L’attenzione che genera il cambiamento: Nicola Lamberti

Ambientalista, influencer e futuro ingegnere – abbiamo intervistato Nicola Lamberti.

Su instagram parla di sostenibilità, di consapevolezza, d’impegno civico e di come possiamo contribuire positivamente e regolarmente ad aiutare il nostro pianeta.

Ci racconta com’è nato il suo amore e il rispetto per la natura, di come la moda può essere eticamente sostenibile e di come il green-washing è un’arma imperdonabile.

Le sue foto e i suoi messaggi ricordano che ogni giorno facciamo delle scelte e queste possono mettere in pericolo o salvare il nostro futuro. 

Ig: @lambert.nic

Parlaci di te, come nasce la tua attenzione alla sostenibilità?

Fin da piccolo ho amato la natura incondizionatamente; leggevo riviste e libri che parlavano di ambiente, scienza e attualità – m’informavo – poi quando ne avevo la possibilità, spingevo i miei familiari a fare gite fuori porta ed escursioni. 

Mi piace stare all’aperto, ammirare la natura, la bellezza che ci circonda e la terra, il contatto con qualcosa che devi salvaguardare, mi fa stare bene.

In questi anni ho imparato diverse discipline legate alla natura come: il surf, lo snowboard, l’arrampicata e ognuna di queste ha suscitato in me una sempre maggiore sensibilità sul tema della sostenibilità ambientale. 

Che cosa fai tutti i giorni per dare il tuo contributo?

Sono un amante della conoscenza, credo che da questa possa nascere il cambiamento di cui ognuno di noi ha bisogno, per cui ogni giorno m’informo e cerco di migliorarmi. 

Dalla scelta di usare un semplice spazzolino in bamboo, alla partecipazione a un evento che sensibilizza lo spreco alimentare. 

Tutto quello che faccio poi, in questo momento in cui i social hanno un notevole impatto sulla comunità, lo condivido con i miei cari e sui miei canali. 

Secondo te ci stiamo impegnando abbastanza da salvare la terra?

A mio parere sembra stiamo percorrendo la strada giusta, anche se siamo ancora ben lontani dal nostro obiettivo. 

Noi giovani abbiamo ben compreso la problematica ambientale ma la questione potrebbe non essere del tutto chiara per tutti.

Nel 2015 abbiamo partecipato al summit di Parigi, condividendo e accettando l’accordo di restare sotto i 2°C. Secondo le analisi dell’associazione ambientalista sarebbero 14,3 i miliardi di euro l’anno che potrebbero essere eliminati o rimodulati, in modo da incentivare l’innovazione e ridurre le emissioni e invece, vengono disposti come sussidio alle fonti fossili.

Pensi che e qualcuno non prenda troppo sul serio questa situazione?

Negli ultimi periodi è semplice trovarci di fronte a delle campagne pubblicitarie ingannevoli. 

La problematica ambientale fa scalpore negli animi umani e questo implica che ogni azienda cerca in qualche modo di essere sostenibile, ma sappiamo che il green-washing è uno dei fenomeni più diffusi in questo periodo.

Come possono i consumatori essere più attenti?

Ogni giorno noi consumatori abbiamo la possibilità di scegliere se essere attenti o no. 

Al supermercato abbiamo la possibilità di comprare prodotti a km zero, abbiamo la possibilità di evitare di comprare prodotti confezionati con la plastica, abbiamo la possibilità di scegliere di muoverci con mezzi di trasporto pubblici o comunque meno inquinanti, abbiamo la possibilità di comprare capi sostenibili. 

Poi avremmo tanti doveri quotidiani, più che possibilità, come fare la raccolta differenziata, evitare di buttare le sigarette a terra e tante altre cattive abitudini che andrebbero superate.

Parliamo di moda sostenibile, in che direzione stiamo andando?

L’industria del fashion è il secondo settore più inquinante al mondo ed io credo che, essendo l’italia, la capitale della moda, la direzione che stiamo prendendo è ottima. 

CNMI sta sostenendo l’industria tessile sostenibile, e le numerose startup che puntano in quella direzione. 

Molti grandi marchi italiani hanno presentato capsule collection sostenibili e io mi auguro che nei prossimi mesi rendano anche tracciabile la produzione in filiera, in modo da essere sempre di più trasparenti. 

Ci sono dei brand che apprezzi per la loro visione ecologica ed etica?

Negli ultimi mesi ho conosciuto moltissime start-up sostenibili italiane. 

Ho collaborato con “Acbc” che produce scarpe completamente scomponibili e sostenibili.

Al WSM di Gennaio ho conosciuto i ragazzi di “Staiy” una piattaforma e-commerce completamente dedicata allo shopping sostenibile. 

Sono entrato in contatto con “WeAreWuuls” che oltre a produrre in modo sostenibile  compensano il loro impatto ambientale donando il 5% del loro ricavato all’associazione per la conservazione dell’orso marsicano tipico dell’Abruzzo.

Che consigli ci daresti per rispettare di più il pianeta? 

Per l’Earth Day ho chiesto alla mia community di instagram a cosa non sarebbero disposti a rinunciare della terra; ognuno di loro mi ha risposto con una foto oppure un pensiero. 

Ho scritto una lettera e li ho taggati tutti. 

