Le migliori collezioni maschili della Lisbon Fashion Week 2021


Come la quasi totalità delle kermesse di moda internazionali, anche quella di Lisbona ha dovuto fare i conti con le restrizioni legate al protrarsi della pandemia, lanciando una versione totalmente digitale della Lisbon Fashion Week incardinata sul concetto di ‘comunità’, ospitata per quattro giorni, a partire dallo scorso 15 aprile, sulla piattaforma dedicata.

Abbiamo stilato un resoconto delle collezioni menswear presentate in questa prima – e auspicabilmente ultima – edizione online di ModaLisboa, tra esordienti assoluti, nomi di punta della scena lusitana e brand che abbracciano in tutto e per tutto la causa della sostenibilità.

Sangue Novo

Ad aprire le danze, nella prima giornata, è la finale del concorso Sangue Novo, riservato ai migliori talenti del fashion system portoghese (e non solo), che quest’anno vedeva in lizza cinque new names: Andreia Reimão, Ari Paiva, Arndes, Fora de Jogo e Rafael Ferreira. 

Se ad aggiudicarsi il ModaLisboa X Tintex Textiles Awardè stato il mix and match di João Januário (Fora de Jogo), Rafael Ferreira con le sue mise scultoree, di grande impatto visivo ha ottenuto il premio assegnato da Moche al designer più votato via app.



Béhen

Si intitola I want you so bad la collezione Béhen disegnata da Joana Duarte, fautrice di una visione etica e circolare del prêt-à-porter che passa dal recupero di lenzuola, trapunte, federe,stoffe second hand in generale.

L’upcycling è dunque al centro del défilé svelato il 15 aprile, in cui la fanno da padrone copriletto, velluti, sete preziose e altri tessuti rétro scovati un po’ ovunque, dal Portogallo a Macao, usati per forgiare un guardaroba che indulge in atmosfere oniriche e trasognate, accendendosi grazie a print effetto tappezzeria, chinoiserie efantasie bucoliche dai toni vividi (bordeaux, oro, acquamarina, arancione e così via).
Le silhouette, rilassate, evitano qualsiasi costrizione o formaltà, e nelle uscite maschili si alternano capi stampati da cima a fondo, fluenti camicie dai motivi orientaleggianti su pantaloni scampanati, coat e completi ornati da ramages floreali, blouson pittati come arazzi, in un turbinio di cromie e decori.



Hibu

Hibu tiene alto dal 2013 il vessillo del genderless, punto d’approdo naturale per la creatività rutiliante, polimorfa, a tutto colore della direttrice artistica Marta Gonçalves.
Anche stavolta, quindi, lo show della griffe si rivolge indistintamente a uomini e donne, con outfit energici che guardano al grunge e alle vestibilità ampie degli anni ‘90, in un assemblage di t-shirt delavé, denim sfilacciato, casacche bucherellate sovrapposte ad abiti madras, maglioni dai pattern ipnotici, cargo pants in velluto millerighe e sottili camicie fittamente pieghettate, che stridono con le forme dei pantaloni oversize cui vengono accoppiate.



Duarte

La sostenibilità è parte integrante del lavoro di Ana Duarte, che con il marchio omonimo punta a rinnovare in senso green lo streetwear; la sua ultima prova, Reef, omaggia la Grande Barriera Corallina, meraviglia della natura minacciata dal processo di graduale sbiancamento in atto, un’emergenza su cui la stilista vuole richiamare l’attenzione.
In passerella sfilano lookimmediati e grafici dalla vibe sportiva, ispirati in varia misura proprio alla sterminata distesa di coralli al largo dell’Australia, tra parka, tracksuit e giacche college a blocchi di colore saturo, oppure percorse da stampe acquose che movimentano le texture, tingendole delle intense gradazioni cromatiche dei coralli, dal rosso al lilla, dal verde al blu.
Coerentemente alla filosofia del brand, la scelta dei materiali ricade perlopiù su fibre come plastica e cotone riciclati che affiancano i filati tecnici, neoprene in primis.



Constança Entrudo

Con la sfilata A/I 2021 – The world we live in: Part IIConstança Entrudo enfatizza la manipolazione dei materiali riciclati che l’ha resa una delle personalità più promettenti e seguite della moda lusitana.
La designer prende le mosse dalle foto naturalistiche pubblicate su Life negli anni ‘50 come dalla tradizione del ricamo di Madeira e dal movimento tropicalista (che propugnava al tempo una sorta di cannibalismo culturale), concretizzando il tutto in un défilé misto che vive di contrasti, campionando ensemble dai tratti irregolari, che appaiono (volutamente) disomogenei, non rifiniti; sul davanti dei capi ondeggiano fili e scampoli di tessuto, i frequenti patchwork scoprono qua e là la pelle e abbondano trasparenze, intagli e grafiche ridondanti.
Una collezione che dimostra, in sostanza, come la sostenibilità non sia per forza sinonimo di uno stile severo e understated.



Valentim Quaresma

Per Valentim Quaresma riuso creativo fa rima con progresso, creatività, con quella metamorfosiche dà il nome alla sfilata co-ed e viene innescata, per l’appunto, dalla commistione di scarti tessili, resine, vetri, alluminio e altri materiali di recupero per plasmare outfit stratificati e dalle linee allungate. Lo stilista li associa a bozzoli protettivi ed esoscheletri, ad ogni modo si tratta di creazioni a dir poco intricate, che certificano le innumerevoli possibilità offerte dall’upcycling.



Heron Preston, il designer innamorato del workwear che ha conquistato la Nasa


Se a 38 anni possiedi un brand presente nel calendario della fashion week parigina, tra i tuoi apprezzatori si contano The Weeknd, Hailey Bieber e Travis Scott, nel tuo cursus honorum campeggiano mostri sacri dello showbiz (leggi Kanye West) e marchi iconici come Nike o Levi’s, vuol dire che hai già conquistato un posto d’onore nell’affollatissimo milieu della moda contemporanea. Le informazioni appena snocciolate si riferiscono a Heron Preston, titolare dell’etichetta eponima con cui, dal 2017, è impegnato a sfumare sempre di più i confini tra lusso, abbigliamento street e workwear.

Sanfranciscano ma newyorchese adottivo, incarna alla perfezione quella poliedricità che oggi sembra essere la carta vincente per gli stilisti, destreggiandosi agevolmente tra passerelle, graphic design, fotografia, dj set e consulenze per il citato West, che in passato gli ha affidato la direzione artistica di numerosi progetti, dalla linea ready-to-wear Yeezy all’album ‘The Life of Pablo’. Un autentico factotum della creatività, dunque, la cui formazione non poteva non essere sopra le righe.



Nato e cresciuto nella Bay Area, il nostro per sua stessa ammissione è uno smanettone fissato con internet che, nel tempo libero, sperimenta con la serigrafia e non disdegna lo skate.
Nel 2004 si trasferisce nella Grande Mela, dove studia alla Parsons School of Design, inserendosi rapidamente nei giri giusti ed entrando in contatto con Aaron Bondaroff, ex gallerista della Morán Morán (all’epoca OHWOW Gallery); è quest’ultima a pubblicare, nel 2008, il photobook ‘The Young and the Banging’, una sorta di annuario fotografico zeppo di polaroid scattate da Preston, che fin dal suo arrivo in città si diletta a immortalare la meglio gioventù creativa di Downtown. Tra gli sponsor dell’iniziativa c’è Nike, che finisce per assumere l’autore, nominandolo in breve Global Digital Strategies della divisione NikeLab.
Nel 2012 viene contattato da Virgil Abloh e Matthew M. Williams, allora due designer semisconosciuti, che lo invitano a unirsi a loro da Been Trill, un collettivo che nel suo triennio di attività sarà assai chiacchierato, ma lancerà definitivamente le carriere dei membri più in vista. In questo periodo, Preston continua a stringere relazioni con i nomi che contano nell’industria modaiola e affina ulteriormente la sua estetica, tutta giocata sulla manipolazione spigliata di codici e suggestioni provenienti dagli ambiti più eterogenei.

