5 collezioni da conoscere dalla prima Arab Fashion Week Men’s

Dal 28 al 30 gennaio Dubai ha ospitato la prima edizione della Arab Fashion Week Men’s, kermesse riservata alle collezioni uomo per il prossimo Autunno/Inverno di quindici designer provenienti, oltre che dal Medio Oriente, da Regno Unito e Francia.
La sinergia tra l’Arab Fashion Council e la Fédération de la Haute Couture et de la Mode, infatti, ha assicurato la presenza nella line-up di cinque nomi emergenti della scena parigina, ponendo le basi per una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, voleva esplorare le possibilità dell’abbigliamento maschile, andando oltre le categorie abituali di formale o street, spingendo gli uomini e in generale gli appassionati della regione ad abbracciare uno stile più eterogeneo e sperimentale.

Ecco dunque un riepilogo dei défilé – a nostro avviso – più interessanti dell’evento.

Anomalous

Nel calendario della prima giornata si distingue Anomalous del giovane talento arabo Rabih Rowell, un marchio che, fedele alla visione dualistica insita nel nome stesso (un richiamo alla teoria filosofica del monismo anomalo), inscena un clash di categorie, materiali e reference in cui si avvicendano senza soluzione di continuità silhouette maschili e femminili, t-shirt aderenti e shorts dalla vita sdoppiata, pajamas lucenti e tute in denim fiammato, overcoat dalle proporzioni architettoniche e spolverini basici, linee sinuose e volumi più strutturati.

Ugualmente eclettica la palette, che spazia tra colori soft e sfumature luminose di grigio perla, vermiglio e blu oltremare, mentre a livello di materiali prevalgono texture dalla mano morbida come seta, popeline, velluto e jersey.


Boyfriend the Brand

Boyfriend the Brand è stato fondato nel 2017 da Amine Jreissati, stylist e art director libanese che, dopo un’esperienza di cinque anni nella redazione di Marie Claire Arabia, ha avviato una label genderless dall’attitudine minimalista, focalizzata sui fondamentali del guardaroba, da interpretare e indossare liberamente.

Il video di presentazione alterna riferimenti alla tragica esplosione nel porto di Beirut dell’agosto 2020 alle immagini ravvicinate dei capi della Season 7, una serie di overshirt, bluse, giubbini con coulisse e pantaloni dalle linee pulite e confortevoli, che al ventaglio di tonalità neutre (khaki, marrone, grigio, rosa…) affiancano punte di blu notte, viola e arancione.
Le radici e il vissuto del designer emergono in capi come l’abaya, tradizionale veste araba qui percorsa, sulla schiena, da ricami intrecciati di perline e frange che compongono un verso del compositore Mansour Rahbani; parole arabe, d’altra parte, fanno la loro comparsa anche su alcune tee e accessori.



Emergency Room

Lanciato due anni fa dallo stilista Eric Mathieu Ritter per offrire un’alternativa realmente etica e sostenibile ai tradizionali processi di produzione della moda, Emergency Room dà nuova vita a filati di scarto e tessuti deadstock, mescolandoli in creazioni one of a kind.

Una celebrazione delle infinite possibilità del patchwork, in sostanza, che ritroviamo nella collezione ‘Absinthe Blues 2.0’, una sequenza di giacche oversize, camicie e soprabiti confezionati unendo pannelli disparati; le superfici, perlopiù frammentate, lasciano in evidenza imbastiture, orli a vivo e cuciture, così da rimarcare l’unicità di ciascun indumento.

Completano il quadro stampe folk riprodotte sul jeans, copricapo spigolosi, top a collo alto aderenti e maglie dai profili asimmetrici.



Lazoschmidl

Parte della cinquina di griffe in trasferta dalla fashion week parigina, Lazoschmidl nelle ultime stagioni si è fatto notare per la capacità di sovvertire i preconcetti su genere, mascolinità e queerness, puntando sull’audacia dei tagli e le provocazioni ben calibrate.
Nella collezione F/W 2021 il punto di partenza è l’abbigliamento dal retrogusto fanciullesco, rivisitato attraverso robuste iniezioni di humour e sensualità: così capi e decori considerati generalmente infantili (salopette, gilet, maglioni all’uncinetto, cappellini, disegni di animali, dinosauri, dolciumi eccetera) si intersecano con boutade maliziose, slip inguinali, tessuti traforati per svelare porzioni di pelle, magliette e pantaloni in vinile che più stretch non si può, andando a comporre un guardaroba esuberante, adatto a chi non teme di osare pur senza prendersi troppo sul serio.



Valette Studio

Dopo il debutto, il mese scorso, nella settimana della moda maschile francese, Valette Studio fa tappa nell’emirato con la collezione per il prossimo autunno-inverno. Il fondatore Pierre-François Valette, riferendosi al suo brand, parla di «eleganza indisciplinata», un’espressione effettivamente indovinata per rendere l’aria di (studiata) nonchalance emanata dagli outfit, tra suit dai colori vitaminici, motivi grafici e orpelli di derivazione sportiva o utilitarian; sono capi adatti a dandy urbani, che prediligono tagli netti e precisi ma non disdegnano un tocco di eccentricità, affidato ad esempio alle tonalità fluo di bordi, nastri o trapuntature, ai pin metallici sparsi qua e là, alle patch in tessuto stampato che penzolano dalla vita, agganciate a spille da balia.



La moda maschile che verrà nelle collezioni della Paris Digital Fashion Week A/I 2021

Cover: © credits Pascal Le Segretain

Con gli effetti nefasti del Covid-19 che continuano a farsi sentire un po’ dappertutto, anche la Paris Fashion Week dedicata al menswear dell’Autunno/Inverno 2021-22 è dovuta ricorrere a un format completamente digitale, spalmando su sei giorni, a partire dal 19 gennaio, la messe di sfilate e presentazioni.
Com’era già accaduto nell’edizione della P/E 2021, le griffe in calendario si sono divise tra chi ha semplicemente trasferito online le uscite della passerella o lookbook di turno e chi, invece, ha optato per soluzioni quali fashion film, videoclip, teaser e quant’altro.



Per quanto riguarda le proposte in sé, emerge uno scenario piuttosto composito: se diversi designer hanno abbracciato il cosiddetto comfortwear a base di capi décontracté, forme ampie, materiali cozy eccetera (indotto dal confinamento generalizzato ma destinato a rimanere ben saldo nello scenario presente e futuro), altri hanno dato libero sfogo al proprio estro, immaginando un guardaroba assai meno condizionato dall’intimità domestica, all’insegna quindi di look elaborati, colori brillanti e dettagli inediti.



Ecco allora una rassegna delle collezioni che, a nostro avviso, hanno colto nel segno, proiettando la creatività dei vari brand nella stagione fredda che verrà.

Homme Plissé Issey Miyake

Cambiare tutto restando al contempo fedeli al proprio heritage è l’obiettivo, tutt’altro che agevole, perseguito da Yusuke Kobayashi, direttore creativo della linea maschile di Issey Miyake. L’intento, riecheggiato anche nel titolo dello show ‘Never Change, Ever Change’, viene raggiunto sperimentando nuove declinazioni del plissésignature imprescindibile del marchio, che comprendono tinture in filo, motivi ispirati agli intrecci dei cesti africani e filati riciclati.
Pieghettature minuziose animano dunque blazer, spolverini, jumpsuit e gilet, ariosi ed essenziali, così come i pantaloni più strutturati, che si restringono sul fondo lasciando in evidenze le ginniche scure, frutto della collaborazione con Wakouwa, giunta al terzo capitolo.

Tra l’altro saranno disponibili nel giro di qualche giorno le sneakers high-top della serie precedente, che giocano con i cromatismi opposti di bianco e nero.



