Andrea Dal Corso: «La pandemia come mezzo per reprimere la futilità»

La realtà in questo periodo di emergenza è rappresentata da una certa dualità dell’essere. Ha bisogno di essere rielaborata, per un momento che non appena cesserà, ci farà guardare indietro con uno sguardo impavido, prudente e colmo di accortezza.

Ed è proprio questa la visione a cui si presta Andrea Dal Corso, il talent digitale protagonista di questa riflessione sugli annessi futuri in epoca post Covid-19, influenzato da una voglia prorompente di reprimere la futilità, che svela la sua indole nel voler trasformare le linee d’azione ripetute dal settore moda odierno verso nuovi fronti.

Tratteggia la sua visione del mondo con tanto di spirito disarmante, che esorta: “Ora è necessario definire una volta per tutte i piani globali ecologici e ambientali: nello smaltimento delle plastiche, nel ruolo del petrolio, nella distruzione di habitat naturali, e l’inquinamento delle acque, per arrivare alle disparità sociali, a quel cibo sprecato da molti e sognato da molti altri, alle guerre ancora in atto, dimostriamo di aver capito a pieno che l’evoluzione Darwiniana, accorgendoci che quella di oggi ha tutte le carte in regola per essere un’involuzione.”

In occasione di questo momento di reclusione universale, noi di Man In Town abbiamo voluto approfondire le ripercussioni future che andranno a influire sul piano umanitario e creativo con Andrea. 

Quale è la tua professione?

Sono un imprenditore creativo. Mi occupo di digital strategy e di content creation negli ambiti di travelling, gentleman lifestyle e benessere. Seguo, o meglio, seguivo fino a due mesi fa l’account management e il business growth dell’azienda vinicola messa in piedi con la mia famiglia. Ora mi sto dedicando ad un progetto di cultura digitale che lancerò a giorni assieme al mio team. Ho sempre lavorato nella moda come indossatore, vista da me come una forma d’arte, in quanto mi aiutava ad esprimermi, cosa che faccio attraverso ogni forma di creatività.

Come vedi il futuro del mondo della moda e dell’ambito creativo post-epidemia?

La pandemia ha colpito ogni settore, sicuramente la moda è uno tra i più rilevanti. Ma sono più che certo che le menti creative che competono nel fashion sapranno cogliere questa occasione come un nuovo punto di partenza, un nuovo stimolo che partorirà idee brillanti, eclettiche per i costumi quotidiano. 

Sicuramente nei reparti di produzione dedicato un ampio spazio alla ricerca, ma non come la si intende ora, ossia girare il mondo in cerca di “scopiazzamenti” di vario genere per poi farli propri. Ricerca intesa come vero e proprio studio di nuovi materiali che grazie alla nanotecnologia aiuteranno nella prevenzione di un eventuale futuro scoppio pandemico. 

Con l’avvento dei social, in particolar modo nel corso di questo periodo di instabilità economica e sociale, a tuo parere quale sarà lo scenario che cambierà maggiormente da ora in poi?

“Tutto parte dal caos” ebbene oggi possiamo dire che tutto ripartirà, ri-nascerà, ma in maniera nuova e con nuovi occhi. Questo periodo forzato di chiusura in realtà ha aperto le menti di molti. Ha scardinato imposizioni mentali autoimposte guardando a nuovi orizzonti. 

Tutti stiamo prendendo sempre più consapevolezza di due grandi aspetti: 

1. Di quanto stia prendendo sempre più una fascia di mercato il digital business a discapito dell’offline; 

2. Di quanti siamo. Prima eravamo troppo impegnati nelle nostre vite per renderci conto di quante altre vite simili alla nostra vivono realtà similissime alla nostra. Da qui una nuova grande consapevolezza: distinguerci.  Il mondo online per certi versi è più tosto di quello off line, dove non ci sono barriere di spazio. Non posso essere il migliore insegnante di inglese del mio paese soltanto perché siamo in tre o quattro ed io solo quello nato per primo. Le leggi del mondo online non tengono in considerazione lo spazio; forse il tempo detiene ancora una certa importanza, ma occhio, passa molto più in fretta il tempo digital rispetto a quello offline.

Quali sono le mosse che secondo te il sistema moda deve attuare per accingersi a un’etica di miglior impatto?

Sicuramente questa tragedia collettiva globale ha sensibilizzato perfino i brand fashion che ancora oggi si affidano ad una produzione con sfruttamento umano, in condizioni davvero disagiate. 

Il “fil rouge” che spero accompagnerà tutte le prossime collezioni sarà di un “Mondo Unito”, un’umanità capace e desiderosa di aiutarsi vicendevolmente se vuole continuare a popolare questo pianeta che sempre più ci fa capire quanto lo si stia mettendo a dura prova. 

