NIC FANCIULLI DEBUTTA CON L’ALBUM “MY HEART”

Come DJ di fama internazionale, Nic Fanciulli, diventato ormai sinonimo di cultura della musica elettronica, ha partecipato alla rivoluzione della dance music a Ibiza. Come produttore discografico ha ricevuto una Nomination ai Grammy.
La sua preziosa esperienza decennale è raccolta nell’album di debutto, “My Heart”, uno spazio creativo in cui ci si può immergere in nuove melodie sperimentali, declinate in 16 tracce, incise in collaborazione con altri artisti del calibro di Damon Albarn, Jamie Principle, Eagles & Butterflies e Guy Gerber, solo per nominarne alcuni.

Quando hai capito che la musica sarebbe stata il tuo futuro?
Sono sempre stato interessato alla musica, ma è stato nel 2005, quando mi è stato chiesto dalla BBC Radio 1 di presentare il mio primo dance show in “In New Music We Trust”. Penso che sia stato questo il momento in cui ho realizzato di poterne fare un lavoro.

Da dove trai ispirazione per la tua musica?
Dalle altre persone. Anche solo camminando e ascoltando diversa musica. Sia entrando in un bar e ascoltando una band sconosciuta, sia andando in discoteca quando ho una serata libera. È davvero difficile da dire, perché ho uno stile musicale molto vario; mi piace tutto, dalla disco alla batteria e basso. Invece i Dj che mi influenzano di più sono persone come Laurent Garnier e François K, perché la loro musica è davvero eclettica. Suonano in modo talmente universale che ogni loro nuovo cd mi ispira.

Dirigi anche la casa discografica “Saved Records”, con tuo fratello Mark. Come siete finiti a lavorare insieme?
Nel 2007 sono andato in tour per circa un anno e ho rallentato un po’ con la casa discografica. Pensavo che, quando si possiede un’etichetta discografica, questa vada semplicemente avanti. Quando sono tornato, le vendite dei dischi non andavano bene, perché non ci stavo mettendo né sforzo né passione. Ero occupato durante il viaggio, per questo firmavo solo con i cd che mi piacevano, lasciandoli senza lavorarci correttamente. Mio fratello aveva appena terminato l’università e gli ho chiesto di aiutarmi. Lui ha rimesso praticamente in sesto la casa discografica, perché ha lavorato full time con me e ha faticato per farla tornare sulla cresta dell’onda. Ora siamo arrivati a 155 lanci e devo a lui tantissimo! Quando sei in viaggio in tour hai bisogno di un buon team intorno a te, Mark è entrato a farne parte e ha lavorato sodo.

Ci sono molte collaborazioni nell’album, dagli Audion e gli Eagles & Butterflies a Damon Albarn. Come selezioni gli artisti con cui collaborare?
Avevo una lista di artisti con cui avrei voluto collaborare. È avvenuto in maniera molto organica e non volevo stressarmi, cercando di lavorare con gente con cui era impossibile farlo. Lavoro con persone che sono rispettate e che sono miei buoni amici, quindi è stato un processo davvero semplice. Persone come Guy Gerber, Matthew Dear e persino Damon Albarn. Damon e io non ci conoscevamo, ma anche questa cooperazione è avvenuta in modo organico. Non è stato uno di quei casi da, “Oh potrei collaborare con te tra sei o sette mesi, ma non ora”. È stato piuttosto “Sì, farò il disco con te”, e in due o tre giorni ci siamo mandati le rispettive parti del demo. Ad eccezione di Damon, tutte gli altri interventi sono con dei miei amici. Le collaborazioni che abbiamo nell’album sono del tutto assurde, perciò si è risolto bene.

Il 20 ottobre è uscito l’album “My Heart”. Cos’hanno in comune le sedici tracce?
Credo che tutta l’idea dell’album sia arrivata dopo aver scritto così tanti demo. C’erano tante tracce che non sono incluse nel disco perché non erano adatte al genere di sensazione melodica e musicale del 33 giri. Tutto è elettronico, melodico e interessante, per questo ho dovuto eliminare dei demo per ottenere le sedici tracce finali dell’album. Tutte le track scorrono l’una dopo l’altra, il disco è strutturato secondo la stessa mentalità di un DJ set, dall’inizio alla fine. È vario, nel senso che alcune tracce non hanno il vigore della batteria, mentre altre sì, ma direi che in generale si tratta di dance music elettronica.

Ci sono dei posti in cui non ti sei ancora esibito e in cui vorresti suonare?
Wow, è difficile da dire dopo quindici anni. Il fatto è che ci sono nuovi club che aprono di anno in anno e sono abbastanza fortunato da suonare in molti Paesi e città diverse in giro per il mondo. Penso che si trovi sempre quella gemma di cui non si ha mai sentito parlare, che non sarà neanche il posto di cui tutti parlano, ma finisci per suonare lì e supera ogni aspettativa. Ci sono molti luoghi d’incontro famosi, che sono indicati come i club in cui tutti dovrebbero suonare. Tuttavia ho suonato in questi club e qualche volta non sono così incredibili, come tutti fanno credere. Occasionalmente vado in un club di cui davvero nessuno parla e si rivela dieci volte meglio. Mi piacerebbe suonare al Fuji Rock festival, ho sempre voluto farlo.

Una canzone speciale tratta dall’album?
Sono tutte davvero buone, ma dovrei dire “Saying”. Collaborare con Damon Albarn all’album è stato straordinario, perché sono cresciuto con le sue canzoni, dal periodo dei Blur fino ai Gorillaz. Per questo essere in grado di lavorare con qualcuno che ha creato così tanti dischi meravigliosi e che mi ricorda la mia infanzia e la scuola è stato molto particolare.

Com’è il tuo rapporto con la moda? Pensi che sia importante nella musica?
Sono abbastanza ossessionato dalla moda. Specialmente quando si tratta di stilisti nuovi ed emergenti. La moda è arte e si congiunge davvero con la musica. Mi piace molto OFF WHITE di Virgil Abloh, e Boris Bidjan è un altro designer che, in un certo senso, si collega alla scena musicale. Uno dei miei stilisti preferiti è Riccardo Tisci, l’ex direttore artistico di Givenchy.

Un accessorio senza cui non potresti vivere?
Il mio orologio! È un Patek Philippe Aquanaut, che mi sono regalato come premio.

I tuoi progetti futuri?
Sto lavorando a due limited edition, album di performance live. Ne faremo una all’Art Basel di Miami questo novembre e poi un’altra a Londra, il prossimo gennaio. La stagione di Ibiza è appena terminata, così sono diretto in Sud America, Nord America, Asia e Australia per l’inverno.

