ALICE VENTURI: LA WEB STAR DALLE MILLE RISORSE

MUA, YouTuber di successo, speaker radiofonica e personaggio televisivo: è Alice Venturi, meglio conosciuta come AliceLikeAudrey, la webstar da più di 300mila iscritti sul suo canale YouTube, seguitissima anche sui social. Recentemente ha partecipato all’ultima edizione dell’adventure-game “Pechino Express”, nel team #Amici, in coppia con un’altra stella del web, Guglielmo Scilla, in arte Willwoosh, ed è stata una delle protagoniste del programma tutto al femminile “Pink Different”, in onda su FoxLife, insieme a Camihawke, Alice Mangione e Ludovica Martini.

Quali sono stati gli ingredienti del tuo successo sul web?
Sicuramente sono stata molto fortunata per la tempistica. Ho iniziato su YouTube quasi dieci anni fa, quando c’era molto più bisogno dei make-up tutorial, che non c’erano, soprattutto in Italia, quindi ho coperto un segmento che era ancora vuoto nel 2008. Poi sono sempre stata molto curiosa. Ero una studentessa delle superiori e, rispetto alle mie amiche che uscivano il pomeriggio o rimanevano a casa a guardare la tv, io ero una frequentatrice del web. Mi sono sempre chiesta come far parte di questo mondo che mi divertiva tanto. Credo che sia stata principalmente la curiosità a spingermi verso questa strada. In più, non ho mai costruito su di me un personaggio, sono stata molto onesta con il pubblico e sono sempre rimasta me stessa, non ho mai alterato il mio carattere né il mio pensiero su determinate cose, sono così anche nella vita di tutti i giorni. Mi fa piacere quando incontro per strada persone che mi seguono e mi dicono “Sei proprio come sei nei video!”. È uno dei complimenti più belli che mi possano fare.

Dai tutorial di make-up, alla tv e alla radio. Com’è avvenuta questa evoluzione?
È avvenuto tutto in maniera molto naturale. Ho iniziato con i make-up tutorial, poi ho cambiato perché erano diventati troppo limitanti per me, che mi diverto molto a prendermi in giro, a essere ironica. Il mio canale YouTube è diventato quindi più d’intrattenimento. Mi sono accorta del mio amore per la radio quando ho fatto la co-speaker con Guglielmo (Scilla, ndr) a Radio Deejay, circa quattro anni fa, prima ancora della mia esperienza a Radio2. La radio è un’esperienza meravigliosa, me ne sono proprio innamorata. La televisione, invece, è venuta un po’ di conseguenza, perché era il modo per trasmettere sia la mia passione per il trucco, sia per il prendersi un po’ in giro e il divertirsi. La cosa buffa è che Guglielmo, dopo la nostra esperienza in radio, l’ho ritrovato come partner a Pechino Express, ed è stato molto divertente.

Come vedi l’evoluzione del mondo social?
È una risposta molto difficile da dare. Dieci anni fa non avrei mai immaginato che saremmo arrivati al punto in cui siamo ora. Non riesco nemmeno a capire quale possa essere l’evoluzione successiva perché, attualmente, sul web c’è di tutto. È anche vero, però, che il web e soprattutto le persone che ci lavorano sono talmente creative che riescono a tirare fuori delle idee che sembrano impensabili. La cosa bella del web è che è in continuo rinnovamento, in continua evoluzione. Secondo me diventerà sempre più “solving”, potrà risolvere dei grossi problemi.

In Girl Solving e Pink different le protagoniste sono sempre le donne. Ci puoi parlare di questi due programmi tutti al femminile?
Girl Solving è un programma a cui sono molto legata. Inizialmente l’ho scritto pensando di chiamarlo “Problem Solving”, includendo anche dei maschi poi, però, ho pensato che gli uomini non sono tanto in grado di risolvere i problemi, a meno che non siano specifici come quelli di idraulica (ride, ndr). Per i problemi d’amore un maschio non sarà mai adatto a risolvere la situazione, quindi ho pensato che le donne avrebbero potuto veramente dare quello sprint in più. Con Camilla (Camihawke, ndr) ci divertiamo tantissimo, ascoltiamo tutti i problemi, da quelli di cucina, alle questioni d’amore, a quelli scolastici o all’università. Le nostre soluzioni sono in chiave ironica, perché noi non siamo in grado di risolvere i problemi, però speriamo di strappare un sorriso ai nostri ascoltatori, che, invece, riescono a darci dei consigli seri. In Pink Different di problemi ne avremo tanti durante le varie puntate, però non diamo soluzioni, perché in realtà viviamo le nostre giornate in modo un po’ romanzato. Siamo tre coinquiline più una vicina, in una sorta di sit-com, incentrata sulle nostre giornate, senza dare delle soluzioni, tranne Alice, la nostra vicina, che riesce sempre a risolvere i problemi, essendo la mamma di famiglia, con più esperienza. Noi, invece, siamo un po’ delle “scappate di casa” e creiamo un problema diverso in ogni puntata. Noi abbiamo quattro personalità totalmente diverse, quindi affrontiamo le giornate con i nostri caratteri a confronto, e la cosa bella è che ogni donna si può rispecchiare in uno di questi.