Louis Vuitton

Parafrasando Pirandello, li si potrebbe definire archetipi in cerca d’autore: sono i tipi umani del défilé di Louis Vuitton, nello specifico architetti, artisti, vagabondi e venditori. Virgil Abloh ne esamina le (presunte) rispettive tenute d’ordinanza, estendendo il discorso anche ai cliché sugli afroamericani e filtrando il tutto attraverso due possibili lenti, che lui attribuisce alle categorie contrapposte di turisti e puristi.
In definitiva, un’indagine sul potere semiotico della moda, con il creative director che si diverte a stravolgere dinamiche e nozioni vestimentarie spesso considerate automatiche, insistendo sull’effetto straniante di trompe-l’oeil e proporzioni fuori scala: i capispalla assumono così lunghezze spropositate, i bottoni vengono sostituiti da miniature di aerei, moto o martelli, il kilt si accompagna al completo, cappelli e cinturoni da cowboy alle mise più formali; per non dire dei panorami à porter, che consentono di mettersi letteralmente addosso lo skyline di New York, o del celeberrimo monogram della casa, che invade le superfici di abiti, coat e maglieria, come fanno i pattern rubati all’architettura, su tutti quello che riproduce le striature marmoree.
Abloh riserva inoltre grande attenzione agli accessori, destinati ad accendere i desideri dei fashionisti inveterati: basti vedere il borsone-aeroplano o i bicchieri da caffè, entrambi logati LV, of course. 



Yohji Yamamoto

Coerente con la visione decostruttivista che lo contraddistingue da sempre, Yohji Yamamoto traspone nella collezione A/I 2021 lo Zeitgeist di questi tempi opprimenti e tribolati, mescolando cappotti dalle dimensioni esagerate, mascherine ricamate, giacche spioventi, pantaloni dal taglio loose, frasi-manifesto minacciose quali ‘You have to take me to hell’o ‘Born to be terrorist’, grafismi sfumati a contrasto, superfici attraversate da sfilze di cinghie e lacci, un richiamo, quest’ultimo, alle costrizioni delle pratiche bondage.
Si alternano texture eteree e corpose, lisce e stropicciate ad arte, in una sequenza di uscite dominata dal total black di prammatica per il maestro giapponese, interrotta sporadicamente da sprazzi di colore rosso, rosa o arancione.




Dries Van Noten

Nel comunicato della griffe, Dries Van Noten spiega di essersi concentrato sui cardini del guardaroba, ma si parla pur sempre di un designer dalla cifra immaginifica, capace come nessun altro di amalgamare influenze e trovate stilistiche agli antipodi, con una disinvoltura difficile da rendere a parole, eppure inconfondibile. I must dell’abbigliamento maschile scelti per l’occasione (trench, camicie, suit, maglioni, ecc.) rifuggono quindi qualsiasi semplicismo: ammorbiditi nelle proporzioni per trasmettere un’impressione di scioltezza e comodità, si arricchiscono di increspature ad hoc e pattern geometrici mutuati dalla cravatteria, distorti quanto basta per assumere un aspetto vagamente psichedelico.
Le coulisse si insinuano su top e blouson, scombinandone le superfici, mentre i maxi anelli, ricorrenti, trattengono lembi di tessuto, sostituiscono la fibbia delle cinture o, ancora, diventano un decoro metallico da apporre su borse e collane.
Sotto i pantaloni, dalla vita alta eppure languidi, spuntano mocassini e boots dai profili arrotondati, a ribadire la sensazione di generale rilassatezza.



Dior Men

Il tailoring sublimato da tecniche e materiali tipici dell’haute couture, vero filo conduttore del lavoro di Kim Jones per l’uomo della maison, viene stavolta applicato alle uniformi d’epoca.
Stemperando il rigore appunto marziale che li caratterizza, il direttore creativo infonde a overcoat, soprabiti, caban, marsine e giacche da ufficiale un’attitudine dégagé e raffinata al tempo stesso, tra file di bottoni gioiello, passamanerie intricate, ricami geometrici, broche luminose appuntate sul taschino e pennellate astratte eseguite da Peter Doig, (ennesimo) nome di rilievo dell’arte contemporanea chiamato a collaborare con la griffe dopo – tra gli altri – KawsRaymond Pettibon e Kenny Scharf.
Tagli e volumi, studiati al millimetro, tratteggiano una silhouette asciutta ma priva di qualsiasi rigidità, mentre la tavolozza di stagione si mantiene in equilibrio tra toni neutri come blu navy e grigio (particolarmente cari a Monsieur Dior in persona) e flash cromatici di giallo, arancio e rosso.



GmbH

Serhat Isik e Benjamin Huseby – il tandem alla guida della label GmbH – propendono per un abbigliamento energico e sfrontato, imperniato su capi fortemente materici, lontano insomma dall’idea di comfort che, in tempi di pandemia e clausure più o meno forzate, va per la maggiore.
Il riferimento, dichiarato, è alla realtà simulata al computer del film ‘Welt am Draht’, ma sembra suggerire soprattutto il desiderio di ritrovarsi in un mondo altro, popolato da uomini assertivi, disinibiti, che sfoggiano abiti scultorei quasi esclusivamente neri, con qualche accenno di rosso, lime o marrone.
I tagli, precisi come rasoiate, sottolineano le forme di una fisicità volitiva e sensuale, come del resto fanno le giacche fittate, le maglie fascianti e i pantaloni smilzi, spesso infilati negli stivali al ginocchio; per non parlare degli spacchi che scoprono strategicamente spalle, torace o braccia, delle zip diagonali disseminate sulla maggior parte dei capi o delle linee che, spesso e volentieri, finiscono con l’incrociarsi sul petto.

A conferire ulteriore plasticità alle uscite provvedono poi i materiali, in primis la pelle, declinata in suit, giacconi, trench e pantaloni.


Wales Bonner

L’ultima collezione di Grace Wales Bonner rappresenta un ideale trait d’union tra Giamaica e Regno Unito, i paesi cui è maggiormente legata la stilista, londinese di origini caraibiche. Nello specifico, sostiene di aver immaginato il guardaroba di «outsider intellettuali» degli anni ‘80, vale a dire studenti neri di Oxford o Cambridge che, frequentando i prestigiosi atenei, si trovano ad assorbirne i codici identitari, stile incluso.
Ecco allora che la sartorialità severa dell’abbigliamento preppy, qui compendiata in blazer sciancrati, golf a rombi, pantaloni con le pinces e capispalla clean, viene smussata dalla presenza di pattern a righe sovrapposti, inserti floreali, patch in nappa, orli che sbucano dal maglione allungandosi ben oltre la vita e altri particolari inusuali. 

Dulcis in fundo, si rinnova il sodalizio con Adidas, per sneakers dall’appeal vintage e tracksuit percorse dalle tre strisce del marchio.



Casablanca

L’esuberanza nel look di un manipolo di jet-setter degli anni Sessanta, intenti a festeggiare in un sontuoso palazzo sulla Côte d’Azur: parte da questa suggestione Charaf Tajer, designer di Casablanca, per costruire il guardaroba A/I 2021 del brand.
Il racconto degli outfit, compresi quelli della neonata divisione womenswear, è affidato a un video rilasciato sui canali social della griffe, che si snoda tra stampe lussureggianti, pullover lavorati a intarsio oppure incrostati di broderie, colli voluminosi, tessuti soffici che sfiorano il corpo.

A livello di forme, è evidente il contrasto tra giubbotti e giacche, boxy e corte sulla vita, e i pantaloni svasati e fluttuanti che caratterizzano la parte inferiore delle mise.
Per quanto riguarda le calzature, spicca l’ultima iterazione della partnership con New Balance, ossia una scarpa da running candida, illuminata da tocchi di arancione e verde. 

La palette si adegua al mood squisitamente retrò che pervade l’intero show, alternando cromie delicate – dal lilla al crema – e nuance vibranti di giallo, rosso e blu.



Guida al montgomery, il capospalla cult per la stagione fredda

Il Covid-19, oltre agli effetti nefasti che abbiamo imparato a conoscere, ha rafforzato con ogni probabilità un bisogno generalizzato emerso già prima della pandemia, inerente quella sensazione di conforto che offrono gli abiti particolarmente ampi e robusti, dalle linee coocon, arricchiti magari di una patina used che non guasta mai; quelli, insomma, in cui avvolgersi per sentirsi al sicuro nella temperie attuale, che la pandemia ha reso ancora più incerta.
Le qualità appena elencate sono presenti in toto in uno dei capispalla di punta della stagione autunno/inverno, ossia il montgomery o duffel coat, il giaccone con gli alamari che ha spopolato nelle sfilate delle fashion week a/i 2020 come nei cataloghi delle griffe più disparate. In realtà questo pilastro del guardaroba maschile, al pari di altri illustri “colleghi”, torna ciclicamente nelle proposte outerwear dei designer, magari ritoccato in modo più o meno consistente per adattarsi ai tempi che corrono.