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GLI INDISTRUTTIBILI: GIUSEPPE ROSSI NUOVO AMBASSADOR DI G-SHOCK

Sfidare i propri limiti come chiave per il successo. È questo il messaggio della campagna internazionale #ChallengeTheLimits, promossa da G-SHOCK, il brand di orologi indistruttibili di Casio, in occasione del lancio del nuovo modello G-Steel, dotato di tecnologia Bluetooth®. Il motto che ha ispirato Mr. Kikuo Ibe, l’ingegnere giapponese che 35 anni fa ha ideato un orologio indistruttibile, è ora incarnato dal nuovo ambassador, il calciatore italo-americano Giuseppe Rossi, meglio conosciuto come Pepito, scelto non solo grazie al suo grande talento, ma soprattutto grazie alla sua tenacia e determinazione dimostrate in diverse occasioni durante la sua carriera, non ultimo il grave infortunio dello scorso aprile al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. MANINTOWN ha incontrato l’indistruttibile campione per voi.

Il motto di G-Shock è #ChallengeTheLimits. In quali occasioni hai dovuto superare i tuoi limiti?
Sono passati sei mesi da un infortunio grave al ginocchio e per un calciatore è molto difficile e lungo il recupero. Quindi, diventa una sfida, non soltanto fisica, ma anche mentale e psicologica. A questo punto mi sento bene, ho affrontato tante difficoltà, però sono sempre riuscito ad andare oltre, ed è proprio quello che stiamo comunicando con questo progetto #ChallengeTheLimits. Sono quasi pronto per il ritorno in campo.

Come è nata la passione per il calcio?
Quando avevo due anni, mio padre mi ha messo davanti un pallone da calcio. Lui tornava dal lavoro e si metteva in giardino con me, piazzava due-tre conetti e io cercavo di superarli. Era un grande intenditore, allenatore e giocatore, per questo c’era sempre il calcio in tv e un pallone nel salotto. Per me è stato molto facile innamorarmi di questo sport.

Come nasce il soprannome Pepito?
Mi chiamano “Pepito” perché il grande Bearzot, l’allenatore con cui l’Italia ha vinto i mondiali nell’82, mi ha paragonato a “Pablito” (Paolo Rossi). Così è nato “Pepito”.

Un momento indimenticabile della tua carriera?
La tripletta contro la Juventus, con la maglia della Fiorentina.

Che rapporto hai con la moda?
La moda mi piace, anche se cambia ogni giorno ed è difficile starle dietro. Per me è qualcosa di bello da vedere e mi appassiona, anche perché ho la fortuna di vivere a New York, che è considerata una delle capitali della moda.

Come definiresti il tuo stile?
Mi considero una persona molto casual, anche se, essendo un atleta, indosso spesso capi sportivi.

La prossima sfida?
Metto sempre come hashtag, su Instagram e Twitter, #nevergiveup, proprio perché ho altri sogni da realizzare e quindi non ci si deve mai arrendere, neanche di fronte alle difficoltà, bisogna sempre credere nei propri sogni. Purtroppo questi infortuni non ci volevano, però sono cose che capitano nella vita, bisogna sempre rialzarsi, come sto facendo e come ho fatto in passato, senza aver paura di andare avanti. Adesso non vedo l’ora di rientrare in campo. Voglio solo toccare l’erba, correre con i miei compagni e spero che avvenga proprio in Italia.

www.g-shock.eu

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INTERVISTA A TUTTO CAMPO CON LE STELLE DEL TRENTINO VOLLEY

Punte di diamante della Diatec Trentino e della Nazionale Italiana di volley, Filippo Lanza e Simone Giannelli – reduci dall’argento conquistato alla Grand Champions Cup 2017 – si stanno preparando ad affrontare la Sir Safety Conad Perugia, nella semifinale di Supercoppa, fissata per sabato 7 e domenica 8 ottobre all’Eurosole Forum di Civitanova Marche. Filippo, veronese di nascita, è “l’orgoglioso” capitano della squadra trentina, come si legge sul suo profilo Instagram, mentre Simone, bolzanino di soli 21 anni, si è già distinto in Giappone, vincendo il riconoscimento come miglior palleggiatore.
MANINTOWN li ha intervistati, facendo risaltare non solo la loro grande passione per lo sport, ma anche quella per lo stile.

Quando avete iniziato a giocare a pallavolo?
FL
: Ho iniziato a 14 anni. Prima giocavo a rugby, poi mio padre, che giocava a pallavolo, mi ha convinto a provare. Mi è piaciuto, mi sono trasferito subito a Trento e da quel momento non ho più lasciato né la città né la pallavolo.

SG: La prima volta che ho giocato a pallavolo è stato a Bolzano, la mia città natale. Mia sorella giocava in serie C e io andavo sempre a vedere le sue partite, anche se facevo tutt’altro, giocavo a calcio, a tennis e sciavo. Tuttavia, in prima media ero già alto per la mia età e, guardando mia sorella, ho voluto provare anch’io, mi è piaciuto, e piano piano ho lasciato gli altri sport per dedicarmi completamente alla pallavolo.

Qual è il ricordo più emozionante della vostra carriera?
FL: Sicuramente quando Trento ha vinto lo scudetto, tre stagioni fa. È la soddisfazione più grande che ho avuto dal punto di vista del club, poi ovviamente c’è l’argento di Rio, che è stato il massimo. Avevo detto che se avessimo vinto l’oro avrei smesso, e ci sono andato molto vicino. Avrei lasciato la Nazionale, perché credo che la medaglia d’oro sia l’obiettivo più grande a cui un giocatore possa ambire. Era talmente tanta la voglia di raggiungere questo traguardo che ho fatto questa dichiarazione, e l’avrei anche mantenuta.

SG: Sicuramente quando è caduta l’ultima palla durante la semifinale delle Olimpiadi. È stato un momento emozionante che mi porterò dentro per tutta la vita.

Quali sono le vostre altre passioni?
FL: Nel tempo libero mi piace viaggiare molto, visitare diversi luoghi. Ho girato parecchio il Trentino, le sue montagne, i laghi, amo soffermarmi nella natura. Mi piace leggere, poi seguo dei corsi di marketing, per avere una formazione non solo pallavolistica, ma anche tecnica per quello che saràil mio futuro.

SG: Una mia grande passione è viaggiare e, anche se ho poco tempo per farlo, appena ho una settimana libera cerco sempre di girare, di vedere il più possibile. Mi piace molto One Piece, un manga giapponese, e anche studiare, infatti frequento l’università. Amo leggere e imparare cose nuove.

Il viaggio più bello che avete fatto?
FL: Per lo più i miei viaggi sono legati all’attività pallavolistica, perché non abbiamo molto tempo libero a disposizione, quindi tante volte sfrutto il fatto di essere via con la Nazionale per visitare tantissimi posti belli. Mi sono soffermato particolarmente in Giappone, in cui siamo stati tre volte, e abbiamo avuto l’opportunità di vedere diverse città, tra cui Tokyo e Osaka, le più belle

SG: La seconda volta che sono andato in Giappone, non so come, le persone di lì hanno scoperto che sono appassionato di One Piece e ho ricevuto tantissimi regali su questo tema, dai pupazzi ai manga scritti in giapponese. È stato bello.