Gli step fondamentali per una beauty routine maschile?
Negli ultimi anni, gli uomini sono diventati super attenti, a volte anche più delle donne. Mi è capitato di lavorare come truccatrice durante la fashion week maschile, quindi, per diversi anni, ho avuto a che fare con la bellezza maschile. Sicuramente, secondo me, è necessario avere una crema, soprattutto per il giorno e particolarmente d’inverno, perché anche gli uomini hanno la pelle delicata. La crema giorno permette di mantenere un buon livello di idratazione durante la giornata. Per la sera, ci sono le creme notte e suggerisco anche un’acqua micellare o un sapone delicato, per detergere il viso e rimuovere le tracce di inquinamento.

Un prodotto beauty irrinunciabile per lei e per lui?
La crema idratante. È indispensabile per entrambi, anche se con caratteristiche differenti. La crema, poi, può essere incrementata dal siero.

Recentemente hai partecipato a Pechino Express. Qual è stato il luogo che ti è rimasto più nel cuore e perché?
Decisamente e in assoluto le Filippine. Mi sono innamorata del popolo filippino, del suo amore incondizionato. Ci hanno aiutato in numerose situazioni, pur non avendo quasi niente da dare. Erano in grado di offrire una quantità d’affetto incredibile. In più, ci sono dei paesaggi meravigliosi. Le Filippine hanno tutto: il mare, la collina, la montagna. In alcuni momenti sembrava di essere in Canada, in altri alle Hawaii.

Il tuo prossimo viaggio?
Le mie mete potrebbero essere Londra, oppure New York, in cui sono stata la scorsa estate, e che vorrei vivere in un’atmosfera fredda, soprattutto dopo il caldo delle Filippine!

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RIPARARSI DAL FREDDO CON STILE

Maglione o cardigan? La scelta è ardua. Il primo è sinonimo di comfort e di uno stile rilassato, mentre il secondo è indubbiamente più funzionale, perché permette di giocare con diverse sovrapposizioni, senza mai scompigliare i capelli. Senza sottovalutare la comodità delle piccole tasche laterali.
Elemento irrinunciabile in questa stagione è il maglione. I capi in lana o cashmere sostituiscono, anche in ufficio, il tradizionale abbinamento giacca e camicia. Scegliendo il tessuto e le proporzioni adatte, è un capo che si adatta a tutti i tipi di fisico, slanciando le corporature più robuste e valorizzando i fisici più asciutti.
I modelli a tinta unita sono più formali ed eleganti, quelli colorati o a fantasia, invece, diventano i veri protagonisti del look, per cui vanno abbinati a elementi più semplici e monocromatici, come suggerisce, ad esempio, Prada. Molto di tendenza anche le lavorazioni a coste o intrecciate con un filato più robusto che interrompono la monotonia del capo senza alterarne la vestibilità. Sulle passerelle di questo autunno/inverno i brand hanno puntato anche su diverse allacciature, asimmetriche e laterali, e sull’introduzione di parti in materiali diversi.
Il dolcevita, soprattutto di colore scuro, si può indossare sotto la giacca di un abito, oppure da solo abbinato a un semplice jeans. Il maglione con scollo a V, invece, è preferito in abbinamento a una camicia o una polo, se si vuole apparire più ordinati. Questo modello fa apprezzare il nodo ben fatto della cravatta, messo in evidenza dallo scollo, che non deve essere eccessivamente profondo. Per occasioni più casual, si può optare per la classica t-shirt a scollo tondo. Nel caso del maglione girocollo si pone un quesito: il colletto della camicia va messo dentro o fuori? Sia con una camicia botton down sia con una classica, il colletto deve essere sempre infilato sotto il girocollo.
Da una sciabolata sferrata alla maglia d’ordinanza dell’Esercito Inglese ad opera del conte di Cardigan nasce il capo che noi tutti conosciamo. Dimenticate gli anonimi cardigan associati alle persone di una certa età, oggi questo capo è di gran tendenza, grazie a dettagli che lo rendono un passe-partout indispensabile dello stile informale.
Sono tanti i modi in cui il cardigan può essere interpretato: dal modello con allacciatura asimmetrica indossato da Steve McQueen, allo stile più classico di Paul Newman, a Woody Allen, che gli ha conferito un’aurea intellettuale, fino ad arrivare a Kurt Cobain, che lo ha trasformato in un must dello stile grunge, portandolo aperto con sotto una semplice t-shirt.
Che presenti la classica fila di bottoni o la più moderna cerniera, il cardigan può essere indossato direttamente come maglia per un look casual o come sottogiacca in occasioni più formali. Inoltre non va mai abbottonato del tutto, ma lasciato leggermente aperto sul torace o in corrispondenza della cinta. Brunello Cucinelli lo propone in proporzione over da indossare come soprabito con camicia e cravatta sottile, mentre Hermès predilige lo slim fit, inserendo intarsi in pelle scamosciata da sovrapporre a una t-shirt e da portare dentro i pantaloni. American Vintage opta per il morbido collo sciallato, così come Drumohr, in versione oversize, che gioca con colori e fantasie.

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Cosa si nasconde nel cassetto dell’intimo di un uomo?