Come dicevo, la ricerca verso materiali tecnologici in aiuto alla prevenzione, ma soprattutto una manifattura pressoché autonoma all’interno del proprio Stato. Far girare le rispettive economie, per poi esportarle. Questa sarà la vera sfida che oggi diviene ancora più importante per la ri-partenza. In seconda analisi, dal mio punto di vista bisognerebbe fermare tutta questa spettacolarizzazione e dare un taglio agli sprechi. Basta cambiare decine di vestiti a stagione ma piuttosto puntare a capi che durino nel tempo. Ho apprezzato molto la lettera di Giorgio Armani in cui suggerisce al Mondo di “iniziare a togliere il superfluo e ridefinire i tempi”. 

A tuo parere, verso che rotta si sta orientando il settore creativo? E cosa punta a raggiungere in questi tempi?

I creativi al giorno d’oggi hanno un’importanza incredibile. Sono quelli che una volta si potevano definire come gli “inventori.”Peccato che ad oggi c’è ben poco rimasto da inventare di nuovo. Si puó sicuramente migliorare il modo con cui comunichiamo e forse la tendenza non sarà più quella di “accorciare” sempre di più le distanze, bensì veicolarle. Trovare il modo per smettere di rendere accessibile tutto a tutti, ma semplificare il processo di condivisione e di ricerca della qualità delle informazioni a chi riesce davvero ad apprezzarla. 

Abbiamo popolato ogni genere di piattaforma con ogni genere di contenuti: personali, culturali, ispirazionali, comici, trash, motivazionali e in molti casi pure tragici come il cyberbullying o il revenge porn. Ora c’è bisogno di fare ordine, i creativi sapranno rendere Semplice ciò che semplice di per sé non è. Un po’ come Piero Angela iniziava di parlare di cultura, Storia e Arte in quel cubo dedicato all’intrattenimento, ma lo faceva in un modo talmente “smart”, termine che ancora non esisteva, da rendere tutto di facile comprensione per tutti.

Cosa ti spaventa di più appena cesserà l’epoca Covid-19?

Personalmente non sono spaventato, perché so che cercherò di risolvere ogni cosa si prospetti. Non è da confondere con un atteggiamento del tipo: “anche se mi cade il mondo affianco io resto immobile.” Sto educando il mio mindset ad essere pro-attivo, trasmettendo la stessa grinta alle persone che mi seguono attraverso i miei canali. 

Di per sé il nostro quotidiano necessità di nuove abitudini, tornando a quelle pre-pandemia e per certi versi potrà sembrare uno shock uguale o maggiore rispetto a quello di rimanere in casa. Penso che ognuno debba prepararsi già ora mentalmente a 360 gradi. Altrimenti sarebbe come prepararsi lo zaino durante il tragitto verso la scuola. No, lo zaino va preparato il giorno prima, organizzando libri, penne e pennarelli in base alle materie del giorno successivo. 

Ci saranno le stesse misure che stiamo adottando ora per andare in farmacia o a fare la spesa, dovremo soltanto replicarle in ogni aspetto sociale ancora per un po’. Vediamola come una grande lezione di civiltà globale. 

Come cambierà il tuo lavoro dopo l’epidemia?

Ho deciso di non aspettare il “post-epidemia” per capire i cambiamenti del mio lavoro e piangere su tutte le perdite avute in questi due mesi. Da un mese e mezzo sto lavorando ad un progetto digital assieme al mio team che è quasi arrivato alla sua fase di lancio. Ne sono davvero orgoglioso perché ci ho messo anima e cuore e spero rappresenti un piccolo tassello infinitesimale di quella creatività di cui oggi abbiamo bisogno. 

Per quanto riguarda il mio lavoro usuale sicuramente ripartirà a singhiozzo e dovrò quasi continuare ad attingere dai miei risparmi per continuare a pagare spese e investimenti, ma non demordiamo, ogni tempesta troverà luce. 

Riflessioni conclusive? 

Madre Natura ancora una volta ha suonato il suo campanello d’allarme. Se vogliamo continuare a coesistere in questo pianeta dobbiamo invertire la direzione attuale. La pandemia globale è stato il veicolo per fermare un mondo che ha perso la sua rotta alla longevità. Ora è necessario definire una volta per tutte i piani globali ecologici e ambientali: nello smaltimento delle plastiche, nel ruolo del petrolio, nella distruzione di habitat naturali, e l’inquinamento delle acque, per arrivare alle disparità sociali, a quel cibo sprecato da molti e sognato da molti altri, alle guerre ancora in atto, dimostriamo di aver capito a pieno che l’evoluzione Darwiniana, accorgendoci che quella di oggi ha tutte le carte in regola per esser un’involuzione. Sicuramente questo è un periodo di forte introspezione e sta alimentando il nostro livello di empatia. 

Instagram: @andreadalcorso

Rinascere dai fiori, la parola ai Flower designer

A prescindere da quale sia la stagione, l’amore per fiori e piante è universale. In un momento come questo, dove non possiamo gioire dei parchi o dei giardini in fiore, proprio adesso che siamo balzati avanti di un’ora e le temperature sono salite, sentiamo ancora di più l’amore per la natura.

Per portare un po’ di primavera nel nostro quotidiano, abbiamo intervistato tre eccellenze milanesi che hanno fatto della loro passione per le piante e per i fiori un modello di business. Personalità e stili a confronto, tra racconti d’esperienza e nuovi progetti, ci regalano una visione positiva che celebra la rinascita della città.