Un rito scaramantico o un oggetto che portate sempre con voi?
FL: Non sono scaramantico e non ho un rito particolare, non credo neanche nel malocchio, anzi, mi piace cambiare spesso e provare cose nuove. Un “rito” abituale, che mi carica prima di una partita, è ascoltare musica di vario genere, spaziando dal metal più pesante all’hip-hop e al rap.

SG: Sinceramente no, prima ero più scaramantico, ma col tempo ho imparato che non serve poi così tanto. Di solito, prima di una partita, ascolto musica, ma è più per trovare la concentrazione che per scaramanzia.

Il rapporto con la moda?
FL: Mi piace, la seguo, mi tengo aggiornato sulle tendenze e seguo le persone che hanno i miei stessi gusti, più sullo stile skater che snob. Vesto principalmente capi larghi, maglie e pantaloni comodi, secondo uno look da “ragazzo di strada”, underground.

SG: Mi piace la moda, cerco sempre di piacere prima di tutto a me stesso, poi anche agli altri.

Qual è il capo d’abbigliamento che più vi rappresenta?
FL
: Abitualmente indosso il classico jeans a vita bassa e magliette larghe e lunghe, in stile americano. Mi piacciono anche i cappelli, nell’ultimo periodo sto indossando una linea, ninesquared, (www.ninesquared.it; instagram.com/ninesquared) che stanno creando dei ragazzi pallavolisti e che vuole cambiare il concetto della pallavolo, renderlo un po’ più figo e meno vecchio. Stanno lanciando dei prodotti veramente di qualità e belli, proprio sull’impronta di uno stile americano, simili a quelli della Nike, che indosso spesso. Anche altri due miei compagni, Luca Vettori e Matteo Piano, con Brododibecchi hanno creato dei bei capi, con una storia dietro, con passione e con l’intento di aiutare.

SG: Mi piace molto indossare i maglioncini.

Un sogno nel cassetto?
FL: Aprire un chiringuito, un baretto, davanti a una spiaggia in Spagna e vivere di passione, di sole e di mare, di quello che mi è mancato e mi manca, in questa vita dove non ho molto tempo libero o vacanze. Il mio sogno è di realizzarmi in questo modo.

SG: I sogni sono tanti, come è giusto che sia, ma preferisco tenerli per me e sperare che un giorno si realizzino.

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tutti i volti dell’apollo club milano

Nel cuore della vita notturna milanese, in via Borsi, si trova l’Apollo Club Milano, un locale dalle molteplici identità, nato dal sogno di Tiberio Carcano e Marcellina Di Chio, co-fondatori e direttori di Rollover Milano, uno degli appuntamenti di musica electroindie più in voga in città.
Il club si presenta come uno spazio multidimensionale, strutturato in quattro ambienti: una Welcome Room, una Gaming Room, dove poter giocare anche a ping-pong, una sala ristorante, in cui è possibile fare il giro dei sapori del mondo, e una sala disco, che tutte le domeniche si trasforma in una sala cinema, dopo il tradizionale brunch domenicale. Un vero e proprio incubatore che ospita diverse idee, realtà musicali e artistiche e che stimola un’esperienza multisensoriale, in virtù di un nuovo concetto di creatività a tutto tondo, dalla musica al buon cibo. In particolare, il concept della cucina è incentrato sulla fusione fra una cucina classica alla Escoffier e una moderna, che prevede l’utilizzo di tecniche e ricette antiche con l’aggiunta di prodotti multietnici, provenienti da tutto il mondo, per offrire un aperitivo diverso dal solito, variegato, dove poter scoprire piatti nuovi.
Il sapore vintage della pista da ballo arredata come i salotti di una volta, con divani e piante, i cocktail e il menu cosmopolita contribuiscono a creare uno spazio unico che accontenta davvero tutti i gusti.
Ogni mese, inoltre, viene organizzata una serata “iconic”, dedicata, appunto, a un tema iconico.

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I gioielli che colpiscono i sensi

Audace, provocatoria, talentuosa. È Betony Vernon, designer di origini americane, trapiantata a Parigi, antropologa sessuale, autrice di libri ed educatrice del benessere sessuale. Le sue creazioni sono state esposte in numerose mostre internazionali, da Londra a Parigi e anche a Milano. Con la collezione di gioielli “Paradise Found – Fine Erotic Jewelry”, la sua missione è di abbattere i tabù della società legati al sesso e di diffondere un’immagine più libera e consapevole della sessualità, legata all’accettazione di sé e al benessere. MANINTOWN l’ha intervistata per soddisfare qualche curiosità.

Ti definisci “un’antropologa del sesso”. Perché hai deciso di studiare le relazioni sessuali?
Come quasi tutti, sono sempre stata affascinata dalla sessualità, e questo fascino non è mai stato represso. Penso perché non ho avuto la guida ferma dei miei genitori durante la crescita. Quando ho iniziato a disegnare la collezione Paradise Found Fine Erotic Jewelry ero, in effetti, molto ingenua nel pensare che chiunque considerasse l’esperienza sessuale come me. Volevo solo divertirmi ed esplorare me stessa. Ho cominciato a tratteggiare la Sado-Chic 25 anni fa, come risposta al mercato di quel tempo. Mi ha permesso di capire che la sessualità condiziona ogni aspetto della nostra vita. Negli anni, mi sono convinta di come la nostra sessualità sia influenzata dalla religione, dalla politica e dal sistema in generale. Lo studio della sessualità umana pervade tutto il mio lavoro e inevitabilmente mi ha consentito di occuparmi delle relazioni e della delusione del sesso, così come dei suoi piaceri. Fondamentalmente mi sforzo di demolire i tabù del piacere. È impossibile superare i limiti sessuali se non siamo consapevoli di come questi limiti ci siano stati imposti, e così sono rimasta affascinata dall’antropologia sessuale. Chiedo costantemente a me stessa come la nostra sessualità si sia formata nei secoli. Questo è fondamentale per capire, rimodellare e ridefinire la nostra identità sessuale oggi.

Secondo te, come si può raggiungere un’armoniosa relazione intima?
Le relazioni intime positive dipendono dall’apertura e dalla volontà del partner di esplorare e sperimentare insieme la sfera sessuale. Essere aperti a provare nuove sensazioni e situazioni è cruciale per una relazione duratura. Infatti, come ogni altro rapporto, l’intimità ha bisogno di essere accesa e nutrita. La novità è fondamentale per l’eccitazione sessuale e questo richiede da parte nostra una conoscenza, una consapevolezza e un senso di avventura per rinnovare costantemente i rapporti. Credo anche che imparare a curare il corpo come un insieme sessuale è essenziale per accrescere la soddisfazione. Questo richiede che si imparino a utilizzare gli strumenti e le tecniche per la stimolazione di tutto il corpo. Questo è il tema centrale del mio libro The Boudoir Bible – The Uninhibited Sex Guide for Today (Rizzoli).

Qual è il rapporto tra design e sensualità?
Come designer credo che sia mio compito rendere le esperienze quotidiane più eccitanti e sensuali. Non importa cosa stia disegnando, io punto a coinvolgere i sensi e, quando è possibile, a reinventare l’esperienza sensoriale. Le mie creazioni colpiscono i sensi. Per me design e sensualità sono interdipendenti.