Rafael Nadal x H&M

L’eterna battaglia è da sempre tra slip e boxer. I primi anticamente erano un indumento riservato agli uomini, generalmente di lino e a forma di calzoni lunghi, anche se sembra che addirittura il faraone Tutankhamon avesse nel suo guardaroba un capo intimo di forma triangolare molto simile allo slip moderno. Solo nel XIX secolo gli slip sono diventati di uso generale e sempre più corti, fino a diventare della misura attuale. Preferiti in particolar modo dagli sportivi, sono tuttora i più acquistati dagli uomini, in tutti i tessuti e fantasie, anche quelle più divertenti e sbarazzine.


Dai ring i boxer, la “divisa” tipica dei pugili, sono diventati un indumento intimo, grazie all’azienda statunitense Everlast, che, nel 1925, ha ideato i cosiddetti “boxer trunks”, sostituendo la tipica fascia di cuoio in vita del modello sportivo in un comodo elastico. È solo nel 1975 che i boxer tornano a far parlare di sé, grazie a una pubblicità in bianco e nero ideata dal brand Sears, e considerata scandalosa, perché ritraeva un uomo in boxer di cui sembrava si intravedesse una parte dei suoi genitali. Il vero successo è arrivato negli anni Ottanta, grazie allo spot della Levi’s, in cui l’affascinante e giovane modello inglese Nick Kamen si toglie jeans e t-shirt in lavanderia, restando solo con i suoi boxer.

Da quel momento in poi, i boxer si sono conformati alle diverse tendenze, come quella degli anni Novanta, definita “sagging”, in cui l’intimo diventa il vero protagonista del look, spuntando in modo evidente dai pantaloni a vita bassa. I modelli di allora, chiamati “boxer brief”, erano caratterizzati principalmente da un elastico importante, in cui appariva vistosamente la griffe di turno. Dal 2005, alcuni marchi hanno creato l’hot-boxer, un modello più corto rispetto ai precedenti, che mette in evidenza le natiche lasciandole parzialmente scoperte nella parte inferiore e anche grazie a un elastico cucito internamente.


La scelta del modello più adatto può dipendere dalla propria conformazione fisica e dalle occasioni d’uso. Ad esempio, il cosiddetto boxer short o American boxer, scelto soprattutto dagli americani, è ampio, dotato di una vestibilità morbida e, per questo, può risultare più scomodo da indossare sotto ai pantaloni. Il classico boxer short presenta un’apertura sul davanti, che può essere chiusa con un bottone o una cerniera in metallo. Poi ci sono i gripper boxer con elastico in vita e gli yoke front boxer che, al posto dell’elastico, hanno un cordino regolabile ed erano molto diffusi durante la seconda guerra mondiale. Molto spesso gli American boxer sono indossati da soli, a mo’ di pigiama, come si vede nelle serie tv e film americani.

Un buon compromesso tra gli slip e i boxer short sono i boxer attillati, particolarmente apprezzati dagli uomini che praticano sport, infatti non segnano, neanche quando si indossano con pantaloncini corti, e consentono un’ampia libertà di movimento.

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LA PROFUMERIA FRANCESE DEL FUTURO

Dal numero 4 di Rue de Castiglione, a Parigi, al mondo intero. Jovoy Parfumeur è un atelier di selezionati e prestigiosi profumi di nicchia, situato nell’arrondissement parigino delle fragranze, che dal 2006 ha aggiunto anche una linea di profumi scaturita dai ricordi di François Hénin e realizzata da nasi dalla vivace creatività. La Maison è nata nel 1923 grazie al guizzo artistico di Blanche Arvoy, che ha vissuto il suo momento d’oro negli Anni Ruggenti, quando i bons vivants della mondanità parigina acquistavano le spettacolari boccette di profumo Jovoy. Ora, grazie all’esperienza internazionale di Hénin, Jovoy consegna a livello mondiale una collezione di Eau de Parfum, Extrait e candele, ognuno con una sua storia. Ne abbiamo scoperta qualcuna proprio parlando con Hénin, ideatore e proprietario del marchio francese.

Qual è stato il suo percorso verso la profumeria francese?
In origine niente mi predestinava alla profumeria, ma è stato il caso della vita che mi ha portato a soccombere a ciò che definisco un “dolce virus”. Cresciuto in una famiglia classica, da un padre finanziere e una madre universitaria, non credo di avere mai avuto degli antenati nel campo della profumeria. Si può dire che sia una sorta di rarità nella mia famiglia. Tutto è cambiato con un viaggio in Vietnam. A 20 anni, diplomato alla scuola di commercio, sono partito all’avventura verso Saigon per confrontarmi con il mondo, scoprire e vivere prima di ritrovarmi intrappolato in un qualunque servizio di marketing, che immaginavo come una torre senza anima. Prevedevo di restare per qualche mese e invece sono rimasto degli anni in questo Paese, che ho amato con la passione della giovinezza, inebriato dall’energia che vi regnava, in totale opposizione al grigiore e alla noia parigina. Ho concluso il mio soggiorno montando uno stabilimento per la distillazione degli oli essenziali per la profumeria, alla frontiera cinese. La conseguenza è pressoché logica, un soggiorno di quattro anni a Grasse, la capitale dei profumi, per conto di una società che si occupava di creare degli aromi e delle fragranze. Ho rilanciato Jovoy nel 2006, ho aperto una boutique, poi due e adesso niente sembra poter fermare Jovoy, che si è imposto come un punto di riferimento nella profumeria di nicchia, al tempo stesso come profumiere e come profumeria.

