COSA NE RESTA DI: CHIAMAMI COL TUO NOME

Candidato a 4 Premi Oscar (Miglior film, Miglior attore a Timothée Chalamet, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior canzone a Sufjan Stevens per Mistery of Love) e già vincitore del premio come Miglior adattamento ai Bafta, Chiamami col tuo nome è il film più discusso del momento. Diretto da Luca Guadagnino, come ultimo tassello della sua “trilogia del desiderio”, (dopo Io sono l’amore e A Bigger Splash), il film è ambientato nel Nord Italia e racconta la storia d’amore tra Elio, un diciassettenne residente in Italia, e lo studente americano Oliver, nell’estate del 1983. Decretato dalla redazione di MANINTOWN come un film da vedere – nonostante i pareri discordanti sul fatto che sia piaciuto o meno – quello su cui ci si sofferma è la sensazione, nuova, che si prova una volta usciti dalla sala.

BUCOLICO, LENTO E CONTROVERSO: UN FILM CHE AMMUTOLISCE (ORSOLA)
Titoli di coda, la luce si accende in sala, il silenzio. Un silenzio sacro che il solo gesto di alzarsi e mettersi la giacca si percepiva come una mancanza di rispetto nei confronti dei compagni di poltrona. Questo è successo in una piccola sala di un cinema in centro quando, dopo aver sentito parlare e riparlare di Chiamami col tuo nome, ho deciso di andare a vederlo. Cosa stava frullando nella testa di tutti quanti? Cosa stava frullando dentro la mia? Quel silenzio mi ha colpita. Mi ha colpito la titubanza con cui le persone esprimevano il proprio parere, e come allo stesso tempo non riuscissero a scostare la mente dalle scene appena viste, tanto che li faceva rimanere incollati alla sedia, in silenzio. Dopo qualche minuto ho sentito una ragazzina rompere il ghiaccio e dire agli amici «Non so se mi è piaciuto, fatemici pensare qualche giorno e ve lo dico». Un’affermazione che ho condiviso. Assolutamente sulla bocca di tutti, Chiamami col tuo nome è il classico film con il finale aperto, proprio uno di quelli che ti fanno dire, uscito dalla sala, «ho capito bene? – oppure “ma alla fine come è andata veramente?». Un finale che lascia un po’ interdetti, senza parole e allo stesso tempo con molteplici domande e con un chiaro obiettivo: scuotere le persone, portare in scena, anche attraverso scene forti, sentimenti, dubbi, confusioni e pulsioni. Un film che descrive una campagna italiana bucolica, da sogno, che con le sue scene e dialoghi lenti e controversi si presta a plurime interpretazioni.

L’EREDITA’ DELL’ARTE (LAURA)
Che piaccia o no, è certamente un film che non lascia indifferenti una volta usciti dal cinema. Ti verrebbe d’istinto di  leggere il libro da cui è stato tratto o, quanto meno, parlare a quattr’occhi con il regista, per cercare di comprendere tutti quei dettagli a cui hai dato una lettura tutta tua. Lunghi monologhi che creano un silenzio inverosimile in sala, riflessioni e spunti che portano ogni osservatore a una considerazione diversa. Non è forse questo che l’arte ha il compito di fare? Hollywood ci ha abituato a questa realtà distorta, in cui dopo uno sguardo languido tra due protagonisti scatta subito il “vissero felici e contenti”. Quante volte questo accade nella vita reale? Sinceramente, poche. Se poi il senso di queste persone che ci “scompigliano” fosse insegnarci a conoscerci meglio?

IL RIFLESSO DI ELIO SEI TU (GIUSEPPE)
Siamo stati tutti Elio. È nella crescita d’ognuno aver detto addio a un amore importante, magari sentendo di tradire i propri sentimenti o di essere traditi. I quattro minuti di titoli di coda in cui si muovono solo le mosche e le viscere di Elio, contratte dal dolore, può essere un forte pugno nello stomaco. Il nucleo del film, infatti, al contrario di quello che si è portati a credere, non è la storia d’amore omosessuale tra Elio e Oliver e nemmeno “una storia d’amore”, privata dei propri connotati. Il fulcro di tutto è l’educazione sentimentale, nella sua massima espressione: il desiderio di scoprire se stessi attraverso la scoperta dell’altro. Esplorazione che passa per i propri sentimenti, la propria eccitazione, quella altrui e il consenso/giudizio di chi ha il compito – più oneroso – di guidarci nei nostri dubbi. È il primo amore, che «non si scorda mai», quello che crediamo possa durare per sempre, perché una felicità così non l’abbiamo mai vissuta e poi, di colpo, finisce, insegnandoci, con la sua fine, a sopravvivere a qualunque dolore. Eccolo, il vero passaggio all’età adulta, l’eredità del film.