Del resto, la primavera è una questione di nuovi inizi e non vediamo l’ora di goderne a pieno.

FIORI & POTAFIORI

Rosalba Piccinni – Fondatrice di Fiori e Potafiori
@potafiori

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

La mia è una vocazione che nasce dallo stimolo di voler fare qualcosa di bello e di essere felice.

Fin da piccola mi sono dedicata alla musica e ai fiori, studiandoli e amandoli follemente.

Ho iniziato a lavorare come apprendista in un negozio di fiori a Bergamo, la mia città natale, lo stesso negozio che ho rilevato ventiquattro anni fa, li è nato Fiori.

Nel 2009 ho aperto il primo negozio a Milano, in via Broggi, un vero e proprio atelier floreale, dove creo composizioni uniche che parlano di contaminazioni, di arte, architettura e di umanità.

L’ultima mia creazione è Potafiori, lì vive il meglio di me, lo definisco “il bistrot dei fiori”, nel quale fiori, cibo e musica uniscono e intrattengono il mio pubblico, tanto da diventare un posto di riferimento per importanti brand di moda, dell’editoria e la mondanità milanese.

Come descriveresti il tuo stile?

Uno stile essenziale, vero, onesto e attento ai dettagli.

Riutilizziamo le foglie, i tessuti, le corde, gli arbusti, tutto quello che m’ispira, amo comporre utilizzando il materiale che ho attorno.

Quando lavoro, mi piace pensare che stia componendo un’opera d’arte unica e non ce ne saranno altre uguali.

Un elemento che considero magico è la trasformazione spontanea delle cose, come la natura muta, il tempo che passa lasciando il segno, come quando appassiscono le foglie.

Avete mai visto le foglie d’agave appassite? Sono delle piccole sculture con cui di solito riempio enormi vasi di vetro, sono bellissime.

Per me la bellezza è quando associ forme e materiali differenti tra loro e crei armonia.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica, dettata dalle restrizioni del COVID-19?

I primi giorni sono andata in crisi ed è proprio nel momento del disagio che viene fuori il talento, e da li ho iniziato a inventarmi di tutto, qualsiasi cosa potesse far stare bene la gente: piante, cibo e musica.

La prima invenzione è stata il “pota-ranges”, che in bergamasco significa “arrangiati”, è un kit in cui trovi tutto l’occorrente per realizzare il tuo centrotavola, poi “l’aperipronto” in cui spedisco un aperitivo sotto vuoto con una buona bottiglia di vino, l’ultima trovata è “la serenata” in cui tramite un QR code la mia voce apparirà a casa vostra per farvi compagnia cantando.

Ci diamo da fare, non siamo solo un negozio di fiori, Potafiori è un modo di vivere.

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Andrei a recidere io stessa le materie prime e ruberei quello che c’è.

Arbusti di ogni tipo e fiori come le liliaceae, bulbose, narcisetti, il tutto assemblato in un contenitore dal design intrigante, ora che ci penso, potrebbe essere un tubo idraulico, di quelli arancioni per intenderci.

Un inno alle unioni che vanno oltre le religioni e i colori, alla spontaneità, come quella dei fiori che crescono dove capita e si fanno amare così come sono.

OFFFI

Mario Nobile – fondatore di Offfi
@offfimilano

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

Tutto quello che si può fare con le mani mi ha sempre dato soddisfazione, dal cambiare una presa elettrica al restaurare mobili.

Ho studiato chimica farmaceutica, ho lavorato in una multinazionale per dodici anni, poi ho mollato tutto, non ne potevo più delle inutili riunioni e conference, dove tutti dicono le stesse cose, ma poi effettivamente nessuno dice niente, è cosi che la gente diventa stronza.

Un giorno, vedendo un negozio di fiori e una persona che li stava confezionando, mi sono reso conto che quel lavoro manuale, da mani nella terra, poteva fare al caso mio.

Così nel 2014 ho deciso di aprire Offfi in via Carmagnola, Isola è il quartiere dove vivo dal 2006 e che all’epoca doveva ancora diventare quello che è oggi.

Nel mio spazio oltre alla vendita al dettaglio di piante e fiori, si progettano allestimenti di tutti i tipi, dai giardini privati agli eventi dedicati alla moda.

Come descriveresti il tuo stile?

Il mio è uno stile naturale, istintivo e molto wild.

Mi piace pensare che i miei mazzi di fiori abbiano quella spontaneità che avrebbe se fossero raccolti un po’ in campagna e un po’ in un bel giardino all’inglese. 

Non amo le composizioni pettinate, quelle non mi rispecchiano proprio, la natura è selvaggia, è leggerezza e armonia.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica dettata dalle restrizioni del COVID-19?

Non abbiamo mai chiuso, abbiamo continuato a lavorare.


La consegna a domicilio è sempre andata avanti, tanti mazzi di fiori consegnati a casa.


Le persone vogliono attorniarsi di cose belle, i fiori e le piante non possono che portare un po’ di gioia in questo momento.