Conclusa la parentesi di Been Trill, si dedica a vari progetti una tantum, ad esempio affastellando loghi disparati su magliette rinominate ‘NASCAR Factory Defeat’, oppure customizzando un paio di Nike Air Force 1 con patch a forma di stella (una copia dichiarata del simbolo della label Bape) ritagliate da uno scampolo di tessuto Gucci GG Supreme.
Nel frattempo, turbato dal ritrovamento di un sacchetto di plastica nel mare di Ibiza, prende consapevolezza dell’urgenza della questione ambientale e si associa al Department of Sanitation di New York per la capsule Uniform, in cui vengono riciclate proprio le vecchie uniformi dei netturbini dell’ente che gestisce la raccolta rifiuti, convertite in borsoni dalle tonalità fluo, giubbini a stampa foliage, felpe e t-shirt dall’aria un po’ dimessa.
A quel punto – siamo nel 2016 – Preston si convince a seguire le orme degli ex colleghi Abloh e Williams, che cominciano a fare faville rispettivamente con Off-White e 1017 Alyx 9SM, e lancia l’e-store HPC Trading Co., preludio alla nascita della griffe col suo nome che arriverà un anno dopo.



Il designer ha ormai definito il proprio vocabolario di stile, i cui lemmi sono presto detti: in primo luogo, la fascinazione per le uniformi dei lavoratori (operai edili, poliziotti, vigili del fuoco ecc.), con collezioni che largheggiano in nuance evidenziatore, bande catarifrangenti, tag identificativi, nastrature, abrasioni, cinture a guisa di imbracatura e chi più ne ha più ne metta, una caterva di riferimenti al workwear combinati al repertorio ormai consolidato dello streetwear, che prevede felpe, pantaloni cargo, denim jacket, smanicati e altri capi easy, dalle forme anabolizzate e il tono rude quanto basta.
In secundis, il ricorso copioso alle stampe, che siano scritte icastiche come la quasi onnipresente dicitura in cirillico стиль (che sta per “stile”), print che rimandano alla grafica basilare dei primi pc o raffigurazioni variegate dell’airone, animale feticcio del marchio, un calembour che gioca con il significato dell’inglese heron, airone appunto.
Da ultimo, una certa, costante dose di sfrontatezza, che lo spinge di volta in volta ad (auto)ironizzare su tic e contraddizioni degli influencer (categoria di cui fa parte, d’altronde), oppure a stampigliare sulle magliette vendute nella boutique moscovita KM20 l’immagine di Vladimir Putin che inforca gli occhiali da sole.



Il novero delle collaborazioni di riguardo si infoltisce velocemente, a cominciare dalla doppietta dello show F/W 2018 in cui Preston presenta le capsule collection con Carhartt e Nasa: se la prima codifica la sua affinità con l’abbigliamento da lavoro in diciotto proposte di chiara derivazione utilitaristica, tra giacche chiazzate di vernice, gilet zippati e maglie slabbrate, la seconda omaggia la storia dell’agenzia spaziale statunitense, facendo largo uso di materiali futuribili quali nylon ripstop e alluminio per zaini che imitano il jetpack e abiti ricalcati sulle tute degli astronauti, con un afflato avveniristico degno delle visioni Space Ace di André Courrèges, Paco Rabanne e Pierre Cardin.
Nello stesso anno mette mano agli Ugg, i famigerati stivaletti foderati di pelliccia, apponendovi le sue caratteristiche linguette in colori flashy, un’iniziativa bissata e allargata ad altre calzature dell’azienda nel 2019, quando ha l’opportunità, tra le altre cose, di ibridare le silhouette di due celebri modelli Nike Air Max (95 e 720), ottenendo una sneaker bombata e avvolta in strati di TPU traslucido, e di intervenire sui 501 Levi’s, i jeans per definizione, divertendosi a decolorarli e maltrattarne il tessuto.

Nel 2020 si concede un coup de théâtre con il dentrificio – tanto per cambiare – arancione per Moon, co-firmato dalla supermodel Kendall Jenner e in tiratura ovviamente limitatissima. 

L’ultima collaborazione risale invece alla fine di aprile e coinvolge Calvin Klein, un’istituzione del casual a stelle e strisce di cui Preston ha aggiornato i pezzi più pratici e discreti (jeans a gamba dritta, tee, intimo ecc.) in chiave unisex e sostenibile.
Le prossime collaborazioni, con tutta probabilità, non tarderanno ad arrivare, per convincersene è sufficente riprendere le parole del diretto interessato, che già nel 2006, parlando con il magazine Freshness della propria imprevedibilità, aveva fornito una summa del Preston-pensiero: «Non voglio che le persone mi comprendano appieno perché sarei noioso. Saprebbero cosa aspettarsi. Se [invece] con Heron Preston creo un contrasto, facendo un giorno qualcosa su Warren Buffett, quello dopo su Huf [brand di skatewear, ndr] o sulla sicurezza di internet, susciterò una certa attrattiva e le farò tornare».


Backstage at Heron Preston Men’s Fall 2020, photographed in Paris on Jan 16, 2020.

Con la collezione FW 21/22 Luca Larenza coniuga innovazione e sostenibilità, restaurando i telai del Real Belvedere di San Leucio

Complice anche la pandemia di Covid-19, la cura del proprio sé interiore è (ri)diventata una priorità generalizzata, e l’obiettivo sembra essere adesso raggiungere una sorta di stato di grazia, di contemplazione spirituale; in tutto ciò, la moda può essere capace di esprimere icasticamente un proposito tanto ambizioso. Ne è una prova l’ultima collezione del designer Luca Larenza per la stagione Fall-Winter 2021/22, in cui la vita al di fuori delle grandi metropoli, all’insegna di buone letture e dell’immersione totale, quasi religiosa, nella natura assurge al ruolo di nuovo modello esistenziale.
Quello proposto dall’omonimo brand è uno stile che indulge nel gusto nostalgico per l’arte classica, nella voglia di perdersi nei propri pensieri superando limiti e angustie della contemporaneità, e segna il ritorno a un passato caratterizzato da principi e pratiche ormai quasi scomparse.

In parallelo alle proposte per il prossimo Autunno/Inverno, Larenza presenta un progetto di resposabilità sociale, che l’ha visto collaborare con la regione Campania per il recupero degli antichi telai del Real Belvedere di San Leucio, nella provincia di Caserta, un complesso edificato a partire dal 1779 per volontà del re Ferdinando IV di Borbone.

Larenza stesso ci ha raccontato : ” Come ho anticipato via Instagram, ho creato una connessione con la regione Campania dando vita ad un progetto di Social Responsibility per ridare valore ad un luogo, sinonimo di eccellenza nel mondo. Lo storico sito nasce nel 1779 dal sogno di Re Ferdinando di dar vita ad una comunità autonoma, fondata sulla produzione di pregiatissima seta, famosa in tutto il mondo per la sua raffinatezza ed eleganza. Il complesso monumentale racchiude tra le sue numerose stanze un piccolo gioiello di archeologia industriale, un’ampia sala con telai in legno per la produzione e lavorazione della seta perfettamente funzionanti. In accordi con le sedi delle Belle Arti, ho quindi preso parte al restauro dei prestigiosi telai e i lavori, iniziati i primi di dicembre, si sono conclusi durante i primi giorni del 2021″.