Qual è il suo ruolo da Jovoy riguardo alla creazione di profumi?
I miei profumi sono altrettanti pezzi del puzzle che mi costituiscono. Ciascuna fragranza testimonia un bell’incontro, un ricordo, una storia intima. Scrivo lo spartito come un direttore artistico, ma è un “naso”, spesso indipendente e spesso femminile, che traduce in profumo le mie idee, i miei concetti e altri ricordi.

Come si possono definire i suoi profumi?
Jovoy è una casa profumiera parigina, inserita nella pura tradizione francese. Anche se è stato fondato durante gli anni folli, i miei profumi sono concepiti per i miei contemporanei e non coltivo la nostalgia del primo periodo. È quindi una collezione di fragranze moderne, senza limiti nella scelta degli ingredienti più nobili e rari. Una profumeria opulenta e sconvolgente, fatta per anime solari, seduttrici e alla ricerca di un’essenza unica, distillata in quantità ridotta rispetto ai giganti che inondano di profumo gli scaffali dei supermercati.

Cosa rende Jovoy diverso da una profumeria tradizionale?
È al tempo stesso una marca e una catena di profumerie, interamente dedicate ai profumi rari. Parigi, Londra, Doha e la settimana scorsa Dubai, per esempio, hanno tutte una profumeria Jovoy, che offre una selezione massima di un centinaio di marchi. I profumi sono proiettati verso l’avvenire, rispettando al contempo la tradizione parigina; le profumerie offrono un’esperienza unica per coloro, sia donne sia uomini, che cercano un’essenza rara di marche provenienti da tutto il mondo, compresa l’Italia e che condividono i nostri valori.

Qual è la storia più divertente associata a uno dei vostri profumi?
Direi un ricordo affettuoso della foto scattata per il profumo L’art de la Guerre. È stata scattata nella mia vecchia casa, con tutta una squadra che ha coinvolto Catherine, Olga e Christian, tre dei miei cinque figli. Non è affatto facile scattare delle foto con dei bambini piccoli, immaginatevi con i miei! Ci resta un ricordo di famiglia. È importante per me, perché apriamo molte profumerie e, con i miei due marchi, Jovoy e più recentemente Jeroboam, ho sempre meno tempo da trascorrere in famiglia.

Quali sono le tendenze per il prossimo anno?
Aspettatevi uno tsunami di note golose in generale. Il 2018 sarà un anno positivo e dinamico, spero, con un ritorno a uno spirito più festivo. Penso che la seduzione sarà più che mai all’ordine del giorno. Scommetto anche che le note marine saranno oggetto di un ritorno roboante, specialmente per gli uomini. D’altro canto, lavoro a una fantasia, rivisitare gli unisex degli anni ‘90/2000, per rivelare un nobile e irresistibile profumo marino. Abbiamo molto da fare!

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Le ultime imperdibili collaborazioni tra brand

Sempre più ricercate, accattivanti e sold out in tempi record: sono le fashion collab, uno dei trend che vede due brand, anche con DNA molto diversi tra loro, unirsi per dare vita a edizioni speciali per veri amanti dello shopping. Ecco le 6 collaborazioni da non perdere per questa stagione, in un mix tra marchi di ricerca e sportswear.

    1.   The Woolmark Company e FACETASM

In vista della Paris Men’s collection The Woolmark Company annuncia una partnership per lo sviluppo delle collezioni Autunno/Inverno 18/19 e Primavera/Estate 19, con il brand giapponese FACETASM. Lana Merino, ingrediente fondamentale nell’abbigliamento di lusso, è la parola chiave, in particolare nei tessuti e filati più innovativi. Hiromichi Ochiai, fondatore e stilista di FACETASM, sarà il primo ambasciatore globale giapponese di The Woolmark Company di lana Merino.

    2.   Maison Margiela e Mackintosh

Maison Margiela ha collaborato con Mackintosh per creare due trench in edizione limitata per la collezione primavera estate 2018. Il primo, che si ispira all’iconico camice del collettivo Margiela, è il solo di colore bianco ad essere presente nella palette Mackintosh. Il secondo è invece ispirato a un modello d’archivio, rivisto secondo la tecnica del décortiqué, la decorticazione del capo strato per strato per mostrarne la struttura essenziale. In questa versione, solo bavero e maniche sono state decorticate, creando un capo innovativo e contemporaneo.

    3.  Moose Knuckles e 10 Corso Como

Una capsule collection di capispalla neri dove l’alce, simbolo del brand canadese, si unisce alle grafiche iconiche dello spazio polifunzionale nato in Italia. Due bomber e due parka idrorepellenti, in bengaline di seta e cotone intrecciato, foderati in piuma d’oca e da una stampa che ricopre l’interno fino al cappuccio, su cui spicca una pelliccia di volpe blu accuratamente scelta. Ma c’è di più; a rendere i capi ancora più esclusivi caratterizzare, due patch ricamati, uno sulla spalla destra e uno come etichetta interna.

    4.   New Balance e Woolrich

Il know how tecnico dell’azienda di Boston si allea all’antico marchio nato in Pennsylvania nel 1830, specializzato in piumini. Ne nasce una capsule collection composta dalle sneakers New Balance Made in US 997, in nabuk con inserti di wool high-performance e la classica coperta in lana Woolrich. La lana è impreziosita nella grafica dalla stessa sneaker nei toni del grigio e del blu navy, oltre che dal logo del brand. Un tributo alla storia di entrambi i brand made in USA.