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De Martini «su Instagram condivido la mia rincorsa ai sogni»

Un profilo Instagram decisamente in fermento, con scatti e stories che coinvolgono i suoi follower (quasi 150mila, numero in continua crescita) e tifosi. Matteo De Martini, azzurro di ginnastica artistica, ci ha raccontato il suo rapporto con i social network, attraverso la sua passione, i suoi sogni e una grande determinazione nell’inseguirli.

Quanto contano per te i social network e quanto li usi?
I social network rappresentano, per me, la principale fonte di informazione mediatica, sia privata che pubblica. Ritengo che siano una parte ormai consolidata della vita quotidiana, nonostante siano spesso sminuiti da persone che non ne percepiscono la reale potenzialità.

Come ti proponi ai tuoi followers?
Credo che sia importante essere se stessi, anche dietro lo schermo di un telefono, senza creare un “personaggio” con il solo scopo di accumulare “followers”.

C’è un social che usi più degli altri e perché?
È Instagram, mi piace davvero tanto fare foto fuori dagli schemi e modificarle come preferisco. Credo che ogni singolo post rifletta, anche solo in parte, la personalità di chi ci sta dietro.

Che consigli vorresti dare a chi ti prende come modello di vita e di sportività?
Quello di perseverare nelle proprie passioni e di sbattere la testa fino al raggiungimento dei propri obiettivi. Sembrano le solite frasi fatte, ma penso che la costanza sia davvero basilare.

Le qualità mentali e fisiche che richiede il tuo sport?
La ginnastica artistica è uno sport che richiede molta disciplina e continuità. Questo provare continuamente, quasi in maniera maniacale fino alla corretta esecuzione, mi ha insegnato molto su come affrontare le sfide che mi vengono proposte regolarmente.  Bisogna essere pazienti e allenarsi tanto. L’unico requisito, che si sviluppa anch’esso con l’età, è la concentrazione: durante gli allenamenti è importante essere focalizzati su ciò che si sta facendo, per evitare infortuni e per una buona riuscita dell’esercizio.

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andré hamann: not only a model

La sua carriera come modello è iniziata per caso a Vienna mentre lavorava come commesso. Oggi André Hamann è uno dei personaggi più richiesti con un milione di follower su Instagram e una serie di collaborazioni con brand come Hugo Boss, Dolce & Gabbana, Calvin Klein, Diesel, oltre alla sua personale linea di abbigliamento Haze & Glory. Amato dal pubblico femminile per il suo corpo statuario e tatuato, adora viaggiare e farsi fotografare con il suo cane Duplo.

La tua definizione di influencer/blogger/ambassador?
È una persona con molto gusto che, per questo motivo, riesce a essere di ispirazione per altre.

Come vedi l’evoluzione del mondo social e del tuo business?
In ogni singolo momento diamo e riceviamo feedback dai follower. Per questo riusciamo restituire ai brand dei report esatti sulle tendenze e i desideri del pubblico. Il legame tra influencer e follower è diretto e questo sta diventando sempre più evidente grazie alla tecnologia come ad esempio il Live streaming.

Quale secondo te il social del futuro?
Senza alcun dubbio Instagram. È “Il” social network del futuro!

Il lato negativo della tua professione?
L’unico lato negativo del mio lavoro è non riuscire a vedere la mia famiglia quanto vorrei dato che vivono all’estero.

Quanti dei tuoi consigli sono sinceri e non sponsorizzati?
Anche se alcuni dei miei consigli sono sponsorizzati, questo non significa che non siano sinceri. Credo in tutto quello che faccio e in tutto quello che comunico sui miei social network.

La professione di influencer ha una data di scadenza? Come immagini il tuo lavoro da vecchio?
Spero di poter fare questo lavoro il più a lungo possibile e se non dovesse funzionare c’è sempre un piano b!

Conta più una bella faccia o un bel contenuto?
Personalmente credo nel contenuto, ma una bella faccia aiuta sempre.

Quante ore dedichi alla preparazione del tuo lavoro?
Per lavoro mi alleno tutte le settimane e pratico jūjutsu.

Quali applicazioni usi per ritoccare le foto e quanto ritocchi per creare lo scatto perfetto?
È come chiedere a un mago di rivelare i suoi trucchi!