A fare da sfondo (altamente scenografico) agli outfit della collezione FW 2021/22, contraddistinti da volumi languidi e nuance calde, è dunque proprio il sito oggi patrimonio dell’Unesco.
I giovani pensatori del marchio sfoggiano morbidi suit effetto macchiato in velluto maltinto, declinati nelle sfumature del beige e blu; il motivo “macchiato” viene tradotto anche sulla maglieria in tessuto merino extrafine, ricorrendo alla tecnica jacquard. Ritroviamo la stessa, soffice varietà di lana nei cardigan a punti alternati e a coste larghe, proposti in cromie che spaziano dal senape al bianco latte al blu navy, mentre i pull di dimensioni maxi, vivacizzati da grafismi mutlicolor a mo’ di pixel e lavorati a jacquard, presentano colli “importanti” e trecce in rilievo sulla texture.

Per quanto riguarda i capispalla, spiccano i voluminosi cappotti checked in lana e alpaca, con maniche raglan, e gli overcoat doppiopetto con cintura d’impronta homewear, ampi e confortevoli come una vestaglia. Tra gli accessori, bisogna menzionare i cappelli modello beanie in alpaca bottonata, color panna o caratterizzati dalle striature tipiche del mouliné, e le sciarpe extra long in diverse tonalità di arancio e azzurro, percorse da righe.

Va rimarcata, infine, la citata partnership con la Regione e le sedi delle Belle Arti, volta a restaurare e donare nuova vita agli storici telai del Museo della Seta del Belvedere di San Leucio; una declinazione inedita e sorprendente del concetto di sostenibilità, in cui quest’ultima si lega alla valorizzazione di una tradizione di grande valore storico-culturale, oltre che artigianale.




La camicia hawaiana è il must dell’estate 2021 (Beckham docet)

Un paio di settimane fa Maserati ha rilasciato un filmato che vede David Beckham – novello global ambassador del Tridente – sgommare a bordo di un Suv Levante Trofeo. A fare notizia però, più delle prodezze al volante, è stata la camicia hawaiana di Saint Laurent esibita da Beck, uno sfavillio di fregi tropicali nelle sfumature del rosso, azzurro e bianco su base nera.
Un pezzo con tutti i crismi della categoria aloha shirt, lasciato aperto sulla t-shirt e accompagnato da ampi pantaloni neri; considerato il gradiente di coolness dell’asso del calcio inglese, c’è da scommettere che diventerà un must-have del menswear primavera/estate 2021.

Beckham, tra l’altro, va ad aggiungersi a una schiera di estimatori di prim’ordine avvistati recentemente con indumenti in stile Hawaii, da Justin Bieber a Cara Delevingne, dalla blusa vitaminica di Celine indossata da Rihanna per una capatina al supermercato a quella in tinte neon con cui Bill Murray si è collegato alla cerimonia (virtuale) dei Golden Globe 2021.



Questa plausibile, inattesa centralità della hawaiian shirt, che evoca in genere istantanee ben poco glam (signori attempati ritiratisi a svernare in Florida, commedie ambientate in location idilliache, freak che manifestano a mezzo camicia la volontà di non prendersi mai sul serio, ecc.) causerà probabilmente parecchie alzate di sopracciglio, ma a ben guardare si è insinuata da tempo nel reame dello stilisticamente corretto – o perlomeno accettabile, ricomparendo a fasi alterne nelle tendenze di stagione.

Dopotutto, le grafiche palpitanti che la caratterizzano (fiori di ibiscus, piante esotiche e altri motivi jungle) accendono l’immaginazione e forniscono alla mise un boost non indifferente di colore, utile a spezzare la monotonia di tute e simili tenute casalinghe, senza contare che questa è la stagione in cui, si spera, riusciremo finalmente a sbarazzarci del virus mortifero, trasferendo magari anche sugli abiti una sensazione di ritrovata vitalità.

Per inquadrare al meglio la camicia hawaiana sono necessari alcuni cenni storici: sebbene non vi sia una data precisa, l’origine è da ricercarsi sicuramente nell’arcipelago del Pacifico, un’oasi di multiculturalità dove, nei primi decenni del Novecento, convivono già immigrati portoghesi, cinesi, giapponesi e del Sud-Est asiatico, con ciascuna etnia che contribuisce a codificarne le caratteristiche; il risultato finale, infatti, è un incrocio tra la foggia della palaka indossata dai lavoratori delle piantagioni, la stoffa crêpe dei kimono e i colori appariscenti del tradizionale kapa degli isolani, da portare come il barong tagalog filippino, una camiciola trasparente tenuta fuori dai pantaloni.
Le fattezze del capo, da allora, sono rimaste pressoché invariate: il taglio è ampio e squadrato, le consistenze ridotte al minimo sindacale grazie all’impiego di tessuti quali seta, mussola, lino o viscosa, le maniche invariabilmente corte, le punte del colletto ripiegate e distese. In buona sostanza, un indumento ad alta riconoscibilità, specie per quei visitatori che, a partire dagli anni ‘20, giungono alle Hawaii e prendono ad acquistarlo come souvenir di viaggio. In breve la richiesta si impenna, di conseguenza aumentano a dismisura le imprese locali dedite a confezionarlo, compresa quella di un tal Ellery Chun che nel 1936 registra il marchio ‘aloha shirt’ (l’altro nome con cui è conosciuto).



Nel ventennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, con centinaia di migliaia di turisti che affluiscono nelle spiagge dello stato americano, la camicia hawaiana conosce il suo periodo di massima popolarità, guadagnandosi addirittura la copertina della rivista Life, che nel dicembre ‘51 mette in prima pagina il presidente Harry Truman con addosso una candida versione floreale. Per favorirne la diffusione anche al di fuori dei contesti vacanzieri, la Hawaiian Fashion Guilde nel ‘66 si inventa perfino l’Aloha Friday, antesignano della prassi ormai consolidata del look informale per il venerdì in ufficio.
Sono tuttavia film e serie tv a scolpirne il profilo nell’immaginario collettivo del tempo: il catalogo di celebrità apparse sul grande e piccolo schermo in camicia hawaiana è sterminato, si va dai divi dell’età dell’oro di Hollywood, come Frank Sinatra in ‘Da qui all’eternità’ (1953) o Elvis Presley in ‘Blue Hawaii’ (1961) al Johnny Depp sotto acidi di ‘Paura e delirio a Las Vegas’ (1998), dall’eroe romantico per eccellenza (Romeo/Leonardo DiCaprio nell’adattamento firmato Baz Luhrmann della tragedia shakespeariana) a Tom Selleck, aka il detective godereccio del telefilm ‘Magnum P.I.’, non a caso di stanza a Honolulu.

In tutto questo la moda non tarda a fornire le sue varianti sul tema Hawaii shirt, cogliendone le potenzialità di alternativa civettuola alla schematicità insita in buona parte dell’abbigliamento maschile, e indulge volentieri in cromatismi pop, stampe fantasmagoriche e texture impalpabili.



Tornando alla P/E 2021, designer e brand sembrano orientati a recuperare l’originaria vocazione leisure della camicia, con superfici adorne di grafiche tropicaleggianti e forme fluide come non mai. È d’obbligo partire dal citato modello di Beckham targato Saint Laurent, parte della collezione estiva della maison. Il direttore creativo di Casablanca Charaf Tajer, invece, fa tesoro del lockdown passato a Maui, traslando sulle blusa i paesaggi celestiali dell’isola, tra palmizi, onde e dune di sabbia in tonalità lisergiche.
Pierpaolo Piccioli, chez Valentino, ricorre ai fiori per trasmettere l’idea di una mascolinità radicalmente romantica, dispiegando sulla seta color lavanda il motivo Flying Flowers; peraltro sono diversi gli stilisti che subiscono il fascino dei print fiorati: Paul Smith, per esempio, piazza sul twill celeste del camiciotto, provvisto di tasche frontali, rose di un giallo intenso; Jun Takahashi di Undercover opta per veri e propri bouquet nei toni del rosso e arancio, Pierre Mahéo (Officine Générale) per ramages stilizzati su fondo bianco, mentre il modello disegnato da Saif Bakir ed Emma Hedlund (CMMN SWDN) brulica di foglie e infiorescenze in nuance bruciate; e ancora, Davide Marello di Davi Paris diluisce a mo’ di acquerello i contorni dei fiori riprodotti al centro della camicia.

