Daniele Innocenti: la voce della Maremma

Conserva gli occhi birbanti e curiosi di un bambino, una lingua tagliente che cela a tratti un velo di malinconia, ma sopra ogni cosa una verve invidiabile con cui conquista tutti gli ascoltatori radio della Bassa Toscana. Passione si: per la musica e per i giovani che come ogni bravo pigmalione sa fare, consiglia nelle carriere e nelle mosse da intraprendere affinchè i loro sogni si realizzino. Daniele Innocenti, che delizia le serate della costa d’Argento nel suo affascinante format radiofonico Funk Shack, si racconta in esclusiva a Man in Town.

Agli albori della tua decennale carriera ti sei trasferito in Inghilterra. Parlaci di questa esperienza


Londra, non l’Inghilterra, che sono anni luce dall’essere la stessa cosa. E niente a che fare con la carriera quanto con l’inquietudine di un ragazzo di provincia che amava la musica alla follia (ero già un DJ ma sapevo che a Londra il massimo a cui potevo aspirare, perlomeno agli inizi, sarebbe stato un posto come lavapiatti ne solito ristorante italiano). E Londra era la musica, più di qualsiasi altra città al mondo. Una città che ha culturalmente, e sottolineo culturalmente, la musica pop nel suo DNA. 

Anche solo leggere la stampa specializzata (NME, ad esempio) mi comportava una goduria quasi fisica. Ho imparato l’imparabile. E soprattutto ho imparato a rispettare il pop, a comprenderne i complessissimi meccanismi che lo rendono imprescindibile dai tempi, dai costumi e dalla cultura di ogni epoca. E ovviamente veneravo la radio, di cui ero assolutamente drogato: la BBC nella fattispecie, e i suoi leggendari fuoriclasse, da cui ho imparato a calibrare ogni singolo respiro lavorando non solo sul tono della voce ma sui tempi, sui silenzi e, a rischio di suonare ampolloso, sulla psicologia. 

Londra è stata anche il primo impatto di uno “small town boy” con una comunità gay vastissima (che sino a quel momento non mi ero neppure mai sognato che potesse esistere), con la militanza (Act Up), una nightlife che mi avrebbe reso un vero e proprio castigo frequentare locali una volta rientrato alla base (il gap con la vita notturna italiana non è robetta) e certo che si, il sesso per il sesso: sempre, ovunque, in quantità industriale, per misurarmi con la mia fisicità, compresi i limiti, e acquisire una consapevolezza di me e del mio corpo che mi ha semplicemente stravolto la mia vita. Sono tornato scheletrico ma con due spalle di granito.

Cosa consiglieresti a un giovane appassionato di musica che sogna di fare lo speaker radio?
Consiglierei di prepararsi tecnicamente, musicalmente, e culturalmente. Non diventi farmacista senza una specifica, solidissima preparazione. E non vedo perchè dovrebbe essere altrimenti per una professione bella, importante (e difficile!) come quella del DJ: Ecco, questo gli direi: è un lavoro bellissimo. Ma non così facile come pensi. Se è un hobby, ok: fallo come vuoi. Ma per farlo diventare una professione, preparati.  E preparati duro.

Sei anche un event planner: cosa serve per realizzarne uno di successo?


Dipende dal tipo di eventi. La mia formulina magica però è sempre stata quella che io chiamo delle tre T: tradizione, trasgressione e un pizzico di trash. Naturalmente un po’ di maestria nel mescolare gli ingredienti male non fa.

Cosa rende Orbetello così magica?


Orbetello è un inferno, una gabbia, una riserva indiana per quell’inquietudine giovanile di cui ti parlavo poco fa. Ma una specie di piccolo paradiso in terra quando tutta quell’euforia, quella curiosità, quella smania di vita si tramuta in qualcos’altro. Magari grazie alla maturità, a quel po’ di senso di sfinimento che a un certo punto inevitabilmente subentra quando hai navigato nella tempesta più che abbastanza.

Quello che a me personalmente la rende irrinunciabile è il contatto ipnoticamente quotidiano con la natura: gli aironi, i gabbiani, il verde, la laguna, la spiaggia, gli odori. Certo, sotto un aspetto professionale o creativo, non è la Mecca. E a volte è semplicemente una rottura di palle ammorbante. Ma più in generale è il posto perfetto dove approdare quando decidi che è ora di vivere in pace.

Ti vediamo impegnato nel salvare le vite di decine di gatti ogni giorno. Una cosa ammirevole. Da dove nasce la passione per gli animali? 

Se qualcuno me l’avesse detto qualche tempo prima gli avrei riso in faccia. E’ stata una svolta totale, assoluta, definitiva: diventare un operatore volontario nel randagismo felino mi ha tramutato in un altro uomo. Non so da dove è nata questa cosa, ma so cos’è stata.

E’ stato il dire finalmente basta ad essere io stesso il centro delle mie attenzioni. E’ stato il dedicare una parte della mia vita a qualcosa che è altro da me. E’ il passare nel giro di poche ore dal chiasso, il glamour, la magia degli amplificatori, della bella gente, dei drink, dello sballo, della sensualità ad un marciapiede sudicio, faccia a faccia con delle creature in seria difficoltà, ormai ridotte a vivere in un contesto che è strutturato per essergli perfettamente ostile.

Su di me ha avuto un effetto sconvolgente: meno soldi, meno ore di sonno, meno abiti carini, meno di tutto quello che mi piaceva, ma finalmente un bel senso di tranquillità con cui andare a dormire. Fortemente consigliato.

Progetti attuali e futuri?

Niente progetti. Un infarto importante come quello che ho subito qualche settimana fa ti sbatte in faccia tutta la tua vulnerabilità. E a questo punto, l’unica cosa che mi viene voglia di progettare è un modo per poter continuare ad occuparmi dei miei gatti, di Funk Shack, degli amici, delle cose belle della mia vita quanto più a lungo possibile. Soprattutto non dandola così per scontata, la vita. Visto che evidentemente non lo è.

Sei appassionato di Motown e anni Settanta. Cosa ti lega a questi periodi?

Innanzitutto l’amore per la musica black. Il primo album che ho comprato con la paghetta di papà quando ero realmente ancora un bambino, a costo di terribili rinunce tipo il cinema e il gelato la domenica pomeriggio con li amichetti, era di Joe Tex.

Ma nello specifico, la Motown per me è riscossa, riscatto. Giovani artisti, belli e incredibilmente talentuosi a cui però non era concesso l’uso del bagno nei locali in cui si esibivano perchè neri. Salvo poi diventare nel giro di due o tre anni le megastar ultra glamour che tutti veneravano, che radio e tv si contendevano, e che i ragazzi americani (finalmente anche quelli bianchi) imitavano. La quintessenza della riscossa.

Certo, da appassionato di produzione da un punto di vista prettamente tecnico e artistico, credo che la leggendaria parabola Motown costituisca l’apice massimo mai raggiunto in termini di genio creativo e innovativo dell’intera storia della musica moderna. A mio parere (ma non solo mio) ancora lì, imbattuta e imbattibile.

Lasceresti un verso di una canzone per i nostri lettori?

Certo che si: “proprio come faceva Pagliacci – cerco di nascondere la mia tristezza – sorridendo in pubblico mentre da solo in una stanza piango – le lacrime di un clown quando nessuno lo vede”. Tutto il senso dell’essere artista in una delle mie preferite in assoluto: “The tears of a clown” di Smokey Robinson.

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