Models to follow: Clinton, Daniel, Santiago

Da alcuni anni nel milieu creativo nostrano sta emergendo «una nuova generazione di italiani» – come la definisce un saggio pubblicato nel 2009 – con ascendenze eterogenee. Sono portatori di una visione e un ethos altri rispetto a quelli predominanti in un contesto impregnato di eurocentrismo, di valori spesso stereotipati che (finalmente) iniziano a cedere il passo all’intraprendenza di personalità determinate a imporsi nella musica (si pensi a Mahmood o Ghali) come nella tv (Skam Italia, Summertime, Zero…) o nella moda.
In quest’ultimo ambito, nello specifico, si fanno largo volti nuovi, modelli che prestano un’immagine fresca ed energica alle griffe di turno, spesso nati o cresciuti nel nostro Paese, forti di un background multiculturale e al contempo italianissimo; mostrano un approccio per certi aspetti più immediato e naïf – eppure d’effetto – alla professione, sulle passerelle come negli shooting.
Un’attitudine spontanea che trova degli interpreti ideali in Clinton, Daniel e Santiago, tre giovani talenti che, supportati dall’agenzia Models Milano Scouting, muovono i primi passi nell’industria fashion. Si sono ritrovati sullo stesso set, sorridenti e rilassati in total look Levi’s (poiché si tratta del marchio Usa, sarebbe più appropriato parlare di total denim, in lavaggi scuri dall’inconfondibile tonalità indaco) davanti l’obiettivo del fotografo Manuel Scrima.
Gli abbiamo rivolto alcune domande, per restituire un ritratto accurato di questi ragazzi, esempi di un’italianità diversa nell’accezione migliore del termine, slegata da cliché estetici o caratteriali.


Uno scatto in primo piano di Daniel, Clinton e Santiago durante lo shooting per Levi’s

Dall’alto: giacca in denim Levi’s Red Tab, camicie in denim Levi’s Red Tab

Primo piano di Daniel, Clinton e Santiago durante lo shooting in total look Levi’s

Da sinistra: camicie in denim Levi’s Red Tab, giacca in denim Levi’s Red Tab

La giacca Levi’s Red Tab indossata dai tre modelli italiani durante lo shooting

Da sinistra: camicie in denim Levi’s Red Tab, giacca in denim Levi’s Red Tab

Daniel, Clinton e Santiago in total look Levi’s

Dall’alto: camicia in denim Levi’s Red Tab,
giacca in denim Levi’s Red Tab, underwear Levi’s, jeans 551Z Authentic Straight Levi’s Red Tab,
camicia in denim Levi’s Red Tab

Clinton

Clinton è un 17enne afroitaliano appassionato e caparbio. Il segno distintivo del suo look sono i dreadlocks raccolti in hair jewels metallici, sfoggiati anche nell’editoriale sopracitato in cui indossa jeans e altri capi Levi’s, che ha rappresentato il suo primo, vero banco di prova nel modeling.

Come sei diventato un modello?

«Me l’hanno sempre suggerito, inizialmente mi sono rifiutato di provare, poi però ho cambiato idea».

Finora qual è stata l’esperienza migliore?

«È appunto questa, avere l’opportunità di partecipare a uno shooting ed essere intervistato».

Raccontaci qualcosa di te…

«Adoro giocare a calcio e mi piace scoprire cose nuove sul mio continente d’origine, l’Africa, ad esempio la storia dei singoli stati, argomenti che non abbiamo mai affrontato a scuola».

Anche in Italia si sono svolte proteste legate al Black Lives Matter, si comincia a prestare maggiore attenzione alle discriminazioni, a parlare di afrodiscendenti ecc. Tu come vivi e ti rapporti a tutto ciò?

«Secondo me ciascuno può pensarla come vuole, tuttavia la libertà di pensiero non deve mai tramutarsi in atti come offese o aggressioni per il colore della pelle, che purtroppo vediamo quotidianamente e limitano la libertà altrui, altrettanto fondamentale».


Cos’è per te la moda?

«Trovo che, perlomeno in quest’epoca, le persone vogliano vestirsi per esprimere il loro pensiero e personalità».

Ci sono brand o designer che apprezzi particolarmente, con cui ti piacerebbe lavorare?

«Il top sarebbe lavorare con quelli che mi piacciono di più come Off-White, Nike e altri che interpretano al meglio lo streetwear».

Un capo/accessorio che racchiude il tuo stile?

«Gli anelli che porto sempre sui capelli».

Social: quali usi e per quanto tempo.

«Instagram e YouTube. Con il primo mi divido tra svago e informazione, con il secondo guardo soprattutto video che trattano degli argomenti più discussi e in generale di avvenimenti storici».


Clinton indossa la camicia in denim Levi’s Red Tab


Camicia in denim Levi’s Red Tab

Daniel

Classe 2004, fisicità nervosa e longilinea da velocista, Daniel gareggia nel campionato italiano di corsa a ostacoli e si considera un atleta. La moda è una novità con cui prendere confidenza, ma gli ha già regalato una campagna per Yezael e l’ingresso nella scuderia milanese della IMG (l’agenzia, per intendersi, di top model quali Kate Moss, Karlie Kloss e le sorelle Hadid).

Raccontaci qualcosa di te…

«Ho 17 anni e vivo a Cinisello Balsamo. Sono un atleta, ho iniziato a fare il modello quest’anno, partendo decisamente bene tra editoriali, interviste e un servizio tv».

Come ti sei avvicinato a questo mondo?

«Mi hanno scritto dopo aver notato delle foto su Instagram, è cominciato tutto così».

Qual è stata finora la tua esperienza migliore?

«Sicuramente quella con Yezael, il mio primo shooting “serio”, ho scoperto solo dopo di essere finito sul Tg5, non me l’aspettavo, assolutamente».

Quali sono i tuoi brand o designer preferiti?

«Il mio brand preferito è Nike, casual chic e sportivo allo stesso tempo, mi piacciono molto anche Gucci, Balenciaga e altri che tendono allo streetwear».

Cosa ti piace fare, quali sono le tue passioni?

«Mi piace un sacco recitare, ho partecipato a un corto e a un video musicale. Nel tempo libero generalmente esco con gli amici».

Cos’è per te lo stile?

«Credo sia soggettivo, comunque non ha a che fare solo con l’indossare certi marchi, capita di vedere persone con capi griffati che, però, non risultano “vestite bene”; oltre agli abiti ci vuole personalità, creatività, bisogna sentircisi bene e farli propri».

Un capo/accessorio per cui hai un debole?

«Le collane».

Social: quali e per quanto tempo li usi.

«Non ci passo molto tempo pur avendo sempre il telefono in mano, però entro spesso su Instagram, anche solo per vedere i feedback».


Anche l’Italia è stata toccata dalle proteste del Black Lives Matter e si comincia a prestare maggiore attenzione alle discriminazioni, all’afrodiscendenza e così via. Tu come vivi e valuti tutto questo?

«Per la mia esperienza personale posso dire che crescere in Italia non è facilissimo, sei consapevole che avrai sempre e comunque gli occhi addosso, come quando a scuola si parla di argomenti come la schiavitù. È un qualcosa che mette a disagio e, allo stesso tempo, ti rafforza, non mi lascio mai intimidire, nemmeno dalle occhiatacce».