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Me la immagino composta da fiori spontanei, come i papaveri, fiordalisi, tulipani, saponaria, del solidago, tutti fiori di campo che nascono spontaneamente e annunciano la primavera.

Un inno alla rinascita della natura dopo il letargo invernale, freschezza e risveglio.

Forse aggiungerei qualche rosa antica, quelle che fioriscono nei giardini curati da mani esperte, con il loro intenso profumo di limone che ti riporta indietro nel tempo. 

Anche per dispetto a tutti quelli che senza cultura del prodotto e di tutte le verità che esistono, dicono di non amare le rose, per me è solo un preconcetto su un prodotto che è stato banalizzato, ma in realtà non lo conoscono.

D’altronde, non bisogna mica piacere a tutti?

MANIFESTO FLOWERS

Bruno Bugiani – co-founder di Manifesto Flowers 
@manifesto_flowers_milano

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

Il sogno di Manifesto Flowers nasce alla fine dello scorso millennio, quando ho incontrato Ken Pope a New York, nel 1999. In quel periodo stavo terminando la mia carriera nella moda, nel corso della quale, dopo un periodo al Teatro alla Scala, avevo lavorato 16 anni per Versace, prima come assistente di Gianni e poi di Donatella, mentre Ken lavorava a New York come graphic designer/art director per varie riviste

Dopo aver lavorato per dieci anni come manager di Eros Ramazzotti, nel 2012 io e Ken fondiamo Manifesto Flowers, che ha unito le nostre passioni, cultura, design, piante e fiori. 

Siamo specializzati in allestimenti di alta gamma, dal wedding ai fashion show, una grossa fetta della nostra clientela arriva dalla moda, probabilmente perché con il nostro passato riusciamo a parlare la stessa lingua.

Io sono il motore creativo, seguo la parte di progettazione e l’immagine, mentre lui si concentra sulla grafica, la cura del cliente e l’organizzazione.

Come descriveresti il vostro stile?

Mi piace pensare a una frase di una giornalista che in un suo articolo ci definiva così: “Manifesto Flowers è l’avanguardia Italiana più provocatoria”. Ecco, così! Sicuramente la provocazione è uno dei nostri punti di forza, oltre al gusto raffinato nelle forme e nei colori.

Studiamo ogni lavoro singolarmente, realizzandolo ad personam, sulle linee guida dettate dal cliente.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica, dettata dalle restrizioni del COVID 19?

La situazione odierna ha costretto tutti a ripensare le proprie attività, in attesa che tutto migliori e che il mercato del fiore torni a essere fondamentale insieme all’industria degli eventi e del wedding.

Abbiamo inventato la “Bouquet Couture”, nuova linea di omaggi acquistabili su richiesta, proprio per distinguerci dai tanti prodotti in serie ordinabili da internet. Decidiamo insieme ai clienti i colori e i fiori che lo comporranno, bouquet perfetti come un abito su misura.

Il mercato on line è molto importante, specie oggigiorno, e trovo giusto che Manifesto Flowers cavalchi quest’onda a suo modo, mantenendo la nostra creatività e qualità

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Più che una composizione, lancio un’idea, sarebbe bello che produttori, grossisti e floral designer si unissero per donare alla gente nei vari punti della città fiori e piantine, per far accendere il desiderio di una città più green, ridando un senso di normalità e speranza alle persone. 

Speriamo che il mondo impari qualcosa da questa pandemia.
Non vorrei che tutto torni com’era, perché com’era prima, era sbagliato.

Consiglio rasoio barba: 4 modelli da usare a casa

Stai cercando un buon rasoio da barba ma non sai quale scegliere fra tanti modelli? Non preoccuparti, sei nel posto giusto. In questo nuovo articolo ti presentiamo i 4 rasoi da barba più idonei per radersi a casa da soli ottenendo un risultato perfetto. Ideali anche da portare in viaggi vacanze o lavoro.

I 4 modelli di rasoi da barba migliori per una rasatura perfetta

1. SweetLF Wet & Dry Rasoio Elettrico Barba Uomo Ricaricabile Rasoio Barba Impermeabile a 3 Testine Rotanti:

Ottimo rapporto qualità prezzo per questo modello di rasoio barba adatto all’uso in casa. Le testine sono molto flessibili per adattarsi alla forma del viso in modo del tutto naturale. Il dispositivo si può risciacquare facilmente sotto l’acqua del rubinetto e può essere adoperato perfino sulla pelle asciutta.

2. Philips S1131 Rasoio Serie 1000, Sistema Lame PowerCut, Testine pivotanti 4 direzioni, Facile pulizia (One Touch Open):

Questo rasoio da barba è perfetto per radersi da soli e in tutta sicurezza. Le sue lame permettono di accorciare la barba uniformemente per un effetto finale ultra preciso (si muovono in ben 4 direzioni). Un dispositivo molto pratico e funzionale anche grazie all’impugnatura ergonomica di cui è dotato.