Qual è la funzione principale della tua linea di gioielli erotici?
È quella di migliorare l’esperienza sessuale. Il mio scopo come designer è anche quello di annullare l’antichissima idea secondo cui il sesso è qualcosa di scadente o di sporco. Voglio elevare la nostra sessualità a qualcosa di sacro. Creo una risposta durevole e che salvaguarda il corpo rispetto a un mercato in cui questi valori sono raramente presi in considerazione. Invito i miei collezionisti a rivalutare l’estetica sessuale. Vorrei, attraverso i miei gioielli erotici produrre una stimolazione di tutto il corpo, che era, ed è ancora, considerata da molti come “deviante” o “perversa”, nell’ambito di un comportamento sessuale accettabile e perfettamente sano.

Qual è il pezzo più rappresentativo della tua collezione?
Penso che sia la Boudoir Box. È un oggetto che ho tenuto segreto per 18 anni e che oggi fa parte della mostra Medusa, al Museo di Arte Moderna di Parigi. Esibire questo pezzo è stata una decisione difficile da compiere, ma sono arrivata ad accettare il fatto che fosse giunto il mio momento di venire alla luce. Utilizzavo la Boudoir Box per viaggiare con i miei lavori, per appuntamenti privati con i collezionisti, prima che ci fosse un luogo adatto per la vendita. Devo dire che i commercianti erano innervositi dal mio lavoro all’inizio. La Boudoir Box può contenere dai 21 ai 70 pezzi della mia collezione erotica e include uno degli oggetti che credo rappresenti meglio l’intera collezione. È chiamato The Petting Ring. La sua forma “ci costringe” a compiere il gesto del Chi-Mudra, che associamo normalmente allo yoga, alla meditazione e a un pensiero fisso. Un buon amante è presente e focalizzato solo sui piaceri dei sensi! Il Petting Ring è dedicato al gentleman, e porta su un’altra dimensione la masturbazione maschile.

I gioielli possono rendere le donne più sicure di sé?
Assolutamente, ne sono testimone ogni volta, per esempio quando metto un Lovelock Collier attorno al collo di una donna. Immediatamente lei raddrizza la schiena e sorride perché si sente bella, sexy e più potente. Lo stesso accade per gli uomini. Rendere le persone più sicure è un elemento importante di ciò che faccio.

I tuoi trucchi per sedurre un uomo?
Vestiti per spogliarti… ti fa sentire sexy! Tuttavia, la cosa più importante è amare se stessi, prendersi cura di sé, sedursi e, inevitabilmente, si sedurranno gli altri.

Cosa attrae gli uomini di una donna?
È tutta una questione di chimica. So che non suona molto romantico, ma tutti sappiamo che quando non c’è chimica non c’è desiderio. Una delle domande che le persone mi rivolgono più spesso è: come mantenere vivo il desiderio? Il desiderio rimane vivo quando teniamo attivo lo spirito da bambino che è dentro di noi, giocoso, desideroso di imparare, esplorare e scoprire, che vuole amare e non si chiede se quell’amore sia meritato. Lo spirito bambino desidera anche godersi la vita, e questo è molto attraente.

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YOGA PER LUI

Illustrations by Tommy Parker

Uomini e yoga? Certo. In realtà lo yoga era una pratica propria dei bramini che escludeva la partecipazione delle donne fino agli anni ’30. Ma come trovare il proprio stile? Esistono moltissime varianti di questa disciplina, i cui benefici, derivanti da una pratica costante, sono ben noti: si riducono gli ormoni dello stress, si migliora la flessibilità e il tono muscolare, senza contare il benessere mentale, riflesso in un aspetto molto più rilassato e giovane. Per godere appieno di questi benefici è indispensabile trovare il giusto stile, in relazione al proprio corpo e alla propria personalità. Noi di MANINTOWN ci siamo ispirati ai consigli del maestro Ahmed Zambarakji e abbiamo selezionato sette stili di yoga tra i più efficaci e in voga in questo momento. Una mini guida per invogliare anche i più restii, che si sentono persi tra le varie possibilità. Con qualche indirizzo utile tra Milano, Torino e Roma.

BIKRAM YOGA

Ottimo per gli estremisti. È lo stile più diffuso al mondo e consiste in una lezione di 90 minuti che prevede 26 posture statiche e due esercizi di respirazione. La particolarità distintiva (ed estrema) è la location: una stanza riscaldata fino a 40°C, la temperatura di Calcutta, dove si pratica yoga regolarmente e con ottimi risultati. È stato scientificamente provato che queste condizioni climatiche rendono il corpo più malleabile, riscaldano e allungano i muscoli, i legamenti e i tendini, secondo precise sequenze che sono state studiate appositamente per sfruttare al massimo il potenziale umano. Non per ultimo, favorisce il dimagrimento in breve tempo. I motivi per provarlo sono molteplici, sicuramente tra tutti menzioniamo l’esercizio alla concentrazione, alla consapevolezza del proprio corpo e alla gestione del dolore e della fatica, che aumenta la capacità di resistenza. Non esiste un limite di età, tutti possono farlo. L’accorgimento fondamentale da osservare, vista la temperatura elevata dell’ambiente, è l’idratazione: si consiglia di bere tre litri d’acqua al giorno e di reintegrare la giusta dose di liquidi e sali minerali.
Milano: Spera Yoga
Torino: YogaUnion
Roma: Bikram Yoga Roma

ASHTANGA YOGA

L’ashtanga vinyasa yoga è stato diffuso grazie a Pattabhi Jois a partire da Mysore, in India, durante il secolo scorso e si compone di tre sequenze molto complesse, la cui corretta e piena esecuzione richiede molta pratica. La parola vinyasa implica un fluire continuo da una posizione a un’altra senza pause, con il respiro sincronizzato al movimento, cosa che richiede una grande concentrazione, resistenza aerobica, forza nella parte superiore del corpo e abilità nell’usare il respiro come una forza idraulica che contemporaneamente purifica il corpo. Le posizioni sono riprese dalla ginnastica, dal body building e dagli esercizi dell’allenamento militare.
Milano: Ashtanga Yoga Milano
Torino: Yoga Sutra Studio
Roma: Ashtanga Yoga Research Institute

JIVAMUKTI YOGA

La scuola Jivamukti è stata fondata da Sharon Gannon e David Life, nella New York degli anni ’80. Il termine Jivamutki può essere tradotto dal sanscrito come “liberato in vita” e, infatti, la filosofia che è alla base si fonda sull’interconnessione tra gli uomini e tra gli uomini e la terra. Si basa sulla sequenza vinyasa, che implica un approccio dinamico e intenso, al cui centro c’è la meditazione, la musica e il canto dell’ohm.
Nei centri Jivamukti Yoga, di cui il più famoso è a New York ed è amato da molte celebrities, è possibile seguire diverse classi, tra cui la Spiritual Warrior Class, a sequenza fissa, per chi ha solo un’ora a disposizione, e le Open Class, aperte a tutti, in cui si lavora su sequenze vinyasa ogni volta diverse e ci si concentra anche sulla meditazione.
Milano: Bali Yoga
Roma: Ryoga Rome Trastevere