Un’immagine di Daniel durante il servizio fotografico che il modello ha realizzato per Levi’s

Camicia in denim Levi’s Red Tab

Santiago

Fisico slanciato, lunghi capelli corvini, Santiago ha sedici anni ed è di origini colombiane. Pratica atletica a livello agonistico, ma è determinato a perseguire la carriera da modello, tanto da spulciare online i catwalk più prestigiosi, in primis quelli di Maison Margiela, marchio di cui apprezza la verve anticonvenzionale.

Come e quando hai iniziato a fare il modello?

«Già due anni fa guardavo i video delle sfilate, mi piaceva l’idea di calcare una passerella vestito in un certo modo; poi mio zio, che lavora da Dolce&Gabbana, ha buttato lì l’idea di provare a fare il modello, mi sono “fissato” e ho cominciato a guardarmi intorno, inviando anche foto alle agenzie, finché ho visto una storia di Manuel su IG; alla fine ci siamo incontrati e ho avuto l’opportunità di mettermi alla prova con un’attività che sognavo da sempre».

Raccontaci qualcosa di te…

«Sono un atleta e questo mi ha sicuramente aiutato dal punto di vista fisico. Correvo fin da quando ero in Colombia (sono stato adottato), in Italia mi sono subito iscritto a una società sportiva e pratico atletica da nove anni, ho partecipato ai campionati italiani e recentemente agli europei. È sicuramente molto impegnativo, ma faccio tutto con enorme piacere.
Frequento inoltre lo scientifico, scuola tosta, devo star dietro anche allo studio che è necessario.
Poi la musica, una delle cose più belle in assoluto, la ascolto continuamente, anche subito prima di una gara perché fa salire l’adrenalina e mi aiuta a entrare nella giusta condizione».

Qual è stata ad ora la tua esperienza migliore?

«Lo shooting con Daniel e Clinton, mi è sembrato un lavoro appunto da modello, passato a fissare l’obiettivo, assumere determinate pose ecc., mi è piaciuto molto, a fine giornata ero esausto ma soddisfatto».

Hai dei marchi o designer preferiti con i quali, magari, vorresti lavorare?

«Mi piace molto Maison Margiela, una griffe davvero particolare, come del resto sono “strani” i suoi modelli, con delle caratteristiche rare a trovarsi, anche a me piace avere un look alternativo, che non segua troppo i trend. Sotto questo aspetto, penso Margiela sia un marchio cui ispirarsi perché al di fuori dei canoni che vanno per la maggiore.
Sarebbe un sogno lavorare con Calvin Klein, uno dei principali brand di cui apprezzo molto l’immagine, ricercata senza essere eccentrica».

Un capo/accessorio che esprime il tuo stile?

«Ho un debole per i gioielli, non esco mai senza un paio di bracciali o una collana: la mia preferita è quella che mi ha regalato mia nonna con delle pietre di fiume. In generale mi piace vestire in modo abbastanza elegante, magari con camicie strutturate, per costruire il mio outfit però mi baso di più sugli accessori».

Cos’è per te lo stile?

«Secondo me una persona ha stile quando, al di là che risulti vestita bene o male, è convinta dei propri abiti e riesce così a distinguersi».

Social: quali usi e per quanto tempo.

«Ultimamente uso molto Snapchat perché mi permette di restare in contatto con gli amici all’estero, poi Instagram per prendere spunto in termini di stile, novità dei brand, canzoni e così via».


Santiago posa per Levi’s con la camicia Red Tab

Camicia in denim Levi’s Red Tab

Paris Fashion Week S/S 2022: un’edizione phygital sospesa tra escapismo e voglia di normalità

Raccogliendo il testimone dalle passerelle meneghine nell’anticipare le linee guida del menswear per la prossima stagione calda, la Paris Fashion Week – andata in scena fino al 27 giugno – ha mutuato da Milano Moda Uomo la formula phygital, crasi che indica la commistione di défilé fisici e virtuali, con una netta prevalenza dei secondi. A fronte di sei show in presenza, infatti, sono stati 68 quelli digitali, per un totale di 73 brand ripartito tra new talent di belle speranze e marchi esemplari della couture, un mix che si ritrova anche nelle collezioni prese in esame, tra designer smaniosi di cancellare le angustie della pandemia a colpi di colore e outfit fantasmagorici e altri che, all’opposto, optano per creazioni “rassicuranti”, ovviamente confezionate comme il faut. A seguire, le proposte di sei griffe che ben sintetizzano la dicotomia stilistica appena menzionata.

EgonLab

È un pot-pourri in bilico tra sartoriale rimaneggiato, tropi di derivazione street, echi 70s e leziosità (pseudo)nobiliari la sfilata Spring/Summer 2022 di EgonLab, label in rapida ascesa guidata da Florentin Glémarec e Kévin Nompeix; «Un invito alla libertà», nelle parole del duo, concretizzato in ensemble prorompenti che mescolano liberamente must-have dell’urban style (giubbetti smanicati, camicie boxy, bomber, windbreaker, frutto anche della co-lab con Sergio Tacchini) e vezzi da gentiluomo di campagna inglese (fantasie minute a quadretti, giacconi matelassé, trench stazzonati, uso copioso del beige ecc.), forme attinte dall’abbigliamento sartoriale degli anni ‘70 (sagomate nella giacca, a zampa nel pantalone) e stravaganze giocate sulle tradizioni aristocratiche o cavalleresche, reali o meno che siano; queste ultime si manifestano nei molteplici tocchi playful, dai pugnali infilati nella giarrettiera ai blasoni posati su scarpe e tessuti, dai colletti di pizzo al bric-à-brac tintinnante delle catenelle di metallo, ché per il marchio francese noblesse oblige è un invito a divertirsi, a osare uno stile variopinto e sopra le righe.



Rick Owens

Rick Owens ambienta nel Lido di Venezia Fogachine, il défilé S/S 2022 che chiude in bellezza la parentesi lagunare del designer, approdato in città nel 2020. La nebbia del titolo simboleggia, nella visione del brand, un’esperienza ambigua, quasi soprannaturale, e dopo le collezioni più recenti (oltremodo cupe e severe) si allude ora a un’ascesi, da realizzarsi – ça va sans dire – attraverso gli abiti. Le linee, tanto per iniziare, sono secche e precise, con una stratificazione appena accennata; fanno eccezione i pantaloni, che sebbene possano ridursi a lacerti di stoffa tagliati al vivo, il più delle volte risultano liquidi, oppure solcati da cerniere che ne estendono il volume.
I modelli avanzano sulle note techno di Mochipet indossando tuniche fruscianti, canotte sbrindellate, aeree o incollate sul corpo, e top velati, portati all’occorrenza sotto capispalla scattanti con spalle rinforzate, ciclopiche come da prassi owensiana. Altrettanto grintosi gli accessori, tra occhiali a mascherina specchiati, monili-scultura e stivali con maxi platform.