Il giorno dopo ho chiesto ad ognuno di loro, cosa da quel giorno, avrebbero promesso di fare per non perdere quello che più gli piace della terra. 

A volte credo che ci manchi la consapevolezza dei nostri piccoli gesti quotidiani, e proprio qui io mi sento di dare il mio consiglio, sono questi gesti a fare la differenza. 

Diventare consapevoli e conoscere cosa accade nella “nostra” via, nel “nostro” quartiere, nella “nostra” città, è fondamentale perché la conoscenza genera attenzione e l’attenzione genera cambiamento

Cosa ci siamo persi del Salone del Mobile 2020: Foro Studio

Nessuna novità, nessuna nuova lampada, nessuna nuova sedia, tutte le presentazioni sono state rimandate di un anno.

Il Salone del Mobile 2020 è stato una mateora di cui si è parlato tanto prima di depennarlo delle nostre agende, ma nessuno ha detto cosa ci siamo persi.

Abbiamo incontrato i ragazzi di Foro Studio, che ci hanno raccontato il loro punto di vista, in un momento in cui bisogna raccogliere le idee per abbracciare il cambiamento e ripensare il futuro in modo creativo.

https://www.forostudio.com
https://www.instagram.com/foro.studio

Raccontateci un po’ la vostra realtà, come nasce Foro Studio?

Prima di essere degli associati siamo stati e siamo amici, per cui tutto è nato sei anni fa, in modo praticamente spontaneo. Quattro professionisti milanesi che – lavorando in diversi ambiti creativi – hanno deciso di unire le peculiari competenze di ognuno per realizzare progetti che poco dopo hanno portato alla nascita di FORO Studio. Siamo Giuseppe Ponzo, pilastro fondatore e responsabile della pianificazione strategica; Fabio Romenici, interior designer intuitivo e sperimentale; Salvatore Ponzo, architetto poliedrico e visionario; Alessandro Pennesi, designer del prodotto e ricercatore teorico.

Oggi FORO si occupa di architettura, interior design e brand identity; ma anche di product design e grafica. 

Quale è il vostro segno distintivo nel panorama architettura e design?

In maniera del tutto naturale siamo sempre molto attratti dalla sperimentazione con materiali e colori. Nonostante gli ambiti in cui operiamo siano completamente diversi, tutti i nostri progetti sono accomunati dalla volontà di creare il più possibile un’esperienza sensoriale completa e pervasiva, che vada incontro alle aspettative dei fruitori e, in un certo senso, ne ispiri i comportamenti.

Tra tutti, il progetto per le boutique Parah – per i quali abbiamo ricevuto diversi premi internazionali – si è distinto per l’attenzione all’interazione tra materiali, spazio e fruitore.

Quello dei materiali è un campo di ricerca che ci ha sempre affascinato. Abbiamo una materioteca in costante aggiornamento che ci permette di scegliere i materiali con un pizzico di audacia, spesso andando a cercare dei produttori che non hanno mai impiegato un determinato materiale in uno specifico campo di applicazione. C’è da aggiungere inoltre che parte della ricerca la svolgiamo in ambito accademico, al Master in Interior Design alla Naba di Milano, dove siamo docenti di Tecnologia dei Materiali.

Come avete reagito alla cancellazione del Salone del Mobile 2020, cosa stavate preparando?

Abbiamo sperato fino all’ultimo che non accadesse. Come gran parte dei nostri colleghi milanesi eravamo al giro di boa dei preparativi per l’evento per noi più importante in assoluto. Quest’anno sarebbe stato ancora più importante, perché avremmo esordito alla guida di Alpha District, il nuovo e più grande distretto della design week. È un progetto di marketing territoriale per il quale ci siamo preparati per quasi un anno, e che ha già raccolto molti consensi. Primo tra tutti è arrivato il Comune di Milano che – attraverso il patrocinio – ci ha accolto ufficialmente nel circuito della Design Week.

Alpha District copre una parte molto vasta della città, partendo dal Portello – area su cui un tempo sorgevano gli stabilimenti dell’Alfa Romeo – si estende concentricamente comprendendo i quartieri Cagnola e QT8.

L’area ci ha attratto perché è stata fortemente riqualificata negli ultimi anni. Ricca di interventi architettonici d’autore è ancora poco conosciuta e integrata con il tessuto cittadino, e per questo vogliamo portarla alla ribalta attraverso i circuiti della Design Week. 

Il cuore di Alpha District sarà Piazza Gino Valle, la più grande di Milano. È qui  che prenderà posto il progetto delle Cattedrali: una  serie di templi del design che si susseguiranno lungo le direttrici pedonali del distretto e metteranno in mostra una serie di oggetti e progetti che saranno fruibili dal pubblico h24.

Senza perderci d’animo – come è successo per il Salone in fiera – abbiamo posticipato al 2021 tutte le mostre, performance e installazioni che stavamo preparando e siamo molto contenti del sostegno che molti dei nostri partner ci dimostrano malgrado gli stravolgimenti. Insieme stiamo lavorando per trasformare le imposizioni dell’emergenza in opportunità, e siamo convinti che il Salone 2021 sarà tanto diverso quanto straordinario. 

Quali novità ci siamo persi? 