Le origini, comunque, datano alla fine dell’800, quando i marinai della Royal Navy inglese, per ripararsi dalla furia degli elementi che sferzavano i mari del Nord, cominciano a infagottarsi in pastrani di stoffa pesante, confezionata a Duffel, cittadina delle Fiandre che finisce così con l’identificare l’indumento tout court. L’apice della notorietà viene però raggiunto durante la Seconda guerra mondiale grazie al generale britannico Bernard Law Montgomery, figura cruciale per le sorti del conflitto, che è solito indossare un paltò color sabbia, talmente spesso che le truppe prendono a soprannominarlo “Monty Coat”; da lì alla denominazione attuale, il passo è breve.


picture taken in 1958 showing French fashion designer Coco Chanel (L) strolling down the Veneto street in Rome, in company of French author Jean Cocteau (C) and young friend Miss Weiseveiller (R). (Photo credit should read STF/AFP/Getty Images)

L’apprezzamento dei militari è riconducibile ai tratti essenziali dell’indumento, improntati a rigore e praticità, rimasti pressoché invariati fino ai nostri giorni: l’ampiezza delle forme, strutturate pur senza il minimo accenno di rigidità; il tessuto in panno di lana; il cappuccio; il carré sulle spalle; le due tasche frontali a toppa, in cui riporre il nécessaire; e, ovviamente, la chiusura mediante alamari, i caratteristici cordoncini chiusi da bottoni allungati in corno, pelle o legno, pensati per garantire una presa rapida e agevole anche con le mani bagnate.
Terminata la guerra, le eccedenze finiscono sul mercato, e ad accaparrarsene le maggiori quantità sono i coniugi Morris, che danno vita negli anni ’50 a Gloverall, marchio divenuto sinonimo del capo stesso.

Mentre a perpetuare l’appeal marinaresco del duffel coat provvedono film cult dell’epoca come ‘Mare crudele’ o ‘I cannoni di Navarone’,  gli estimatori si moltiplicano curiosamente proprio tra le fila dei ragazzi (e ragazze) coinvolti nei movimenti di protesta e controcultura che scandiscono i decenni seguenti, dai beatnik americani ai mods, ai sessantottini di ogni latitudine; tutti conquistati dal calore e dalla solidità connaturate al capospalla, insieme ai volumi comfy. Alla lista si aggiungono rapidamente intellettuali, registi e artisti in generale, da Jean Cocteau (che prediligeva una vezzosa versione total white) a Stanley Kubrick, passando per Mick Jagger e Jean Genet, e non tardano ad arrivare le interpretazioni degli stilisti.

Negli anni il montgomery ha mantenuto la propria rilevanza nei circuiti della moda, pur seguendo l’andamento carsico cui è soggetto nell’ambiente qualsivoglia capo o accessorio, fino all’ennesimo revival nelle collezioni per la stagione fredda in corso; in questo senso c’è l’imbarazzo della scelta: indicativo il caso di Burberry, dove Riccardo Tisci dà libero corso alla fantasia tra modelli in nuance tenui – rosa sorbetto o bianco con profili scuri a contrasto – e altri vivacizzati dal celebre check della maison, riprodotto all-over. La varietà delle proposte è assicurata anche da Neil Barrett, che si diverte a ibridare il montgomery con dettagli presi in prestito da altre tipologie di capospalla, qui rivestendolo di soffice shearling a mo’ di teddy coat, lì trasferendogli l’imbottitura del piumino, o ancora inserendo la pelle intorno a spalle e chiusure frontali. Stesso discorso per Dsquared2, le cui versioni (come gli altri abiti dello show, d’altra parte) non conoscono mezze misure, passando dall’overcoat scivolato al giubbotto corto in vita.



MSGM punta invece sulla tonalità eye-catching del paltò rosso; in maniera analoga K-Way, brand simbolo degli impermeabili colorati, in scena a gennaio con il primo défilé in assoluto, sceglie per il duffel coat cromie luminose quali verde smeraldo e arancione, aggiungendovi inoltre le tipiche zip multicolor delle sue giacche waterproof.
I marchi Belstaff e Margaret Howell, all’opposto, omaggiano l’heritage militare dell’indumento, il primo declinandolo in una sfumatura salvia, interrotta sulla parte inferiore e lungo le maniche da bande di colore nero; il secondo portando in passerella un modello che più basico non si può.
Di tutt’altro tenore le variazioni sul tema di Yohji Yamamoto, extra long e fluttuanti, strette sul davanti da lunghi nastri che si rincorrono terminando in grandi bottoni rettangolari.

Una selezione di dieci proposte sulle quali orientarsi per arricchire il proprio armadio non può prescindere da diversi dei nomi appena menzionati, che hanno il vantaggio, tra l’altro, di essere disponibili sui vari e-store: sono infatti a portata di clic il cappotto checked nelle sfumature del beige e cammello, in 100% lana, di Burberry, il coat bicolore dalla texture “orsetto” di Neil Barrett, il montgomery over in pelle, foderato in shearling, di Dsquared2; e ancora, il duffel coat dalla nuance vermiglio di MSGM, quello minimal targato Margaret Howell e il modello di K-Way; l’assortimento dei colori di quest’ultimo, oltre a quelli sgargianti di cui sopra, comprende le tonalità canoniche del blu scuro e grigio tortora.
Chi preferisce l’outerwear classico ma con un twist potrebbe prendere in considerazione il cappotto taupe in misto lana PS Paul Smith, arricchito da strisce dall’effetto dégradé, oppure quello della capsule collection JW Anderson X Uniqlo, in cui all’interno del cappuccio fa capolino un rivestimento tartan.



Per gli amanti del low profile, un’opzione da valutare è il montgomery nero Dolce&Gabbana, dal taglio morbido, che evita qualsivoglia orpello per concentrarsi sulla fattura in sé, ineccepibile come d’abitudine della griffe italiana.
Impossibile non chiudere la lista con il duffel coat per antonomasia, quello cioè del sopracitato Gloverall, le cui prerogative risultano pressoché immutate da decenni: quattro alamari in corno; sottogola per poter eventualmente stringere il bavero; fit asciutto quanto basta; lunghezza al ginocchio; produzione orgogliosamente made in England. Un modello adatto ai viaggi sulle navi del secolo scorso come alla vita nelle metropoli odierne, a conferma della sua intrinseca trasversalità d’uso.

Profumi, borse, gioielli, co-lab: la scalata al fashion system di Byredo

Qualche giorno fa la superstar del rap Travis Scott ha presentato il suo ultimo progetto Travx Space Rage, eau de parfum e candela abbinata che ambiscono a restituire le sensazioni, olfattive e non solo, di un viaggio nello spazio; si tratta dell’ennesima partnership di rango per Byredo, label di profumeria artistica cui si è rivolto, da ultimo, il cantante americano per realizzare la sua essenza “galattica”.



Il marchio è stato fondato nel 2006 da Ben Gorham, creativo dal percorso decisamente atipico per un contesto formale quale l’haute parfumerie: svedese nato da genitori indiani e canadesi, cresciuto tra il suo paese, Toronto e New York, ex playmaker di basket professionista, una laurea in Belle Arti al Royal Institute of Art di Stoccolma, decide di lanciarsi nel settore dopo un incontro col connazionale e profumiere Pierre Wulff. Per il nome si lascia ispirare dall’espressione, piuttosto evocativa, contenuta in un sonetto di Shakespeare (“by redolent”), per il resto ha le idee chiare: selezionare le migliori materie prime disponibili, affidarsi a nasi d’eccezione (la scelta ricade su Jérôme Epinette e Olivia Giacobetti, due autorità in materia, arruolati per occuparsi rispettivamente di profumi e candele), puntare su una gamma ben assortita di fragranze, rigorosamente unisex, anziché su un singolo prodotto sperando che sia premiato dalle vendite il prima possibile.

Soprattutto, Gorham pensa che il sillage sia una traduzione in note olfattive della propria personalità, un’espressione dunque di singolarità, della voglia di distinguersi da chiunque altro. Non va dimenticato che, alla metà degli anni Zero, la scena mainstream era dominata da best seller quali cK One di Calvin Klein o Fahrenheit di Dior, e si guardava ai profumi in generale come fossero oggetti branché, un succedaneo del lifestyle associato a una determinata griffe. Lui, al contrario, vuole rivolgersi a una cerchia ristretta di intenditori, offrendogli «un mezzo per celebrare la nostra individualità in modo viscerale».