Dior Men

Avezzo alle collaborazioni con artisti di fama mondiale, per lo show Dior Men S/S 2022 il direttore creativo Kim Jones fa le cose (ancora più) in grande reclutando Travis Scott, stella di prima grandezza del rap abituata a infrangere record di visualizzazioni e vendite, per la gioia delle molte aziende che lo hanno ingaggiato, da McDonald’s a Nike.
L’intento, spiega una nota, è unire i codici della maison alla mole di input fornita dalla guest star di stagione, che immagina il Texas (suo stato d’origine) come un luogo dello spirito, tra paesaggi desertici e grafismi che afferiscono all’etichetta discografica – e marchio personale – Cactus Jack. In un setting vagamente lisergico sfilano quindi i fili conduttori dell’era Jones (tailoring magistrale, monogrammi, borse dalle dimensioni contenute e compagnia bella) aggiornati à la Scott: così sui blazer sciancrati, chiusi lateralmente e con i revers sollevati, si appuntano spille e catenine bling bling, i pantaloni si allargano sul fondo, il motivo Dior Oblique viene rielaborato per ottenere la scritta “Jack”; per non dire della Saddle Bag sdoppiata, dei camicioni graffitati da George Condo, della profusione di ricami più o meno naïf, delle cromie che, ad eccezione del verde lime, appaiono polverose, come riarse dal sole (caffè, terra di Siena, rosa baby, malva, ceruleo ecc).
Una collezione che si preannuncia tra le più desiderate dell’anno venturo, applaudita da un parterre de rois formato, tra gli altri, da Robert Pattinson, Kate Moss e Bella Hadid.




Hermès

Tra le poche griffe ad aver optato per una sfilata dal vivo, Hermès concepisce da sempre l’abbigliamento maschile come una naturale prosecuzione dei valori che hanno reso le sue borse la quintessenza del lusso, cioè savoir-faire e qualità senza pari al servizio di un’eleganza misurata ed effortless, ammantata di quel je ne sais quoi tipico dello stile parigino; i 41 outfit in passerella ne sono la dimostrazione lampante, uscite che trasudano sofisticatezza, nelle quali il superfluo è bandito e la figura alleggerita sia nei volumi, sia negli abbinamenti.
Parka, soprabiti, blouson e altri capispalla lineari esigono pantaloni relaxed fit o bermuda, trattenuti da cinture in corda d’ispirazione nautica, annodate sul fianco, ai piedi stivaletti Chelsea o sneakers minimaliste. Fanno la differenza, al solito, tagli, costruzioni e texture delle proposte, che nonostante l’impressione di grande scioltezza rivelano una perizia sopraffina nelle lavorazioni, dal suède impalpabile agli effetti dévoré passando per coccodrillo felpato, traforature che delineano i profili di selle, cavalli e altri stilemi equestri cari al brand, pelle resa sottile come carta velina e cuciture in rilievo.
Una semplicità (soltanto apparente) che Véronique Nichanian, direttrice artistica dell’uomo di Hermès, eleva a epitome dello chic.



Davi Paris

Nell’ultima prova della sua label Davi Paris, Davide Marello recupera mollezze e sensibilità cromatiche abbastanza inconsuete nel menswear, per quanto homewear e affini abbiano incoraggiato il vestire comodo. Il designer limita la scelta a pochi, ragionati evergreen (magliette, camicie, suit, tank top, pantaloni a gamba dritta e così via) che colpiscono per l’uso munifico e inventivo del colore: boccioli, petali e tralci sono pennellati sui tessuti in tonalità decise o flou, riprodotti ton sur ton sullo jacquard o sfocati in pattern vibranti, esplorando un ricco repertorio di nuance, dalla gamma dei blu al rosso, dal glicine al verde brillante. Le calzature (sandali in pelle a doppia fascia) si accordano al mood studiatamente languido delle mise, ideali per chi, nell’attesa di tornare in modo definitivo alla normalità, voglia liberare la fantasia almeno nel proprio look.





Con la collezione S/S 2022 debutta il total look di PT Torino

Di fronte alle difficoltà e incertezze di questa fase storica, alcuni brand anziché tenere botta hanno deciso di rilanciare. È il caso di PT Torino, che ha fatto di trousers e cinquetasche in denim haut de gamme la colonna portante della propria attività sin dalla fondazione nel 2007: come spiega infatti Edoardo Fassino, Ceo di Cover 50 SpA (gruppo proprietario della griffe, ndr), l’ultimo anno è stato caratterizzato da «una profonda analisi che ha rimesso tutto in discussione, evitando di cadere nell’errore di considerare immutabili alcuni fattori di successo del passato».



Si è arrivati perciò a un ampliamento dell’offerta del marchio, con l’introduzione di camicie, capispalla, jersey e maglie, oltre 400 articoli in totale; una collezione a tutto tondo quindi, che affiancherà dalla Spring/Summer 2022 i pantaloni must di PT Torino e, come questi, aspira a sovvertire la nozione comune del “classico”, privandolo di sovrastrutture, elementi routinari e rigidità di ogni sorta, così da trasformarlo in un segmento del menswear contemporaneo e dal forte appeal, all’insegna di abbinamenti inusuali, virtuosismi costruttivi e un’attenzione meticolosa a forme e tessuti. D’altronde, continua Fassino, «Per noi un classico è ciò che riesce ad evolversi e restare sempre attuale senza perdere il suo valore intrinseco, è questo il concetto che vogliamo trasmettere».
Gli fa eco Domenico Gianfrate, direttore artistico del brand, che rivela come la spinta all’innovazione sia venuta «dalle lamentele dei nostri clienti e, in generale, dall’eccessiva staticità della categoria. Secondo noi, invece, i consumatori sono molto preparati e pronti a recepire le novità cui abbiamo pensato».



È sufficiente, in effetti, uno sguardo alle immagini del lookbook che presenta il ready-to-wear S/S 2022 per rendersi conto del carattere sperimentale dell’operazione: se i volumi si mantengono clean, prevedendo linee morbide in alternativa a quelle più asciutte, le scelte dei colori e, soprattutto, quelle materiche ribaltano le consuetudini, optando per filati tecnici o mix inediti (ad esempio lana accoppiata a mohair o jersey ultraleggero, cotone mescolato a viscosa oppure lyocell). Lavorazioni e tagli studiati al millimetro donano freschezza e duttilità ai capi, tra bowling shirt dalla linea squadrata, trench minimalisti interamente termosaldati e nastrati, texture mosse da stampe o righe marinière, camicie tramutate ora in overshirt, ora in bomber décontracté.
La rivisitazione del classico non può non passare, infine, dal fiore all’occhiello del marchio, i pantaloni: se i jeans esplorano fit assai diversi (dalla vestibilità skinny del modello Rock a quella loose del Reggae, all’oversize del Rebel), i chinos scoprono nuove declinazioni grazie all’aggiunta di note grintose quali zip e coulisse, oppure si ibridano con i cargo pants, preservando sempre quell’eccellenza nella confezione che, da ora in poi, distinguerà anche il total look firmato PT Torino.