Altrove, le fantasie sono se possibile ancora più sfolgoranti: è il caso di Versace, che riedita sulle camicie hawaiane flora e fauna marina della stampa d’archivio Trésor de la Mer, in un’esplosione di cromie brillanti, oppure di Dries Van Noten, che traduce su tessuto la psichedelia pittorica dell’artista Len Lye, o ancora dei pattern-cartolina della shirt di Amiri.



Con una tale abbondanza di esempi, per adeguarsi al trend è sufficiente scandagliare i negozi, fisici o virtuali che siano, alla ricerca dei pezzi sopramenzionati, scegliendo tra un ventaglio di proposte che include modelli griffati Valentino, Casablanca, Dries Van Noten, Saint Laurent, Paul Smith, Officine Générale e CMMN SWDN. Alla lista si potrebbero poi aggiungere la camicia hawaiana in misto cotone e seta di YMC, densa di coloratissimi disegni floreali, quella di NN07, vivacizzata da pennellate bianche e blu, e infine quella di Prada dai toni poudré, un florilegio di petali, steli e boccioli.
Tutto sommato, se a causa della pandemia perdurante non sarà possibile nemmeno quest’estate raggiungere località turistiche più o meno ambite, basterà indossare la camicia “giusta” per sentirsi in vacanza. 

La Portugal Fashion Week presenta (online) le collezioni Fall/Winter 2021-22 dei designer lusitani

La 48esima edizione della Portugal Fashion Week, dedicata alle collezioni Fall/Winter 2021-2022 e conclusasi pochi giorni fa, presentava quest’anno un titolo emblematico, The Sofa Edition. Come praticamente tutte le settimane della moda internazionali, infatti, anche quella organizzata nella città di Porto ha dovuto trasferire online runway, webinar, interviste e quant’altro, suddividendo il tutto in due step: i primi nove show sono andati in scena dal 18 al 20 marzo, mentre nella tre giorni di aprile, dal 22 al 24, altre 25 griffe hanno svelato le proprie proposte per la stagione fredda che verrà.

Di seguito, un compendio dei défilé che hanno scandito la kermesse modaiola portoghese.

Take 1

Nel primo take di marzo, si sono dati il cambio giovani creativi e nomi affermati del fashion system locale, a cominciare da Maria Carlos Baptista, vincitrice nel 2020 del contest BLOOM e chiamata proprio dalla piattaforma che supporta i nuovi talenti lusitani a inaugurare (virtualmente) le passerelle della Portugal Fashion, con le sue mise strutturate, dai profili allungati.

Il giorno seguente, è stato il turno di Miguel Vieira, che si è distinto per il tailoring sofisticato, dagli accenti glam rock, della sfilata uomo ‘DNA’, una sfilza di suit affilati e outerwear in materiali deluxe, tra completi velvet, voluminose broche appuntate ai revers e pantaloni smilzi, infilati immancabilmente negli stivali alti.
Da segnalare, in questa prima tornata di eventi, anche le collezioni di Ernest W. Baker, David Catalán e Alexandra Moura: se il primo ha optato per look d’ispirazione rétro, definiti da giacche boxy, pants scampanati, tartan e trapuntature, il secondo ha «rivisitato l’essenza del brand» a suon di capi mutuati dal mondo workwear, texture scolorite ad hoc e vestibilità morbide; Moura, infine, si è sbizzarrita con la decostruzione delle silhouette, attingendo liberamente da sottoculture musicali e influenze anni ‘90, in un pastiche di finissaggi lucidi, pezzi over e tinte acide. 



Davii

Il guardaroba per il prossimo Autunno/Inverno 2021 immaginato da Fabiano Fernandes dos Santos, fondatore e direttore artistico della label Davii, esprime un’eleganza tanto effortless e rilassata, quanto raffinata nella costruzione sartoriale degli outfit, risultato di tagli precisi al millimetro e linee fluide. Gli abiti in seta e organza, delicatamente drappeggiati, scivolano sinuosi sul corpo, accompagnandosi il più delle volte a capispalla avvolgenti quali overcoat, mantelle e spolverini senza maniche. I materiali ricercati, in apparenza ruvidi, rivelano invece una mano eccezionalmente soft e invitano al contatto, così da apprezzarne al meglio la pregevolezza.

La raffinatezza timeless che contraddistingue le uscite viene accentuata dalla palette cromatica, ristretta a poche, ben calibrate sfumature di cammello e avorio, oltre agli immancabili bianco e nero.



Hugo Costa

Spirito di sacrificio, resilienza e realizzazione personale sono le parole chiave della collezione co-ed di Hugo Costa, uno dei più talentuosi stilisti portoghesi nel panorama del menswear. Intitolata ‘Nimsday’, è ispirata alle gesta di Nirmal Purja, l’alpinista dei record capace, nel 2019, di scalare in meno di sette mesi tutti i 14 “ottomila”, le montagne più alte del pianeta. I valori sottesi alle imprese di Purja vengono tradotti, sulla passerella, in una profusione di dettagli grintosi, forme decise e tessuti resistenti.
Prevalgono capi e filati d’impronta tecnica (piumini imponenti, anorak, giacche-camicia di matrice utilitarian, pantaloni con elastici sul fondo…), spesso cosparsi di coulisse che ne modellano i volumi, come fanno del resto gli orli irregolari o incrociati sul fronte che caratterizzano soprattutto le giacche. Un’ulteriore nota strong viene poi conferita dai colori vitaminici, su tutti arancione e giallo evidenziatore.



Marques’Almeida

La sfilataA/I 2021 di Marques’Almeida segna un ulteriore passo nella direzione della sostenibilità, tema cruciale per il marchio che, d’altra parte, gli ha riservato un apposito manifesto di responsabilità ambientale e sociale.
Marta Marques e Paulo Almeida, il duo creativo al timone del brand che porta i rispettivi cognomi, puntano perciò sulla produzione locale, imperniata su tinture eco, cotone upcycled e fibre biodegradabili, declinando il tutto in look in equilibrio tra la frivolezza di ruches, volant, plissé & co e l’esuberanza sprigionata dalla mole di stampe tie-dye, jeans stinti, orli a vivo, profili sfrangiati e così via.
Le silhouette risultano semplificate, definite da proporzioni generose, mentre le cromie rispecchiano la suddetta dicotomia tra leziosità e sfrontatezza, alternando tonalità zuccherose – rosa confetto, lilla, verde menta ecc. – e flash di colore pop.



Nuno Miguel Ramos

Il défilé di Nuno Miguel Ramos, ‘Ride’, sintetizza in modo efficace, fin dal titolo, la volontà del designer di dare libero sfogo al suo estro immaginifico, guardando oltre le difficoltà del periodo con creazioni esuberanti, da grand soirée: le modelle incedono sulla pedana con sandali platform e décolletées ornate di pelliccia, avvolte in nuvole di tulle o long dress sinuosi che enfatizzano la figura, arricchiti da grafismi floreali all-over, motivi animalier o vezzosi pois.
Una creatività sopra le righe che si estende anche alle proposte daywear, con i tailleur scintillanti di paillettes e gli outfit più basic che optano per l’intensità cromatica del rosso lacca.



