fratelli Dardenne e Alain Attal compare anche Valeria Golino, splendida ambasciatrice del gusto e della bellezza del nostro paese come membro della giuria principale presieduta da George Miller, in questa appassionante 69esima edizione di un memorabile Festival di Cannes.

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L’UNIVERSO DEL FASHION ACCOGLIE RON ARAD

Anche chi non è un gran appassionato di design non può non aver mai sentito parlare di Ron Arad. Annoverato tra i designer più influenti dei nostri tempi, Ron Arad si distingue per la sua irrefrenabile curiosità verso ogni forma di innovazione e per la sua incredibile versatilità. Un artista talmente eclettico a cui è bastato indossare il suo cappello magico (nel vero senso della parola, dal momento che non si separa mai dall’inconfondibile cappello che lui stesso ha disegnato) per creare una speciale collezione di occhiali da vista e da sole per il brand PQ EYEWEAR.
Nel corso degli anni Arad ha realizzato una serie estremamente ricca e variegata di oggetti innovativi, spaziando dall’arredamento, con sedie e poltrone, al design di spazi unici, eterei o digitali, in grado di trasmettere sensazioni fisiche e tattili. Dotato di un’immaginazione che non conosce limiti, il designer crede che il suo segreto sia la noia. Perché? Per il semplice motivo che la noia è la madre di tutte le invenzioni, perché quando sei annoiato non fai altro che pensare e ripensare, lasciando libera la mente ed abbandonandosi alla propria pulsione creativa. Ed ora Arad è pronto a calarsi e a cimentarsi anche nel mondo della moda, che di noioso non ha proprio nulla.

Come è iniziata questa collaborazione?

Tutto è iniziato quando ho incontrato Assaf Raviv, proprietario dell’azienda italiana produttrice di occhiali PQ e stimato conoscitore dell’industria. Ha insistito parecchio con me, perché all’inizio ero molto titubante. Si è addirittura presentato più volte nel mio ufficio e non sapevo se considerarlo un sogno o un incubo. Credevo che entrare nel mondo degli accessori significasse introdursi anche nel mondo della moda, il che avrebbe comportato circondarsi di un team di designer competenti, devoti ed appassionati, lavorando alle collezioni stagione dopo stagione. Ma alla fine eccomi qui, con un modello facile da indossare, estremamente funzionale, che credo rappresenti un delle più alte realizzazioni artistiche.

Cos’è che rende questa collezione di occhiali così unica e speciale?

Innanzitutto la novità delle forme sia in termini di estetica che di funzionalità, le quali ritengo debbano sempre andare di pari passo. La forma rotonda della collezione D-FRAME, la stanghetta che riproduce la spina dorsale e la flessibilità delle tempie, permettendo in tal modo un movimento naturale simile a quello delle articolazioni. Non ci sono viti, la montatura è leggera, totalmente flessibile. Quello che può apparire come un semplice dettaglio fashion, in realtà è un attributo che assicura comfort a chi li indossa. Abbiamo inoltre realizzato la collezione da vista A-FRAME, con l’idea di eliminare il fastidioso problema dell’occhiale che scivola sul naso. Dovevo trovare un modo originale ed efficace tenendo conto che la distanza naso-occhi varia da persona a persona. Da qui ha avuto origine la caratteristica “A” che compare sul ponte dell’occhiale. Ho appena scoperto che anche Oprah Winfrey ne indossa un paio, probabilmente perché ama quel semplice sistema di regolazione del ponte che le evita di andare dall’ottico ogni volta. Voglio dire, penso sia una donna molto impegnata con mille altre cose da fare, non crede?

La collezione è unisex?

Non ci sono confini. È una collezione all’insegna della libertà, che rifiuta ogni convenzione. Alcuni modelli possono attrarre ed essere più indicati per un pubblico femminile, ma a parte questo, la collezione è stata concepita per essere indossata da tutti, è democraticamente e stilisticamente corretta.

Qual è la tua forma preferita?

Amo le curve, sia quelle più tondeggianti che quelle più lineari. La forma degli occhiali è rotonda, così come quella del occhi e del volto, ma deve esserci qualcosa che spezza dando equilibrio. Amo il modo in cui gli opposti si attraggono. Lo stesso nome “pq” si addice perfettamente ai miei gusti: due lettere che si susseguono nell’ordine alfabetico, dotate entrambe di un’asticella lineare e con la stessa forma rotonda che, messe insieme, riproducono un paio di occhiali.

È il design che “flirta” con il fashion o viceversa?