3. FLYCO Rasoio Elettrico Uomo FS339EU Ricaricabile IPX7 Impermeabile

Tagliarsi la barba da soli a casa sarà un gioco da ragazzi grazie a questo dispositivo FLYCO. Dispone di lame ad alta precisione con cui è possibile eseguire una rasatura ultra precisa e confortevole. Utile la presenza di display a led per mostrare la percentuale di batteria.

4. TECDO Rasoio Elettrico Barba Uomo Impermeabile

Questo dispositivo dispone di 5 testine rotanti ed è l’ideale per catturare con estrema precisione anche i peli più duri. Consente di ottenere una rasatura accurata e precisa e funge anche da taglia capelli.

Testina rotante o lamina oscillante

Nella scelta del rasoio da barba da usare a casa è importante anche la scelta fra testina rotante o lamina oscillante. Entrambi sono ottimi la differenza è più che altro nelle abitudini personali: la testina rotante è ideale per chi si rasa quotidianamente, mentre la lamina oscillante è ideale per chi fa la barba ogni 2/3 giorni.

Cambio di stagione: come farlo in 3 mosse

Una delle attività che spesso crea stress e che viene puntualmente posticipata a data da destinarsi è il cambio di stagione, ovvero riorganizzare l’armadio facendo spazio all’abbigliamento primaverile ed estivo o viceversa passare da quello estivo a quello autunnale e invernale.

Soprattutto se la famiglia è numerosa e vi sono bambini piccoli, il cambio di stagione, richiede più tempo e organizzazione anche anticipata.

Ecco i migliori consigli per riorganizzare l’armadio in modo del tutto efficace, con soli 3 semplici mosse.

Come fare il cambio di stagione in 3 mosse

Elimina il vecchio e fai spazio al nuovo: cambio di stagione

La parola d’ordine è “fare spazio”, organizzando al meglio ogni ripiano, mensola e cassetto dell’armadio perché infatti, se questi spazi sono gestiti male, il risultato finale sarà caotico. Inoltre risulterà difficile trovare quello che si cerca o aggiungere eventuali nuovi acquisti. Quella del cambio di stagione deve essere anche l’occasione per trovare il coraggio di buttare finalmente via quei capi d’abbigliamento che sono stati indossati poche volte (e di cui l’armadio è spesso pieno).

Il decluttering degli armadi è un’arte e una terapia allo stesso tempo che fa bene anche allo spirito.

Cambio di stagione: riordina per categoria

Il cambio di stagione risulta molto più semplice e divertente se si ha un criterio per farlo. Ad esempio, si può scegliere di posizionare gli indumenti in base alla categoria (pantaloni, jeans, gonne, camicie, T-shirt e così via), per colori o, ancora, per abbinamenti. Quella di riorganizzare il guardaroba per abbinamenti è una strategia molto utile a chiunque debba uscire di casa presto al mattino e non abbia voglia di pensare a cosa mettere già dalla sera prima. Infatti, basterà tirare fuori dall’armadio i capi precedentemente combinati fra loro per avere l’outfit pronto per quella data occasione.

Cambio di stagione: “Accantona” l’abbigliamento invernale

Ora che l’armadio è perfettamente organizzato con i capi primaverili ed estivi, bisogna occuparsi di quelli invernali. Se si ha a disposizione più di un armadio, uno di questi può essere utilizzato per riporre gli abiti fuori stagione; se invece si ha meno spazio, per i capi più ingombranti si può optare per il sottovuoto degli abiti basta attrezzarsi con i sacchetti sottovuoto per abiti oppure per la sistemazione in scatole di plastica, contenitori ermetici o ancora valigie non in uso. Nel caso di contenitori o valigie, se non avete posto nell’armadio e, riponete le scatole del cambio abiti sotto il letto, ricordate di porvi delle etichette con scritto cosa vi avete riposto, così al successivo cambio sarà più semplice sapere da quale partire.

Checco Zalone: i film più belli del comico italiano

Checco Zalone è un comico italiano, nato a Bari nel 1977, che è riuscito coi suoi film a raccontare con il sorriso e la sua comicità innata, i pregi e i difetti della nostra società riuscendo a superarsi sia nelle trame dei suoi film sia nel box office, segnando volta per volta un traguardo sempre più importante alzando l’asticella dell’incasso dei suoi film.

Ecco i suoi film che hanno avuto più successo in questi anni.

5 film più belli di Checco Zalone

Cado dalle Nubi – 2009

Cado dalle Nubi è il primo film con cui Checco Zalone esordisce al cinema nel 2009. Lo ha portato al successo in breve tempo, un film comico amato da molti e allo stesso tempo odiato da altri. Come dichiarato dallo stesso Zalone nasce da uno spunto autobiografico.

Che bella giornata – 2011

Dopo il sorprendente esordio di due anni prima, nel 2011 Che bella giornata sorprende tutti arrivando a incassare ben 43 milioni di euro. Il film rappresenta la pietra tombale del cinepanettone, dimostrando di avere una comicità nazionalpopolare alla portata di tutti. Checco Zalone ripropone troppi elementi già visti in Cado dalle nubi.  Uno Zalone che, va detto, ha dalla sua un pizzico in più di malizia.