Rita Sá

L’uomo protagonista della collezione A/I 2021 di Rita Sá è in bilico, stilisticamente parlando, tra la volontà di rimanere in una sorta di comfort zone vestimentaria e la spinta al cambiamento drastico, una condizione di sospensione esplicitata già nel nome scelto per lo show, ‘Nem ata nem desata’ (in inglese, ‘Not one way or another’). Si spiegano così le mise ibride che giustappongono piglio dégagé e accenni formali, mescolando senza soluzione di continuità bomber, shorts, felpe, joggers e altri must dell’abbigliamento urban con peacoat, camicie dall’aplomb sartoriale e pantaloni con la piega centrale (seppur realizzati in denim). 



La recitazione secondo Gianni Rosato: impegno, passione ed emozione

Hair Stylist:  Gian Battista Virdis di A.M. Parrucchieri Porto Torres

Gianni Rosato è un attore prolifico che nel corso della sua carriera ha accumulato un gran numero di esperienze tra teatro, tv e cinema. Originario di Catanzaro, si è trasferito a Roma per rendere la recitazione una professione, frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia e l’Actor’s Planet.
Nel 2005 è stato notato dal regista Giulio Base, che gli ha regalato il suo primo ruolo cinematografico in L’inchiesta. Da allora ha recitato in diverse serie e pellicole, passando dai titoli noti al grande pubblico (tra gli altri Un medico in famiglia e Che Dio ci aiuti) a film come Figli di Maam e Edhel, per finire con La fuggitiva, in onda su Rai 1. 


Ph: Serafino Giacone

Come è nata la tua passione per la recitazione?

«Questa domanda me l’hanno fatta spesso, non riesco a dare una risposta precisa. Ricordo benissimo che in terza elementare scrissi su un compito in classe di voler fare l’attore.
La passione per la recitazione è venuta col tempo, comunque mi è sempre piaciuta l’idea di vivere una vita diversa, magari di evadere da quelle situazioni in cui subivo il bullismo e desideravo  solo chiudere gli occhi e fuggire; poi mi sono reso conto che si trattava solamente di voglia di esplorare, di mettersi alla prova e raccontare delle storie interpretando qualcun altro.
Mi affascinava il cinema dei grandi registi italiani e non solo, negli anni della scuola restavo incantato davanti a film come E.T. L’extra-terrestre o Il tempo delle mele. Ecco, penso che la passione sia esplosa proprio lì.
La recitazione è l’arte del poter vivere tante realtà, è pensare, interagire, immedesimarsi nei personaggi più disparati. Non basta imparare a memoria la parte, bisogna compiere un lavoro interiore tremendo e meraviglioso al tempo stesso, con cui si impara a conoscere davvero se stessi e incanalare le emozioni. Amo recitare, non importa il contesto, la cosa importante è farlo al meglio, emozionandosi».

Quali sono i tuoi maestri, ideali e non?

«Idealmente avrei tanto voluto confrontarmi con chi ha fatto la storia del cinema, ad esempio Fellini, Bertolucci, Leone, Antonioni e Pasolini.
Per quanto riguarda la mia formazione, potrei stilare un elenco infinito partendo da Giancarlo Giannini, Alberto Negri, Enzo Garinei… Mi reputo fortunato ad aver avuto la possibilità di studiare con grandi autori, e di continuare a farlo. Non nascondo che mi piacerebbe moltissimo lavorare con Özpetek, Genovese, Bruno e un regista con cui ho già collaborato e che stimo senza riserve, Carlo Carlei».

Qual è la prima esperienza professionale ad averti segnato?

«Per mantenermi facevo il cameriere in un locale e una sera incontrai Giulio Base. Per farla breve, mi chiese cosa facessi nella vita, gli parlai di me, di quanto credessi nella passione per il cinema. Due giorni dopo mi chiamò la IIF, Giulio aveva visto in me qualcosa e mi diede un ruolo inL’inchiesta, così mi ritrovai a confrontarmi con nomi del calibro di Ornella Muti, Mónica Cruz e Max von Sydow; un’esperienza straordinaria, che auguro a tutti!».


Ph: Serafino Giacone

Hai lavorato anche in una celebre fiction, Un medico in famiglia: parliamo di come cambia il tuo lavoro a seconda delle diverse esperienze.

«Ho conosciuto Lino Banfi anni fa, ricordo che ci raccontò della sua infanzia difficile e, vedendolo emozionarsi, espressi fra me e me il desiderio di lavorare insieme, da una personalità del genere c’è solo da imparare.
Nella serie ho interpretato un personaggio dal carattere forte che si scontra subito con Nonno Libero, l’ho vissuto intensamente anche perché, come ho detto varie volte, amo dar vita ai personaggi sfruttando i miei trascorsi, tuttavia quando non hanno niente a che vedere con il mio passato e non mi somigliano affatto, il gioco si fa ancora più divertente».

Sono in uscita nuove produzioni a cui hai preso parte, a partire da La fuggitiva, puoi parlarcene?
«Devo dire innanzitutto che lavorare con un regista come Carlei è stata una grandissima soddisfazione, professionalmente parlando mi sono innamorato di lui da ragazzino, guardando i film su Padre Pio ed Enzo Ferrari.
Ne La fuggitiva sono Goran, faccio parte di un clan di slavi che decide di rapinare una famiglia facoltosa, alla fine però, come spesso accade, le cose non vanno come previsto… Ma non voglio anticipare nulla, si tratta di una storia davvero avvincente, che terrà gli spettatori col fiato sospeso per tutto il tempo. Andrà in onda su Rai 1 nel prime time».


Ph: Serafino Giacone

Al di là del lavoro, quali sono le tue passioni?

«Ho sempre sognato di lanciarmi da un aereo, sicuramente lo farò. Amo andare a cavallo, leggere un bel libro e confrontarlo con il film senza aspettarmi nulla in particolare. Solitamente cerco di realizzare tutto ciò che sogno ad occhi aperti e se non ci riesco va bene così, almeno non avrò rimpianti.
Mi chiedo spesso cosa farei se non fossi un attore e penso che mi piacerebbe essere un oncologo, salvare vite, dare il mio contributo alla scienza».

Quando viaggi cosa non può mancare nella valigia?

«Immagino verrebbe spontaneo rispondere con cose tipo documenti, carte di credito, cambio e così via, nel mio caso però non deve mai mancare il costume da bagno, perché ogni volta che parto la direzione è il mare, è vitale per ricaricarmi».


Ph: Gian Piero Rinaldi

Quali sogni vorresti realizzare nei prossimi anni?

«In realtà non ho sogni ben chiari, o magari sono troppi… Ho imparato comunque che sono il carburante della vita, si possono avere infiniti sogni e progetti, non ci sono limiti in questo senso, dunque ho deciso di fare una lista di ciò che amo, dei luoghi da visitare e, perché no, di tutte le cose folli che finora non mi sono permesso di provare per paura del giudizio altrui. Voglio adoperarmi affinché non passi un solo giorno senza fare qualcosa per me stesso. Bisogna sempre concedersi la possibilità di stupirsi, di meravigliarsi di fronte alle novità, si potrebbero scoprire cose che non hanno prezzo». 