I riscontri sono immediati, le creazioni – Encens Chembur, Bal d’Afrique, Gypsy Water, Mojave Ghost – rimandano a viaggi colmi di ricordi ed emozioni, i flaconi con il tappo tondeggiante nero diventano un cult grazie al design minimalista, e arrivano le prime collaborazioni di livello, a partire da M/Mink, una EdP pensata per restituire l’odore dell’inchiostro sulla pelle mediante una miscela di aldeidi, incenso, ambra, patchouli, cedro e trifoglio, commissionata nel 2009 dal celebre studio creativo M/M Paris; a seguire, il tandem con la coppia di fotografi Inez & Vinoodh per 1996, un blend di note orientali e legnose – dall’iris al cuoio, dal ginepro alla vaniglia – per trasmettere l’emotività di uno degli scatti più suggestivi del duo, ‘Kirsten 1996’ appunto.
Vanno citati poi il progetto a quattro mani con l’artista Carsten Höller (l’autore, per intendersi, degli enormi funghi penzoloni dal soffitto della Fondazione Prada) dal titolo paradigmatico di Insensatus, un dentifricio in edizione limitatissima, le cui molecole dovrebbero stimolare processi fisiologici tali da indirizzare i propri sogni; e l’edizione speciale della fragranza Mister Marvelous, un omaggio al celebre hairstylist olandese Christiaan Houtenbos, accolta in un pack color arancio.

La consacrazione definitiva a nome di rilievo della niche perfumery avviene, con ogni probabilità, grazie a Elevator Music, una limited edition con il Re Mida della moda odierna Virgil Abloh: oltre al jus eponimo, racchiuso in una boccetta attraversata dalle strisce segnaletiche tipiche di Off-White, la selezione comprende t-shirt, jeans, borse a secchiello e handbag dai profili geometrici, queste ultime corredate delle immancabili zip-tie rosse (le fascette emblema dell’estetica industrial di Abloh, ndr).

Non parliamo però di un unicum: Gorham è intenzionato infatti a rendere Byredo un vero e proprio brand, che proponga abiti, accessori, pelletteria e via discorrendo. Nel 2015 lancia pertanto una serie di borse a trapezio dal gusto clean, realizzate artigianalmente in Italia, seguita dagli occhiali da sole co-firmati da Oliver Peoples, le cui lenti colorate sono influenzate dalle eau de parfum, e viceversa. L’anno scorso debutta poi Byproduct, capsule collection di completi sartoriali dai volumi rilassati, cappellini, bag e sneakers hi-top.



Il côté sportivo del fondatore, amante dell’outdoor, trova invece espressione nella linea Possessions of my Soul, realizzata per la stagione spring/summer 2020 con il marchio skiwear Peak Performance, composta di giacche trapuntate, windbreaker, parka, maglie e pantaloni termici in una mischia di tessuti tecnici e pura lana merino, pensati per affrontare vestiti di tutto punto il meteo estremo delle montagne svedesi a nord del Circolo Polare Artico (l’idea è venuta, in effetti, da un’escursione sulle cime di Riksgränsen, in Lapponia). Tutti gli indumenti sono ultraleggeri e completamente ripiegabili, tanto per ribadire lo spirito utilitaristico sotteso alla collezione.

Non mancano nemmeno i gioielli, per i quali la designer Charlotte Chesnais si concentra sulla struttura della catena, ottenendone bracciali, anelli e collane dalle forme allungate, sinuose.
Lo scorso settembre è il turno dell’esordio nel make up con un assortimento di rossetti, mascara, eyeliner e lip balm, curato dalla truccatrice del momento Isamaya FFrench, già consulente per il maquillage di Tom Ford e Christian Louboutin (sua la firma dei LoubiLooks, i lipstick dal tappo lungo e affilato come gli stiletto dello stilista) e ora responsabile del beauty di Burberry. Passano infine pochi giorni e viene annunciato Osyling, un ventaglio di tredici candele profumate per la casa contenute in vasetti di ceramica colorata, disponibili in esclusiva da Ikea; suddivise in tre categorie basilari – floreale, legnosa, fresca – hanno prezzi contenuti, fino a un massimo di 20 euro.
Proprio la collaborazione con il gigante dell’arredamento svedese prova come Gorham sappia passare senza fare una grinza dal mondo delle fragranze di nicchia e del lusso in generale al mass market; una versatilità che gli tornerà senz’altro utile per rafforzare sempre di più lo stile di Byredo, a 360 gradi.

Dal successo di Ambush alle collaborazioni a raffica, Yoon Ahn è la designer più richiesta del momento

L’ultima partnership, con il marchio di prodotti audio Beats by Dr. Dre, è stata svelata solo pochi giorni fa: una versione fluo degli auricolari wireless Powerbeats. Si tratta dell’ennesima collaborazione d’autore che va ad infoltire un elenco già corposo, riconducibile alla griffe Ambush o meglio, alla sua direttrice artistica Yoon Ahn.

Classe 1976, nata in Corea del Sud ma cresciuta negli Usa seguendo gli spostamenti del padre nell’esercito americano e stabilendosi infine a Seattle, Ahn si laurea in graphic design all’università di Boston, città dove conosce il futuro compagno Verbal, figura apicale dell’hip hop giapponese, membro del collettivo Teriyaki Boyz. Trasferitasi a Tokyo nel 2003, la designer si inserisce nel vivace contesto del clubbing locale, iniziando di lì a breve a realizzare gioielli sgargianti, fuori dal comune, che rispecchino l’energia della scena musicale e notturna della città, pensati per amici, collaboratori del marito, habitué del settore.
Dato l’apprezzamento dei primi, illustri clienti (tra i quali un certo Kanye West), decide di strutturare meglio l’attività, fondando nel 2008 la label Ambush, in cui far confluire indistintamente chincaglierie, simboli della cultura pop e oggetti di uso quotidiano, rivestendoli di metallo – dall’argento placcato oro allo sterling silver, all’ottone – e tramutandoli in accessori one of a kind, dalla forte personalità.



Un brand di gioielleria sui generis dunque, che riflette il percorso, altrettanto composito, di una ragazza che ha trascorso l’adolescenza nella patria del grunge, sulla West Coast, si è appassionata alla moda – come racconta lei stessa – sfogliando le pagine di magazine come i-D o The Face, ha studiato grafica e, infine, si è ritrovata a lavorare come art director nella capitale nipponica, curando all’occorrenza anche i dj set delle serate più richieste. Un background permeato di street culture degli anni Novanta e Duemila, influenze musicali, subculture giapponesi e parecchia sfrontatezza.



Non stupisce quindi nemmeno tanto che il repertorio di riferimenti da cui attingere per le collezioni sia vasto (dai peluche alle spille da balia dei punk, passando per graffette, badge, accendini, pillole, mollette da bucato e così via) e venga tradotto in pendenti, piercing, orecchini e ciondoli. Anche quando gli articoli sono quelli canonici del settore – su tutti anelli, bracciali e collane – a fare la differenza sono dettagli quali le dimensioni esagerate, le linee arzigogolate, le colorazioni neon o metallizzate come lime, fucsia o blu China. Una visione caleidoscopica insomma, coerente con il gusto di Ahn che afferma di «trovare la bellezza nell’ordinario» e paragona il proprio approccio alla campionatura, e successivo mix, di contenuti eterogenei da parte dei dj, definendosi a tal proposito «un’outsider che esplora idee senza alcuna regola».

Nel 2015 viene introdotta la linea di ready to wear, pensata inizialmente per fare da corollario ai gioielli, vero focus del marchio. Nel corso delle stagioni la proposta si irrobustisce e si amplia, adottando stilemi analoghi a quelli dei monili: si spiegano così le felpe con grafiche trompe-l’œil, i maglioni patchwork, i capispalla dai finissaggi lucidi, il knitwear in nuance vitaminiche e altri pezzi di tenore simile; senza dimenticare gli accessori, sulla falsariga di gioielli e abiti, tra i quali spicca la clutch in metallo a mo’ di lattina accartocciata, divenuta un must-have di Ambush.