Mi piace usare la parola “flirtare” applicata in ambiti diversi rispetto alle relazioni personali. Direi che è il fashion a desiderare maggiormente il design, anche se il design fa già parte del suo mondo, in quella sorta di “tecnologia” che sta dietro alla creazione di capi e scarpe per dotarle di forma e comfort. Anche il design ha molti aspetti che possiamo definire “fashionable”: ci sono mode anche in questo ambito, ma non mi piace esserne ossessionato. La mia insaziabile curiosità mi spinge ad essere sempre aperto a nuove sfide, ecco perché collaborerò anche con il brand Flip Flop.

Come definiresti il tuo stile e cosa consideri “stylish” in una donna?

Tutto e niente. Penso di non rientrare in nessuna particolare definizione. Amo indossare questo cappello che ho realizzato per Alessi molto tempo fa con una giacca, un maglione (a cui ho fatto qualche buco con un paio di forbici), una T-shirt (preferibilmente a righe), una sciarpa, scarpe comode e mai e poi mai una cravatta! Non ne ho mai indossata una in tutta la mia vita. Rinnego il conformismo e sono allergico a tutto ciò che è considerato un “must have”. Era più facile quando ero un hippy, quindi forse sono rimasto tale, almeno nello spirito.
Lo stile in una donna è il modo in cui si muove, entra in una stanza e il modo in cui parla. Certamente ciò che indossa la rende più attraente e piacevole da guardare, ma è senza dubbio un plus a coronamento della suo comportamento e della sua personalità.

Come e da cosa trai ispirazione?

Sono le persone ad ispirarmi, così come la noia, madre di tutte le più grandi invenzioni. Cerco di incoraggiare le persone ad annoiarsi reagendo: questo è all’origine della mia creatività. Design significa esplorare e dar vita a cose che prima non esistevano. Prendi le valigie ad esempio: sono decenni ormai che ci accompagnano nei nostri viaggi, eppure qualcuno non molti anni fa ha pensato di aggiungervi le ruote. Lo stesso accade per gli occhiali. Ora sto lavorando ad un paio che non possa mai essere perso o rotto. Le migliori idee sono spesso le più semplici; talmente semplici che spesso non ci accorgiamo di averle sotto il naso.

Un oggetto che avresti voluto inventare?

La matita, senza ombra di dubbio. Sarei stato un genio se fossi stato io ad inventarla.

 pqeyewear.com

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A TU PER TU CON THE GENTLEMAN BLOGGER: MATTHEW ZORPAS

Gentleman di nome e di fatto, è considerato uno dei più importanti web influencer del momento. Non posta e basta, racconta storie di stile, dispensa consigli su come comporre i look, attraverso i suoi viaggi ispira un seguito di followers da tutto il mondo. Parliamo di Matthew Zorpas, blogger e fondatore di thegentlemanblogger.com. Furla ha pensato a lui e ad altri 4 blogger e digital artist come Adam Katz Sinding, Nabil Quenum, Roberto De Rosa e Paris Seawell, per presentare il progetto “the modern man” a Pitti. Creativi 2.0 che hanno interpretato attraverso cinque shooting, 5 modi di vivere la “MODULAR BAG2 la nuova borsa componibile pensata da Furla per tutti i globetrotter di oggi. Matthew, perfetto manintown, ci racconta il progetto attraverso il suo punto di vista e molto di più, ad esempio la sua passione per l’immaginario Felliniano.

Dove hai scattato le foto del progetto themodernman per Furla?

Ero a Rio, mia patria da qualche tempo e ho deciso quindi di ambientare il tutto lì. I colori e le atmosfere di questa città carioca, in piena espansione, mi sembravano ideali per rappresentare una nuova visione di uomo contemporaneo, anche se non volevo del tutto far percepire dove fossi, doveva poter sembrare anche in Grecia o in Italia. Un uomo che viaggia, che si muove, che è elegante ma non troppo, che punta sugli accessori “giusti”, esteticamente belli e soprattutto funzionali. La location, io e il fotografo Jeff Porto, l’abbiamo trovata per strada girando per le strade del centro, nella parte più vecchia della città, sfondi di un giallo accesso, in cui la borsa blu spicca e il look è idealmente a metà strada tra estate e inverno.

Quale rapporto c’è tra l’uomo e gli accessori, in particolare le borse?

Penso molto stretto ormai. Dalle classiche valigette alle messanger bags, le grosse pochette in versione maschile, portadocumenti, porta pc o tablet che siano, ogni uomo ha almeno uno di questi accessori. Per me è elemento chiave di ogni look, ho sempre una borsa con me, a volte dà il twist in più al mio look, per forma, colore o materiale.

Quali sono le caratteristiche che consideri “stilose” in un uomo?