Sole a catinelle – 2013

Sole a catinelle completa la “trilogia meteorologica” della coppia Nunziante-Medici, con i titoli ad esprimere con onestà gli intenti degli stessi film.  Poco scurrile e sempre più cinico, agevolato da una serie di gag esilaranti e giochi di parole brillanti, il personaggio di Checco Zalone perde l’alone dell’ingenuità e la giustificazione dell’ignoranza, imponendosi come un consapevole e cinico arrivista, incapace di educare e crogiolarsi in un comodo e immeritato benessere.

Quo Vado? – 2016

Quo Vado? il miglior film di Checco Zalone. Il mito sacro del posto fisso, quasi un’entità divina da venerare sempre e comunque, spinge Medici a guardare l’Italia dall’esterno e a ridere delle nostre disgrazie come solo le migliori commedie riescono a fare. Irriverente e disinibito, Quo Vado?  Ciliegina sulla torta quel record di incassi davvero difficile da eguagliare e superare.

Tolo Tolo – 2020

Tolo Tolo farà storcere il naso a chi si aspetta la solita pacca sulla spalla da Checco Zalone. Perché Tolo Tolo non è un bentornato. È un “vaffanculo”. Un film arrabbiato con la grettezza dei razzisti, con la burocrazia italiana, con i nostalgici del fascismo, con gli allergici al diverso. Per questo Tolo Tolo è forse il film meno riuscito dal punto di vista comico, ma che rientra comunque nei film più belli di Chezzo Zalone. Noi applaudiamo il coraggio.

“Shooting the mafia”, il docu-film su Letizia Battaglia

Oggi ha 85 anni, un caschetto rosso fiamma con una frangia liscia, gli occhi vispi e curiosi di una brillantezza adamantina, tendenti verso il basso, come nascondessero un velo lucido di tristezza. 
Letizia Battaglia è la fotoreporter italiana che ha raccontato meglio di chiunque altro la mafia palermitana attraverso le immagini. Immagini che non ti lasciano scampo, ti buttano al muro con violenza e ti attaccano quello stordimento che precede la luce; guardi le foto di Letizia Battaglia e piangendo capisci “questa è mafia”. 

Nasce il 5 marzo del ’35 ed è, come tante, destinata ad essere donna, donna palermitana, tutta pentoloni e bimbi e pannolini, padri ossessivi e morbosi che vedono nell’altro uomo lo spodestamento del potere di padre di famiglia, destinata ad un marito geloso che minaccia violenza se abbandona il tetto coniugale. La Battaglia, come chi porta in sé dei semi molto grandi, è destinata alla pazzia, che la costringe un anno in istituto psichiatrico, una reclusione che invece sarà la sua salvezza, la placenta di una forza creatrice che la porterà ad essere chi è ora, quella donna con in grembo la macchina fotografica a raccontare la verità. 

Nel documentario “Shooting the mafia” del 2019 diretto da Kim Longinotto, la grande fotografa si racconta con onestà intellettuale, con una dolcezza emotiva di chi ha imparato a conoscersi e accettarsi, di chi ha fatto quello che la sua natura le imponeva di fare; una donna che, una volta ottenuta la libertà, ha preso il volo. Via dalle costrizioni ignoranti, via dalle limitazioni aspre, via dalle forzature, ha trovato la strada, quel grande seme che implorava di germogliare dentro di sé è fiorito, e noi ringraziamo per averci regalato pagine di storia, fonti memorabili e indelebili che raccontano le gesta e la lotta di grandi eroi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Giovanni Falcone @ Letizia Battaglia


Letizia Battaglia inizia la sua carriera per “L’Ora” di Palermo, quotidiano in cui il suo sesso è ancora il sesso debole. A forza troverà lo spazio dignitoso e meritato, quando sui luoghi del delitto, quelli che percorreva non senza paura per fotografare i fatti, urlerà contro poliziotti, carabinieri e colleghi che la spintonano e l’allontanano umiliandola, che anche lei è lì per una causa nobile e giusta, anche se è nata donna. 

Sarà spettatrice dei fatti più truci della storia, di una Italia corrotta e mangiata dallo schifo della mafia, soffrirà le ingiustizie che si trova costretta a fotografare, innocenti morti perchè testimoni di assassinii, presenti quando non avrebbero dovuto esserci, messi lì per sfortuna di vita; ragazzi sterminati con un colpo alla testa; madri disperate e senza forza che piangono la morte dei figli, portati via da un cancro che lo stato non riesce a debellare. Sono immagini che Letizia Battaglia ha scattato ma che sente con più struggimento e tristezza dentro i suoi ricordi, sono le foto che hanno fatto il giro del mondo sui giornali, ma che lei spesso non avrebbe voluto scattare, come segno di rispetto verso le famiglie dei defunti, come successe alla morte di Falcone e Borsellino: 

Ero sul luogo dove esplose la bomba, vedevo un’auto che era volata sopra un albero e i pezzi del corpo di Borsellino sparsi sulla strada. C’era la pancia lì di fronte a me e non ho fotografato, non ho potuto. Oggi mi pento e non voglio pensarci. Mi pento delle fotografie che non ho fatto. La gente non capiva che noi eravamo lì per amore, a immortalare il dolore ma per amore del nostro paese.” 