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Andrea Marcaccini, un influencer fra arte e moda

Romagnolo, da molti anni uno dei modelli italiani più amati, anche grazie al suo aspetto romantico e selvaggio, con i capelli lunghi e i tantissimi tatuaggi che ormai ricoprono interamente il suo corpo. Andrea Marcaccini non è più solo un modello, ma da alcune stagioni ha anche una collezione di abiti a suo nome, è seguitissimo sui social, è passato anche dal mondo dei reality, e ha un presente come artista, il ruolo che sente più suo e che si augura per il futuro.

Come sei arrivato alla professione di modello?
Ho iniziato a fare il modello a 16 anni, perché mio cugino ha mandato delle foto ad una agenzia di Bologna che mi ha preso e così ho cominciato. Per curiosità. A Milano sono salito a 19 anni, dopo aver lavorato con Mikael Kenta, che all’epoca era molto popolare.

Non più modello, ma influencer grazie ai social, e altre attività. Come è avvenuto questo passaggio e quando sei diventato anche designer?
Non è stato certo voluto o calcolato, il passaggio da modello a influencer, considerando che si sono affiancate altre attività nel corso del tempo. Ho iniziato a postare sui social alcune mie foto, che hanno creato un seguito, sono arrivate le prime richieste di collaborazione, soprattutto come consulenza grafica e stilistica. Dopo tre anni di questo per molti marchi italiani, ho deciso di lanciare un mio brand.

 Parlando del tuo mondo sui social, quanti dei tuoi consigli e delle tue immagini sono sincere e non sponsorizzate?
Parlando della mia presenza sui social non posso dire che non ci siano immagini sponsorizzate, alcune legate al lavoro lo sono, ma c’è anche molta mia vita privata, anzi ci son stati periodi in cui questa era davvero tanto in primo piano. Anche gli scatti meno privati, son sempre frutto della mia creatività, della mia visione. Sono assolutamente sincero. Se sposo un brand, questo avviene perché c’è affinità e vicinanza di ideali e pensiero, per cui anche le foto legate al lavoro non risulteranno mai una sponsorizzazione asettica e finta.

 Come vedi l’evoluzione del mondo social e del ruolo dell’influencer? Come immagini il tuo lavoro da “vecchio”?
Fino a quando avranno vita e valore i social, ci saranno influencer, ci saranno alcune persone che detteranno mode, una cosa è imprescindibile dall’altra, a mio avviso. Il mio lavoro come modello è sicuramente stato un momento importante, forse un passaggio per quello che voglio fare da grande, che è più legato a dare uno sviluppo alla mia creatività in senso artistico.

Lato negativo della tua professione?
Che in realtà non puoi programmare nulla, soprattutto le cose private, quelle che la gente normale dà per scontate, come organizzarsi per una vacanza. Sei sempre sottoposto a cambiamenti dell’ultima ora, lavori che arrivano last minute, e devi spostare appuntamenti, magari deludere le aspettative delle persone che ti sono vicino, come gli amici che volevano farla con te quella vacanza e tu sei partito per lavoro verso tutt’altra direzione.

Hai un consiglio di stile da condividere?
Oltre a indossare gli abiti della mia collezione? (Scoppia a ridere, ndr). Ognuno si deve sentire a proprio agio con quello che indossa, deve mettere quello che rappresenta al meglio la propria personalità, ma se ve la sentite cercate di osare! Esprimete sempre quello che siete, anche attraverso il vostro guardaroba, per distinguervi da quello che indossano tutti. Osate!

Quale città, visto che hai viaggiato molto, ti è rimasta nel cuore? Hai un posto preferito (locale, monumento, ristorante) che ci consigli? 
Una città che mi è rimasta nel cuore e dove potrei davvero andare a vivere è Barcellona. Una città piena di fascino, si mangia benissimo, la gente è bella, c’è un bel gusto della vita. Ricordo la prima volta che ho visto la Sagrada Famiglia. Lascia senza fiato, maestosa, un capolavoro che tutti almeno una volta nella vita dovrebbero vedere. Ho amato molto anche Parigi, mentre trovo eccessivamente caotica e sovrastimata New York, dove sono andato più volte, abitandoci anche quattro mesi di fila. Trovo altre città più vivibili e interessanti. Mentre è sicuramente da considerare fra le più importanti per il nostro business.

Milano: dove mangiare, dove fare l’aperitivo, il locale che ti piace di più?
Per lavoro e per diletto frequento sicuramente molti locali, ma non ce n’è uno a cui sono affezionato di più. Tendo ad andare molto in quelli in zona Moscova, perché sono vicini a dive abito. Vorrei consigliare invece un ristorante. Se vi piace la cucina giapponese e il sushi, forse non per tutte le tasche, ma Iyo, in Via Piero Della Francesca, è davvero un’esperienza culinaria, imperdibile.