Ci piace pensare che non sia una perdita, quanto una pausa di riflessione. Le novità alla Design Week sono certamente un modo per prendere le misure con il resto del mondo del design, ma anche questa pausa forzata può servire da incubatore per delle nuove idee, tarate su un mondo che – dopo l’emergenza – sarà sicuramente cambiato. In questo senso non abbiamo perso delle novità ma guadagnato delle opportunità.

Sappiamo però gli allestimenti che non ci saremmo assolutamente persi: le tappe obbligate di ogni nostra Design Week sono Hermès, che riesce sempre a sorprenderci con la sua sofisticata semplicità e Nendo, che è sempre un passo avanti.

Nel circuito di Alpha District invece eravamo impazienti di inaugurare Hysteria, una mostra per la quale abbiamo invitato diversi designer italiani a confrontarsi con uno storytelling capace di evidenziare ed esaltare i cambiamenti, l’evoluzione e le storie legate al tema della sessualità femminile e non nel campo del design.

Ci sono modi alternativi al Salone del Mobile per potersi informare sui nuovi prodotti e sulle tendenze?

Certamente, il trucco è non smettere mai di esplorare. In studio dedichiamo molte energie alla ricerca, e cerchiamo di spaziare in ambiti diversi dal nostro. Ad esempio guardiamo sempre con grande interesse al mondo della moda e delle nuove tecnologie. 

Il modo che preferiamo per aggiornarci è viaggiare, ricercare direttamente sul campo, verso città che spesso ospitano anche fiere di settore. Il nostro ultimo viaggio di ricerca lo abbiamo fatto a Tokyo, un luogo straordinariamente avanti per quanto riguarda lo stile e la tecnologia.

Quando invece non abbiamo modo di viaggiare lo facciamo digitalmente. Abbiamo molti canali di riferimento on-line tramite i quali restiamo costantemente up to date.

Come cambierà il vostro modo di pensare e progettare dopo questa epidemia?

Questo periodo ci ha dato modo di fermarci e riflettere, molti cambiamenti sono già in atto e molto altro ancora cambierà negli anni a venire. Ultimamente si parla molto di resilienza, ma siamo più dell’idea che la parola giusta sia antifragilità, ovvero l’attitudine a migliorare quando le cose peggiorano, a cambiare a fronte di fattori di stress esterni al fine di adattarsi, non di proteggersi. Ecco, noi vogliamo avere un pensiero progettuale antifragile e stiamo facendo il possibile per adattarci al mondo nuovo che troveremo tra poco fuori dalla porta.

Attualmente stiamo gestendo il progetto di un displayer da posizionare all’interno di una lounge del Burj Khalifa a Dubai. La produzione in questo momento è ovviamente sospesa, ed essendo un oggetto che fa dell’interazione con il pubblico l’elemento cardine, stiamo lavorando al cambiamento di diversi dettagli per permettere la vendita in maniera sicura e allo stesso tempo efficiente. 

Si parla tanto di esperienze digitali e di come la tecnologia possa evitare le aggregazioni, voi cosa ne pensate?

Pensiamo che il digitale in questo momento abbia subito un’accelerazione di quello che comunque sarebbe stato il suo naturale percorso evolutivo. Sicuramente sarà ancora importante mantenere le distanze e vedremo perciò un balzo in avanti per quello che riguarda le interazioni digitali. Aumenteranno le proprietà dei dispositivi, tendendo ad una fusione totale tra i sistemi virtuali e gli oggetti fisici che farà si che il gap tra virtuale e reale sarà sempre più limitato; trasformando l’user experience di oggi, che interessa solo vista e tatto, in un’esperienza totale che coinvolga una molteplicità di sfumature sensoriali.

In questo senso, sempre parlando della nostra esperienza, stiamo lavorando per convertire i servizi fisici di Flamingo – un food-truck che abbiamo ideato qualche tempo fa – in servizi digitali engaging che vadano a supporto del servizio di delivery.  

Se doveste dedicare un manifesto alla città di Milano che si risveglia, cosa scrivereste o disegnereste? 

Per rimanere in tema con l’esperienza digitale preferiamo dedicare alla città un hashtag, più che un manifesto. 

In un mondo dove la vicinanza sociale è momentaneamente bandita, riunirsi al grido di un cancelletto è qualcosa di inaspettato. A nessuno piace essere etichettato ma in questa nuova condizione siamo tutti riuniti sotto la minaccia di un virus che non fa distinzioni tra gender, sessualità, colore ed età. Ci siamo resi conto che #iorestoacasa e #milanononsiferma sono messaggi virtuali che vanno bene per tutti. 

Questo periodo ci deve insegnare a non dimenticare e su questa idea si fonda il nostro hashtag per la città di Milano: tra le più colpite, le più reattive, la più motivate, la città che ci ha dato l’opportunità di esprimere noi stessi dandoci un’identità e una professione. Ricorderemo che #milanononsièarresa.

5 fotografi da seguire su Instagram

Instagram è diventata una piattaforma che permette a fotografi e appassionati di condividere i loro scatti. Sono sempre di più i professionisti che scelgono questo social network per mostrarsi e farsi notare. Se state cercando ispirazione o volete ravvivare il vostro feed, questi sono i fotografi da seguire che abbiamo selezionato nel mese di Aprile.