IYENGAR YOGA

Questo stile prende il nome dal maestro B.K.S. Iyengar, considerato uno dei precursori dello yoga moderno, che ha dedicato 96 anni a questa disciplina. Molto puntiglioso con la struttura, l’allineamento e la disciplina, il guru ha scritto una serie di testi fondamentali, compreso Light On Yoga, che sono obbligatori per i praticanti di yoga di qualunque stile. Il suo stile eponimo è molto terapeutico e si rivolge in particolare a coloro che si stanno riprendendo da lesioni muscolari o allo scheletro. Le classi prevedono l’uso di attrezzi come blocchi, cinture e corde che diano un sostegno psicologico e fisico allo studente. Le classi potrebbero non essere dinamiche come l’ashtanga o il power yoga, tuttavia questo stile richiede un grande livello di precisione per compiere adeguatamente tutte le posture per lungo tempo. Esistono più di 200 posture (ognuna con un numero infinito di modifiche possibili) e sarvangasana o sirsasana (verticali) per il tempo di 25 respiri o più, uno sforzo di concentrazione, forza di volontà, forza del respiro e fisica. La profondità e la consapevolezza di ogni singolo muscolo in queste posizioni lunghe e statiche inducono il praticante in uno stato di meditazione.
Milano: Iyengar Yoga Institute Milano
Torino: Studio Iyengar Yoga
Roma: Studio Iyengar Yoga

KUNDALINI YOGA

Importato in Occidente nel 1968 dallo Yogi Bhajan, Kundalini yoga è pensato per accrescere la vitalità fisica e la limpidezza mentale di chi lo pratica. Come bonus extra, tende anche a innescare stati di coscienza amplificati negli studenti più devoti. Prima che diventasse pubblico, il Kundalini yoga era una pratica tantrica riservata ai saggi e ai governanti indiani. Questi ultimi utilizzavano regolarmente la meditazione, il canto, il controllo del respiro ed esercizi come il kriyas per svegliare il potere del serpente che credevano risiedesse dormiente alla base della spina dorsale. Viaggiando per tutti i sette chakra, il serpente risvegliato procede attraverso i blocchi emozionali e psicosomatici, inducendo uno stato di consapevolezza spirituale amplificata. Questo stile è perfetto per chi cerca un allenamento intenso con una buona dose di spiritualità.
Milano: Kundalini Flow
Torino: Kundalini Yoga Torino
Roma: Circolo Kundalini Yoga

RESTORATIVE YOGA

Diametralmente opposto agli stili più intensi, il restorative yoga richiede mitezza e passività. Questo approccio allo yoga coinvolge posture terapeutiche da mantenere per qualche minuto uno alla volta, andando in profondità nel tessuto connettivo e permettendo al corpo di aprirsi gradualmente. È possibile che si esegua solo qualche postura in un’ora di lezione. È una pratica basilare e lenta, adatta a chi presenta lesioni o corpi non molto flessibili. Le sequenze prevedono l’utilizzo di tanti attrezzi che aiutano a eseguire la posa in sicurezza e senza aggravare le lesioni. Gli uomini che fanno sollevamento pesi o gli atleti di resistenza esplosiva che corrono lunghe distanze beneficeranno del progressivo sbrogliarsi di tessuti distorti. Il riscaldamento potrebbe temporaneamente migliorare la flessibilità per 90 minuti, ma gli esercizi lunghi e statici faranno allungare i muscoli progressivamente e più naturalmente. Le sequenze possono presentare delle pose difficili da eseguire, ma sono proprio quelle a essere le più efficaci.
Milano: Restorative Yoga
Torino: Yoga Union

DOGA

Per ultimo, lo stile perfetto per gli amanti degli animali. Nato negli Stati Uniti e molto praticato in Giappone, si tratta di una disciplina che prevede le posizioni dello yoga classico e tecniche di meditazione e respirazione da effettuare, però, insieme al proprio cane. Questa esperienza aiuta anche a rafforzare il legame con il proprio animale, favorendo il rilassamento di entrambi. Come afferma, senza traccia d’ironia, la fondatrice Mahny Djahanguiri “Tu sei lo yogi, loro sono il dogi”.

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QUESTIONI DI LINGERIE CON LUCY LITWACK

La sensualità è donna. Non a caso nel ruolo di Amministratore delegato di Coco de Mer, uno dei brand di lingerie di lusso e casa di moda erotica più famosi, troviamo una donna, Lucy Litwack, con una grande passione ed esperienza nel settore. Non solo prodotti per il piacere; Coco de Mer offre anche educazione e guida per un’esperienza erotica personale dall’allure decadente. MANINTOWN ha intervistato la Litwack sulla sua esperienza ultradecennale nel settore e su temi considerati ancora tabù.

Perché hai deciso di lavorare nel campo della lingerie di lusso?
La lingerie è la mia passione. Sono capitata nell’industria per caso, grazie a un cliente che avevo nell’agenzia di design per cui lavoravo dopo l’università. Sono entrata in questa start up interna di lingerie e il resto è storia! Dopo oltre 17 anni nell’industria, non potrei immaginare di fare qualcos’altro. La lingerie può creare magia. Ha il potere di trasformare. Ho lavorato per tanti marchi incredibili, da Victoria’s Secret a La Perla, ma quando ho iniziato da Coco de Mer, tre anni fa, sapevo di aver trovato qualcosa di molto speciale. Un brand che ha sempre puntato al di sopra delle sue possibilità, ma sta ancora realizzando il suo potenziale. Un marchio che unisce continuamente moda e arte erotica, sofisticatezza e sensualità. Un brand che enfatizza l’importanza del piacere femminile, che piace sia agli uomini che alle donne.

Qual è il capo più rappresentativo di Coco de Mer?
Tutto ciò che disegniamo combina lusso e bellezza, spesso con un tocco di audacia. Un esempio sono gli slip Spanking Knicker di Coco de Mer. Questo capo è lussuoso, bello e un po’ osé, con, in più, la possibilità di giocarci con il partner. Anche il reggiseno Sylph Half Cup rappresenta lo stile iconico di Coco de Mer. E’ stato sul mercato per più di dieci anni e continua a essere un best seller. È perfetto come abbigliamento intimo e come trend per uscire, grazie alle sue bretelle particolari. In lussuosa seta nera, con l’allacciatura frontale e una seducente mezza coppa che copre appena il seno, prende ispirazione dall’importante lavoro di Helmut Newton e dal mondo delle dominatrici.