Chi sei in privato? Quali altri amori hai oltre la moda?
Il mio amore più grande, in realtà, è l’arte e devo confessarti che sto strutturando questa mia passione affinché diventi un lavoro in un futuro a brevissimo. A Milano ho una sorta di factory-laboratorio, dove lavoro. Si sono interessate ai miei quadri anche altre gallerie, non solamente in Italia, ma da Londra e Los Angeles. Insomma, questa passione sta davvero diventando una parte importante di me e della mia vita. Ovviamente il mio marchio è un grandissimo amore, da quando lo abbiamo lanciato a WHITE, a gennaio, ha subito acquisito aspetti considerevoli, siamo posizionati in importanti store ed è fra i quindici best seller italiani!

Un sogno nel cassetto?
Il vero sogno nel cassetto scaramanticamente non si può dire, ma spero anche di diventare un bravo artista!

Photo| Ryan Simo
Styling| 3
Grooming| Susanna Mazzola
Photo assistant| Alessandro Chiorri
Stylist assistants| Verena Kohl, Paula Anuska, Cristina Florence Galati

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L’Enfant prodige Mirko Trovato

È molto giovane, ma di premi ne ha collezionati già diversi: dal Social Award 2016 al premio come “talento esplosivo’” al Giffoni film Festival del 2014, fino al riconoscimento per il suo ruolo nelle 3 stagioni della fortunata serie Rai Braccialetti rossi, di Giacomo Campiotti, al Roma Fiction Fest, solo per citarne alcuni. Mentre si prepara alla maturità che conseguirà quest’anno, Mirko lavora sodo per plasmare la sua identità di attore, con tre anni di corsi di recitazione alle spalle mentre ora è seguito da una coach. Fresco e poliedrico, Trovato ha le carte in regola per sfondare anche al cinema. Accanto al successo televisivo delle tre stagioni di Braccialetti rossi, in cui interpreta Davide Di Salvo e alla web serie Lontana da me, il giovane attore vanta ruoli di co-protagonista per il grande schermo nei film Restiamo amici, di Antonello Grimaldi e in Non c’è campo, di Federico Moccia, cult-movie dei millennials e non solo. E da gennaio inizia le riprese di un altro film che vedremo presto al cinema. Intanto la rete lo segue con interesse: oltre 400.000 followers, con una presenza su Facebook, Instagram e Twitter.

Definisci l’influencer: quanto ha influito essere così social sulla tua carriera di attore e sulla tua popolarità?
A dire il vero non mi identifico in questo ruolo perché mi sento un ragazzo che fa cose tipiche dei ragazzi della sua età, con la differenza di essere un po’ più conosciuto per via del mio lavoro. L’essere social, nel lavoro, influisce poco: quando si deve girare un film, quello che conta è entrare nel personaggio.

In che modo ti relazioni con i social? Che tipo di contenuti posti in generale sul web e con quale criterio?
Nessun criterio. Sono un ragazzo come tutti gli altri e condivido, con le persone che mi seguono, le cose che più amo: i posti che visito, le foto con la mia famiglia e i miei cani. Cose che fanno tutti.

Essere attivo sui social ti ha portato anche un ritorno economico? C’è una strategia d’immagine da seguire per gestire al meglio i social media?
Mi hanno chiesto di sponsorizzare dei capi di abbigliamento e l’ho fatto volentieri. Nessun ritorno economico, soltanto il prodotto da sponsorizzare. Non seguo una strategia di immagine. Però spesso ho notato che molti dei miei followers condividevano le foto in cui dicevano di aver comprato qualcosa perché lo avevano visto su di me!

Un capo must-have del guardaroba. Che look prediligi in generale?
Felpe assolutamente. E mi piace molto il look “street”.

Photo| Roberta Krasnig
Stylist| Stefania Sciortino
Grooming| Maria Sole La Stars per Simone Belli Agency
Assistant| Chiara Filippi
Suit: David Naman

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julien boudet – blue as a state of mind

Forse meglio conosciuto come Bleu Mode, Julien nasce a Sète, cittadina francese sul Mar Mediterraneo. È, probabilmente, dal colore blu del mare che deriva il suo nome d’arte e la sua passione per i colori e la fotografia. Boudet infatti, è un fotografo Street Style, ormai uno dei più conosciuti a livello internazionale che, dal 2013, ama documentare l’evoluzione della moda negli anni, catturando quello che lui ama definire il “momento decisivo”. Grazie alla sua sensibilità e alla sua estrema attenzione ai dettagli, Bleu Mode, riesce a immortalare quello che risulterebbe invisibile ai più. A oggi collabora con brand del calibro di Thom Browne, Adidas, Uniqlo e testate come Elle Usa e CR Fashion book, tenendo d’occhio il mondo dello sportswear e dei designer emergenti. L’etichetta di fotografo street è riduttiva, perché si cimenta in altri campi: come il reportage, gli editoriali di moda e l’architettura.