    5.   Paolo Pecora e Champion Europe

La capsule collection di questa co-lab consiste in 10 pezzi, tra accessori e abbigliamento, che uniscono l’abilità nella maglieria di Pecora all’esperienza di Champion nello sportswear. Il risultato è in perfetto connubio tra il formale sartoriale di Pecora, e l’informale del brand sportivo. L’abbigliamento sporty diventa perfetto anche per l’ufficio, l’uniforme ideale per abbandonare i classici completi in favore di qualcosa di nuovo.

    6.   Paris Saint-Germain e nobis

“A celebration of excellence” è la collaborazione tra la canadese nobis e il Paris Saint-Germain, lanciatosi anche nella produzione di collezioni sportive. Nasce una limited edition per l’autunno 2017, dove il protagonista è il bomber Alpha PSG, un capo capace di coniugare moda, tecnologia e grande performance grazie all’esperienza di entrambi i brand dentro e fuori dal campo sportivo.

    7.   Damir Doma e Lotto

La capsule collection coniuga i valori stilistici di Damir Doma con l’heritage e le qualità performanti del marchio di sportswear, che da sempre si caratterizza per spirito di ricerca e innovazione. Una collezione che nasce dai pezzi più iconici di Lotto, quelli indossati dai più grandi sportivi di sempre, rielaborati attraverso un design moderno, ricercato ed essenziale declinato in 28 capi maschili (e altrettanti femminili) tra cui sneakers, t-shirt con doppio logo, rain jacket e jerseywear, in colori classici e tonalità leggere.

 

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GRAHAM PATRICK MARTIN TORNA CON MAJOR CRIMES

A soli 26 anni, Graham Patrick Martin ha prestato il volto a Elridge McElroy nella serie Due uomini e mezzo e a Trent nella sitcom The Bill Engvall Show, a fianco di Jennifer Lawrence e Nancy Travis. Tuttavia, il suo ruolo più importante è quello di Rusty Beck, nella serie televisiva statunitense Major Crimes, lo spin-off di The Closer, in onda su TNT e giunta alla sesta stagione. Martin comparirà prossimamente anche nel film indie Bukowski, basato sulla vita del poeta e scrittore Charles Bukowski, diretto da James Franco. MANINTOWN l’ha intervistato per voi.

Quali attori e registi iconici ti ispirano?
Mi piace ciò che sta producendo Denis Villeneuve, proprio in questo periodo. Per quanto riguarda gli attori, mi piace la selezione di film su cui Jake Gyllenhaal ha scelto di lavorare ultimamente.

Ci puoi anticipare qualcosa riguardo al tuo personaggio nella sesta stagione di Major Crimes?
La situazione diventerà rischiosa. Rusty è in pericolo, così come tutta la squadra. Gli scrittori non si sono trattenuti in questa stagione finale.

In questa serie drammatica interpreti il ruolo di un ragazzo ex senzatetto. Come ti sei preparato?
Facendo volontariato alla Covenant House California, un ricovero per i giovani senzatetto.

Sappiamo che sei un grande tifoso dei Saints e un appassionato di sport. Quali attività ti piace praticare di più?
Personalmente, mi piace giocare a football, durante il weekend con gli amici. Recentemente sono molto preso dallo yoga.

Com’è il tuo rapporto con la moda? Un capo di cui non potresti fare a meno?
Sono piuttosto basic, quando si tratta di moda. Non corro nessun rischio. Una t-shirt, jeans e i miei scarponcini AllSaints sono il look di tutti i giorni.

I tuoi progetti futuri?
Gli episodi di Major Crimes stanno uscendo proprio in questo periodo. Dategli un’occhiata su TNT!

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Photo credit:
Photographer: Dylan Lujano @dylanlujano
Stylist: David Nino @davidmnino
Grooming: Matilde Campos @tildebymatilde

GUIDA ALLA GIACCA PERFETTA: MONO O DOPPIOPETTO?

Dalle uniformi militari di fine ‘700 a capo di punta dell’Autunno/Inverno 2017.
La giacca doppiopetto è tornata in grande stile sulle passerelle e come passe-partout per l’uomo metropolitano. Nel corso dei secoli, si è passati dall’originaria versione a sei bottoni, al modello con allacciatura alla “Kent”, ideato dal Duca di Kent, con soli quattro bottoni e un rever che mette in risalto il petto e le spalle, distogliendo l’attenzione dalla vita e conferendo, così, una figura più alta e slanciata. È stato il ribelle Edward Duca di Windsor, il principe inglese passato alla storia per il suo amore con l’americana pluridivorziata Wallis Simpson, a rendere celebre quest’ultima versione. La sua relazione gli costò la corona, ma entrambi sono ricordati come autentiche icone di stile e glamour del tempo.
L’eleganza inglese è di ispirazione per l’Autunno/Inverno 17-18 di Tagliatore, con blazer dai rever ampi, linee over e lunghezze rivisitate, che interpretano il gusto del neo-dandy.