Secondo te, qual è il rapporto fra moda e sensualità?
Le persone sono alla ricerca del piacere. Lo cercano in una miriade di modi differenti, uno dei quali è la moda. I piaceri che affascinano i nostri sensi, come la cucina, il design, la moda, occupano la psiche culturale in molti modi diversi, dai libri alle riviste e alla tv. L’argomento dell’erotismo, tuttavia, è molto limitato e represso. Coco de Mer incoraggia un punto di vista più progressista per aprire un dialogo più giocoso su questo tema e incoraggiare, così, le persone ad approfondire le loro fantasie. Vogliamo creare un terreno più bello e sensuale da esplorare. Coinvolgendo le persone in questa conversazione, possiamo utilizzare la moda e la lingerie per raggiungere una migliore comprensione e connessione verso ciò che è davvero sensuale. Come promotore della sensualità, Coco de Mer crea e cura oggetti irresistibili ed esperienze per celebrare il piacere reciproco e la soddisfazione individuale.

Cosa cercano le donne quando scelgono la lingerie?
Le donne hanno molte sfaccettature. Un giorno, cercano il comfort, la vestibilità perfetta, i tessuti morbidi. Un altro giorno vogliono qualcosa che le faccia sentire più sicure, con la consapevolezza che solo loro conoscono ciò che si nasconde sotto l’aspetto esteriore. Altre volte, magari, vogliono apparire come la classica femme fatale. La lingerie può trasformarti e cambiare la tua mentalità. Tuttavia, le donne vogliono soprattutto una buona vestibilità, bellissimi materiali che accarezzano la pelle e silhouette che esaltano le loro forme.

Invece, cosa apprezzano di più gli uomini?
Gli uomini apprezzano qualsiasi sforzo vuoi fare. Amano l’idea che una donna si sia vestita per loro (anche se lo ha fatto anche per se stessa) e la adoreranno qualsiasi cosa scelga. Abbiamo scoperto da Coco de Mer che gli uomini acquistano spesso il set da tre pezzi e che, oltre al reggiseno e lo slip, prendono anche il reggicalze. Generalmente preferiscono i colori più classici, rosso o nero. E la biancheria da notte, come una sottoveste di pizzo o un abitino di seta, piace sempre.

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DIETRO LA MASCHERA DI LINO GUANCIALE

Il suo fascino intenso e tenebroso ha conquistato il pubblico nei teatri e in tv, i suoi occhi limpidi e la simpatia coinvolgente lo rendono irresistibile mentre si racconta a MANINTOWN. Lui è Lino Guanciale, volto ormai noto della fiction italiana di successo, con una carriera teatrale consolidata, iniziata con Romeo e Giulietta, diretto da Gigi Proietti. Appassionato di letteratura, ma dall’animo rock, l’attore abruzzese ama cimentarsi in personaggi diversi tra loro, dai belli e arroganti delle commedie fino al ruolo surreale e un po’ pirandelliano del commissario Leonardo Cagliostro in La porta rossa, sospeso in una permanenza misteriosa tra il mondo dei vivi e dei morti. Oltre al teatro, primo e irrinunciabile amore, alla tv e al cinema, Lino Guanciale va nelle scuole a insegnare l’arte della recitazione ai ragazzi. Un vero talento camaleontico e multitasking tutto italiano.

Da dove trai l’ispirazione per interpretare un personaggio?
Dipende, spesso da libri che ho letto, più che da film, che comunque fanno la loro parte. Spesso da riferimenti letterari, dai fumetti a Dostoevskij, sono abbastanza onnivoro. Se leggo una sceneggiatura, la prima cosa che mi viene in mente è un riferimento che può andare da Paperino a Delitto e castigo, poi osservo molto la gente per strada, sui mezzi pubblici, in qualunque situazione. Però quello è uno stato successivo, quando devo capire come cammina un personaggio o come si muove cerco di imitare qualcuno che ho visto e che mi ha colpito.

Il ricordo più emozionante della tua carriera?
La cosa più emozionante di quest’anno, a parte vedere I Peggiori in sala, è stata vedere il successo de La porta rossa, perché nessuno di noi se lo aspettava così grande. Emozionantissima è stata la serata dell’ultima puntata, perché da Trieste hanno insistito per proiettarla in un cinema, con le persone in sala come se fosse un film, un modo per festeggiare il fatto che la serie fosse molto triestina come ambientazione. È stato emozionante, dunque, coronare questa produzione di grande successo, quel periodo di grande fermento che è stata la messa in onda de La porta rossa, stando in sala con tante persone che hanno amato il progetto.

Cosa ti insegna, a livello personale, il tuo mestiere?
A mettermi nei panni degli altri. È la cosa più difficile che esista. Ho notato recentemente che anche altri attori la pensano così, sono stato contento di sentire ciò che ha detto Elio Germano da Fazio su Kropotkin, anche perché ero convinto di averlo letto solo io (ride, ndr). Vedere che siamo in tanti di questa generazione a cercare di darci un certo background è utile. Gramsci diceva che il teatro serve a sviluppare la fantasia drammatica delle persone, appunto a capire come si sta nei panni di un altro. Se diventassimo tutti più bravi a farlo, si starebbe decisamente meglio, ci sarebbe anche una politica migliore, credo.

Qual è il lato irresistibile del teatro?
Il fatto che hai la gente dal vivo che ti guarda. Questo rapporto in presenza ti costringe a far bene il lavoro di metterti nei panni di qualcun altro, senza dimenticare che devi preoccuparti non solo di immedesimarti in un personaggio, ma anche di non far addormentare chi è davanti in quel momento. A teatro questo fatto di dover attirare l’attenzione, sotto tanti punti diversi, mi fa sentire particolarmente vivo mentre recito. Forse è per questo che ho bisogno di tornarci spesso e di non mollarlo mai. Mi sembra di vivere al quadrato quando sono sul palcoscenico. È anche terrorizzante in modo bello. Ogni volta che devo fare uno spettacolo sono terrorizzato, provo panico puro. Però lo faccio perché è bello, se riesco a farlo bene, sentire che quel panico si scioglie, è un enorme piacere, è una delle cose più belle che si possano provare. Stare sul palcoscenico sentendo che hai creato una comunicazione vera con chi hai di fronte.

Fai molta formazione nelle scuole. Qual è l’insegnamento più importante che dai ai giovani che vogliono intraprendere il mestiere di attore?
Adesso sto insegnando all’Accademia del Teatro di Modena, innanzitutto cerco di far vedere ai ragazzi che, se ci si impegnano, possono fare più cose rispetto a quelle che credono di saper fare. Per un attore è tanto importante cercare di esplorare territori diversi, perché ognuno nasce con una faccia e un corpo che già lo incasella in una tipologia di ruolo. La questione del physique du rôle è automatica. Bisogna, da dentro, sforzarsi di infrangere questo dogma che ci si porta addosso, per convincere chi poi dovrà darti un lavoro che puoi fare cose diverse. La goduria è uscire dalle zone di comfort, da quello che sai che ti viene bene, e rischiare, fare ciò che non sai cosa può regalarti e farti conoscere. Questo mestiere è bello se ti stupisci ogni volta di quello che trovi, se diventa una routine si trasforma nel più alienante dei mestieri possibili.