Chi è la persona più influente sui social?
Credo si debba definire prima di che tipo di “influenza” parliamo: è quella delle celebrità (attrici, rapper, giocatori di basket…) sui loro fans, quella dei giornali e dei media sui lettori, quella degli influencer/blogger, che hanno costruito la propria carriera attraverso i social, grazie ai follower. Ci sono aspetti molto diversi da tenere in considerazione, anche se la persona più influente del momento è chi, per definizione, ha più follower su Instagram. Se poi analizzassimo un settore specifico, come la moda, direi che il più influente è sicuramente Virgil Abloh, perché riesce a raggiungere molte persone dai più diversi background, che piaccia o meno. Ti consideri un influencer dato il tuo seguito sui social? A prescindere da ciò che fai nella vita, influenzi le persone che ti circondano, sia positivamente che non. Se hai successo in ciò che fai, avrai ovviamente più influenza e raggiungerai più persone. L’unica cosa che cambierà sarà il numero di persone; per esempio, qualcuno che ha un grande seguito già dall’inizio per il proprio lavoro (e.g. il mio come fotografo) potrebbe diventare un “influencer” perché è stato capace di catturare l’attenzione della gente. Attraverso le mie immagini e il mio stile (entrambe espressioni di me stesso), ho un’influenza sulle persone, ma onestamente non mi considero un “influencer”.

In che modo i social sono importanti per il tuo lavoro?
Ad essere davvero onesto, sono stati essenziali per il mio lavoro. Ho iniziato come fotografo nel gennaio 2013, fortunatamente sono riuscito a distinguermi dalla massa e ad avere sempre più persone interessate in ciò che faccio, solo grazie ai social media, in particolare Instagram. Ottengo ancora molti lavori attraverso questa piattaforma, per questo, sì, sono molto importanti, anche adesso.

Utilizzi anche la tua immagine per promuovere il tuo lavoro e ottenere più like e follower? Funziona fare, o non fare, così?
Utilizzo la mia immagine per promuovere il mio lavoro, e molti professionisti che conoscono mi hanno incoraggiato a farlo, perché è importante per i tuoi follower vedere chi c’è dietro l’account. Aggiunge un qualcosa in più, sembra più reale, più personale. Non mi piace molto, perché preferisco stare dall’altra parte della macchina fotografica, ma cerco di farlo un po’ di più. Tuttavia non lo faccio per ottenere più like e follower.

Quale contenuto funziona meglio online?
Credo che dipenda tutto dalla propria audience. Tutti noi abbiamo pubblici molto differenti e se un collega fotografo (con lo stesso seguito, per esempio) posta la foto di un look che ho postato non avrà necessariamente lo stesso engagement.

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Le Polaroids di Philip-Lorca diCorcia: tra analogico e digitale

La David Zwirner gallery di New York – una delle voci più autorevoli del mondo dell’arte – compie 25 anni, e lo fa in grande stile, con una mostra internazionale che celebra gli artisti che hanno partecipato alla creazione della sua ultra sofisticata estetica. Per chi, in questi mesi, non potrà viaggiare tra New York, Londra o Hong Kong dove la galleria ha le sue sedi, suggeriamo di visitare la sezione The Viewing Room del loro sito web, un progetto digital only curato dagli stessi artisti della galleria. Dal 2 febbraio è, infatti, possibile visionare la mostra Polaroids by Philip-Lorca diCorcia. Classe 1951, diCorcia è considerato oggi fra i più influenti e innovativi fotografi americani, particolarmente noto per la sua capacità di creare immagini, che sono un mix tra fotografia documentaristica e scenografia teatrale. diCorcia ha scattato Polaroid per tutta la sua carriera e sono ora considerate complementari alla sua pratica artistica, offrendo un punto d’osservazione distintivo sulla sua sensibilità. La selezione di lavori in mostra online include le Polaroid create in connessione con le serie principali Hustlers (1990–1992), Heads (1999–2001), Story Book Life (2003) e East of Eden (2008–present), ma anche le sue opere autonome di nature morte, paesaggi e scene familiari, così come i test fotografici per compagne pubblicitarie di brand di moda. «Cornici di film indimenticabili che non sono mai stati realizzati», così le ha definite lo studioso Peter Galassi in occasione della prima mostra personale dell’artista al MoMA di New York, nel 1993. Questi lavori di diCorcia sottolineano senza dubbio l’approccio dell’artista alla fotografia come un mezzo sospeso tra verità e finzione. Scorrendo su un iPad, immagine per imagine, si è colpiti dalla corrispondenza di questi lavori analogici e i successivi sviluppi dell’estetica fotografica digitale e di come gli apparentemente casuali accenni voyeuristici di diCorcia siano divenuti il gold standard degli Influencer di oggi su Instagram.