Il fit moderno ha definitivamente abbandonato l’iniziale rigidità del blazer, che, pur rimanendo un’icona dello stile sofisticato, è un capo che si può adattare a occasioni casual, magari in versione spezzata per eventi diurni, come suggerisce Emporio Armani, che combina una classica giacca doppiopetto a pantaloni morbidi a fantasia.

Il doppiopetto può anche essere abbinato a pantaloni dal taglio regolare e stivali per uno stile rilassato, o a jeans e sneaker per un look sportivo, ma chic. Un esempio è il completo in mischia di cashmere e seta spigata blu pavone e grigio proposto da Ermenegildo Zegna, abbinato a una semplice maglia con scollo a V, per un look da ufficio impeccabile.

Immancabile completo nell’armadio di un uomo, l’abito monopetto si compone di due pezzi: giacca e pantaloni confezionati con la stessa stoffa. La giacca può avere due o tre bottoni, più raramente il monobottone, più formale, che è diffuso in USA e nel Regno Unito e che dovrebbe essere sempre abbottonato. Se la giacca ha due bottoni, si allaccia quello più in alto, invece se ne ha tre, si allaccia quello centrale. Negli anni la vestibilità di giacca e pantalone è diventata sempre più slim, anche se la giacca dovrebbe seguire semplicemente la silhouette di chi la indossa. La linea Z Zegna sceglie la giacca monopetto in mischia di lana bouclé in pied de poule, indossata con un morbido cardigan in lana, scaldamuscoli e guanti.

Rispetto alla semplice giacca monopetto, preferita da Ferragamo per questa stagione, il doppiopetto regala immediatamente un’allure più sofisticata, soprattutto se indossata con una camicia e abbinata a dettagli vintage come papillon e pantaloni con pince.

Un’alternativa alle due versioni è offerta da Brunello Cucinelli, che propone una giacca un petto e mezzo, pensata appositamente per essere indossata anche con capi più informali, come magliette girocollo, cardigan con pattern basici e sneaker.

Che la giacca sia monopetto o doppiopetto, ecco un piccolo consiglio per renderla maggiormente raffinata: tenere slacciati i bottoni cuciti sulle maniche; questo dettaglio, infatti, è una caratteristica peculiare degli abiti di fattura sartoriale.

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SIENS EYE CODE: il futuro degli occhiali è adesso

Stefano e Roberto Russo

Ricodificare il mondo visivo con una nuova interpretazione degli occhiali. Questo è l’obiettivo – e insieme la sfida – di Siens Eye Code, marchio di eyewear nato dall’intuizione di quattro fratelli, Stefano, Roberto, Lilly e Gabriella Russo. Roberto e Stefano si dedicano alla direzione creativa globale, che spazia dal design alla comunicazione, mentre le sorelle Lilly e Gabriella elaborano e concretizzano le strategie. Le loro creature, come loro stessi le definiscono, sono modelli unici, dal design funzionale e tecnologico, registrati con ben tre brevetti innovativi. Questo perché, per i fratelli Russo, gli occhiali sono un veicolo d’identità importante, attraverso cui si comunica con il mondo esterno, instaurando una corrispondenza fra l’individuo e la realtà che lo circonda. A MANINTOWN Stefano e Roberto, raccontano in tandem com’è nato il brand e come si è sviluppato.

Siete un team di quattro fratelli. Avete dei ruoli predefiniti nel vostro lavoro quotidiano?Ognuno di noi è una figura versatile e indipendente e insieme cerchiamo di unire le forze per esprimere al meglio la nostra visione: Wonderful Vision Under Construction.

Avete maturato tutti esperienze diverse in note case di moda. Come nasce l’idea di creare un vostro brand?
Abbiamo voluto esprimere il nostro punto di vista, la nostra visione, combinando design e arte e proponendo qualcosa che mancava nel mercato attraverso nuovi codici visivi.

I vostri occhiali sono dei veri prodotti hi-tech. Come coniugate tecnologia ed estetica?
La nostra sfida è quella di ricodificare la visione, mediante “creature” che conciliano high-tech e high-craft, con un occhio di riguardo alla funzionalità. Senza tralasciare l’estetica.

Come si sviluppa il vostro processo creativo? Da cosa traete ispirazione?
Il processo creativo nasce da una scintilla, un’intuizione e si sviluppa ispirandosi a tutto ciò che ci circonda, tangibile e non, come arte, musica. Affiniamo l’intuito e la mente è libera di viaggiare, scoprire e concepire.

Ci potete raccontare le caratteristiche principali dei tre brevetti?
Il primo brevetto è anche la firma su tutti i nostri modelli ed è un’innovativa cerniera; il secondo è un nuovo sistema di sgancio delle lenti e il terzo è un semplice (ma geniale) packaging integrato all’occhiale.

Da oggetto iconografico a veicolo espressivo. Come riuscite a plasmare un occhiale che possa esprimere l’identità unica di chi lo indossa?
L’occhiale è un oggetto che riteniamo essere molto importante, in quanto al centro dei nostri sensi. Da qui parte il processo creativo che riesce a donare un’anima all’oggetto, a dotarlo di elementi che lo rendono speciale e che esprimono al meglio l’identità di chi lo indossa. Gli occhiali si trovano tra noi e la realtà che ci circonda. Stabiliscono una comunicazione tra chi li indossa e gli altri e rappresentano il ponte tra il mondo interiore e quello esteriore, tra l’occhio e la realtà, ispirandoci a essere autentici.