Sem Gregg

Instagram: @samalexandergregg

Ritrattista e documentarista londinese, gli scatti di Sem Gregg si rifugiano in ambienti complessi che risiedono nelle periferie.
Il suo lavoro è una ricerca per interrompere e mettere in discussione i tabù e celebrare i valori umani universali.

Gray Sorrenti

Instagram: @graysorrenti

Quando la fotografia ti scorre nel sangue, non hai altra scelta che metterti a scattare.
Figlia del leggendario fotografo Mario Sorrenti, Gray è una vera e propria stella nascente della fotografia internazionale.

Michael Oliver Love

Instagram: @michaeloliverlove

Fotografo che porta una ventata di freschezza nel mondo della fashion photography, creando immagini sorprendenti che mirano a sovvertire gli stereotipi di genere, sfidando la mascolinità tossica.

Goblin

Instagram: @nycgoblin

Giovane fotografo e artista surrealista domenicano con sede nel Bronx di NY.
Il suo lavoro spazia dalla fotografia di moda, all’adv, fino a opere con tecniche più complesse.
La sua arte interpreta tutte le sfaccettature della sua personalità: l’amore, la verità e la rabbia.

Dimpy Bhalotia

Instagram: @dimpy.bhalotia

Nata a Bombay e trapiantata a Londra dove trascorre le sue giornate all’insegna della passione per la street photography in bianco e nero.
Tutto è scattato con l’Iphone, grazie al quale riesce a immortalare l’energia che la circonda.

Rinascere dai fiori, la parola ai Flower designer

A prescindere da quale sia la stagione, l’amore per fiori e piante è universale. In un momento come questo, dove non possiamo gioire dei parchi o dei giardini in fiore, proprio adesso che siamo balzati avanti di un’ora e le temperature sono salite, sentiamo ancora di più l’amore per la natura.

Per portare un po’ di primavera nel nostro quotidiano, abbiamo intervistato tre eccellenze milanesi che hanno fatto della loro passione per le piante e per i fiori un modello di business. Personalità e stili a confronto, tra racconti d’esperienza e nuovi progetti, ci regalano una visione positiva che celebra la rinascita della città.

Del resto, la primavera è una questione di nuovi inizi e non vediamo l’ora di goderne a pieno.

FIORI & POTAFIORI

Rosalba Piccinni – Fondatrice di Fiori e Potafiori
@potafiori

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

La mia è una vocazione che nasce dallo stimolo di voler fare qualcosa di bello e di essere felice.

Fin da piccola mi sono dedicata alla musica e ai fiori, studiandoli e amandoli follemente.

Ho iniziato a lavorare come apprendista in un negozio di fiori a Bergamo, la mia città natale, lo stesso negozio che ho rilevato ventiquattro anni fa, li è nato Fiori.

Nel 2009 ho aperto il primo negozio a Milano, in via Broggi, un vero e proprio atelier floreale, dove creo composizioni uniche che parlano di contaminazioni, di arte, architettura e di umanità.

L’ultima mia creazione è Potafiori, lì vive il meglio di me, lo definisco “il bistrot dei fiori”, nel quale fiori, cibo e musica uniscono e intrattengono il mio pubblico, tanto da diventare un posto di riferimento per importanti brand di moda, dell’editoria e la mondanità milanese.

Come descriveresti il tuo stile?

Uno stile essenziale, vero, onesto e attento ai dettagli.

Riutilizziamo le foglie, i tessuti, le corde, gli arbusti, tutto quello che m’ispira, amo comporre utilizzando il materiale che ho attorno.

Quando lavoro, mi piace pensare che stia componendo un’opera d’arte unica e non ce ne saranno altre uguali.

Un elemento che considero magico è la trasformazione spontanea delle cose, come la natura muta, il tempo che passa lasciando il segno, come quando appassiscono le foglie.

Avete mai visto le foglie d’agave appassite? Sono delle piccole sculture con cui di solito riempio enormi vasi di vetro, sono bellissime.

Per me la bellezza è quando associ forme e materiali differenti tra loro e crei armonia.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica, dettata dalle restrizioni del COVID-19?

I primi giorni sono andata in crisi ed è proprio nel momento del disagio che viene fuori il talento, e da li ho iniziato a inventarmi di tutto, qualsiasi cosa potesse far stare bene la gente: piante, cibo e musica.

La prima invenzione è stata il “pota-ranges”, che in bergamasco significa “arrangiati”, è un kit in cui trovi tutto l’occorrente per realizzare il tuo centrotavola, poi “l’aperipronto” in cui spedisco un aperitivo sotto vuoto con una buona bottiglia di vino, l’ultima trovata è “la serenata” in cui tramite un QR code la mia voce apparirà a casa vostra per farvi compagnia cantando.

Ci diamo da fare, non siamo solo un negozio di fiori, Potafiori è un modo di vivere.

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Andrei a recidere io stessa le materie prime e ruberei quello che c’è.

Arbusti di ogni tipo e fiori come le liliaceae, bulbose, narcisetti, il tutto assemblato in un contenitore dal design intrigante, ora che ci penso, potrebbe essere un tubo idraulico, di quelli arancioni per intenderci.