www.davidzwirner.com

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© Philip-Lorca diCorcia
Courtesy the artist and David Zwirner, New York/London/Hong Kong

Reflections, i sei corti di Bottega Veneta

Bottega Veneta e la rinomata agenzia Baron & Baron hanno scritto il capitolo successivo di The Art of Collaboration, con una nuova campagna pubblicitaria Primavera/Estate 2018.
Reflections sono sei cortometraggi distinti, realizzati dal team creativo diretto da Fabien Baron, con la fotografia di Philippe Le Sourd e la scenografia di Stefan Beckman, che ha scelto di girare ogni filmato su un set diverso.
Il format di distribuzione si ispira dall’ossessione moderna per i contenuti a episodi di Netflix e Hulu, i sei filmati saranno, così, rivelati uno alla volta nel corso della stagione attraverso molteplici piattaforme e partner, oltre che su BottegaVeneta.com. I temi comuni che legano i sei corti sono la rinascita, l’inversione temporale e la riconnessione, con un chiaro riferimento all’iconico intrecciato di Bottega Veneta.
Anche per il layout della campagna print si è adottato un approccio cinematografico, usando la ripetizione delle immagini per evocare il movimento, e rievocarne uno storyboard, diventando in un certo senso, il manifesto dell’episodio corrispondente.
I modelli scelti che si alternano all’interno dei sei cortometraggi sono Vittoria Ceretti, Aube Jolicoeur, Janis Ancens, Sora Choi, facce conosciute grazie alle numerose apparizioni sulla passerella e alla loro capacità di comunicare tramite uno sguardo.

 

Elbio Bonsaglio

È uno dei fondatori del marchio Letasca, successo internazionale, che in poche stagioni è riuscito ad entrare nei più importanti store multimarca del mondo. Elbio Bonsaglio è, però, anche uno dei modelli italiani più conosciuti, che ha sfilato per i più importanti brand e scattato con nomi famosi della fotografia. Seguitissimo sui social, ci racconta qualcosa in più del suo mondo fra instagram e i viaggi.

Come sei arrivato alla professione di modello?
In realtà è stato un percorso un po’ inconsueto. Ho studiato alla Bocconi, Economia aziendale, mi sono laureato e ho iniziato a lavorare in uno studio di comunicazione come account e in sei mesi, il tempo di uno stage, ho capito che non avrei sopportato di vivere la mia vita dietro ad un computer e che volevo viaggiare. Durante una fashion week, proprio verso la fine di questo lavoro, sono stato fermato più volte da persone che mi chiedevano se volevo fare il modello, alla terza volta, frustrato dalla mia situazione lavorativa, ho accettato di andare a fare un colloquio e da lì è partito tutto.

Ora non più modello, ma influencer grazie ai social, e altre attività. Come è avvenuto questo passaggio e quando sei diventato anche designer?
Il passaggio a influencer è stato totalmente inconsapevole. Non ho mai avuto un blog e non ho mai pensato che potessi influenzare qualcuno, ho sempre cercato di essere me stesso sui social, postando su instagram quello che facevo, le mie passioni, come ad esempio la boxe, o i miei viaggi. Forse, per il fatto che prima ero un modello e ora ho anche un mio brand, la gente si è incuriosita e ha iniziato a seguirmi. Poi, ci tengo a precisare che di Letasca io non sono il designer, quella parte la segue il mio socio, io mi occupo delle pubbliche relazioni, del commerciale, dei rapporti con gli stakeholder, aspetti che sento più miei e sono decisamente più vicini ai miei studi. Anche l’avventura del brand è iniziata un po’ per gioco, io mi avvicinavo ai trenta, e il ruolo di solo modello mi stava un po’ stretto, il mio socio aveva appena finito gli studi in architettura, ci è venuta una idea, l’abbiamo portata avanti con entusiasmo, ma non mi aspettavo che in giro di poco tempo Letasca finisse da Harrods, da Selfridges e da Saks.