L’occhiale che meglio vi rappresenta?
Tutte le nostre “creature” esprimono le nostre visioni e intuizioni. In ognuna di esse è racchiuso il DNA del marchio e la nostra anima creativa.

Un progetto da realizzare?
L’apertura di vari shop-experience nelle principali capitali, con un innovativo approccio alla vendita e all’interazione.

www.sienseyecode.com

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NIC FANCIULLI DEBUTTA CON L’ALBUM “MY HEART”

Come DJ di fama internazionale, Nic Fanciulli, diventato ormai sinonimo di cultura della musica elettronica, ha partecipato alla rivoluzione della dance music a Ibiza. Come produttore discografico ha ricevuto una Nomination ai Grammy.
La sua preziosa esperienza decennale è raccolta nell’album di debutto, “My Heart”, uno spazio creativo in cui ci si può immergere in nuove melodie sperimentali, declinate in 16 tracce, incise in collaborazione con altri artisti del calibro di Damon Albarn, Jamie Principle, Eagles & Butterflies e Guy Gerber, solo per nominarne alcuni.

Quando hai capito che la musica sarebbe stata il tuo futuro?
Sono sempre stato interessato alla musica, ma è stato nel 2005, quando mi è stato chiesto dalla BBC Radio 1 di presentare il mio primo dance show in “In New Music We Trust”. Penso che sia stato questo il momento in cui ho realizzato di poterne fare un lavoro.

Da dove trai ispirazione per la tua musica?
Dalle altre persone. Anche solo camminando e ascoltando diversa musica. Sia entrando in un bar e ascoltando una band sconosciuta, sia andando in discoteca quando ho una serata libera. È davvero difficile da dire, perché ho uno stile musicale molto vario; mi piace tutto, dalla disco alla batteria e basso. Invece i Dj che mi influenzano di più sono persone come Laurent Garnier e François K, perché la loro musica è davvero eclettica. Suonano in modo talmente universale che ogni loro nuovo cd mi ispira.

Dirigi anche la casa discografica “Saved Records”, con tuo fratello Mark. Come siete finiti a lavorare insieme?
Nel 2007 sono andato in tour per circa un anno e ho rallentato un po’ con la casa discografica. Pensavo che, quando si possiede un’etichetta discografica, questa vada semplicemente avanti. Quando sono tornato, le vendite dei dischi non andavano bene, perché non ci stavo mettendo né sforzo né passione. Ero occupato durante il viaggio, per questo firmavo solo con i cd che mi piacevano, lasciandoli senza lavorarci correttamente. Mio fratello aveva appena terminato l’università e gli ho chiesto di aiutarmi. Lui ha rimesso praticamente in sesto la casa discografica, perché ha lavorato full time con me e ha faticato per farla tornare sulla cresta dell’onda. Ora siamo arrivati a 155 lanci e devo a lui tantissimo! Quando sei in viaggio in tour hai bisogno di un buon team intorno a te, Mark è entrato a farne parte e ha lavorato sodo.

Ci sono molte collaborazioni nell’album, dagli Audion e gli Eagles & Butterflies a Damon Albarn. Come selezioni gli artisti con cui collaborare?
Avevo una lista di artisti con cui avrei voluto collaborare. È avvenuto in maniera molto organica e non volevo stressarmi, cercando di lavorare con gente con cui era impossibile farlo. Lavoro con persone che sono rispettate e che sono miei buoni amici, quindi è stato un processo davvero semplice. Persone come Guy Gerber, Matthew Dear e persino Damon Albarn. Damon e io non ci conoscevamo, ma anche questa cooperazione è avvenuta in modo organico. Non è stato uno di quei casi da, “Oh potrei collaborare con te tra sei o sette mesi, ma non ora”. È stato piuttosto “Sì, farò il disco con te”, e in due o tre giorni ci siamo mandati le rispettive parti del demo. Ad eccezione di Damon, tutte gli altri interventi sono con dei miei amici. Le collaborazioni che abbiamo nell’album sono del tutto assurde, perciò si è risolto bene.

Il 20 ottobre è uscito l’album “My Heart”. Cos’hanno in comune le sedici tracce?
Credo che tutta l’idea dell’album sia arrivata dopo aver scritto così tanti demo. C’erano tante tracce che non sono incluse nel disco perché non erano adatte al genere di sensazione melodica e musicale del 33 giri. Tutto è elettronico, melodico e interessante, per questo ho dovuto eliminare dei demo per ottenere le sedici tracce finali dell’album. Tutte le track scorrono l’una dopo l’altra, il disco è strutturato secondo la stessa mentalità di un DJ set, dall’inizio alla fine. È vario, nel senso che alcune tracce non hanno il vigore della batteria, mentre altre sì, ma direi che in generale si tratta di dance music elettronica.