Cosa insegnano loro a te?
A mettermi sempre in discussione. Per capire una cosa, il metodo migliore è cercare di spiegarla a qualcun altro, quindi ogni volta che mi trovo a dover “insegnare” a qualcuno, sono costretto a mettermi in discussione, e nel farlo imparo delle cose nuove per il mio lavoro. Un attore, se lavora in contesti formativi, cresce ancora di più come artista.

Quali sono le altre tue passioni?
Piccolo aneddoto: ultimamente ho partecipato, per la promozione de I peggiori, al programma I soliti ignoti, dove mi chiedevano delle mie passioni e hobby per costruire il gioco. Ho realizzato che non ho tempo libero, non ho hobby, non ho una vita privata oltre il lavoro (ride, ndr). Al di là delle battute, ci sono tante cose che mi piacciono. Però ogni volta che leggo, vado a vedere un film, ascolto la musica, in qualche modo è come se stessi sempre lavorando, perché lego tutto al lavoro. Sono appassionato di sport, prima facevo soprattutto rugby. Mi piace tanto camminare, sono un grande fan di tutti gli scrittori flâneur, che parlano del mondo che si scopre a piedi, anche perché nutro un rifiuto fisiologico per la macchina, anche se in realtà le macchine mi piacciono molto. Devo ammettere che è un’altra mia passione, se guido mi rilasso.

Qual è il capo d’abbigliamento che più ti identifica?
Ho delle t-shirt di gruppi musicali che mi piacciono, come i R.E.M., in testa a tutti, i Joy Division, The Stooges, Velvet Underground, gli Smiths, i Cure, cioè gruppi che spaziano dal rock punk di rottura degli anni ’60 e la new wave degli ’80. Ho queste magliette da vent’anni e sono quelle che metto compulsivamente. Sono i capi che amo di più e che sento che mi rappresentano. Invece un capo che, sembra, mi stia bene sono le giacche.

Un oggetto che porti sempre con te?
Ognuno ha i suoi porta fortuna, il mio è un orologio che mi hanno regalato i miei quando avevo trent’anni e avevo cominciato a fare un po’ di cinema, ma prettamente recitavo in teatro, e non avevo iniziato con la televisione. Quando me lo hanno regalato ho capito il messaggio: “E’ ora che ti dai una mossa” (ride, ndr). Lo porto sempre, perché alcuni dei familiari che me lo hanno regalato non ci sono più ed è un modo per portarmeli dietro ancora adesso.

Un rito scaramantico?
Ne ho diversi. Per fare bene questo mestiere ho dovuto disciplinare diversi tic da nevrotico, non una cosa drammatica, però alcuni di questi sono diventati un marchio di fabbrica: schiocchi di dita rituali, entrare sempre in palcoscenico col piede sinistro, ovviamente se ci sono dei chiodi sul palco devo raccoglierli e metterli in tasca; ci sono delle repliche in cui ne colleziono anche una decina, perché portano fortuna. Sembra che Pavarotti avesse una collezione di 2-3mila chiodi raccolti sui palchi di mezzo mondo. Sia prima che dopo uno spettacolo devo salutare il teatro, fare le carezze al palcoscenico, tutte cose che sembrano stupide, ma che, in realtà, servono a stare un po’ in confidenza con il posto in cui lavoro. Stare sul palcoscenico ha un po’ a che vedere con la fucilazione, con i fucili puntati degli spettatori, è un luogo pericoloso, quindi meglio cercare di ammansirlo prima di lavorarci.

Un sogno nel cassetto?
Ne ho diversi. Mi piacerebbe avere più tempo per scrivere, per pubblicare qualcosa di finito. Vorrei anche fare un viaggio sulla via della seta. Viaggiare mi piace moltissimo, anche se l’ho fatto poco nella vita, perché ho dato priorità a un lavoro che comunque mi fa spostare di continuo (raramente dormo due giorni nello stesso posto), per tenere insieme teatro, cinema e televisione. Mi piacerebbe andare anche negli Stati Uniti, in particolare visitare la East Coast, la parte più “europea”.

Photographer| Manuel Scrima
Stylist| Stefania Sciortino
Grooming| Carola Sofia Retta 
Assistant Photographer| Sergi Planas and Lorenzo Novelli

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LA DOUBLE VIE DE JEREMIE RENIER

Il festival del cinema di Cannes ha fatto da sfondo all’incontro di MANINTOWN con l’attore belga Jérémie Renier, che si è, cortesemente, prestato per il nostro shooting, durante la promozione del suo ultimo film, L’Amant Double, di François Ozon. Volto noto della Croisette, l’attore ha debuttato con La Promesse, nel 1996 e, più recentemente, è stato con, Il ragazzo con la bicicletta, vincitore del Grand Prix, nel 2011. Con noi ha parlato di stile, sia davanti sia dietro la telecamera, degli attori che lo hanno influenzato e dei suoi ultimi film.

Qual è il lato più bello del tuo mestiere?
Prepararmi per un ruolo. Amo scoprire nuovi mondi e professioni diverse. Per esempio, imparare a ballare, cantare o suonare uno strumento, può essere abbastanza esilarante.

Come ti prepari per interpretare un personaggio?
Ovviamente dipende dalla parte, dal film e dal regista, ma mi piace prendermi un mese o due per leggere e preparare il copione, da solo o con un coach e poi immergermi nella storia.

Quali sono gli attori a cui ti sei ispirato nella tua carriera?
Il primo a cui ho guardato con ammirazione è stato Jean-Paul Belmondo. Ero affascinato dalla sua libertà ed eleganza e il modo in cui poteva essere a volte sensibile, a volte fisico. Mi piace anche Sean Connery, con la sua classe British, così come altri attori anglofoni, come Joaquin Phoenix, Daniel Day-Lewis, Christian Bale e Philip Seymour Hoffman, il tipo che finisce in film inaspettati. Apprezzo Tilda Swinton e le trasformazioni fisiche che affronta per i film come: …e ora parliamo di Kevin, Io sono l’Amore o un film della Marvel. Lei è sempre così pura e forte, che mi stupisce completamente.

Il regista con cui sogni di lavorare?
Ci sono molte registe interessanti al momento, o forse stanno solo ricevendo il riconoscimento che meritano: Maiwenn, Celine Sciamma, Valerie Donzelli, Kate Quillevere e Julia Ducournau. Trovo sempre i loro film più, belli, intelligenti e appassionanti di quelli dei loro contemporanei uomini. Viva le donne.

Non è la tua prima volta a Cannes, pensi che sia stato un buon trampolino di lancio per la tua carriera?
Non direi che sia stata un’esplosione di per sé, sono sempre stato più lento a ingranare che, “alla moda”. La prima volta che sono venuto qui avevo solo 16 anni, ma negli anni ho avuto l’opportunità di tornare spesso con diversi progetti e incontrando registi differenti. Credo che non sia nella mia natura di esplodere.

Hai recitato in, Potiche- La bella statuina, sempre di François Ozon, con un tono abbastanza da commedia, soprattutto per quanto riguarda il tuo ruolo. Ti è venuto naturale, come per i tuoi ruoli più drammatici?
Mi piacerebbe dire che mi sento ugualmente a mio agio con entrambi i ruoli, ma devo essere onesto e confessare che, per me, la commedia è meno naturale, forse a causa del suo ritmo specifico. È qualcosa che mi attrae, mi riesce meno istintivamente, almeno per ora.