Ahn fa inoltre della collaborazione un tratto distintivo del proprio lavoro, viatico a una feconda contaminazione di realtà lontane tra di loro che, unendosi, ottengono risultati tanto inaspettati quanto attraenti per i consumatori. Fin dall’inizio, riesce pertanto a inanellare partnership con alcune tra le più rilevanti griffe di menswear o womenswear sulla scena. Ad inaugurare questa sfilza di co-lab è nel 2009 la capsule collection Ambush X Bape, proseguita nelle stagioni successive a colpi di giacche “sdoppiate”, ciondoli smaltati e scarpe creepers.
Per il défilé maschile spring/summer 2017 di Sacai la creativa realizza invece massicci girocollo a maglie metalliche, chiusi da lucchetti, il complemento ideale per outfit ispirati a quelli dei personaggi di ‘Arancia meccanica’. In occasione della collezione donna Undercover s/s 2018, invece, l’attenzione di Ahn si concentra sulle perle, ingigantite oppure ammaccate ad arte, o ancora disposte a grappoli sui bracciali a contornare i cammei.


Backstage at Dior Men Men’s Fall 2020

Credits Photo 6: Kuba Dabrowski/WWD


A beneficiare della prolificità della designer non sono solamente i brand street o di prêt-à-porter, anzi: Ahn tra le altre cose ha personalizzato le iconiche valigie in alluminio Rimowa, tingendone le maniglie di arancione segnaletico, e unito le forze con il marchio di eyewear Gentle Monster per una limited edition di occhiali da sole a mascherina, profilati da elementi in metallo.
Lo scorso settembre, invece, è stato svelato l’ultimo capitolo del progetto di Bvlgari “Serpenti Through the Eyes of…”, con cui la maison romana invita lo stilista di turno a reinterpretare la Serpenti Forever Bag: oltre a trapuntare la nappa dei tre modelli scelti (handbag, marsupio, minaudière), Ambush ne ha accentuato le linee, aggiungendo la possibilità di scegliere cromie brillanti come verde chartreuse, bluette e rosa.

Lo sportswear rappresenta un capitolo a parte, ampiamente esplorato da Ahn, che già nel 2012 riversava una colata di argento sulle sneakers Pump Fury HLS di Reebok. Nel 2019 è la volta delle mitiche Converse Chuck 70 e Pro Leather, ripensate in chiave rainproof attraverso l’utilizzo della gomma e la suola allargata a dismisura; la collaborazione tra l’altro prosegue, e da qualche giorno sono disponibili due nuove silhouette, ossia Dunk Boot – un ibrido tra anfibio e trainer alta – e Chuck 70 con strati di soffice shearling sulla parte esterna.
Ancora più fruttuoso il tandem con Nike, che ha interessato nel tempo diverse tipologie di prodotto, dai body e pantaloni tecnici per l’allenamento alle pellicce sintetiche, dai giubbetti reversibili alle immancabili sneakers in edizione limitata, destinate ovviamente a infiammare i desiderata dei collezionisti; le ultime arrivate, in questo senso, sono le Dunk High caratterizzate dallo Swoosh che deborda dalla tomaia, il cui lancio è previsto a dicembre.

Il talento della direttrice creativa di Ambush viene notato in tempi non sospetti anche dall’intellighenzia modaiola, che nel 2017 la inserisce nell’elenco degli otto finalisti del premio LVMH. L’anno seguente arriva un riconoscimento per certi versi ancora più pregevole, la nomina a jewelry designer di Dior Men, sotto la supervisione dell’amico di lungo corso Kim Jones.
Ahn può così sbizzarrirsi con i gioielli maschili della griffe, iniziando da quelli della stagione s/s 2019 (all’insegna di catene lucenti e lettering Dior trasformato in decoro ad hoc) e finendo con la profusione di boules, spille, charms, medagliette e ninnoli assortiti che punteggiava le uscite dello show a/i 2020, una celebrazione del look Do It Yourself dell’artista punk Judy Blame. Con un curriculum del genere, è facile in fin dei conti prevedere per Ahn un futuro da protagonista assoluta del fashion system.

Casablanca, il brand che unisce effortless chic parigino e influenze marocchine

Nell’immaginario comune il nome Casablanca, oltre alla città nel nord del Marocco, evoca le scene di uno dei film più celebri di tutti i tempi, espressione dello star system hollywoodiano incarnato dai protagonisti Humphrey Bogart e Ingrid Bergman. Da due anni a questa parte, tuttavia, identifica anche una tra le più interessanti griffe di ready-to-wear maschile, nota innanzitutto a connoisseur e frequentatori dell’ambiente creativo di Parigi (città dove ha esordito in passerella nel 2019) ma in grado di farsi conoscere, ed apprezzare, ben oltre i confini nazionali.

Dietro l’ascesa fulminea di Casablanca c’è lo stilista franco-marocchino Charaf Tajer, distintosi in precedenza come co-fondatore di Pigalle (marchio street molto quotato oltralpe), collaboratore di Virgil Abloh e animatore della nightlife parigina con il locale Le Pompon, deciso a riportare in auge una visione assai sofisticata e nostalgica dell’abbigliamento vacanziero – quello che un volta caratterizzava il relax nelle località turistiche più elitarie – unendo idealmente le due città della sua vita, la Ville Lumière e Casablanca, appunto. Il nome omaggia il luogo in cui i genitori si sono conosciuti e hanno lavorato (nello stesso atelier) prima di trasferirsi nella capitale francese, dove Tajer è cresciuto in un milieu improntato su moda, arte ed architettura, specializzandosi all’università proprio in quest’ultima disciplina.

L’identità della label, come detto, risulta da un amalgama dello stile parigino e nordafricano, in cui l’eleganza studiata ed effortless al tempo stesso del primo si fonde alle linee morbide e alle cromie, ora intense ora soffuse, del secondo. Lo stesso designer racchiude il concetto nella definizione di «brand francese con un souvenir del Marocco».
Gli abiti Casablanca sprigionano un flair tipicamente seventies: bandite le vestibilità fascianti divenute ormai prassi nel menswear, le forme sono quasi sempre abbondanti, i pants sciolti bilanciano il taglio sagomato delle giacche, generalmente doppiopetto e dai revers a lancia, mentre i jeans, più accostati, seguono la silhouette senza però costringerla. Parliamo di mise che, in passato, avrebbero potuto sfoggiare gli avventori di un resort tropicale a cinque stelle, o di un hotel di montagna altrettanto esclusivo, per godersi un cocktail dopo una sessione in palestra, un trattamento nella spa e via dicendo.



Nonostante la prima collezione risalga alla primavera/estate 2019 e sia stata mostrata in uno showroom improvvisato in casa, raccogliendo comunque il favore dei buyer arrivati a Parigi per i défilé stagionali (incuriositi, pare, da alcuni scatti pubblicati su Instagram), il debutto vero e proprio coincide con lo show per la successiva stagione autunno/inverno 2019-20. Sono qui già presenti quelli che diventeranno i must della griffe, vale a dire camicie in seta dalle stampe lussureggianti (nel caso specifico paesaggi marini, frutti, colonne in marmo), tracksuit dalla mano soffice, completi pajamas, grafiche acquerellate distribuite sull’intero outfit, il tutto declinato in una palette che alterna tonalità sorbetto e nuance piene quali arancione, blu cobalto e bordeaux.

Nella successiva sfilata p/e 2020 aumenta la varietà della proposte, includendo polo lavorate a maglia, giubbini in camoscio, shorts con coulisse, abiti décontracté, pantaloni fluidi alternati a modelli più lineari. Per l’a/i di quest’anno cambiano le reference – una vacanza invernale sul Lago di Garda – ma non la sostanza, perché le uscite in passerella rivelano un gusto decisamente vintage, tra maglioni intarsiati in cachemire, shearling jacket, suit simili ai tailleur femminili, giacconi trapuntati, vezzosi foulard stretti al collo, check e pattern geometrici dalle dimensioni extra. In occasione della Paris Fashion Week Men’s dello scorso luglio, invece, Tajer opta per una presentazione digitale, consolidando la propria vocazione al leisurewear tra completi da tennis ricamati, flared pants con piega al centro, sahariane, pullover marinière e tute percorse da bande laterali.