Mos Design: il connubio tra moda e design secondo la direttrice creativa Sara Chiarugi

Direttrice artistica e co-founder, insieme a Michele Morandi, di Mos Design, Sara Chiarugi considera inscindibile il connubio tra moda e design, alla stregua di un continuum creativo in cui fondamenti e metodi dell’una sfumano con naturalezza nell’altra, e viceversa, alla continua ricerca di un equilibrio ideale tra le due discipline; l’unico assioma è l’artigianalità, subilimata in ogni prodotto, immancabilmente ideato, modellato e dipinto a mano nel laboratorio romano dello studio.
Abituata fin dagli esordi a tenere in equilibrio ambiti differenti, Sara si è fatta apprezzare in egual misura nel mondo fashion e del teatro, collaborando con mostri sacri della moda (Romeo Gigli, Gucci, Fendi, Saint Laurent) e costumisti quali Yanni Kokkos o il premio Oscar Gabriella Pescucci.
Nella sua pratica è centrale il dialogo tra scultura e arte tessile orientale (nello specifico lo shibori, millenaria tecnica giapponese che, attraverso la manipolazione dei tessuti, ottiene cromatismi unici, nel senso letterale del termine), avvicinate fino a fondersi in una crasi che trova la propria concretizzazione in tavoli, pannelli decorativi, quadri e altri elementi d’arredo, realizzati in collaborazione con vari studi di design e progettazione d’interni. È la stessa Sara, nell’intervista che segue, a precisare i contorni della sua prolifica visione, difficile da incasellare in categorie specifiche.



Quali sono i codici, i valori che definiscono l’identità di Mos Design?

«I codici dell’identita di Mos Design vanno individuati nella passione per ciò che ha segnato la nostra storia, una ricerca a ritroso verso il nostro passato nell’ottica di riproporne le caratteristiche principali in chiave moderna, ponendo attenzione a valori imprescindibili come la sostenibilità, che manteniamo laddove è possibile in tutta la filiera, imballaggi compresi».

Può parlarci del processo creativo che segue nel suo lavoro? Fonti di ispirazione, reference, step…

«Uno degli elementi fondamentali per me è lo sguardo al passato, l’esigenza di replicare un’entità che abbia una storia, come un muro di Roma vissuto, consunto e scrostato, che diventa una base da cui partire per poi mixarla all’idea del tessuto.
Mi appassiona da sempre tutto ciò che è “vecchio”, che presenta un’immagine degradata dal tempo; è per questo che ho voluto imparare lo shibori, un’antichissima tecnica giapponese che dona alla stoffa un aspetto vissuto, perché la tintura, muovendola, fa sì che ciascuna sia completamente diversa dall’altra, concretizzando il concetto di unicità.
In definitiva, riservo una profonda attenzione e rispetto al passato, riproposto per leggere i codici del presente».

Il segno distintivo dello studio è rappresentato dall’artigianato, ogni oggetto viene ideato, modellato e rifinito a mano nel suo laboratorio. Quali materiali predilige e come vengono lavorati?

«Sono sempre gli stessi, semplici: legno, vernici ad acqua, Mdf (una pasta di legno) sostenibile, stucchi composti di una parte in marmo ecc. Lavoriamo con tutti i materiali cercando di trasmettere fedelmente l’idea che ci ispira. Il metallo di Mos Design, ad esempio, è invecchiato, tanto da sembrare quasi ottone. L’artigianalità è insita nella realizzazione manuale dei pezzi, diversi gli uni dagli altri, le cui basi presentano un riferimento che ricorda i tessuti, come tartan, coccodrillo o texture effetto squame».

Parla, riferendosi a Mos Design, di “binomio moda e design”, di un’unione tra “mondi dalle comuni radici culturali” che possono condividere “strumenti e fondamenti”; le chiederei, dunque, quali crede siano i punti di contatto tra i due ambiti, e cosa ne apprezza di più singolarmente.

«Che sia per la moda o il design, lavoro sempre per ispirazioni, seguendo un mood, inoltre mi sono formata negli anni ‘80 e per me quel tipo di background è una sorta di Dna, lo ripercorro in ogni processo creativo. Ero parte integrante delle tendenze stilistiche di un periodo storico che mi ha segnata in profondità, oggi la passione per il mio mondo di appartenenza è rimasta intatta, sono ancora fedele a quella sensibilità tra il dark e il nordico.
Il punto fondamentale è che tutto ciò che produco parla stilisticamente lo stesso linguaggio, deriva dal mio gusto estetico».



Qual è il pezzo o progetto cui è legata maggiormente tra quelli realizzati finora?

«L’inizio è stato entusiasmante, sono davvero legata alle prime proposte di set di tavoli in tutte le misure e texture che siamo riusciti a realizzare; abbiamo avuto infatti riscontri positivi da subito, non riuscivamo a stare dietro agli ordini, tante erano le richieste».

Ci sono designer o marchi che le piacciono in modo particolare?

«Rick Owens e sua moglie Michèle Lamy, trovo siano sempre assolutamente coerenti, in tutto, fanno sempre ciò che dicono, anche a costo di risultare controversi e provocatori. Forse non vengono sempre apprezzati dal pubblico, ma restano fedeli al proprio credo».

Proviene dal mondo della moda, dove ha lavorato con maison del livello di Gigli, Gucci, Saint Laurent e altre ancora. Quali sono state le esperienze più significative?

«Il lavoro svolto da Saint Laurent, quando era disegnata da Tom Ford, è stata la soddisfazione maggiore: proprio perché fu l’ultima sfilata sotto la sua direzione, finì su tutti i giornali, ero felicissima di vedere le mie maglie dipinte ovunque. Al tempo facevo riferimento a Stefano Pilati, il suo assistente di allora, mi chiamarono chiedendomi delle proposte, nella collezione finì senza modifiche tutto ciò che avevo ideato, passando tre mesi a dipingere giorno e notte. Penso sia stata la gratificazione più bella, in assoluto, oltretutto vendette benissimo.
Ho lavorato spesso anche per la lirica, il teatro, i principali costumisti, sempre con grande soddisfazione per il contributo dato al successo delle opere».

Quali sono i progetti dello studio per il 2021?

«Quest’anno abbiamo deciso di non partecipare né al Salone del Mobile né a Maison & Object, ma abbiamo una grande novità per settembre: una libreria modulare, da interpretare in base agli spazi a disposizione, vedremo più in là se organizzare qualcosa».

L’estate addosso nella collezione S/S 2022 di Iceberg, tra sportswear, street culture e Pop Art

East Coast e riviera adriatica, abbigliamento sportivo e utilitywear, tocchi artsy e sottoculture musicali, comics e attitudine street: la collezione di Iceberg per la Primavera/Estate 2022 è un amalgama di suggestioni attinte da ambiti disparati, riunite per l’occasione negli stabilimenti della costa romagnola che fanno da cornice agli scatti del lookbook Uomo e Donna, scenari evocativi di un’estate inconfondibilmente italiana, tra distese di ombrelloni a perdita d’occhio, feste notturne pieds dans l’eau e partite sul bagnasciuga.
Il trait d’union dei look, sia maschili che femminili, è rappresentato dallo spirito giocoso ed irriverente che permea ogni singola proposta, in un métissage di stili e riferimenti ad alto tasso di energia, l’ideale per lasciarsi definitivamente alle spalle (o quasi) il senso di oppressione dell’ultimo anno e mezzo, fantasticando sulle vacanze di là da venire. Quella delineata dal brand del gruppo Gilmar è infatti «una nuova era» – per usare le parole del direttore creativo James Long, che vede protagoniste «persone decise a “provarci”, senza farsi trattenere dalla paura».