Parlando del tuo mondo sui social, quanti dei tuoi consigli e delle immagini sono sincere e non sponsorizzate?
Il mio instagram racconta molto di me, anche attraverso le stories. C’è tantissimo di quello che è il mio umorismo, il mio modo di scherzare, quello che faccio quotidianamente. Le sponsorizzazioni non sono molte, la maggior parte del mio tempo e delle mie attenzioni sono dedicate a Letasca, ma anche in questo caso sono sempre molto sincero.

Come vedi l’evoluzione del mondo social e del ruolo dell’influencer? Quale secondo te il social del futuro? La professione dell’influencer ha una data di scadenza?
Considera che molti dei brand contemporary, che trovi ora in un grande department store, non esisterebbero, o non avrebbero avuto il grande successo che hanno se non ci fosse stato Instagram. E grazie a questo social, in maniera molto democratica, chiunque è potuto diventare un influencer. Questo è positivo, ma anche negativo, perché non sempre chi è diventato un influencer qualitativamente è a livelli alti. Un tempo dovevi fare un certo percorso per diventare un guru della moda, avere studi alle spalle, un certo tipo di gusto. Ora non più ed è questo il motivo per cui molti criticano le app e il mondo che hanno contribuito a formare. Il futuro è difficile da prevedere, il presente della moda è sicuramente in mano a chi riesce a creare interesse attorno a un marchio. Non vedo al momento data di scadenza al ruolo di influencer.

Lato negativo della tua professione, se c’è.
È una professione che da tanto. Siamo molto coccolati, siamo considerati cool, facciamo a volte cose che altri pagherebbero per fare. In tutto questo un lato negativo c’è, cioè che saluti completamente la tua privacy. A volte invidio chi può stare una settimana intera in vacanza senza toccare mai il cellulare.

Hai un consiglio di stile da condividere con i nostri lettori?
Di esprimere sempre le proprie sfaccettature e i propri gusti. Cercate di non essere omologati, ma di mostrare ciò che vi caratterizza. Anche in questo i social sono democratici, perché potete davvero distinguervi ed essere sinceri. Penso che il modo migliore per mostrarsi non sia quello di essere ossessionati dal desiderio di piacere, ma essere più leggeri e non costruiti.

Quale città ti è rimasta nel cuore? Hai un posto preferito che ci consigli?
Viaggio molto per lavoro, per cui ci sono tanti luoghi che adoro, come New York, che ha un’energia unica, e Ibiza. Quest’ultima perché io amo la musica elettronica, del cui mondo Ibiza è un po’ il centro nevralgico. Ed è anche un ottimo compromesso per me, perché ci sono pure ristoranti fantastici, se esci in barca arrivi facilmente a Formentera e a spiagge stupende. Poi ricordo di essere stato molto bene anche a Sidney, forse perché è un tipo di città a cui io non ero abituato, con le sue spiagge e il caldo tutto l’anno.

Milano: dove mangiare, dove fare l’aperitivo, il locale che ti piace di più?
Milano è la mia città, quella in cui sono nato e cresciuto, per cui non è il posto dove eccedo o faccio qualche pazzia, la conosco troppo bene e l’ho vissuta tanto in passato, la vedo con un occhio diverso rispetto a chi ci arriva per studiare o attratto dalle molte possibilità. Non ho forse più lo spirito per viverne la night life, cosa che invece posso fare quando sono in vacanza. Adoro il momento dell’aperitivo, un vino rosso d’inverno e una birra d’estate, ma ancora di più mangiare. E ci sono dei posti tipici milanesi che vi consiglio, come Al Matarel, dove fanno l’osso buco più buono del mondo. Uno dei locali che frequento invece è il Volt, dove vado a salutare l’amico Claudio Antonioli, che è uno dei fondatori.

Chi sei oltre la tua professione, quali altri amori hai?
Vi ho già detto del mio amore per la musica elettronica poi, quando posso, cerco di andare a vedere mostre di arte contemporanea, di recente ho amato molto quella di Basquiat. Il fatto che una parte di Letasca sia particolarmente legata al travel è perché io stesso amo molto viaggiare, adoro l’idea di avventura e di scoperta che il viaggio porta con se. Raffrontarsi anche con le varie culture, è molto stimolante. Della boxe mi piace tutto, l’allenamento, lo scontro con l’avversario, il fatto che sia uno sport maschio, da duri. Se fatto rispettando le regole e l’avversario è una disciplina sportiva meravigliosa.