Credits Foto 1: Charles Michalet


Proprio l’annus horribilis che stiamo vivendo ha finora rappresentato uno snodo cruciale nel percorso di crescita del brand: a gennaio viene infatti svelata la collaborazione con New Balance, che vede le sneakers 327 dell’azienda Usa colorarsi di quelle sfumature di arancio e verde così ricorrenti nell’abbigliamento Casablanca (la partnership proseguirà poi con due nuove versioni della medesima silhouette, accese da tocchi di colore scuro sulla tomaia). Arriva, quindi, la selezione nella rosa degli otto candidati alla finale del LVMH Prize 2020, successivamente cancellata a causa della pandemia di Covid-19, seguita qualche mese dopo dalla prima prova nel womenswear, inaugurato con una selezione di quindici tra capi e accessori venduti in esclusiva su Net-a-porter. A settembre è infine la volta di un’altra capsule per 24S, la piattaforma dedicata all’e-commerce della holding del lusso LVMH.

Va sottolineato come Casablanca mantenga fin dall’inizio un rapporto privilegiato con i retailer di alto profilo: se le prime collezioni sono state selezionate da boutique del livello di Maxfield  e United Arrows, scorrendo l’elenco degli attuali rivenditori troviamo nomi quali Harvey Nichols, Selfridges, Lane Crawford, Tsum e Galeries Lafayette, per un totale di oltre cento store.
Risultati di tutto rispetto per chi, come Tajer, elude ogni categorizzazione – a cominciare da quella di ennesima rivisitazione dello streetwear – sostenendo semplicemente che il proprio marchio, al di là di «cosa sia o non sia il cool, è incentrato invece sulla bellezza».

I personaggi maschili di ‘Emily in Paris’

Uscita poche settimane fa ed entrata rapidamente nella top ten dei programmi più visti su Netflix, la serie Emily in Paris ha fatto parlare di sé da subito, attirandosi molte critiche per la rappresentazione della Ville Lumière e dei suoi abitanti, giudicata eccessivamente stereotipata (i cliché, effettivamente, non mancano, sebbene dalla produzione abbiano precisato come siano inevitabili data la trama, che racconta le vicende di una ragazza americana giunta a Parigi per la prima volta) e altrettante menzioni per gli outfit variopinti. Questi ultimi sono opera della regina del glamour in formato tv, la costumista Patricia Field, già ideatrice dei guardaroba di Ugly Betty e, soprattutto, Sex and the City.

Un aspetto meno indagato è invece quello riguardante i personaggi maschili, poiché a rubare la scena sono, ovviamente, la Emily Cooper del titolo aka Lily Collins, la sua capa/nemesi Sylvie (Philippine Leroy-Beaulieu) e le altre donne del cast.
Eppure alcuni uomini, rivestendo ruoli certo non secondari, meritano uno sguardo più approfondito, ad iniziare da Gabriel, chef tanto fascinoso quanto abile a preparare la tartare de veau, diviso, sentimentalmente parlando, tra la protagonista (e vicina di casa) Emily e la di lei amica, nonché sua fidanzata, Camille. Per interpretarlo è stato scelto il 32enne Lucas Bravo, aitante modello con all’attivo partecipazioni in soap come Sous le soleil e Plus belle la vie, molto seguite in Francia. Nel suo caso, la componente fashion è mantenuta al minimo sindacale (t-shirt aderenti, felpe pastello, cappotti scuri, giubbetti in denim, l’accoppiata evergreen perfecto di pelle e maglietta…), d’altra parte sa farsi notare senza difficoltà anche indossando il grembiule bianco d’ordinanza.



Impossibile non citare poi Julien, collega di Emily nell’agenzia di marketing parigina Savoir, perennemente blasé e incline a giudicare con sarcasmo quanto lo circonda. Si tratta del personaggio maschile più fashionable, vestito di tutto punto al lavoro come nelle altre occasioni. Il suo è uno stile a tinte forti, sofisticato: predilige i suit pennellati addosso, declinati in cromie classiche (ravvivati, però, da camicie optical, maglie stampate, sottogiacca in colori vitaminici) o al contrario piuttosto estrosi, percorsi da grafismi e pattern di grandi dimensioni, talvolta accessoriati con broche appuntate al bavero e collane gioiello; in alternativa, polo dalle nuance accese (come quella bluette firmata Paul Smith del secondo episodio), bomber, varsity jacket in raso.
Julien è impersonato da Samuel Arnold, ex ballerino professionista, parigino trasferitosi però da tempo a Londra, dove nel 2018 ha recitato al National Theatre nella pièce Antony and Cleopatra.

Altra figura maschile di spicco è quella di William Abadie, attore francese 47enne formatosi all’Actors Studio newyorchese, la cui filmografia conta serial come Gossip Girl, Gotham e Homeland. Oltre alla recitazione, si dedica regolarmente allo sport: è infatti un atleta provetto che spazia tra maratona, triathlon e snowboard. Il suo alter ego sullo schermo è Antoine Lambert, fondatore del marchio di haute parfumerie Maison Lavaux – uno dei maggiori clienti di Savoir – oltreché amante del boss di Emily, Sylvie Grateau. Il “naso” interpretato da Abadie è un uomo affabile e azzimato, stretto in completi tailored dal taglio impeccabile, completati da cravatta e pochette de rigueur.



Charles Martins è invece Mathieu Cadault, ovvero l’archetipo del businessman di successo, un latin lover paparazzato in compagnia di celebrity e star del cinema, manager del brand di alta moda Pierre Cadault, una maison di finzione presentata nella serie come quintessenza dello chic parigino (una delle scene migliori è, in effetti, quella in cui l’omonimo stilista trasecola notando degli charm a forma di cuore e Tour Eiffel, che l’improvvida protagonista tiene in bella vista sulla borsa). Data la professione, è ovviamente elegantissimo: nel corso degli episodi sfodera abiti tre pezzi in tweed, foulard dalle fantasie geometriche, soprabiti sartoriali, cache-col adagiati con studiata nonchalance lungo i revers e così via.

Nonostante l’esigua quantità di tempo dei rispettivi personaggi, si possono infine menzionare Roe Hartrampf alias Doug, fidanzato di Emily (che in realtà smette di essere tale all’inizio della serie), all’american boy tutto lavoro e tifo per i Chicago Cubs, e Eion Bailey, interprete di Randy Zimmer, il magnate dell’hôtellerie che appare nella quarta puntata.

These (chunky) boots are made for walking: come gli stivali “esagerati” sono passati dalle sfilate alle collezioni a/i 2020 dei brand di riferimento

Si parla da tempo di un declino incombente, se non già in atto, delle sneakers chunky, che negli ultimi anni hanno rappresentato una cartina di tornasole dei cambiamenti nel fashion system. Le scarpe massicce, tuttavia, oltre a infarcire i cataloghi dei brand hanno ormai contaminato, con le loro forme grosse e sgraziate, il design di altre calzature, da ultimo quello degli stivali comparsi in gran numero nelle collezioni della stagione odierna.

Il capofila di questo sdoganamento dei chunky boots è stato probabilmente Daniel Lee, artefice del rilancio in grande stile di Bottega Veneta: nel 2019 i BV Lug – stivali al polpaccio dall’imponente para sagomata – sono diventati un autentico tormentone tra addetti ai lavori e celebrities assortite. Del resto il designer inglese, vincitore nel 2019 di ben quattro riconoscimenti ai British Fashion Awards, dal suo debutto al timone della maison l’anno precedente ha inanellato una serie di borse e calzature instant cult. In effetti le sfilate dell’autunno/inverno 2020 se da un lato prevedevano, dopo l’abbuffata di felpe, tracksuit et similia, il ritorno a mise sofisticate, dal piglio formale, dall’altro certificavano di avere ormai assimilato i codici dello streetwear. I boots stagionali si distinguono così per i volumi esagerati, che trovano massima espressione nella suola, dai contorni sinuosi o, al contrario, risultato dell’innesto di più strati uno sull’altro.

È sufficiente comunque uno sguardo alle passerelle di riferimento per rendersi conto della pervasività di questa silhouette nell’odierno footwear, iniziando da Bottega Veneta, of course: nel suo défilé a/i 2020 le mise maschili, severe, allungate e ben accostate al corpo, vengono completate da ankle boots bombati dal fondo tondeggiante. Spostandosi da Fendi, invece, rubano la scena gli stivaloni dall’enorme para dentellata, con il motivo FF inciso sulle estremità; sono ciclopiche anche le piante dei modelli Versace, che ricordano le galoche antipioggia, contraddistinti dal finish lucente e dalla gomma nella parte inferiore.
Diversa l’interpretazione di Sarah Burton per Alexander MqQueen, secondo cui gli ankle boots vanno abbinati a cappotti, trench e completi dal taglio millimetrico; stringati o pull-on, hanno puntali tinti in colori metallici e una suola oversize scanalata, piuttosto sinuosa.