Un inno alle unioni che vanno oltre le religioni e i colori, alla spontaneità, come quella dei fiori che crescono dove capita e si fanno amare così come sono.

OFFFI

Mario Nobile – fondatore di Offfi
@offfimilano

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

Tutto quello che si può fare con le mani mi ha sempre dato soddisfazione, dal cambiare una presa elettrica al restaurare mobili.

Ho studiato chimica farmaceutica, ho lavorato in una multinazionale per dodici anni, poi ho mollato tutto, non ne potevo più delle inutili riunioni e conference, dove tutti dicono le stesse cose, ma poi effettivamente nessuno dice niente, è cosi che la gente diventa stronza.

Un giorno, vedendo un negozio di fiori e una persona che li stava confezionando, mi sono reso conto che quel lavoro manuale, da mani nella terra, poteva fare al caso mio.

Così nel 2014 ho deciso di aprire Offfi in via Carmagnola, Isola è il quartiere dove vivo dal 2006 e che all’epoca doveva ancora diventare quello che è oggi.

Nel mio spazio oltre alla vendita al dettaglio di piante e fiori, si progettano allestimenti di tutti i tipi, dai giardini privati agli eventi dedicati alla moda.

Come descriveresti il tuo stile?

Il mio è uno stile naturale, istintivo e molto wild.

Mi piace pensare che i miei mazzi di fiori abbiano quella spontaneità che avrebbe se fossero raccolti un po’ in campagna e un po’ in un bel giardino all’inglese. 

Non amo le composizioni pettinate, quelle non mi rispecchiano proprio, la natura è selvaggia, è leggerezza e armonia.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica dettata dalle restrizioni del COVID-19?

Non abbiamo mai chiuso, abbiamo continuato a lavorare.


La consegna a domicilio è sempre andata avanti, tanti mazzi di fiori consegnati a casa.


Le persone vogliono attorniarsi di cose belle, i fiori e le piante non possono che portare un po’ di gioia in questo momento.

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Me la immagino composta da fiori spontanei, come i papaveri, fiordalisi, tulipani, saponaria, del solidago, tutti fiori di campo che nascono spontaneamente e annunciano la primavera.

Un inno alla rinascita della natura dopo il letargo invernale, freschezza e risveglio.

Forse aggiungerei qualche rosa antica, quelle che fioriscono nei giardini curati da mani esperte, con il loro intenso profumo di limone che ti riporta indietro nel tempo. 

Anche per dispetto a tutti quelli che senza cultura del prodotto e di tutte le verità che esistono, dicono di non amare le rose, per me è solo un preconcetto su un prodotto che è stato banalizzato, ma in realtà non lo conoscono.

D’altronde, non bisogna mica piacere a tutti?

MANIFESTO FLOWERS

Bruno Bugiani – co-founder di Manifesto Flowers 
@manifesto_flowers_milano

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

Il sogno di Manifesto Flowers nasce alla fine dello scorso millennio, quando ho incontrato Ken Pope a New York, nel 1999. In quel periodo stavo terminando la mia carriera nella moda, nel corso della quale, dopo un periodo al Teatro alla Scala, avevo lavorato 16 anni per Versace, prima come assistente di Gianni e poi di Donatella, mentre Ken lavorava a New York come graphic designer/art director per varie riviste

Dopo aver lavorato per dieci anni come manager di Eros Ramazzotti, nel 2012 io e Ken fondiamo Manifesto Flowers, che ha unito le nostre passioni, cultura, design, piante e fiori. 

Siamo specializzati in allestimenti di alta gamma, dal wedding ai fashion show, una grossa fetta della nostra clientela arriva dalla moda, probabilmente perché con il nostro passato riusciamo a parlare la stessa lingua.

Io sono il motore creativo, seguo la parte di progettazione e l’immagine, mentre lui si concentra sulla grafica, la cura del cliente e l’organizzazione.

Come descriveresti il vostro stile?

Mi piace pensare a una frase di una giornalista che in un suo articolo ci definiva così: “Manifesto Flowers è l’avanguardia Italiana più provocatoria”. Ecco, così! Sicuramente la provocazione è uno dei nostri punti di forza, oltre al gusto raffinato nelle forme e nei colori.

Studiamo ogni lavoro singolarmente, realizzandolo ad personam, sulle linee guida dettate dal cliente.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica, dettata dalle restrizioni del COVID 19?

La situazione odierna ha costretto tutti a ripensare le proprie attività, in attesa che tutto migliori e che il mercato del fiore torni a essere fondamentale insieme all’industria degli eventi e del wedding.

Abbiamo inventato la “Bouquet Couture”, nuova linea di omaggi acquistabili su richiesta, proprio per distinguerci dai tanti prodotti in serie ordinabili da internet. Decidiamo insieme ai clienti i colori e i fiori che lo comporranno, bouquet perfetti come un abito su misura.

Il mercato on line è molto importante, specie oggigiorno, e trovo giusto che Manifesto Flowers cavalchi quest’onda a suo modo, mantenendo la nostra creatività e qualità

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Più che una composizione, lancio un’idea, sarebbe bello che produttori, grossisti e floral designer si unissero per donare alla gente nei vari punti della città fiori e piantine, per far accendere il desiderio di una città più green, ridando un senso di normalità e speranza alle persone. 