Ad Hoc Atelier, la start-up che raccoglie online il meglio della moda artigianale Made in Italy

Il Belpaese, si sa, custodisce un patrimonio incredibile di atelier, botteghe e maestranze in grado di coniugare creatività e savoir-faire artigianale, realizzando prodotti one of a kind che declinano in maniera esemplare il concetto buy less, but better, più che mai attuale in un’epoca come la nostra, che sembra avere finalmente compreso l’insostenibilità di un modello basato su sovrapproduzione e corsa esasperata alle novità.
A rendere disponibile online il lavoro delle realtà succitate è ora Ad Hoc Atelier, start-up totalmente italiana attiva con una piattaforma di vendita di abiti, accessori e gioielli maschili e femminili, 100% Made in Italy e stilosi al massimo grado; risultano dunque a portata di clic creazioni di nicchia, valorizzate dalla qualità impareggiabile che solo il know-how italiano riesce ad ottenere, immediatamente riconoscibili sia a livello di design sia di storytelling che portano con sé. 

I fondatori – Lorenzo Colucci, Carolina Du Chene, Giovanni Friggi, Vittorio Tatangelo – sono quattro ragazzi bocconiani under trenta, che la scorsa primavera hanno deciso di lanciare un marketplace che fosse la vetrina ideale per i marchi più eclettici sparsi nella Penisola, compiendo così idealmente un viaggio alla scoperta di brand magari poco conosciuti che, però, esprimono il meglio che l’Italia possa offrire, vale a dire bellezza e tradizione artigianale. Il sito fornisce agli utenti un prezioso carnet d’adresses, digitale e contemporaneo, composto di indirizzi selezionati attentamente, ricorrendo il più delle volte al passaparola, e traccia una panoramica delle eccellenze nostrane da nord a sud del Paese, e viceversa. 



L’obiettivo è offrire un sostegno concreto al Made in Italy sfruttando l’e-commerce (canale che negli ultimi tempi ha registrato un’accelerazione incredibile, concentrando in soli nove mesi una crescita equivalente a quella di sette anni) e mettendo al centro di tutto qualità e sostenibilità, nel segno del “comprare meno, ma meglio”.
Ad Hoc Atelier è già stato selezionato da Astra Incubator (un incubatore di start-up pensato per connettere i potenziali innovator, formando team caratterizzati da quante più competenze possibili) e ricerca continuamente lo straordinario, consentendo ad appassionati e fashion addicted di entrare in contatto con le migliori botteghe e imprese artigiane d’Italia.

Ad oggi sono circa cinquanta le label che hanno sposato la filosofia del progetto, presenti sull’e-store: si va in questo senso dai pezzi firmati Giglio Tigrato (Milano), che grazie alla pittura trasforma indumenti vintage in capi personalizzati unici nel proprio genere, alle proposte energiche, coloratissime di Emmecici (Torino), dai monili in oro, argento e bronzo – lavorati rigorosamente a mano – dell’orafa milanese Giulia Tamburini, agli abiti chic ed essenziali di Y’AM Capri, marchio che celebra l’appeal immortale dell’isola.



L’attore Niccolò Ferrero si racconta tra passioni, esperienze e traguardi

PH: Davide Musto

Niccolò Ferrero è un attore torinese 24enne, trapiantato a Roma per lavoro. Ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia per poi prendere parte a serie, cortometraggi e un film di prossima uscita, E buonanotte, che segnerà il suo debutto da protagonista sul grande schermo.



Puoi raccontarci il tuo percorso? Chi è e cosa fa Niccolò…
«L’amore per i film nasce da due genitori appassionati che mi hanno sempre portato al cinema, così che una volta a casa mi trovavo a rivivere quanto avevo visto, diventando un cowboy, uno 007 ecc. Essendo figlio unico giocavo perlopiù da solo, mettendo su dei veri e propri set con ciò che capitava, penne, bottiglie e così via, idem a scuola quando mi annoiavo, una cosa che in realtà faccio tuttora».



Qual è stato il tuo percorso verso la recitazione?

«Mi ci sono avvicinato a 17 anni, nei tre mesi trascorsi alla Ucla, e tornato in Italia ho realizzato di voler fare questo nella vita, ripromettendomi di entrare al Centro Sperimentale, che consideravo il tempio della recitazione, un obiettivo effettivamente centrato. Avevo però un grande handicap per un attore, la erre moscia, così per tutto il primo anno mi sono dedicato agli esercizi per correggerla, riuscendoci; quello ha rappresentato un cambio importante a livello di consapevolezza».



Hai recitato in tv, corti, film, c’è un genere che preferisci?
«Il mio regista preferito è Salvatores, che in questo senso spazia moltissimo, mi piacerebbe fare altrettanto e mettermi alla prova con tutto. A livello di singolo progetto, invece, sceglierei certamente E buonanotte, che uscirà a breve: è quello cui sono più affezionato, il mio primo film da protagonista».



Ho notato parecchio teatro nel tuo curriculum…

«Ho fatto molto teatro a Torino, fino ai 18 anni, un modo di esprimermi significativo, ho cominciato però soprattutto per seguire i miei compagni di scuola, ritrovandomi sul palco. Tutti gli spettacoli sono stati realizzati da un gruppo torinese guidato da Enzo Pesante, in cui i ragazzi scrivono i testi da mettere in scena. Non ho avuto quindi una formazione teatrale classica, come quella che in seguito mi avrebbe fornito il Centro (dove si passava dagli autori russi dell’800 alle pièce moderne), era un’attività sperimentale, un gioco se vogliamo, ma stimolante».

Sogni di lavorare con qualche regista in particolare? Ci sono generi o ruoli specifici cui vorresti dedicarti?

«Per quanto riguarda i registi Salvatores, sicuramente. In camera ho tre poster: Goodfellas (dunque se vogliamo sognare in grande, un bel gangster movie con Al Pacino), L’odio e, di nuovo, Salvatores con Mediterraneo. Scherzi a parte, sono esempi di generi con cui sarebbe bello confrontarsi, inoltre mi piacerebbe interpretare un road movie».



Vuoi parlarci del tuo primo film?

«E buonanotte è la storia del mio personaggio Luca, un 20enne che ha perso la mamma da piccolo, una perdita che gli ha causato una grande mancanza; lui la associa e traduce in una cronica mancanza di tempo, sostiene di non averne mai abbastanza, di non poter fare nulla, e sogna di eliminare il sonno per non sprecarlo… E ci riesce, arriva addirittura a non essere mai stanco, nonostante tutto continua però a fare esattamente le stesse cose di prima (uscire, giocare alla PlayStation…), finché l’incontro con una ragazza lo porterà a usare il tempo in modo diverso, a donarlo agli altri; vivrà quindi una trasformazione che mi è piaciuto molto rendere, anche in termini di abiti, modo di parlare e via dicendo».



Come valuti il binomio costume e personaggio? Che rapporto hai personalmente con la moda?
«Credo sia fondamentale il rapporto tra abito e personaggio, l’ho capito al Centro quando ho recitato testi di autori ottocenteschi ed erano diversi i capi come il modo di portarli; lo stesso vale per i progetti ambientati negli anni ‘60, vestendo una giacca di quel periodo ho sentito una pesantezza inedita, e questo cambiava anche il modo di camminare, di relazionarsi all’abito. Io poi cerco sempre di assumere la condizione fisica del personaggio, per riuscirci devo passare da ciò che indossa e perciò provo a sperimentare, a confrontarmi in merito con truccatori e costumisti. Sul set di E buonanotte, ad esempio, neppure provavo senza determinati accessori che mi facessero calare nel ruolo (orologio, scarpe bianche ecc). In sostanza, quando studio e poi divento un personaggio mi ci dedico a 360 gradi, abiti compresi.

Il mio stile personale è a metà tra casual e streetwear, di solito indosso jeans skinny e d’estate oso capi più particolari, camicie di lino con collo alla coreana oppure blazer leggeri. Mi piace inoltre scovare delle chicche nei negozi vintage, senza badare troppo al marchio».



Progetti e desideri per il futuro?