Ci sono dei posti in cui non ti sei ancora esibito e in cui vorresti suonare?
Wow, è difficile da dire dopo quindici anni. Il fatto è che ci sono nuovi club che aprono di anno in anno e sono abbastanza fortunato da suonare in molti Paesi e città diverse in giro per il mondo. Penso che si trovi sempre quella gemma di cui non si ha mai sentito parlare, che non sarà neanche il posto di cui tutti parlano, ma finisci per suonare lì e supera ogni aspettativa. Ci sono molti luoghi d’incontro famosi, che sono indicati come i club in cui tutti dovrebbero suonare. Tuttavia ho suonato in questi club e qualche volta non sono così incredibili, come tutti fanno credere. Occasionalmente vado in un club di cui davvero nessuno parla e si rivela dieci volte meglio. Mi piacerebbe suonare al Fuji Rock festival, ho sempre voluto farlo.

Una canzone speciale tratta dall’album?
Sono tutte davvero buone, ma dovrei dire “Saying”. Collaborare con Damon Albarn all’album è stato straordinario, perché sono cresciuto con le sue canzoni, dal periodo dei Blur fino ai Gorillaz. Per questo essere in grado di lavorare con qualcuno che ha creato così tanti dischi meravigliosi e che mi ricorda la mia infanzia e la scuola è stato molto particolare.

Com’è il tuo rapporto con la moda? Pensi che sia importante nella musica?
Sono abbastanza ossessionato dalla moda. Specialmente quando si tratta di stilisti nuovi ed emergenti. La moda è arte e si congiunge davvero con la musica. Mi piace molto OFF WHITE di Virgil Abloh, e Boris Bidjan è un altro designer che, in un certo senso, si collega alla scena musicale. Uno dei miei stilisti preferiti è Riccardo Tisci, l’ex direttore artistico di Givenchy.

Un accessorio senza cui non potresti vivere?
Il mio orologio! È un Patek Philippe Aquanaut, che mi sono regalato come premio.

I tuoi progetti futuri?
Sto lavorando a due limited edition, album di performance live. Ne faremo una all’Art Basel di Miami questo novembre e poi un’altra a Londra, il prossimo gennaio. La stagione di Ibiza è appena terminata, così sono diretto in Sud America, Nord America, Asia e Australia per l’inverno.

Streaming/acquisto qui – https://lnk.to/MYHEARTALB
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GLI INDISTRUTTIBILI: GIUSEPPE ROSSI NUOVO AMBASSADOR DI G-SHOCK

Sfidare i propri limiti come chiave per il successo. È questo il messaggio della campagna internazionale #ChallengeTheLimits, promossa da G-SHOCK, il brand di orologi indistruttibili di Casio, in occasione del lancio del nuovo modello G-Steel, dotato di tecnologia Bluetooth®. Il motto che ha ispirato Mr. Kikuo Ibe, l’ingegnere giapponese che 35 anni fa ha ideato un orologio indistruttibile, è ora incarnato dal nuovo ambassador, il calciatore italo-americano Giuseppe Rossi, meglio conosciuto come Pepito, scelto non solo grazie al suo grande talento, ma soprattutto grazie alla sua tenacia e determinazione dimostrate in diverse occasioni durante la sua carriera, non ultimo il grave infortunio dello scorso aprile al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. MANINTOWN ha incontrato l’indistruttibile campione per voi.

Il motto di G-Shock è #ChallengeTheLimits. In quali occasioni hai dovuto superare i tuoi limiti?
Sono passati sei mesi da un infortunio grave al ginocchio e per un calciatore è molto difficile e lungo il recupero. Quindi, diventa una sfida, non soltanto fisica, ma anche mentale e psicologica. A questo punto mi sento bene, ho affrontato tante difficoltà, però sono sempre riuscito ad andare oltre, ed è proprio quello che stiamo comunicando con questo progetto #ChallengeTheLimits. Sono quasi pronto per il ritorno in campo.

Come è nata la passione per il calcio?
Quando avevo due anni, mio padre mi ha messo davanti un pallone da calcio. Lui tornava dal lavoro e si metteva in giardino con me, piazzava due-tre conetti e io cercavo di superarli. Era un grande intenditore, allenatore e giocatore, per questo c’era sempre il calcio in tv e un pallone nel salotto. Per me è stato molto facile innamorarmi di questo sport.

Come nasce il soprannome Pepito?
Mi chiamano “Pepito” perché il grande Bearzot, l’allenatore con cui l’Italia ha vinto i mondiali nell’82, mi ha paragonato a “Pablito” (Paolo Rossi). Così è nato “Pepito”.

Un momento indimenticabile della tua carriera?
La tripletta contro la Juventus, con la maglia della Fiorentina.

Che rapporto hai con la moda?
La moda mi piace, anche se cambia ogni giorno ed è difficile starle dietro. Per me è qualcosa di bello da vedere e mi appassiona, anche perché ho la fortuna di vivere a New York, che è considerata una delle capitali della moda.

Come definiresti il tuo stile?
Mi considero una persona molto casual, anche se, essendo un atleta, indosso spesso capi sportivi.

La prossima sfida?
Metto sempre come hashtag, su Instagram e Twitter, #nevergiveup, proprio perché ho altri sogni da realizzare e quindi non ci si deve mai arrendere, neanche di fronte alle difficoltà, bisogna sempre credere nei propri sogni. Purtroppo questi infortuni non ci volevano, però sono cose che capitano nella vita, bisogna sempre rialzarsi, come sto facendo e come ho fatto in passato, senza aver paura di andare avanti. Adesso non vedo l’ora di rientrare in campo. Voglio solo toccare l’erba, correre con i miei compagni e spero che avvenga proprio in Italia.

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