Ed è per amore del mio paese che decisi di entrare in politica. Ma una deputata guadagna molti soldi per accettare di avere le mani legate. Non potevo fare niente, avevo assistito a tutte quelle morti e non potevo fare niente.”

Letizia Battaglia è stata la prima donna europea a ricevere nel 1985 il Premio Eugene Smith, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo di Life. Nel 1999 riceve il Mother Johnson Achievement for Life. Ha esposto in Italia, Francia, Gran Bretagna, Brasile, America, Canada, Svizzera; la sua ultima mostra risale al 2019 ed è una monografica di tutta la sua carriera, esposta alla Casa dei Tre Oci di Venezia. 

Shooting the mafia” è il documentario di Kim Longinotto (2019) che ripercorre la sua vita di fotoreporter e gli amori che l’hanno accompagnata in questo doloroso/amorevole compito.

Dinosauri: i 4 più cattivi predatori mai esistiti

I dinosauri sono creature che da sempre affascinano migliaia di persone e anche il grande pubblico che ha potuto apprezzarli come protagonisti di numerose pellicole cinematografiche o che possono ammirarli in ricostruzioni o reperti in molti musei di storia naturale.

Non solo i dinosauri sono anche fra i giochi preferiti dei bambini e presenti nei loro cartoni animati preferiti.

Certo è che molti generi di questi grandissimi cacciatori sono stati davvero spaventosi e pericolosi.

Ecco nello specifico i 4 dinosauri più cattivi e spietati di sempre.

1. Spinosauro, il più grande dinosauro della storia

Fra i dinosauri carnivori più grandi di tutti c’è di certo lo Spinosauro che poteva raggiungere i 18 metri di lunghezza e pesare fino alle 9 tonnellate, chiamato così proprio per via delle spine che percorrevano la sua schiena e che potevano arrivare anche a più di due metri di lunghezza. Era un dinosauro in grado di nuotare e che si nutriva prevalentemente di pesci presso i fiumi.

2. Tyrannosaurus Rex, il dinosauro più cattivo mai esistito

Il Tyrannosaurus Rex, anch’esso di dimensioni imponenti (la sua lunghezza poteva raggiungere i 12 metri per un peso di quasi 7 tonnellate), aveva un cervello molto sviluppato, denti affilati e arti inferiori lunghi che gli permettevano di correre veloce. Era un abile predatore proprio grazie alla sua dentatura affilata ma spesso aveva la tendenza ad approfittarsi di prede cacciate da altri animali.

3. Velociraptor, il dinosauro più veloce di tutti

Fra i più veloci dinosauri si ricorda sicuramente il Velociraptor che già per il suo nome rimanda alla parola latina “velox” ovvero veloce; “raptor” invece fa riferimento al suo essere predatore. Pur non avendo delle dimensioni così eccessive (fino a 2 metri di lunghezza e un peso massimo di 15 kg) e anche se nell’immaginario collettivo non è possibile credere che sia stato un dinosauro feroce, in realtà è probabile che questa specie fosse molto più intelligente delle altre nel cacciare le prede, avvantaggiata anche dall’artiglio ricurvo utilizzato per imprigionarle.

4. Carcharodontosaurus, il superpredatore dalla grande velocità

La specie dei dinosauri Carcharodontosaurus si divide in due: Carcharodontosaurus saharicus e il Carcharodontosaurus iguidensis.Il suo nome significa “rettile dai denti di squalo”, nome che ne identifica la sua ferocia grazie alla dentatura (12 cenimetri) che aveva e alla grande velocità.Era lungo circa 13 metri e altro oltre 5 metri di altezza, con un peso intorno alle 8 tonnellate. Il cranio di questo dinosauro è di 1,66 metri, misura che deriva da un ritrovato dello stesso da parte di un paleontologo statunitense nel 1995.Si nutriva di dinosauri erbivori, come i sauropodi, uno dei più grandi mai esistiti.

40ine collage: l’arte di Caterina Adele Michi ai tempi della quarantena

Caterina Adele Michi è nata in Toscana nel 1995. Viene da una famiglia dove la ricerca del bello è sempre stata oggetto di interesse: i suoi genitori, primi sostenitori del suo talento, la incoraggiano nel frequentare l’Istituto Marangoni di Milano dove si laurea come creative director e fashion stylist nel 2018.

In questo periodo di stallo imposto dal covid-19 la creativa ha dato vita a 40ine collage, un progetto visivo in cui realizza collage appunto per musicisti, brand e influencer tra cui Tommy Kuti, Helen Nonini e Fabri Fibra.

Michi vanta collaborazioni presso testate prestigiosi e collaborazioni con brand di moda (emergenti e non) per la creazione di contenuti.

Dal 2019 lei e la sua metà creativa (il consulente d’immagine Davide Turcati) fanno team e hanno lavorato come stylist per artisti del calibro di Luchè, Mondo Marcio, Doll Kill e molti altri.