Speriamo che il mondo impari qualcosa da questa pandemia.
Non vorrei che tutto torni com’era, perché com’era prima, era sbagliato.

Cosa farai dopo il lockdown: Francesco Gennaro

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma ciò non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità.

Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Francesco Gennaro – Interior designer 

@francesco_gennaro

Camminare su un filo teso tra la vita del ‘prima’ e la vita del ‘poi’.
Così penso alla mia quarantena, un tempo sospeso in cui riscoprire me stesso e sognare il momento in cui le mura domestiche non definiranno più il mio perimetro.

Si, vorrei uscire e se quel giorno fosse domenica, andrei a fare colazione da Sissi.
Un’intima pasticceria in stile bohemien, proprietà di una famiglia italo-senegalese.
Ho nostalgia del colore rosa che predomina lo spazio, ricoprendone pareti, tovaglie e grembiuli del personale, anche se ciò che mi manca di più sono le sue brioche, uniche.

Una volta riempita la pancia, la mia domenica proseguirebbe, probabilmente, con una passeggiata in Brera, il quartiere che preferisco.
I miei occhi curiosi, non vedono l’ora di ammirare le vetrine dei negozi unici: inizierei da RobertaeBasta per ammirare i nuovi pezzi di modernariato, annuserei le fragranze di Diptyque per scegliere quella che più si addice a questo momento di “revenge”, e mi specchierei nelle ceramiche di Richard Ginori.

A mancarmi non sono solo le passeggiate, ma anche la sensazione di “benessere” che provo in Fondazione Prada, struttura progettata dallo studio OMA, che stimo molto.
È uno spazio unico nel suo genere, una perla in mezzo a una città che corre sempre, dove l’arte contemporanea trova un ampio respiro.

Il posto perfetto per concludere il mio pomeriggio culturale, sarebbe sicuramente l’Osservatorio, galleria fotografica e distaccamento della Fondazione, sito in Galleria Vittorio Emanuele.
Finita la visita, mi concederei un aperitivo da Marchesi, storica pasticceria dalle pareti verde pistacchio e dalle ampie vetrate ad arco attraverso le quali ci si affaccia sulla frenetica galleria, vorrei che fosse davvero gremita di gente, come me la ricordo.

Infine per rendere speciale una cena qualunque sceglierei un’atmosfera conviviale, un ambiente che ispiri familiarità, come quello che sa offrire la Trattoria “da Mauro il Bolognese” sui Navigli, che considero un vero gioiellino.

Cosa farai dopo il lockdown: Lorenzo Rebediani

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma ciò non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità.

Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Lorenzo Rebediani – Architetto Paesaggista e co-founder di Rebediani Scaccabarozzi Paesaggisti

@lorenzorebediani
www.vslr.it

In questi giorni di disorientamento viviamo una dimensione emozionale inedita, perché le premesse del mondo di ieri sembrano non valere più. 

I presupposti della mobilità globale e senza limiti, la densità di offerta e di servizi che tanto amiamo della nostra città, tutto ciò che plasma l’egemonia del modello spaziale metropolitano, è ora in discussione.
 
Se penso ora a Milano, svuotata dei suoi valori, la immagino come una grande mappa nuda. 
Ma nel giro di qualche settimana, la torneremo ad abitare.

La nostalgia dei luoghi sarà sicuramente uno degli strumenti che ci guiderà nel processo di riappropriazione della città e penso sia un bell’esercizio quello di immaginare una giornata milanese in alcuni dei nostri luoghi preferiti, quelli cui adesso aneliamo come alla libertà: se il desiderio sarà alla base della ricostruzione, e lo sarà, dovremmo prepararci a desiderare bene.

Subito m’intrufolerei in Via Corsico, a due passi dal Naviglio Grande, dove trovo la concentrazione di eccellenze che mi rende Milano simpatica e superba. Faccio una breve passeggiata e incrocio tre dei locali che preferisco: la mia gastronomia, la Macelleria Masseroni, il mio ristorante: 28 Posti e il mio cocktail bar preferito Elita Bar

Esaudito il desiderio di ritorno alla mondanità, andrei a visitare la Fornace Curti, non molto distante, che dal ‘400 è il luogo della tradizione lombarda di terracotta, dove aleggia un’atmosfera tuttora magica che intreccia sapere artigiano, storie d’arte e architettura.

Infine vorrei tornare ad Abraxa, nel cuore di Nolo, un giardino disegnato lo scorso anno da me e Vera Scaccabarozzi, in collaborazione con Space Caviar. 

Poiché “a garden is not an object but a process” (Ian Hamilton Finley) ci prendiamo cura dei nostri progetti anche dopo la realizzazione, seguendone l’evoluzione nel tempo e monitorandone lo sviluppo ecologico.

Nato da una corte industriale, questo giardino è stato progettato come uno spazio sperimentale d’intrattenimento e agricoltura urbana per creativi, architetti e designer, secondo un modello di conversione virtuosa delle periferie in spazi di grande qualità urbana.

Cosa farai dopo il lockdown: Alessia Fagioli Galeone

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma questo non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità. Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Alessia Fagioli Galeone – Stylist e Fashion editor Nordstrom 

@alessiafagioligaleone

Solo l’idea di una revenge quarantine mi riempie il cuore di gioia, inoltre vorrei che quel giorno fosse sabato, perché è il mio preferito. 