«Spero innanzitutto che esca quanto prima E buonanotte, in autunno invece sarò su Rai1 con il serial Blanca. Tra qualche settimana, poi, arriverà su Canale 5 Buongiorno, mamma! in cui interpreto Piggi, personaggio della linea comica; il regista è Giulio Manfredonia, è stato davvero interessante lavorare a un ruolo comico con lui che ha vinto il David con la commedia Si può fare. Per il futuro, spero di continuare così».

Chi è Teddy Santis, il nuovo direttore creativo di New Balance che vuole cambiare lo streetwear

Lo scorso 5 aprile New Balance ha annunciato la nomina di Teddy Santis al timone creativo della linea Made in USA.La notizia equivale a un sigillo sull’annata 2020, rivelatasi eccezionalmente positiva per la società che si è piazzata quarta nell’annuale Current Culture Index di StockX, report che fotografa al meglio lo stato dell’arte del mondo street. Il merito di questo exploit è da ascrivere anche al neodirettore artistico, che ha collaborato varie volte con NB, infondendo un appeal per certi versi scanzonato, ma convincente, nelle calzature più emblematiche della label.



Santis non è certo un neofita del fashion system, in cui è entrato ufficialmente nel 2014 con il brand Aimé Leon Dore e da allora, pur mantenendo l’alone di outsider allergico al presenzialismo e alquanto complicato da inquadrare nelle categorie abituali (streetwear, lusso, high-end et similia), continua a mietere consensi di critica e (soprattutto) commerciali.

Newyorchese doc, nato e cresciuto nel Queens, è in effetti un designer atipico, dal curriculum privo della consueta trafila di fashion school e griffe blasonate, e si avvicina quasi casualmente alla moda, attratto dalla prospettiva di farne il connettore delle sue tante passioni ed esperienze, dai brani rap e hip hop che hanno cadenzato gli anni ‘90 (Tupac, Nas, Moob Deep ecc.) ai campetti da basket del borough, dall’eleganza old school della buona borghesia cittadina, codificata nelle collezioni di marchi come Ralph Lauren, Brooks Brothers e Gant, al culto per lo sportswear coevo e relative icone, Michael Jordan über alles.

Alla fine dei Duemila, Santis lavora nella tavola calda dei genitori nell’Upper East Side, a rischio chiusura per la costruzione di una linea metro; valuta quindi il proverbiale piano B, concretizzandolo nell’impiego in un negozio di occhiali dove gestisce la parte marketing, e alcuni clienti, apprezzandone le doti creative, lo incoraggiano a provare con l’abbigliamento. Nel 2010 comincia così a familiarizzare con l’idea di un suo brand, in cui trasferire i suddetti interessi e declinarli in capi dalle vibe metropolitane, che puntino sulla pulizia di linee e volumi, una sorta di casualwear racé. Procede per tentativi ed aggiustamenti graduali, evitando da subito la tentazione (comune alla quasi totalità delle etichette street che, contemporaneamente, assurgono alla notorietà globale) di sfornare ad libitum magliette, hoodie, tute & co, concentrandosi piuttosto sulla definizione di un’estetica riconoscibile, precisa nella costruzione eppure variegata come la città da cui trae linfa vitale, New York.



Quattro anni dopo il marchio viene registrato come Aimé Leon Dore, unendo l’equivalente francese di “amato”, il soprannome del padre di Santis e le quattro lettere finali del suo nome di battesimo, Theodore. Viene aperto anche un pop-up a NoLiTa, vivace quartiere incastonato tra East e West Village, che finisce con l’essere uno store a tutti gli effetti.

ALD – come viene generalmente indicato – inizia a farsi la reputazione di risposta newyorchese ad A.P.C. (label che dimostra come, nella moda, si possa rimanere rilevanti pur rifuggendone i ritmi forsennati e la ricerca esasperata della novità): il suo è uno streetwear in salsa preppy (o viceversa), che tiene insieme i key pieces dello stile college (camicie Oxford, chinos, polo a righe, cardigan e compagnia bella) e quei capi sportivi – dalla felpa alla tracksuit, dallo smanicato al bomber – ormai dogmatici nel menswear.
Santis mette infatti sullo stesso piano realtà (all’apparenza) antitetiche, citando Ralph Lauren come Nom de Guerre, un collettivo che i bene informati sostengono abbia, di fatto, inventato lo streetwear.



Le collezioni dei primi due anni puntellano quella crasi tra athleisure e tailoring che diventerà la specificità della griffe, tra overcoat piazzati sui pantaloni in felpa e fleece jacket nobilitate dal cappotto spigato, intervallando il tutto con capsule in coppia con l’amico Ronnie Fieg di Kith (altro nome in rapidissima ascesa nell’industria fashion) e una prima co-lab di spessore nella S/S 2015 con Puma, in cui le sneakers States vengono aggiornate e colorante di nuance ricorrenti nella palette di ALD, ossia crema, ghiaccio e burgundy.

A partire dalla F/W 2016, alle proposte più sensibili a gusti e umori del pubblico viene affiancata la linea Uniform Program, che raccoglie evergreen quali t-shirt, maglie girocollo, jeans e sweatpants, tendenzialmente monocromatici e dalle tonalità sobrie (blu navy, verde militare, bianco ecc.).

Le collaborazioni, nell’ottica di ALD, non sono uno stratagemma per ottenere profitti e visibilità nel minor tempo possibile, bensì un’opportunità da perseguire solo nel caso in cui si intraveda un reale valore aggiunto. Sotto questo aspetto, con quelle del biennio 2017-18 si registra uno scarto nell’evoluzione stilistica del brand, che dapprima realizza modelli in lana e pelo di cammello degli inconfondibili cappellini New Era con le iniziali intrecciate dei New York Yankees, poi fa squadra con un’istituzione dell’outerwear come Woolrich (sbizzarrendosi con parka abbreviati a mo’ di blouson, gilet in pile zeppi di tasche e puffer jacket a maniche corte), quindi rilegge i classici boots Timberland, trasformandoli in scarponcini bicolor con punta squadrata, stringhe laterali e lacci che abbracciano il collo della scarpa.
A queste partnership verrà dato impulso con ulteriori edizioni limitate, tra boat shoes in pelle pregiata (nel caso di Timberland) e duvet in velluto millerighe, giubbotti dalle cromie sgargianti, camicie e pantaloni attraversati da trapuntature ondulate, piumini color block (in quello di Woolrich). In seguito verranno siglate nuove collaborazioni con Paraboot, Drake’s (una collezione che esalta il côté sartoriale del marchio) e Porsche, per cui Santis customizza la leggendaria coupé 911 Carrera 4, con annessa capsule di capi e accessori coordinati.



Nel 2019 ALD inaugura il nuovo flagship di Mulberry Street, tutto modanature, legno e parquet, ma soprattutto vengono presentate le runner New Balance 997, rinvigorite da sprazzi di colore pop, che danno il la al sodalizio creativo di cui sopra: l’azienda affida infatti al marchio l’upgrade di altre trainers d’archivio, dalle 990v2 e v5 (le dad shoes par excellence, qui giocate sulla giustapposizione di materiali e pannelli differenti) alle P550, sneakers dichiaratamente nostalgiche, che sembrano uscite da un match Nba degli eighties. Ogni uscita è accompagnata da campagne pubblicitarie d’antan, con fondale neutro e slogan sardonici, i cui protagonisti sono modelli “improvvisati” epperò cool: signori agée impeccabili nella tenuta d’ordinanza ALD, eccentrici locals, giocatori amatoriali di basket.

L’intesa tra la griffe e New Balance è in tutta evidenza proficua, e adesso viene coronata dalla direzione creativa dello stesso Santis; chissà che, anche grazie al nuovo incarico, il fondatore di Aimé Leon Dore non riesca a promuovere una diversa concezione dello streetwear, che anteponga la qualità alla quantità e si liberi dell’ossessione per l’hype. 