Il designer approfondisce la tradizione del marchio in tema di athleisure dall’animo luxury, rifacendosi alle tenute da gioco di due sport enormemente popolari oltreoceano, baseball e basket: così ampi bermuda, sweatpants, polo rigate, blouson, maglie smanicate e felpe con lettere sovradimensionate puntellano outfit che trasudano rilassatezza e joie de vivre, passando con disinvoltura dai pantaloni dalla foggia militaresca ai pullover décontracté, dalle coulisse che rifiniscono gli orli agli anorak dagli accenti rosso fuoco, senza che vengano mai meno note sartoriali handmade e tagli puliti, confortevoli. Completano il quadro stampe audaci in tonalità vivide – una specialità di Iceberg – che accolgono, al solito, elementi sottilmente kitsch e personaggi dei cartoon (nel caso specifico, Charlie Brown e Snoopy), oltre a scritte che reiterano ad infinitum il nome del brand, striature fluo sulle superfici della maglieria e disegnature dal tratto pop, su tutte le banane di conio wharoliano.


La palette cromatica richiama i gusti dello snack estivo per antonomasia, il gelato, alternando nuance verde menta, cioccolato, giallo limone, arancio ecc., con l’aggiunta di campiture nere, bianche, beige e blu Klein. Gli accessori ricalcano il mood di stagione, a metà tra sporty-chic e utilitarismo, a partire da marsupi e borselli crossbody ricorrenti, per proseguire poi con cappelli (da baseball o bucket hat), occhiali da sole allungati, sneakers dalle linee marcate, sandali e ciabatte slides fornite di microscopico pouch.
Le mise femminili, infine, sono speculari al menswear, e puntano in particolare sul carattere active dei capi, tra grafiche dal tono vintage, volumi over, zip, techwear, tessuti naturali abbinati a materiali innovativi come il taffetà ricamato.




Il ‘ritorno alle origini’ della collezione Giorgio Armani P/E 2022, nel segno dell’eleganza timeless

La pandemia ha segnato inevitabilmente una cesura anche nel mondo della moda, facendo tabula rasa di molte dinamiche date per assodate e costringendo i vari brand a ripensare l’offerta di prodotto, in alcuni casi la propria stessa identità creativa. Nel caso di Armani, tuttavia, questo stravolgimento ha piuttosto rafforzato un’idea del (ben) vestire da sempre distinguibile per l’esattezza, la solidità e la coerenza della visione di Re Giorgio, una sorta di continuo labor limae dei capisaldi che hanno consacrato l’omonima maison nell’empireo del fashion.
La collezione Giorgio Armani Primavera/Estate 2022 è solo l’ultima, sontuosa testimonianza dell’assunto, significativamente intitolata Ritorno alle origini, al quartier generale del marchio di via Borgonuovo, nel cuore di Milano, là dove tutto è iniziato oltre quarant’anni fa. Un ritorno che il designer intende come un concentrato degli essenziali dello stile (termine che, ribadisce, preferisce alla parola moda), sui lemmi inequivocabilmente armaniani che consentono di riconoscere tra mille una sua creazione.





Nel cortile dello storico palazzo meneghino sfila, dunque, una summa dell’eleganza maschile made in Armani, soffusa e superbamente noncurante, che vira sullo sportswear pur senza rinunciare al «senso di appropriatezza» – così lo definisce lo stilista – traducibile come un secco rifiuto degli eccessi, delle stravaganze fini a se stesse. Ci sono pertanto i pantaloni con le pinces, che scivolano languidi sulla gamba oppure carrot fit, dal fondo assottigliato, e i blazer destrutturati di prammatica, dalla proporzioni armoniose, che si accompagnano a maglie sottili, blouson o camicie intonse, e da sostituire all’occasione con combinazioni inedite, ad esempio giubbino e pants nel medesimo tessuto gessato, oppure con bomber, capispalla chiusi da zip e gilet, indossati anche a pelle; qui e là si stagliano fiori stilizzati, motivi geometrici dal sentore etnico e le iniziali del fondatore e direttore artistico, effigiate sulle texture a mo’ di sigillo di garanzia. Per la sera, ecco poi l’immediatezza, per certi versi radicale, delle bluse con collo a listino sui pantaloni scuri.
Le uscite trasmettono leggerezza e comfort, tra materiali ariosi che appaiono privi di peso e forme lineari che accarezzano il corpo, una sensazione accentuata dalle sfumature della palette cromatica, che vanno dal blu oltremare a sprazzi di rosso e verde, dal bianco gesso al greige, una tonalità quest’ultima in puro Armani style, come del resto l’intero show.




L’eterno ritorno del preppy, lo stile college che piace (anche) a star, marchi street e Gen Z

Dopo mesi e mesi trascorsi prevalentemente in casa, vestiti alla bell’e meglio con tute informi, pigiami & Co., curando il look al massimo dalla vita in su per adeguarsi ai canoni dello zoomwear (l’abbigliamento formato videochiamata), è alquanto strano immaginarsi alle prese con camicie button down, cardigan, pullover a trecce e altri punti fermi del preppy, l’abbigliamento “perbene” diffusosi negli Stati Uniti dagli anni ‘50 attraverso le divise degli studenti delle preparatory school (preppy è appunto un’abbreviazione del termine) e delle università appartenenti al titolatissimo circuito Ivy League. Eppure non ci sarebbe nulla di strano nel fatto che un periodo a dir poco complicato venga seguito dal ritorno a uno stile habillé, curato fin nei minimi dettagli: interpellato dal sito Oracle Time a gennaio, il direttore del corso in Fashion Design della University of Westminster Andrew Groves spiega, infatti, che «In tempi di crisi economica, disoccupazione e futuro incerto […] adottiamo un approccio molto tradizionale e formale a ciò che indossiamo».
A ben guardare, effettivamente, nei reami della moda – fenomeno ciclico in sé – lo stile college è un fiume carsico che appare e scompare a intervalli più o meno regolari, e mettendo in fila una serie di elementi c’è da credere che sia arrivato l’ennesimo affioramento; ruota ovviamente intorno ai cardini della categoria (penny loafer spazzolate, pantaloni con la piega, maglie da rugby, varsity jacket e via discorrendo), conferendogli però un quid disinvolto, in ossequio a quella spigliatezza nel vestire che un anno e passa di pandemia ha reso un dogma inderogabile.




Il mese prossimo, tanto per cominciare, debutterà su Hbo Max il reboot di Gossip Girl, telefilm cult nel primo decennio del 2000, incentrato su un gruppo diliceali dell’altà società newyorchese tutti party, limousine, shopping sfrenato, beghe familiari e amorose spifferate dall’anonima ragazza del titolo. La nuova versione si preannuncia inclusiva e queer friendly, a partire dal cast totalmente rinnovato che va da Evan Mock, skater e modello dall’inconfondibile buzz cut rosa bubblegum, all’ex enfant prodige dell’editoria digitale Tavi Gevinson; vestiranno i panni (azzimati, of course) dei rampolli dell’Upper East Side di Manhattan, tra chinos color sabbia, cravatte a righe portate lasche sulle camicie, mocassini lucidati a specchio, blazer e felpe rifinite dagli stemmi dei (fantomatici) istituti d’élite frequentati.