Riattiverei subito i cinque sensi in quei luoghi a me cari che mi darebbero la giusta carica per ricominciare, un po’ come quando riparte un nuovo anno.

Mi sveglierei presto, mi manca quel momento in cui tutti dormono e posso godere a pieno del mio quartiere, andrei a comprare i fiori freschi da Potafiori, per poi addentare un cannolo siciliano da LUbar che mi porterebbe subito con la mente in Sicilia e io amo il mare.

Un salto da Passatempo per regalarmi qualcosa che scandisca le ore di questa nuova era, qualcosa di surreale, un orologio. 

Un rifornimento consistente da Aesop che produce prodotti naturali per la cura del corpo, perché un altro processo innescato da questa quarantena è stato prendermi cura della mia mente e del mio corpo, ho avuto più tempo da dedicarci.

L’Hangar Bicocca è tra le cose che mi sono più mancate, vorrei vedere una delle loro mostre underground e avanguardistiche, terminando la visita con uno sguardo alle torri di Kiefer.

Ho trovato molto valida l’iniziativa delle mostre virtuali, ma l’emozione che si accende quando puoi vedere un’opera dal vivo è un’altra cosa.

Chissà se le sale cinematografiche proiettano qualcosa d’interessante, vorrei vedere un film al cinema e stare seduta lì, sulle poltrone rosse di velluto con lo schermo gigante davanti ai miei occhi, mi manca non andarci.

Finirei la giornata in un ristorante unico, da Arlati, dove mangerei il mio piatto preferito: l’insalata di carciofi e parmigiano stagionato 36 mesi.

Voglio festeggiare, voglio rivedere i volti che mi mancano e i luoghi che per tante settimane ho desiderato.

L’entusiasmo credo sia incontenibile.

Cosa farai dopo il lockdown: Marcello Arena

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma questo non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità. Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Marcello Arena – Fotografo

@marcello_arena

Vivo a Milano da sette anni, mi ricordo ancora il primo quartiere “a sud” in cui abitavo, prima di trasferirmi dall’altra parte, “a nord”.

Posso dire di aver vissuto questa città da tutti i punti di vista, in lungo e in largo.

È una città che mi ha dato tanto, mi ha fatto correre fin dal primo giorno e non mi sarei mai aspettato che da un momento all’altro si fermasse e con lei tutti noi.

Ho bisogno di spazio, di stare all’aperto, di riprendere contatto con la natura e se domani potessi uscire, farei una passeggiata al parco Lambro vicino casa, è uno di quei posti talmente “infiniti” da perdersi.

Mi siederei su una panchina vicino alla cascata che c’è nel parco e ricomincerei a respirare per riprendermi l’aria che mi è stata tolta.

Uno dei quartieri che mi manca è quello di Paolo Sarpi, vorrei fare un brunch da Otto, ordinare i miei piatti preferiti e gioire della spensieratezza che un po’mi sfugge.

Da lì m’incamminerei verso la Galleria Sozzani, in Corso Como, la raggiungerei a piedi per vedere se tutto è cosi come me lo ricordo.

Vorrei vedere una mostra del fotografo David Sims, purtroppo in Italia non lo espongono mai.

Uscendo dalla galleria mi fermerei allo store di 10 Corso Como, ho bisogno di cose belle e di farmi ispirare, un salto al bookstore per comprare compulsivamente riviste e libri, mi piacerebbe trovarne uno di Paolo Roversi che ancora non ho.

Un veloce caffè da un’amica in Cairoli per poi terminare la giornata da Ugo, il mio bar preferito sui navigli e chiederei al cameriere un paio di Hugo con quel sapore di fiori di sambuco e menta, mi ricorda la primavera che forse non c’è ancora stata.

Cosa farai dopo il lockdown: Alessandro Simonini

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma questo non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità. Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge. Cominciamo con il primo:

Alessandro Simonini – Visual artist 

@alexandrosimonini

L’emergenza, senza mezzi termini, ci ha costretto a comprendere quello che etimologicamente è: l’emergere in superficie di ciò che è sommerso. 

Una volta fuori, sarà proprio la staticità di questo momento, non senza difficoltà, a far ri-emergere la Milano che ho scelto otto anni fa e che amo.

Lo studio, in Porta Romana, sarà la mia prima meta dopo la quarantena. 

Insieme agli artisti con i quali lo condivido, ripenseremo allo spazio e alle modalità di fruizione in vista dell’apertura, durante la seconda edizione di Walk-In Studio festival

Perché l’arte in mostra è negli atelier, disseminati per la città, e da lì trae le sue origini e si sviluppa.

Sempre in zona raggiungerei a piedi, passando per il Duomo, la storica Libreria Esoterica in Galleria Unione, lì si che faccio girare l’economia.

Poi senza dubbio cena da Alhambra in Porta Venezia, dove lasagna e spezzatino di seitan farebbero ricredere anche Hannibal Lecter.

Dulcis in fundo, il mio augurio per la rinascita, sarà riprendere le passeggiate al Monumentale, luogo magico di Milano, nel rispetto di una morte troppo strumentalizzata ma latrice di cambiamento che forse, al servizio dell’eternità e più rivoluzionaria che mai, reclama la sua personale revenge.