I costumi deluxe di Vilebrequin: un successo lungo 50 anni

L’ambizione di elevare lo swimwear a status symbol, al pari di orologi, scarpe e altri capi/accessori; i puntuali richiami a una località che è l’epicentro del bien vivre nella Costa Azzurra; lo stile connaturato appunto alla riviera francese, chic pur mantenendo quel je ne sais quoi sacro per i cugini d’Oltralpe; la qualità ineccepibile, conditio sine qua non di ogni luxury brand degno di tale nome; un senso del colore che sfocia puntualmente nel caleidoscopio di nuance, arzigogoli e pattern caratteristico delle collezioni. Sono questi, in breve, i punti salienti della storia di Vilebrequin, griffe di costumi da bagno di alta gamma che taglia proprio in questi giorni il traguardo del mezzo secolo, celebrato con una capsule collection composta di 50 pezzi, uno per ogni anno di attività, che passa in rassegna le peculiarità grafiche delle varie decadi, dalle fantasie stroboscopiche degli anni Settanta al bestiario a tinte fluo degli Zero, con le texture invase da polpi, fenicotteri, tartarughe e pesci.



Di proprietà dal 2012 della società statunitense G-III Apparel Group, la label conta oggi su un network di quasi 200 boutique sparse in 60 paesi, la maggior parte delle quali in ambite mete balneari, da Honolulu a Saint Barth alle nostrane Capri, Portofino e Forte dei Marmi, e nel tempo ha affiancato ai costumi linee di abbigliamento (da spiaggia, perlopiù), calzature, occhiali e accessori, anche femminili e da bambino. A livello di suggestioni, cromie e rimandi più o meno espliciti, tutto sembra però convergere ancora verso il luogo dove Vilebrequin è nato esattamente cinquant’anni or sono, Saint-Tropez.
Nel 1971, infatti, complice soprattutto il successo strepitoso del film ‘Et Dieu créa la femme’ con Brigitte Bardot (subito innalzata al rango di divinità protettrice e, più prosaicamente, rimasta un’assidua frequentatrice) la cittadina nel sud della Francia si è già trasformata nel centro propulsore della mondanità rivierasca, affollato di attori, star della musica, aristocratici e capitani d’industria, da Mick e Bianca Jagger (convolati a nozze proprio quell’anno nel municipio locale) a Jack Nicholson, da Romy Schneider a Gianni Agnelli.

È proprio osservando gli avventori delle spiagge di Saint-Trop (come l’hanno soprannominata gli “iniziati”) che a Fred Prysquel, giornalista dall’animo bohémien con un debole per automobili e gare di Formula 1, viene l’idea di realizzare un costume che si differenzi da quelli aderenti e sgambati in voga nei seventies: prende a modello i bermuda prediletti dai surfisti e li accorcia a metà coscia, cucendoli con il tessuto usato nelle vele degli yacht, ottenendo un boxer rapido ad asciugarsi, comodo e originale.
I briefs, inoltre, saltano subito all’occhio grazie alle fantasie variopinte, ispirate ai decori wax della tradizione africana. Pare ad ogni modo che Prysquel volesse farsi notare innanzitutto dalla futura moglie Yvette, obiettivo effettivamente centrato, e lei rimane colpita a tal punto da quei costumi eclettici da venderli nel suo negozio, anche per soddisfare la richiesta degli habitué dei lidi tropeziani, che comincia a farsi pressante. In men che non si dica, viene depositato il marchio Vilebrequin, cioè “albero motore”, in ossequio alla passione del fondatore per le auto da corsa.


I coniugi Prysquel resteranno al timone fino al 1990, quando Vilebrequin viene ceduto e acquisito, due anni dopo, dall’imprenditore Loïc Berthet, che prosegue nel solco tracciato dai fondatori, apportando alcune migliorie al pantaloncino primigenio, rinominato Moorea (come il famoso lido di Saint-Tropez), e lanciando la formula père-fils, ovvero costumi pressoché identici per padre e figlio, che si rivelerà oltremodo azzeccata.
Le altre novità interessano principalmente forme e materiali, aggiornati per adeguarsi ai cambiamenti nelle preferenze e nel lifestyle della clientela, avendo sempre cura di preservare la pregevolezza che si confà a un capo di lusso, con prezzi compresi tra i circa 200 euro dei classici pantaloncini e i 450 delle edizioni limitate: l’originario tessuto mutuato dalla nautica viene perciò sostituito dalla poliammide, smerigliata per ottenere una mano particolarmente soffice; la lavorazione richiede 32 passaggi, diversi dei quali manuali (la confezione e posizionamento della tasca posteriore, l’inserimento dei cordini elastici, l’applicazione dell’etichetta con la scritta arcuata, irrinunciabile per ogni creazione del brand, ecc.); lo strato interno è privo di cuciture – per una migliore sensazione sulla pelle – e, come puntualizza l’attuale Ceo Roland Herlory, «bello quanto l’esterno».



Nel 2012, come detto, Vilebrequin viene rilevato da G-III, che spinge sull’espansione internazionale, moltiplica gli store e introduce nuove categorie per uomo e donna, un ideale corollario dello swimweartra t-shirt, bermuda, camicie di lino impalpabili, polo in nuance vitaminiche e magliette in fibre anti-UV. Al centro di tutto rimane però il costume maschile, e non potrebbe essere altrimenti visti i successi pluriennali nel settore, ma per dare nuovo slancio alla griffe arrivano le collaborazioni, ben ponderate e dosate col contagocce.
Il canale privilegiato è quello artistico, con gli autori coinvolti liberi di sbizzarrirsi sui boxer del marchio, dal fotografo Massimo Vitali (chiamato a istoriarli con panoramiche di litorali paradisiaci, spiagge gremite e scorci della Provenza) ai grafismi dal tratto pop di Alex Israel, per finire con uno dei più autorevoli esponenti dell’arte black, Derrick Adams, che rielabora i topoi della serie ‘Floater’, con i personaggi stilizzati a mollo su gonfiabili dai colori arcobaleno.

All’appello non mancano neppure alcuni designer dalla vena artsy: il primo della lista, nel 2017, è Karl Lagerfeld, per una limited edition a tema beachwear ravvivata da pennellate digradanti di bianco e blu; nel 2019 è il turno di Jean-Charles de Castelbajac, che stende su costumi e camicie hawaiane campiture in technicolor e illustrazioni naïf, e di uno specialista delle partnership come Virgil Abloh di Off-White, che mette in risalto gli stilemi che ne hanno decretato la fama planetaria (virgolette, strisce diagonali, tonalità “segnaletiche” di giallo e arancione).
Nel 2016, il brand si concede persino una capsule collection con i Rolling Stones, dispiegando sui briefs collage di copertine e artwork iconici della band, che del resto in quel fatidico ‘71 contribuì a cementare il mito della Côte d’Azur, vuoi per i citati trascorsi sentimentali del frontman, vuoi per i mesi di esilio (dorato) nella magione di Villefranche-sur-Mer.



L’ultimo, decisivo impegno di Vilebrequin è invece sul fronte della sostenibilità: oltre a supportare da anni l’associazione Te Mana o Te Moana, attiva nella salvaguardia delle tartarughe della Polinesia, sta implementando le pratiche virtuose sotto questo aspetto e il 62% della produzione impiega poliestere riciclato, tencel e altri filati green, una percentuale che la griffe dichiara di voler aumentare sempre di più, decisa evidentemente a tutelare quel patrimonio paesaggistico, naturale che è parte integrante della sua creatività da cinque decenni.