Ci sono poi le iniziative di griffe come J.Crew o Gap, gloriosi simboli del casualwear made in Usa costretti a fare i conti con travagli economici e una generale perdita di appeal, soprattutto tra le giovani generazioni, che la chiusura dei negozi dovuta al Covid-19 ha ulteriormente accelerato. Il primo nel 2020 ha addirittura dichiarato bancarotta, avviando una fase di ristrutturazione culminata con la nomina di Brendon Babenzien alla guida della divisione maschile.
Il nome a molti non dirà granché, ma si tratta del designer che ha guidato per anni l’ufficio stile del brand street per eccellenzaSupreme – e del co-fondatore di Noah, label particolarmente apprezzata per l’abilità nel rivisitare gli essentials dell’abbigliamento di stampo classico (polo a maniche lunghe, pantaloni con le pinces, doppiopetto pied-de-poule, completi in velluto a coste ecc.) elevandoli al rango di novelli desiderata maschili grazie all’aggiunta di tocchi spesso imprevisti e scanzonati, che siano ghirigori floreali, fodere in tartan dagli accenti flashy o righe multicolor, che ha collaborato tra le altre con Barbour (marchio preppy in purezza) scombussolando l’aplomb british delle giacche cerate preferite dai Royals a colpi di paisley, tonalità evidenziatore, adv d’archivio e zebrature.

Il suo è dunque il nome giusto, in teoria, per ridare slancio a un’azienda appannata come J.Crew, che ha costruito la sua fortuna sui pezzi basici e rischia adesso di risultare passé.




Un discorso simile vale per Gap, nato nel lontano 1969 e divenuto un colosso dell’abbigliamento riempiendo i negozi di maglie d’ispirazione collegiale, articoli in denim, calzoni khaki e altri American classics dall’invidiabile rapporto qualità-prezzo, fino agli odierni periodi di magra. La proprietà prova a superarli, da un lato, annunciando un drastico taglio dei punti vendita, dall’altro mettendosi nelle mani di colui che nel bene o nel male (de gustibus) ha segnato le cronache modaiole degli ultimi anni, ovvero Kanye West. Il rapper, produttore ed ex marito della bombastica Kim Kardashian firmerà una collezione in esclusiva per la catenaribattezzata Yeezy Gap, l’equivalente a buon mercato della linea di streetwear con cui ha ottenuto successi planetari. Un assaggio si è avuto con l’uscita del primo frutto della collaborazione, un giubbino in nylon imbottito azzurro dalla silhouette aerodinamica, ovviamente sold out a tempo di record.


Una spinta non secondaria l’hanno data anche, di recente, alcuni big dell’industria musicale come Tyler, The Creator, Pharrell Williams e Asap Nast, decisamente a proprio agio con indosso gilet, blouson zippati, maglioni con scollo a V, suit dai toni cipriati e tutto il corollario guardarobiero degli studenti di buona famiglia che, a suo tempo, tracciarono le coordinate del college style, contribuendo inoltre, con la loro personalità istrionica, a stemperarne la marcata connotazione wasp (letteralmente white anglo-saxon protestant, i cittadini bianchi appartenenti alle classi più abbienti degli Usa) che lo ha accompagnato fin troppo a lungo.
Last but not least, i circuiti ufficiali della moda: va citata, in primo luogo, la capsule collection Boss x Russell Athletic, presentata a marzo con uno show-evento che ha coinvolto una pletora di influencer, celebrità e top model (da Bella Hadid a Lucky Blue Smith passando per Keith Powers e Ashley Graham) in un trionfo dell’iconografia preppy in salsa sportiva, tra cardigan, felpe logate da campus universitario, camicie Oxford, completi dégagé rosa salmone o blu navy, spolverini tagliati da bande ton sur ton e via così.



Pullulano di spunti collegiali pure le sfilate per la stagione in corso, a partire dalla Ouverture of Something that Never Ended di Gucci (svelata nella già mitologica miniserie diretta da Gus Van Sant), in cui appaiono polo color block, maglioni a rombi e abiti madras, spesso appaiati a bermuda sartoriali, calzettoni al ginocchio e loafer; la collezione S/S 2021 di Rhude, invece, è colma di giacche varsity, mocassini scamosciati e maglieria in nuance terrose, mentre da Maison Kitsuné abbondano capi fantasiosi in stile rugby, girocollo bon ton e tessuti finestrati. E ancora, nella sfilata di Amiri campeggiano giacche collegiali di ogni tipo, minimaliste oppure profuse di stemmi e toppe, da Lacoste l’aspetto compìto di pullover profilati, gilet e shirt viene ravvivato da sfilacciature e tinte piene, mentre Ernest W. Baker propende per soprabiti scivolati, quadretti gingham e iniziali ricamate sui taschini.

Allargando lo sguardo alla stagione fredda che verrà, la musica non cambia: si notano elementi preppy in quantità su molteplici passerelle, da Isabel Marant a – di nuovo – Boss, da Wales Bonner a Etro. La tanto agognata ripartenza post-Covid, insomma, potrebbe essere all’insegna di un dress code che, nonostante sia comparso decenni or sono, dimostra di poter ancora fare scuola – o meglio, college.

Tombolini e Tenuta Colpaola, una veste d’autore per la nuova etichetta Sacrifizio

Oggi più che mai, per rimanere rilevanti i brand devono aprirsi ad ambiti affini alla moda, che rispecchino i valori, i tratti fondamentali della propria identità stilistica. È esattamente questo il caso dell’ultima iniziativa intrapresa da Tombolini e Tenuta Colpaola, due realtà d’eccellenza delle Marche, espressione compiuta del genius loci di un territorio ricco di storia, cultura, heritage tout court, anche e soprattutto a livello di tradizioni artigianali ed enogastronomiche.



Il marchio sartoriale di Urbisaglia, sinonimo da oltre mezzo secolo di formalwear di alta gamma in cui il saper fare italiano si traduce in abiti elegantemente contemporanei, dinamici e riconoscibili, ha stretto infatti una collaborazione con l’azienda vinicola del maceratese (un locus amoenus a ridosso del Monte San Vicino, dove natura e agricoltura si integrano alla perfezione), “vestendone” la nuova etichetta, Sacrifizio. Un rosso Taglio Bordolese armonico e sfaccettato, frutto di dieci anni di ricerche e perfezionamenti, necessari a unire il gusto pieno e rotondo del Merlot d’altura marchigiana al rigore del Cabernet Franc friulano. Il risultato è un vino energico, dirompente, particolarmente audace considerata la vocazione della regione alla produzione dei bianchi, dalla tonalità intensa e compatta, che presenta un sentore deciso e sensuale ma al contempo etereo e, una volta assaggiato, rivela l’equilibrio complesso raggiunto dall’accostamento di materie prime differenti che, pur amalgamandosi, non rinunciano a una nota contrastante.

La cifra di Tombolini è riconoscibile a colpo d’occhio già nella bottiglia dal look tailor made, su cui è drappeggiato un nastro di tessuto color burgundy rifinito dal logo della griffe, un drago sovrapposto all’iniziale maiuscola; l’accessorio, raffinato e fantasioso, può essere usato come salvagoccia o, perché no, tramutato in una vezzosa pochette, da infilare nel taschino o lasciare adagiata con studiata nonchalance sul polso.



La proposta viene completata dalla custodia circolare in pelle scura, il cui profilo ricorda quello delle boîte (i bauli tondeggianti usati dai viaggiatori più charmant nel XIX secolo); sul fronte sono stampigliati, in caratteri dorati, il nome dell’etichetta e quelli dei due marchi, protagonisti di una partnership destinata a fare la felicità dei novelli epicurei e di chiunque metta sullo stesso piano la qualità del vino, un rosso unico nel suo genere, e la pregevolezza di una veste d’autore firmata da un nome simbolo del tailoring.