Stoccolma, la città del design

Considerata la città più verde d’Europa e una delle più avantgarde, Stoccolma detta le tendenze nel panorama dell’arte, della moda e del design. Tradizione, innovazione e consapevolezza sempre crescente di uno stile di vita etico e sostenibile hanno fatto di questa capitale la meta preferita di architetti, designer e trend lovers di tutto il mondo.

Con questa guida vi porteremo in giro per le 14 isole che compongono la città, in una full immersion nello stile nordico e una selezione dei migliori luoghi da esplorare, in cui acquistare i brand scandinavi più ricercati.

Fotografiska
Stadsgårdshamnen 22, 116 45 

www.fotografiska.com
@fotografiska

Fotografiska è il più grande museo di fotografia al mondo, in mostra troverai fotografi di livello mondiale come Annie Leibovitz, David LaChapelle e Sarah Moon oltre a stelle emergenti.
Il ristorante, situato all’ultimo piano, serve piatti creativi, da gustare con una vista panoramica sulla città. 

Moderna Museet
Exercisplan 4, 111 49 

www.modernamuseet.se
@modernamuseet

Annoverato come “il museo per il futuro”, Moderna Museet raccoglie, conserva, condivide ed espone arte moderna e contemporanea.
L’edificio progettato dall’architetto spagnolo Moneo è situato a Skeppsholmen e gioisce della natura incontaminata dell’isola che ne fa da cornice.

Svenskt Tenn
Strandvägen 5, 114 51 

www.svensktten.se
@svensktten

Svenskt Tenn è situato a Strandvägen 5 dal 1927, lungo la bellissima strada costiera.
Il flagship store è un manifesto per gli amanti dell’interior design e dei complementi d’arredo.
Tessuti intramontabili, stampe dai colori brillanti e splendidi mobili, raccontano la maestria e la tradizione del made in sweden.

Nordiska Galleriet
Nybrogatan 11, 114 39 

www.nordiskagalleriet.se
@norkiskagalleriet

Nordiska Galleriet è considerato uno dei punti di riferimento in Europa per scoprire le ultime novità e approfondire le proprie conoscenze sul design e sugli interni, con particolare attenzione al design scandinavo.
Una vera e propria esposizione museale che vive su un pavimento a scacchi.

Blås & Knåda 
Hornsgatan 26, 118 20 

www.blasknada.com
@blasochknada

La più grande selezione del paese di tazze, scodelle, pentole e brocche.
Una boutique gallery che raccoglie ed espone un vasto assortimento d’idee, stili e forme per gli appassionati di vetro e ceramica d’autore.

Grandpa 
Södermannagatan 21, 116 40 

www.grandpastore.com
@grandpastore

Non lasciarti ingannare dal nome: Grandpa è uno dei negozi più cool di Stoccolma. 
Offre una combinazione di moda, accessori, decorazioni per la casa e gadget unici.
Nonostante le dimensioni piuttosto ridotte del negozio, assicurati di avare parecchio tempo per curiosare.

Uniforms for the Dedicated 
Krukmakargatan 24

se.uniformsforthededicated.com
@uniformsforthededicated

Uno store dedicato alla sartoria e allo streetwear con una direzione sostenibile ed eco friendly.
Uniforms for the Dedicated offre una selezione di abbigliamento per tutti i giorni che unisce la sensibilità scandinava alle influenze army e sporty. 
I capi sono costituiti principalmente da materiali organici, riciclati e biologici. 

Stutterheim
Åsögatan 136, 116 24

www.grandpastore.se
@grandpastore

Stutterheim Raincoats è un marchio svedese fondato a Stoccolma nel 2010. 
Da allora, la visione del marchio è stata quella di creare capi impermeabili, belli e funzionali con la massima qualità. 
Imperdibile una visita al loro flagship store.

Eytys
Norrlandsgatan 22, 111 43 

www.eytys.com
@eytys

Per gli appassionati deI marchio svedese unisex, Eytys, consigliamo una visita al nuovo store che si ispira alla scultura minimalista e all’architettura brutalista. 
Costruito su una base di colori monocromatici e linee pulite, dove sneakers, arte e design convivono in perfetta armonia.

Byredo
Mäster Samuelsgatan 6

www.byredo.com
@officialbyredo

Byredo è la casa di profumi più famosa della Svezia, fondata da Ben Gorham. Nel piccolo flagship store del marchio, nel mezzo del quartiere dello shopping di Stoccolma, puoi trovare e annusare tutti i loro profumi, nonché i prodotti per la cura della pelle, saponi e candele profumate.

Oaxen Krog & Slip
Beckholmsvägen 26, 115 21 

www.oaxen.com
@oaxenkrog

Terminiamo il nostro viaggio a Stoccolma nella zona storica di Djurgårdsvarvet, dove un capannone in rovina è stato ristrutturato per ospitare Oaxen.
L’edificio ospita due ristoranti, il bistrot Oaxen Slip e il raffinato ristorante Oaxen Krog.
La cucina è rigorosamente svedese, ingredienti local, piatti buoni e accompagnati da drink a base di gin da loro prodotto.

®Riproduzione riservata