Non ci sono più delle regole secondo me. Io credo che debbano essere tocchi naturali, spontanei, non forzati. Per me è naturale, apro l’armadio e scelgo cosa indossare, per altri occorre trovare ispirazioni e consigli da altri. Sono stato influenzato dallo stile, dalla personalità, dalla cultura e dal lavoro di alcuni personaggi illustri del passato e no, primo fra tutti Federico Fellini ad esempio e se devo pensare a qualcuno di contemporaneo direi Tom Ford. Stile non è solo moda, infatti sono spesso le persone che incontro nei miei viaggi o in giro per strada a darmi energia e ispirazione per il mio lavoro.

Cosa comprano i gentleman di oggi?

Secondo me di tutto, dal formale allo sportivo, l’uomo ha voglia di curare il suo look, non ancora ai livelli della donna, ma è sicuramente un uomo più attento e capace di sperimentare dal papillon ai cappelli, dalle calze colorate alle borse, dalle camicie alle cravatte. Non c’è un bisogno, c’è il desiderio di vestire bene e in maniera democratica, mischiando vari stili dal Brasile a Londra il gentleman si globalizza e il risultato è relaxed, rilassato.

Finirà mai l’era dei blogger?

Ci sarà un’evoluzione, cambieremo piattaforma, cambieremo modo di definire questa abilità di raggiungere la gente comune, e di agire nell’era digitale. I blog, quelli di qualità, sono qui per rimanere.

Se non fossi stato un blogger cosa avresti fatto?

C’è un atteggiamento molto snob a considerare in maniera negativa il lavoro dei blogger, solo perché portano via terreno (e potere) in uno spazio piuttosto circoscritto che è la moda. Per me è un job title che funziona anche per definire il mio stile di vita. Ho un passato nel mondo della comunicazione ma l’attività di blogging è davvero la mia passione, lo considero qualcosa di creativo che non posso fare a meno di realizzare, è come l’aria che respiro, non mi vedrei fare nessun’altra cosa. Oltre al blog sto lavorando ad altri progetti di branding personale, è ancora tutto top secret.

Film, libro e musica preferita?

8 e mezzo di Federico Fellini, The Reader (Ad alta voce-da cui hanno tratto anche un film con Ralph Fiennes) e la band inglese The Herd.

A PROPOSITO DI FURLA-MODULAR BAG

Per il prossimo Autunno/Inverno l’uomo Furla scende in campo per suggerire un nuovo modo di vivere gli accessori e in particolare le borse. Dalle strade delle grandi città alle campagne, l’uomo business predilige ormai accessori e piccola pelletteria con due caratteristiche: pratici e discreti.
 La modular bag si trasforma facilmente da messenger bag in sacca da viaggio, adattandosi dall’agenda lavorativa al weekend, ideali quindi per ogni occasione, anche simultaneamente o all’ultimo minuto. La Furla Modular Bag può essere assemblata in negozio grazie a un set che comprende due manici, due lati sacca e due laterali per espanderla che sono completamente intercambiabili, con colori e materiali assolutamente personalizzabili.

 In equilibrio perfetto tra forma e funzione, ci sono tutte le esigenze dell’uomo contemporaneo in una.

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FASHION CREATIVES BY MERCEDES: IL QUINTO EPISODIO CON JUSTIN O’ SHEA COME PROTAGONISTA

Per sostenere il suo impegno nella moda globale e dei talenti emergenti, Mercedes-Benz lancia in esclusiva il nuovo episodio di Fashion Creatives: protagonisti il nuovo direttore creativo di Brioni, Justin O’Shea, e la consulente di moda, influencer e stilista di Los Angeles Jayne Min. Il film è stato proiettato durante la Mercedes-Benz Fashion Week Australia – il primo evento moda promosso dalla casa automobilistica.
Nel nuovo episodio della serie Mercedes-Benz Fashion Creatives, l’australiano Justin O’Shea recita a fianco di Jayne Min, la giovane influencer di Los Angeles, in un cortometraggio che rappresenta una parodia della ‘cultura del selfie’, vero e proprio trend della generazione contemporanea, al limite fra edonismo social, ossessione e puro divertisment.
L’episodio è stato presentato insieme al lavoro dello stilista Toni Maticevski durante l’evento tenutosi a Sydney domenica 15 maggio alla presenza di Justin O’Shea, che ha fatto il suo ingresso nell’hangar alla guida della sua Mercedes AMG G 63, la stessa vettura protagonista apparsa del film. Maticevski ha sfilato con la sua collezione Cruise 2016, un tripudio di abiti dalla delicata e straordinaria fattura, dimostrazione della sua attenzione al dettaglio e dell’abilità nel vestire le forme.
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