A tu per tu con Francesco Arca: esordi, passioni, progetti passati e futuri

Ph: Davide Musto

Styling: Stefania Sciortino

Ass ph: Michele Vitale, Eleonora Cova Minotti

Grooming: @simonebellimakeup

Location: Corso 281 Luxury Suites Roma

Toscano doc (è nato a Siena nel 1979), l’attore Francesco Arca si è avvicinato alla recitazione quasi casualmente, grazie anche alla notorietà regalatagli nei primi anni Zero da alcuni programmi e reality show, ma da allora non l’ha più abbandonata, costruendosi una solida carriera. Dopo gli inizi in fiction dal grande seguito è approdato al cinema d’autore con Ferzan Özpetek – che l’ha voluto al fianco di Kasia Smutniak in Allacciate le cinture (2014), poi sono arrivati serial italiani (Sacrificio d’amore, La vita promessa, il recente Svegliati amore mio) e di respiro internazionale come Los nuestros o Promesas de arena. A breve lo vedremo in nuovi titoli per il grande e piccolo schermo, come ci ha confidato nell’intervista che segue.

In questo momento sei sul set, a cosa stai lavorando?

«A una serie per Canale 5 di cui sarò protagonista con Vanessa Incontrada, girata quasi del tutto ad Arezzo; per la prima volta interpreterò un personaggio appunto toscano, il che mi riempie di soddisfazione. Sono anche sul set di una serie Netflix e, a fine giugno, inizieranno le riprese del nuovo film di Lillo, in questo caso si tratta di poche scene per un piccolo ruolo, ma sono contento di dare il mio contributo».



La recitazione è sempre stata tra i tuoi obiettivi oppure è venuta fuori man mano?

«Non era assolutamente tra i miei obiettivi, all’inizio per un discorso di emulazione della figura paterna volevo fare il militare, poi ho intrapreso un percorso televisivo di cui mi sono stancato dopo un paio d’anni, lasciando anche Milano che per me rappresentava quell’ambiente lì.
L’amore per la recitazione è nato quando mi sono fidanzato con Laura (Chiatti, ndr), seguendo lei, accompagnandola sui set dove ho cominciato silenziosamente a guardarmi intorno, a osservare; ben presto mi sono fatto coinvolgere dalla magia del cinema, così ho cominciato a studiare, a inserirmi pian piano in questo mondo, da lì è partito tutto».



Sei stato tra i protagonisti di Allacciate le cinture (2014) di Özpetek, cosa puoi dirci di quell’esperienza, com’è stato lavorare con un autore della sua caratura?

«È stata un’esperienza unica, all’epoca non riuscivo a rendermene conto appieno, tornandoci a distanza di anni ne traggo delle considerazioni che prima non sarei stato in grado di fare, su tutte quanto mi abbia aiutato in termini lavorativi girare un film con lui, quanto si possa imparare da un maestro del genere, che ti fa capire come, alla base di questo mestiere, ci sia sempre l’emozione, nel bene e nel male bisogna emozionare il pubblico.
Özpetek insisteva molto proprio sul piano emozionale, sul far rivivere determinati momenti, non era un lavoro tanto pratico quanto psicologico, perlomeno prima di girare, quando mi ha fatto entrare nella sua fantastica visione. Sul set invece mi guidava, anche perché ne avevo bisogno, essendo privo dell’esperienza necessaria a gestire un ruolo simile, dunque mi ha guidato e io saggiamente, in modo quasi militaresco, l’ho seguito».



Ci sono dei registi, in particolare, con cui vorresti lavorare?

«Lasciami dire che un’altra figura per me fondamentale è stata Ricky Tognazzi: mi ha dato una cosa che in pochi mi avevano concesso, la fiducia, ha creduto in me e, pur seguendomi, mi ha lasciato andare. Ricky e Simona (Izzo, moglie e collaboratrice del regista, ndr) sono state due persone davvero importanti a livello sia umano sia lavorativo.
Per quanto riguarda i registi ce ne sono tanti, ad esempio ultimamente mi sono trovato a girare con Fabrizio Costa, una persona squisita che mi ha aperto il cuore; è un cineasta di vecchio corso e mi sta insegnando molto, il bello di questo lavoro sta nel fatto che ogni persona con la quale collabori apporta un qualcosa, ti dà un quid. La più grande vittoria per me consiste nel riuscire a lavorare con tanti autori che possono regalarti altrettante sfumature diverse, solo allora puoi diventare un attore completo».

Al di là del lavoro, quali sono le tue passioni?

«Sono sempre stato per il mens sana in corpore sano, il mio tempo libero lo dedico allo sport; da 6-7 anni, inoltre, ho scoperto la meditazione, che intendo anche semplicemente nel senso di prendere asciugamano e libro, andare in un parco e mettermi lì da solo, immergendomi in una pratica che riesce a tranquillizzarmi».

Che rapporto hai con i social?

«Sono ormai parte integrante della nostra vita, non mi sono certo messo contro questo dato di fatto, ho cercato di assecondarlo senza farne un uso smodato. Penso di avere un rapporto tutto sommato equilibrato con i social, pubblico qualcosa quando mi va, non perché debba o voglia apparire per forza, anzi, di mio sono abbastanza riservato, però ci sono persone che magari mi seguono da anni e cerco di metterle al corrente di ciò che faccio. D’altra parte se prima il pubblico poteva informarsi sugli attori solo attraverso interviste e articoli, ora con i social può farlo in maniera diretta ogni giorno».



Cosa pensi del connubio tra abiti di scena e interpretazione del personaggio? E che rapporto hai con la moda?

«I costumi ti aiutano tantissimo a entrare in una determinata situazione, nel momento di indossarli avviene come una magia e diventi quel personaggio specifico, in questo senso più gli abiti di scena sono caratterizzanti, meglio è; credo però che i veri artisti, cui va dato tutto il merito, siano i costumisti, che piegano abilmente la moda alle esigenze del cinema o del teatro. Per quanto riguarda il mio gusto personale, ho alcuni stilisti di riferimento che, anche a livello comunicativo, mi lasciano la libertà che cerco, in effetti è proprio questa la parola chiave parlando di moda; non mi piacciono gli stereotipi, adattarmi per forza alle tendenze o avere cose che portano tutti, cerco di definire un mio mondo».

Quali capi o accessori non possono mancare nel tuo guardaroba?

«In estate sicuramente dei jeans corti neri che ho da circa dieci anni, li indosso continuamente, poi un paio di sneakers che porto sempre con me, per potermi ritagliare ovunque un’oretta per correre o allernarmi».


Cosa ti aspetti dal 2021 e, in generale, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Mi aspetto di tornare in Spagna, dove intendo portare avanti dei contatti che risalgono al 2017, ho fatto due lavori lì che mi hanno permesso di crescere tanto e non vedo l’ora di tornarci, ho trovato una dimensione per certi versi molto più vicina a me.
L’obiettivo, per il futuro, è passare nel paese almeno meta dell’anno lavorando a progetti in lingua spagnola o araba, nel solco di quanto fatto finora».