Backstage at Sacai Men’s Fall 2020

Credits Photo 4: Alessandro Garofalo for NOWFASHION, Credits Photo 5: Photo Vanni Bassetti/WWD


Da Sacai gli outfit sapientemente decostruiti di Chitose Abe prevedono Chelsea in vitello liscio o hiking boots scamosciati, entrambi con suola a triplo strato. Non manca di estro nemmeno la proposta di Dries Van Noten, che completa il suo caleidoscopio di pattern, stampe e decorazioni con stivali dalla base svettante, a mo’ di platform. Persino il guardaroba uber luxury di Hermès adotta le peculiarità dei chunky boots, pur temperandole: nella collezione della griffe i carrot pants sartoriali, stretti alla caviglia, evidenziano proprio gli stivaletti scuri in pelle lavorata, provvisti di spessa suola carrarmato.

Chi apprezzasse le qualità dei boots in questione potrà scegliere tra un’ampia varietà di opzioni, a partire ovviamente da quelle dei marchi menzionati: il modello Tire di Bottega Veneta, ad esempio, versione riveduta e corretta dei suddetti Lug, di cui mantengono gambale alto, doppio tirante, elastico laterale e para ipertrofica aggiungendo, però, un outsole in gomma disponibile in diverse colorazioni, dal vermiglio al verde acceso. Oppure l’anfibio nero Versace, chiuso da lacci bianchi e innestato su un fondo di dimensioni extra, solcato dal profilo di quella greca tanto cara alla maison; più lineari i Chelsea boots in suede firmati McQueen, bordati da una suola flat, nelle nuance del sabbia, blu e total black.

In generale i brand sembrano seguire due approcci opposti: uno massimalista, teso a esasperare le proporzioni già considerevoli degli stivali chunky, aggiungendo inoltre materiali inconsueti, cromie d’effetto, loghi e così via; l’altro meno incline alle esagerazioni, che limita la dose di eccentricità alla suola, appariscente di per sé, prediligendo tomaie sobrie ed essenziali.


Rientrano senz’altro nella prima categoria i Monolith Prada, dal nome esplicativo visto che si tratta di combat boot dall’enorme para frastagliata, muniti di minuscolo pouch logato da agganciare, in caso, al cinturino apposito; una particolarità che probabilmente ha contribuito a renderli all’istante un feticcio fashionista, al pari della “concorrenza” di Bottega Veneta. Di tenore simile i modelli griffati Burberry e 1017 Alyx 9SM, nell’ordine uno stivaletto in pelle spazzolata avvolto dalla maxi suola tricolore (nelle sfumature del senape, mattone e rosso brillante); e un boot dal côté futuribile, espresso attraverso il mix di materiali sintetici (neoprene, nylon, PVC ecc.), la texture opaca della tomaia e l’alternanza, sulla pianta, di pieni e vuoti, linee nette e ondulate.

Il filone minimal annovera invece stivali di Jil Sander, Both e Grenson. I primi racchiudono tutte le prerogative del Chelsea boot, ad eccezione del “solito” fondo dilatato al massimo, rifinito con una suola Vibram; le specificità dei classici stivaletti alla caviglia sono rispettate anche dai secondi, sui quali si alternano superfici lucide e mat grazie all’impiego di nappa e gomma. Gli ultimi, declinati in una calda gradazione di marrone, si distinguono per l’allacciatura con occhielli rubata alle scarpe da trekking; per il resto, sono scarponcini puliti, robusti, in linea con la tradizione di un marchio che, per quanto riguarda la calzoleria made in Uk, è un’istituzione.

Chiude la rassegna la variazione sul tema di Hunter: gli stivali waterproof per antonomasia sono in questo caso arricchiti dalla para sovradimensionata; uno strato aggiuntivo che, certamente, aiuta a mantenere riparato il piede, ammiccando però il giusto alle ultime novità in fatto di calzature maschili. Dopotutto pure un’azienda ultracentenaria come quella britannica, sostanzialmente estranea alla frenesia di tendenze, show, street style e altri riti della moda, subisce in una certa misura l’attrattiva dei chunky boots.

Dai jeans cuciti in un seminterrato alle migliori boutique multimarca: il successo di Amiri

L’ultima partnership eccellente nell’ambito retail è stata svelata qualche settimana fa da Mr Porter: una capsule collection composta di 31 articoli tra jeans destroyed, felpe con cappuccio e bowling shirt stampate. Del resto la scalata al fashion system di Mike Amiri, fondatore e designer della label eponima, è stata caratterizzata proprio dal sodalizio con i retailer, a partire dalla piccola selezione di denim venduta in esclusiva da Maxfield – mecca losangelina dello shopping di lusso – nel 2014, che di fatto sancì la nascita del marchio. Nel tempo, Amiri è approdato in oltre cento insegne multibrand, da quelle di ricerca come Layers, Antonioli o Patron of the New ai department store, agli e-tailer quali LuisaViaRoma, Matchesfashion e Mytheresa.

L’ingresso nelle migliori boutique ha perciò accompagnato l’evoluzione della griffe, per la quale si potrebbe scomodare l’epopea del sogno americano: un’impresa avviata con mezzi di fortuna e diventata rapidamente un modello di business; se l’anno scorso, in effetti, il giro d’affari dell’azienda ha raggiunto i 60 milioni di dollari, soltanto sette anni fa Mike Amiri cuciva di persona i jeans in uno scantinato nei pressi di Sunset Boulevard.
Prima di mettere la sua firma sul denim, questo 43enne di origini iraniane, crescendo a Beverly Hills, si è potuto immergere nell’atmosfera di grande fermento che, negli anni ’90, animava la metropoli, iniziando a gravitare intorno al Viper Room e ad altri locali simbolo di quella fase.

Dopo le consulenze per alcune aziende di abbigliamento e, soprattutto, dopo aver curato le mise dentro e fuori dal palco di Steven Tyler e Usher, decide di mettersi in proprio, lanciando una griffe in cui condensare le sue ossessioni passate e presenti, musicali in primis. Amiri attinge infatti a piene mani dall’iconografia del rock, codificata dai look di mostri sacri come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Keith Richards o Axl Rose, mescolandola però con il repertorio stilistico di surfisti, skater, artisti underground; per dirla con le parole del diretto interessato, si tratta di «California e rock’n’roll, [filtrati] attraverso una lente di lusso». A tutto ciò, il creativo aggiunge la passione per il vintage, affinata fin dall’adolescenza setacciando mercatini dell’usato e negozi second hand, e le lavorazioni sartoriali, indispensabili per infondere ai prodotti una patina lussuosa e giustificare le cifre sui cartellini, che spesso superano abbondantemente i 1000 dollari.

Fatte queste premesse, si comprende meglio la profusione di abiti e accessori délabré, sgualciti ad arte. Per conferire all’abbigliamento un aspetto il più possibile vissuto, Amiri non disdegna soluzioni “estreme”, dichiarando ad esempio di sparare con un fucile alle maglie pur di ottenere gli squarci desiderati. Al di là degli eccessi del caso, si spiegano così i jeans a sigaretta logorati fino allo stremo, tra abrasioni, macchie e patch in tessuto a contrasto; le camicie check in flanella dagli orli grezzi; le giacche percorse da ricami, toppe e grafiche all-over, oppure sottoposte a tinture tie dye per un risultato technicolor; gli stivaletti ornati da fibbie, cinturini stampati o catenelle; le t-shirt used, istoriate con i loghi della band di turno (Guns ‘N Roses, Mötley Crüe, Grateful Dead ecc.) e via discorrendo.

In pratica, un assortimento di capisaldi dello streetwear e urban style, riletti però in chiave deluxe: i pantaloni appaiono sì sbrindellati, ma vantano tele giapponesi o italiane, mentre per la confezione dei vari bomber, overshirt, felpe, biker jacket e sneakers vengono selezionati materiali di prim’ordine (dalla seta alla nappa, passando per cashmere, velluto, suede e quant’altro). Capi realizzati per oltre l’80% nello stabilimento del brand a Los Angeles, da artigiani impegnati in laboriosi procedimenti manuali, seguendo dunque il modus operandi degli atelier delle maison più rinomate.   