Cosa ti ha convinto ad accettare il ruolo de L’Amant Double?
È stata l’originalità del progetto e l’idea di François di mettere in scena gemelli con caratteri contrastanti, in un thriller così tagliente che subito mi ha attratto. L’elemento sulfureo e così esplicito sessualmente, mi ha catturato e sapevo che sarebbe stato trattato in modo rispettoso e con buon gusto, con François dietro la telecamera. Mi sentivo sicuro ed eccitato a lavorare con lui per la terza volta perché, oltre a considerarlo un amico, è anche un regista incredibilmente dotato, prolifico e versatile.

Interpreti due gemelli, spesso sulla scena nello stesso momento. Qual è stata la difficoltà maggiore nell’interpretare questi due ruoli? Quale dei gemelli ti è piaciuto impersonare di più?
Trovare sottigliezze, tenerli separati e non renderli delle caricature, specialmente con Louis, il più tirannico, intenso, arrogante e aggressivo dei due. Come per Paul, l’altro fratello, ho cercato di non essere troppo lineare o morbido, ma di dargli dimensione e complessità. La cosa più interessante, mano a mano che la storia procedeva, è che Chloe perdeva la sua presa sulla realtà e la sua abilità di distinguere i gemelli, mentre per me era passare dall’uno all’altro con un sorriso o con un cambiamento nell’espressione, per esempio solo degli occhi. Mi è piaciuto interpretare entrambi i personaggi allo stesso modo, dal semplice, dolce e complesso Paul al pretenzioso, perverso, sessuale e fisico Louis.

Il prossimo progetto importante è il film Carnivores, co-diretto con tuo fratello Yannick, incentrato sulla storia di due sorelle. Com’è stato lavorare con lui e co-dirigere?
Molto naturale. Il progetto è rimasto in cantiere per tanti anni, così abbiamo avuto molto tempo per parlare dei nostri rispettivi desideri e interessi. In questo modo ci siamo assicurati che accadesse tutto senza problemi e, in più, ci conosciamo talmente bene che è stato quasi istintivo e naturale.

Come definiresti il tuo stile? Chi sono i tuoi designer preferiti attualmente?
Dipende, abbastanza casual in generale, ma mi piacciono stilisti come Comme des Garçons, Acne, Ami e Maison Margiela. Non sono eccentrico, vistoso o all’ultima moda, mi piace mischiare consistenze, un vecchio paio di jeans con una t-shirt divertente, per esempio. Raramente acquisto vestiti, ma quando lo faccio tendo a guardare i materiali e i tessuti.

Fuori dal set ti sei mai sentito ispirato, a livello di stile, da uno dei tuoi personaggi?
Mi sarebbe piaciuto, tuttavia spesso avrei preferito dare i miei panni al personaggio, perché i costumi di scena non sono particolarmente stimolanti, a parte ne L’Amant Double, in cui indosso molti completi e François mi ha reso giustizia grazie alle inquadrature e alle luci. Invece, nel film con mio fratello, i personaggi maschili si vestono un po’ più come vorrei vedermi sullo schermo. Mi piacerebbe davvero interpretare un personaggio con un look forte, ma in Francia tendiamo a essere abbastanza conservatori in fatto di stile, si ha paura di raffigurare personaggi alla moda o belli. A volte, nella preparazione di un film provo un costume che penso mi stia bene e mi viene detto che è troppo bello o che “sembro un modello”, anche se chiaramente non lo sono. C’è la paura di fare qualcosa di eccessivamente bello, ma personalmente direi l’opposto, per me l’estetica e la bellezza sono importanti nel cinema.

Photographer| Stefania Paparelli
Stylist| Nicholas Galletti
Hair Stylist| Cindy Faugeras for Franck Provost Paris.
Make up artist| Aurélie Payen for Franck Provost Paris
Location| The JW Marriott, Cannes

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LO STILE (LIBERO) DI LUCA DOTTO

Il suo talento in acqua gli è valso il titolo di primatista assoluto nei 100 metri stile libero, i suoi occhi trasparenti e il fisico statuario lo hanno reso modello “per caso”. È Luca Dotto, classe 1990, giovane velocista con un palmarès già eccezionale alle spalle: a soli 21 anni ha vinto la prima medaglia d’argento ai Mondiali e da allora di vasche ne ha percorse, fino ad abbattere, nel 2016, il muro dei 48 secondi, senza l’aiuto dei costumi in poliuretano. Tra un allenamento e l’altro in vista dei prossimi Mondiali di Budapest a luglio, il campione europeo in carica ha risposto a qualche domanda per MANINTOWN.

Quando ha realizzato che il nuoto sarebbe diventata la sua professione?
Quando ho capito che nuotare era la cosa che sapevo fare meglio e che mi veniva naturale.

Come si prepara per una gara importante?
Servono mesi di preparazione in acqua e palestra, sana alimentazione e soprattutto riposare molto bene.

Qual è stato il momento più emozionante della sua carriera?
Riuscire a battere il muro dei 48″ nei 100. Anche se ho vinto l’Europeo e le medaglie ai Mondiali, quello è il momento più emozionante, perché sarò sempre ricordato come il primo uomo in Italia ad avere abbattuto quel muro.

Ha un rito scaramantico?
Non parlerei di scaramanzia ma, prima di una gara, ho una mia routine di riscaldamento e concentrazione che seguo scrupolosamente ogni volta. Non perché penso che mi porterà fortuna, ma perché così facendo so di concentrarmi al massimo.

Quali passioni coltiva fuori dalla piscina?
La subacquea è senza dubbio la mia passione più grande e poi mi piace leggere, in particolare i romanzi di avventura.

Qual è stato il suo viaggio più bello?
Questa estate sono stato con la mia fidanzata alle Bahamas ed è stato come scoprire un paradiso. Ho viaggiato molto e visto tanti posti esotici, ma, senza dubbio, quest’arcipelago è diventato la mia meta preferita.

Ha prestato il volto a diverse campagne pubblicitarie di un brand molto prestigioso a livello internazionale. Come si è avvicinato al mondo della moda?
Per caso. Sono stato notato nel 2012, durante una campagna per le Olimpiadi di Londra e, da lì, sono iniziate delle bellissime collaborazioni con marchi molto importanti. Mi reputo piuttosto fortunato di aver avuto questa possibilità.

Qual è il capo che più la rappresenta e la identifica?
Senza dubbio la camicia.

Ha un’icona di stile a cui si ispira?
Cerco di avere uno stile mio, ma le mie icone assolute di stile sono Steve Mc Queen e Marlon Brando.

Com’è la beauty routine di uno sportivo come lei?
L’unica routine che seguo è la cura della pelle, perché con il sole e il cloro si può rovinare facilmente e per questo cerco di tenerla il più possibile idratata.

Un sogno nel cassetto?
Una famiglia felice.

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