Summertime, cinema d’autore e non solo: il talento sfaccettato di Andrea Lattanzi

Ph: Davide Musto

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Total look Dior


Volto della serie Summertime insieme ad altre promesse del panorama attoriale italiano, Andrea Lattanzi è un artista poliedrico: al di là della carriera ben avviata sullo schermo (che l’ha visto cimentarsi con opere prime, thriller e pellicole drammatiche, da Manuel Palazzo di Giustizia passando per Letto N. 6 e Sulla mia pelle), impegna il suo tempo scrivendo, componendo musica, dilettandosi con la fotografia. In attesa di vederlo nuovamente nei panni di Dario nella terza stagione del teen drama di Netflix (la seconda è disponibile ora sulla piattaforma di streaming) e nel film La svoltacon Manintown ha parlato di esordi, provini, set, città agli antipodi nel vero senso della parola (Roma e New York) e altro ancora.

Hai frequentato vari corsi di recitazione e, a un certo punto, ti sei trasferito negli Usa con il sogno dell’Actors Studio. Diventare un attore, dunque, è sempre stato un tuo obiettivo?

«La recitazione in realtà è arrivata un po’ per caso, un primo approccio risale all’ultimo anno di scuola media, quando sostenni un provino di cui avevo letto su un volantino. Intorno ai 17 anni la passione si è riaccesa, ho iniziato a studiare e un coach mi ha dato la spinta necessaria ad andare fuori, così mi sono trasferito a Londra e poi a New York, con il sogno dell’Actors Studio.
Ho vissuto un periodo intenso, ritrovandomi anche a dormire per strada. Ogni settimana andavo all’Actors Studio ma non avevo il coraggio di entrare, quando l’ho fatto ho realizzato che per frequentarlo sarebbero state necessarie troppe cose, a partire dalla Green Card. Perciò sono tornato in Italia, il giorno prima di partire ho letto di un casting alla Festa del Cinema di Roma che vedeva in giuria Carlo Verdone, Lina Wertmüller e Daniele Luchetti. Bisognava recitare un monologo, ho scelto Er fattaccio di Gigi Proietti, fatto sta che Il giorno del provino il ragazzo prima di me ha portato lo stesso pezzo e Verdone lo ha interrotto dopo qualche minuto; quando è stato il mio turno ho preso coraggio e, davanti alle sue rimostranze, l’ho pregato di non fermarmi. Alla fine ho vinto il concorso, è cominciato tutto da lì».

Hai dichiarato che «un attore dovrebbe essere un artista a 360 gradi», in effetti sembri avere una creatività sfaccettata: fotografi, scrivi, componi musica… Ti va di parlarci di queste tue inclinazioni, pensi che potrebbero trovare spazio nel tuo percorso artistico?

«Tutte queste attività, semplicemente, mi completano, mi fanno stare bene. Ho iniziato adesso un’altra sceneggiatura, canto, ho scritto dei testi musicali. Sono un attore e mi piace da morire, ma in quanto tale mi reputo un artista, e alla fine ogni artista è un insieme di tante cose differenti».

Hai recitato in film drammatici, thriller, serie, ci sono generi che prediligi o con cui vorresti metterti alla prova? E registi con i quali sogni di lavorare?
«Credo che un attore debba essere versatile, disposto a trasformarsi, a sperimentare il più possibile. Detto ciò, preferisco il cinema autoriale, come i due film che finora ho più amato, cioè Manuel e La svolta, gli unici dai cui set ho preso un ricordo, il giubbotto indossato in scena; sono pellicole sotto certi aspetti simili e, a livello di sceneggiatura, mi hanno dato maggiore visibilità, potrei dire di essere stato tra i protagonisti di entrambe, sebbene non mi piaccia affatto l’espressione e tutto ciò che ruota intorno al concetto di protagonismo.

Parlando di registi, anche italiani, non saprei scegliere, ci sono diversi autori emergenti con i quali mi piacerebbe lavorare, come i fratelli D’Innocenzo, il duo Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, lo stesso Dario Albertini (regista di Manuel, ndr), però ce ne sono davvero tanti».

Cosa puoi dirci di Summertime? Esperienze sul set, ricordi, tutto ciò che vuoi…
«Nella seconda stagione si assisterà a una crescita di tutti i personaggi, compreso il mio (Dario, ndr), vedremo nuove storie, rivalse e tanto altro. Di Dario posso dire che forse troverà una sua strada, rispetto all’anno precedente è maturato molto.
L’esperienza in sé è stata totalmente diversa dalle precedenti, ero abituato a lavorare con troupe abbastanza ristrette, sul set di Summertime le persone erano il triplo. Mi sono confrontato con un modo di fare parecchio diverso rispetto al cinema, dove le cose sono più impostate, nelle serie invece è tutto frenetico, inoltre mi sono trovato splendidamente sia con gli altri ragazzi del cast che con la produzione».

Sei un romano verace, che rapporto hai con la capitale? ci sono luoghi ai quali sei particolarmente legato, oppure tappe imperdibili per un weekend in città che consiglieresti a chi ci legge?

«Sono dell’idea che qualunque cosa faccia un romano, prima o poi tornerà alla base. Ho trascorso due anni a New York e, all’improvviso, ho sentito una mancanza incredibile della città. Ormai mi sono “rassegnato”, amo Roma pur con tutti i suoi pregi e difetti, qui in ogni angolo spuntano storia e bellezza. Il luogo che preferisco è forse il Gianicolo, nei momenti di solitudine spesso andavo lassù e sedevo sul muretto, ammirando il panorama meraviglioso.

Tra le tappe obbligate menziono San Pietro, bisogna visitarlo e salire in cima al Cupolone, ho avuto la fortuna di andarci recentemente e c’erano pochissimi turisti, una goduria! Ad ogni modo ci sono così tante cose da fare e vedere, chi viene in città dovrebbe trovarsi un amico romano che lo porti in giro».

Il protagonista di Summertime in uno degli scatti realizzati in esclusiva per l’intervista con Man in Town

Come vivi il legame tra abiti da indossare sul set e interpretazione del personaggio?

«Mi è capitato che alcuni abiti di primo acchito non mi convincessero ma poi, vedendoli sullo schermo, mi sono reso conto di quanto funzionassero, quindi ho imparato a non giudicarli frettolosamente. I costumi di scena, inconsciamente, mi aiutano tanto, mi danno una mano a entrare nella parte, in questo senso le persone esterne possono avere una visione differente e magari più precisa della tua; secondo me, comunque, non ci si deve focalizzare troppo sui vestiti né preoccuparsi di essere fighi, gli abiti devono essere giusti per il personaggio, uno stumento al suo servizio».

Che rapporto hai con la moda, ci sono capi o accessori cui non potresti rinunciare?

«Ultimamente ho un’autentica fissazione per anelli, bracciali e occhiali da sole, a livello di capi sto rivalutando il look anni ‘70».

Hai film o serie in uscita? Quali sono i tuoi progetti, se vogliamo anche i sogni, per il futuro?

«L’ultimo progetto è stato La svolta, al momento sono fermo ma a breve cominceranno le riprese della terza stagione di Summertime.

Tempo fa mi era arrivata una chiamata dall’estero, una grande opportunità che purtroppo ho dovuto declinare perché impegnato con un altro lavoro, spero in futuro capiti di nuovo un’occasione simile, sarebbe fantastico prendere parte a un progetto internazionale».