Non va poi dimenticato come nel periodo in questione la figura di riferimento per il menswear fosse quella di Hedi Slimane, che trionfava da Saint Laurent tratteggiando il profilo di un giovane bohémien californiano, emaciato, androgino, strizzato in abiti tagliati col bisturi, aderenti come una guaina. Specialmente all’inizio, quando insiste sugli ensemble da rockettaro in libera uscita, è perciò evidente il debito di Amiri con l’estetica affilata di Slimane, tuttavia la qualità di materiali e finiture viene premiata dalla clientela, per non dire dell’aura di esclusività trasmessa da capi esposti negli store più prestigiosi in assoluto. I dati delle vendite superano le migliori aspettative, supportate anche dalla nutrita schiera di fan d’eccezione: tra le celebrities vestite Amiri troviamo infatti Justin Bieber, Michael B. Jordan, J Balvin, Jay-Z, e l’elenco potrebbe proseguire a lungo.

La strada è ormai tracciata: nel 2016 viene introdotta la linea femminile, seguita a stretto giro da calzature e accessori. Anche le istituzioni del settore notano il successo di Amiri, che nel 2018 concorre al premio assegnato dai CFDA Fashion Awards al miglior talento emergente, aggiudicandosi la vittoria, nella stessa categoria, ai Footwear News Achievement Awards. L’anno dopo il Council of Fashion Designers of America lo inserirà nuovamente nella rosa dei candidati.

Da parte sua, la Fédération de la Haute Couture et de la Mode lo invita a partecipare alle sfilate maschili per l’autunno-inverno 2018-19: Amiri debutta nella Ville Lumière portando in passerella una rassegna dei suoi abiti più identificativi, tra vestibilità risicate, giacche in pelle, tuxedo, frange e glitter sparsi ovunque, oltre ovviamente alle “scorticature” ricorrenti negli outfit. Nei cinque show parigini successivi il designer esplora quindi ogni possibile declinazione dello stile à la West Coast, spaziando tra l’ispirazione grunge della collezione s/s 2019 (pullover sformati, tonalità acide, maglie legate in vita, stratificazioni…) e le uscite dal sapore militaresco della sfilata seguente, una sfilza di cappotti strutturati su jeans stretch infilati negli stivali; e arrivando, con la stagione s/s 2020, ad omaggiare gli hippie della Summer of Love attraverso silhouette fluide, pattern psichedelici, pantaloni scampanati e completi color pastello.

Guardando al futuro, Mike Amiri non esclude «un giorno, di disegnare mobili»; considerato il suo cursus honorum, nell’eventualità non potrebbe che celebrare, ancora una volta, il lifestyle della sua California.

Guida ai cardigan dell’autunno-inverno 2020, tra heritage e nuove interpretazioni

Sarà per le sue caratteristiche di indumento caldo, avvolgente e serioso, un bene rifugio del guardaroba che sembra rassicurarci in tempi piuttosto cupi e turbolenti, anche prima del Covid-19; sarà per la richiesta sempre più diffusa dei consumatori di abiti comodi e possibilmente versatili, alla quale la quantità di tempo passato in casa, durante (e dopo) il lockdown, ha dato ulteriore impulso; sta di fatto che, per la stagione fredda ormai imminente, il cardigan è tornato prepotentemente in auge, come certificato dalla gran varietà di modelli apparsi nella tornata di défilé dell’autunno-inverno 2020.

A ben guardare, le avvisaglie di un ritorno del capo nell’orizzonte del menswear risalgono all’ottobre 2019, quando era stato venduto all’asta, per oltre 330.000 dollari, il celeberrimo esemplare verdognolo indossato da Kurt Cobain nel 1993, durante il concerto MTV Unplugged in New York dei Nirvana. Neppure due mesi fa, poi, i dati del Lyst Index Q2 2020 hanno sancito la rinnovata centralità di questo ibrido di golf e giacca presso gli utenti della piattaforma, attribuendone il merito in particolare a Harry Styles, che lo scorso febbraio è apparso nel programma mattutino della NBC con un modello patchwork di JW Anderson, XXL e dall’effetto sferruzzato, furoreggiando sui social a colpi di hashtag (#HarryStylesCardigan), tanto da spingere centinaia di fan a filmarsi su TikTok mentre lavoravano ai ferri, per crearne una replica più o meno fedele.   

D’altro canto la storia del capo in questione testimonia di una sua certa trasversalità d’uso, in equilibrio tra formalwear e controcultura, elitarismo e pop, alto e basso: da un lato, tenendo fede al blasone delle origini (la “paternità” pare spetti infatti al generale inglese, nonché settimo conte di Cardigan, James T. Brudenell) dagli anni ’50 diviene sinonimo di preppy style, sfoggiato dunque dagli studenti delle università dell’Ivy League americana; dall’altro, si insinua nelle mise più casual di attori, sportivi e star della musica come Paul Newman, Steve McQueen, Mick Jagger o George Harrison, giusto per fare qualche esempio.

Nonostante i corsi e ricorsi, connaturati all’idea stessa di moda, e sulla scia di illustri estimatori – dal suddetto Harry Styles a Pharrell Williams, da David Beckham a Tyler, the Creator – il cardigan torna adesso a punteggiare le collezioni F/W 2020 di molte maison del lusso e marchi high-end; pur tenendo conto della disparità delle proposte, un trait d’union può essere individuato nell’estro delle decorazioni e nelle dimensioni abbondanti, spesso talmente generose da permetterne l’utilizzo al posto di cappotti, parka & co.

Uno specialista del genere come Missoni, ad esempio, esalta le possibilità espressive del colore mescolando su modelli dal piglio rilassato linee, sfumature, pattern geometrici e floreali in una palette ravvivata da toni caldi di rosso, ocra e azzurro. Anche i cardigan di Marco De Vincenzo sono un tripudio di fantasia, tra superfici sfrangiate e righe color block. Da Balmain si vivacizza il classico motivo argyle attraverso il dinamismo ottico del binomio bianco e nero, accentuando inoltre la bombatura delle spalle, mentre Ferragamo pone l’enfasi sulla linearità di volumi e materiali, allungando la silhouette dei maglioni declinati in nuance tipicamente autunnali; caratteristiche simili a quelle del modello in cachemire cammello di Hermès, la cui texture è però intarsiata di patch in pelle colorate. Da ultimo A.P.C. richiama i fasti del grunge con un cardigan a stampa animalier.

Volendo passare in rassegna alcune variazioni sul tema, disponibili anche nei migliori e-store, si potrebbe cominciare da Alanui, brand nostrano che fa dei cardigan in jacquard oversize la propria ragion d’essere: il modello Seattle Sound compendia tutti i must della casa, dalle grafiche folk alle frange lungo i profili. Gucci, da parte sua, insiste sull’icasticità dei propri simboli per una maglia su base blu interamente percorsa dal monogramma della doppia G. Thom Browne si ispira invece all’eleganza dei college Usa d’élite, trasferendola in un golf candido a trecce, rifinito dagli stilemi del designer, cioè fettucce tricolori lungo l’abbottonatura e quattro strisce a contrasto sulla manica.

Se Prada stempera l’austerità del golf accollato, realizzato in un blend di mohair e lana, utilizzando una gradazione accesa di rosso e la lavorazione a punto largo, Valentino viceversa ravviva il total black del suo cardigan grazie a bande di colore bianco e fluo. Sceglie al contrario l’essenziale Acne Studios, con una maglia monocroma scura interrotta solo dal piccolo ricamo “emoticon” sul petto. Prediligono la discrezione, infine, anche le interpretazioni stagionali di NN07, Stone Island, Roberto Collina e Polo Ralph Lauren, contraddistinte, nell’ordine, da un taglio regolare e lana color ruggine; dalla tonalità verde militare e chiusura a zip; dal filato dalla trama grossa e forme over; da cotone mélange blu navy con collo a scialle.

È evidente insomma come il cardigan riesca a soddisfare tanto i puristi del less is more quanto i fashion addict più inveterati, potendo contare, oggi come ieri, su uno dei suoi principali atout, ossia la versatilità.