I lavori pensati per il neonato progetto colpiscono per l’impatto visivo sospeso tra l’iconografia punk inglese e la wave californiana, uniti a quel pizzico di creatività italiana, ossia l’heritage culturale di Caterina.

Cosa farai dopo il lockdown: Francesco Gennaro

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma ciò non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità.

Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Francesco Gennaro – Interior designer 

@francesco_gennaro

Camminare su un filo teso tra la vita del ‘prima’ e la vita del ‘poi’.
Così penso alla mia quarantena, un tempo sospeso in cui riscoprire me stesso e sognare il momento in cui le mura domestiche non definiranno più il mio perimetro.

Si, vorrei uscire e se quel giorno fosse domenica, andrei a fare colazione da Sissi.
Un’intima pasticceria in stile bohemien, proprietà di una famiglia italo-senegalese.
Ho nostalgia del colore rosa che predomina lo spazio, ricoprendone pareti, tovaglie e grembiuli del personale, anche se ciò che mi manca di più sono le sue brioche, uniche.

Una volta riempita la pancia, la mia domenica proseguirebbe, probabilmente, con una passeggiata in Brera, il quartiere che preferisco.
I miei occhi curiosi, non vedono l’ora di ammirare le vetrine dei negozi unici: inizierei da RobertaeBasta per ammirare i nuovi pezzi di modernariato, annuserei le fragranze di Diptyque per scegliere quella che più si addice a questo momento di “revenge”, e mi specchierei nelle ceramiche di Richard Ginori.

A mancarmi non sono solo le passeggiate, ma anche la sensazione di “benessere” che provo in Fondazione Prada, struttura progettata dallo studio OMA, che stimo molto.
È uno spazio unico nel suo genere, una perla in mezzo a una città che corre sempre, dove l’arte contemporanea trova un ampio respiro.

Il posto perfetto per concludere il mio pomeriggio culturale, sarebbe sicuramente l’Osservatorio, galleria fotografica e distaccamento della Fondazione, sito in Galleria Vittorio Emanuele.
Finita la visita, mi concederei un aperitivo da Marchesi, storica pasticceria dalle pareti verde pistacchio e dalle ampie vetrate ad arco attraverso le quali ci si affaccia sulla frenetica galleria, vorrei che fosse davvero gremita di gente, come me la ricordo.

Infine per rendere speciale una cena qualunque sceglierei un’atmosfera conviviale, un ambiente che ispiri familiarità, come quello che sa offrire la Trattoria “da Mauro il Bolognese” sui Navigli, che considero un vero gioiellino.

Cosa farai dopo il lockdown: Lorenzo Rebediani

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma ciò non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità.

Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Lorenzo Rebediani – Architetto Paesaggista e co-founder di Rebediani Scaccabarozzi Paesaggisti

@lorenzorebediani
www.vslr.it

In questi giorni di disorientamento viviamo una dimensione emozionale inedita, perché le premesse del mondo di ieri sembrano non valere più. 

I presupposti della mobilità globale e senza limiti, la densità di offerta e di servizi che tanto amiamo della nostra città, tutto ciò che plasma l’egemonia del modello spaziale metropolitano, è ora in discussione.
 
Se penso ora a Milano, svuotata dei suoi valori, la immagino come una grande mappa nuda. 
Ma nel giro di qualche settimana, la torneremo ad abitare.

La nostalgia dei luoghi sarà sicuramente uno degli strumenti che ci guiderà nel processo di riappropriazione della città e penso sia un bell’esercizio quello di immaginare una giornata milanese in alcuni dei nostri luoghi preferiti, quelli cui adesso aneliamo come alla libertà: se il desiderio sarà alla base della ricostruzione, e lo sarà, dovremmo prepararci a desiderare bene.

Subito m’intrufolerei in Via Corsico, a due passi dal Naviglio Grande, dove trovo la concentrazione di eccellenze che mi rende Milano simpatica e superba. Faccio una breve passeggiata e incrocio tre dei locali che preferisco: la mia gastronomia, la Macelleria Masseroni, il mio ristorante: 28 Posti e il mio cocktail bar preferito Elita Bar

Esaudito il desiderio di ritorno alla mondanità, andrei a visitare la Fornace Curti, non molto distante, che dal ‘400 è il luogo della tradizione lombarda di terracotta, dove aleggia un’atmosfera tuttora magica che intreccia sapere artigiano, storie d’arte e architettura.

Infine vorrei tornare ad Abraxa, nel cuore di Nolo, un giardino disegnato lo scorso anno da me e Vera Scaccabarozzi, in collaborazione con Space Caviar. 

Poiché “a garden is not an object but a process” (Ian Hamilton Finley) ci prendiamo cura dei nostri progetti anche dopo la realizzazione, seguendone l’evoluzione nel tempo e monitorandone lo sviluppo ecologico.

Nato da una corte industriale, questo giardino è stato progettato come uno spazio sperimentale d’intrattenimento e agricoltura urbana per creativi, architetti e designer, secondo un modello di conversione virtuosa delle periferie in spazi di grande qualità urbana.