Photo: Ryan Simo
Styling: 3
Grooming: Susanna Mazzola
Photo assistant: Alessandro Chiorri
tylist assistants: Verena Kohl, Paula Anuska, Cristina Florence Galati

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FRANCESCO STELLA, L’UOMO DAI MILLE RUOLI

cover_pantalone e maglione dolcevia HOSIO; scarpe Burberry

Dal teatro alla TV, al cinema. Prima come attore, poi come scrittore e regista. Francesco Stella, nato ad Erice e divenuto famoso per il ruolo dell’agente Gallo, nella fiction Il commissario Montalbano, si è cimentato i ruoli diversi anche al di là dello schermo, non ponendo mai limiti alla propria creatività. In questa intervista svela non solo le proprie passioni, ma tutti i progetti futuri.
Com’è cominciata la tua carriera?
Un po’ per caso. Durante il periodo universitario ho fatto parte prima di una compagnia di teatro di strada e poi di una di formazione. Con quest’ultima ho studiato e debuttato nel mio primo spettacolo.

La tua carriera inizia nel 1995 con il teatro. Com’è avvenuto il passaggio al cinema e alla TV?
La  mia “prima volta” è stata indimenticabile, ho debuttato al Teatro Kommisar Geskaya, di San Pietroburgo, durante il periodo delle notti bianche. Ho capito che non sarei mai tornato indietro. Dopo essermi trasferito a Roma e aver fatto molti provini, ho finalmente debuttato al cinema con Besame Mucho, di Maurizio Ponzi, e in TV, con Il commissario Montalbano.

Quale tra i due mondi senti appartenerti di più?
Entrambi, ma in maniera diversa. Esattamente come la scrittura, un’altra passione che coltivo da tempo.

Da quale regista ti piacerebbe essere diretto?
Mi piacerebbe tantissimo ritornare a  lavorare con una donna e, secondo me, Valeria Golino è una di quelle in grado di scavarti dentro.

Non solo attore, ma anche regista e scrittore. Ti senti più a tuo agio sopra al palco o dietro la cinepresa?
È un agio completamente diverso. Amo molto il lavoro d’attore, ma alla fine sei nelle mani di  altri: di uno sceneggiatore che ti ha pensato, di un regista che ti ha scelto e di un pubblico che ti approva. Troppe variabili e poca obiettività: molto sta nel “gusto” delle persone e la bravura non sempre è sufficiente. La scrittura o la regia mi permettono invece di “sfogare” la parte creativa, che offre parametri più obiettivi relativi alle mie capacità e ai limiti.

Che tipo di film ti piacerebbe scrivere?
Mi piacerebbe parlare della mia terra, la Sicilia, che lotta ma che sa ridere, che non si arrende e che sa guardare lontano.

Quanto è importante lo stile per te? C’è un capo in particolare che ti caratterizza?
Credo di avere uno stile molto sobrio, mi piace l’eleganza su di me, così come mi diverte l’esuberanza negli altri. Più che un capo ci sono due oggetti: i gemelli e i papillon/cravatte.

Dove sognava di arrivare il Francesco Stella che nel 1998 è entrato a far parte del cast de, Il commissario Montalbano e cosa sogna il Francesco di oggi?
Il Francesco Stella arrivato dalla lontana Marsala, ha realizzato molto di quello che sognava. Per il futuro spero di poter continuare ad avere sempre il sorriso mentre lavoro.

Qual è la sfida più grande che il lavoro ti ha posto davanti sinora?
Quella di non scoraggiarmi e di non mollare. I tempi sono molto difficili per chi fa questo lavoro. La mia fortuna è stata quella di non fossilizzarmi in un solo campo, scelta non sempre recepita positivamente dagli altri. Sono sicuro che il tempo mi darà ragione.

Quali progetti hai in cantiere?
Tra poco uscirà Il Cacciatore, una nuova fiction Rai n cui interpreto un integerrimo carabiniere. In contemporanea sto lavorando a due format tv di prossima uscita.

Cosa porteresti con te su un’isola deserta?
Il mio cane, la playlist con le canzoni che mi accompagnano da sempre, carta e penna.

Quale film non ti stancheresti mai di guardare?
Shortbus.

Quali sono gli ingredienti per un format TV di successo in Italia?
È difficile rispondere a questa domanda, perché ormai il pubblico sceglie con cura quello che vuole vedere e l’offerta è molto ampia. Gli ingredienti dipendono sempre più dal target di riferimento. Il pubblico non si lascia più prendere in giro, cambia canale facilmente.

Photography: Karel Losenicky
Styling: Sara Leoni

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