Monna Caterina Wine Resort è il luogo giusto per chi ricerca momenti unici di relax

Immerso in un borgo medievale, Monna Caterina Wine Resort si presenta come un luogo in cui immergersi totalmente e dove è possibile godere della bellezza della natura, dell’arte e della buona cucina. L’antico casolare, nei pressi di Vinci, gode di una panoramica unica, grazie alla sua posizione sul poggio che permette di ammirare un paesaggio mozzafiato. Nel 400 fu l’abitazione della madre di Leonardo Da Vinci, appunto Caterina, immersa in un paesaggio fatto di vigneti e uliveti: quello stesso scenario mozzafiato di cui centinaia di anni fa godeva e che ritroviamo anche nello sfondo della celebre “Gioconda”. Il resort è situato a Vinci, nel cuore della Toscana tra Firenze e Pisa, tra le colline del Montalbano e il Fiume Arno. 

Le camere presentano un arredamento tra design e country: da un lato gli elementi caratteristici del fabbricato rurale e dall’altro l’inserimento di complementi di arredo tra i più contemporanei a tema “leonardesco” con letti flottanti, elementi colorati e trasparenti, vetrate che permettono di illuminare gli ambienti, cura dei dettagli. 

Ma non solo: l’antico resort produce in loco anche una propria gamma di vini, nella cantina Monna Caterina. Il rosso prodotto presenta delle note fruttate di ciliegia, amarena e fiori di violetta con un retrogusto balsamico; il bianco invece ha un gusto vivace esalino, con note agrumate. Per i cultori del vino e dei vigneti, il resort è perfetto per le passeggiate alla scoperta del gusto delle vigne. Non manca il tour alla scoperta degli uliveti: Monna Caterina produce anche un proprio olio d’oliva 100% Made in Italy. 

Un viaggio quindi attraverso la bellezza e le maestranza tutte italiane in un luogo magico, che sa di storia, arte e cultura, dov’è possibile godere di un’esperienza unica, alla scoperta dei sapori e dei profumi. 

Il teatro a Roma riapre con la Sala Umberto

Per la prima volta si torna a teatro dopo il lockdown a Roma e lo si fa con una nuova commedia ispirata al “Gioco delle parti” di Pirandello. I protagonisti sono due colonne portanti del teatro italiano: Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia.

Prima dell’inizio dello spettacolo il produttore Alessandro Longobardi, con la voce rotta dalla commozione, spiega la difficoltà di una stagione così incerta. Tuttavia, la voglia di riprendere una certa normalità oramai lontana era talmente forte da mettere insieme tutti, anche se a personale ridotto, con l’idea di regalare momenti di evasione e spensieratezza, di cui tutti quanti noi abbiamo tanto bisogno. Il distanziamento rende il teatro il posto più sicuro dove poter godere dello spettacolo; può sembrare strano all’inizio, ma poi capisci che ci si può abituare a tutto pur di poter gioire come un tempo, che sembra anche troppo lontano.

Lo spettacolo è meraviglioso, unico ed ironicamente superbo, interpretato Guidi ed Ingrassia, che proprio a pochi giorni dal debutto erano stati interrotti a causa pandemia. L’emozione di entrambi a fine spettacolo è decisamente arrivata al cuore di tutta la sala. Sapete che cosa vuol dire rimanere fermi per otto mesi, ecco la risposta la avrete solo rivivendo la magia del teatro.ù

La trama: Siamo in prova, sul palco dove dovrebbe andare in scena “Il gioco delle parti” di Pirandello. Maurizio, il regista dello spettacolo, sta aspettando un tecnico per il montaggio e il puntamento delle luci, ma si presenta Carmine, un siciliano di mezza età, indolente che non sa nulla dello spettacolo. Passando dall’irritazione all’interesse, Maurizio è costretto a ripercorrere tutto il testo per farglielo capire e la discussione gli fa nascere l’idea di una regia pulp. Tanti i personaggi dello spettacolo che sono intervenuti per sostenere gli amici in scena, da Pino Strabioli, Alda D’Eusanio, Christian De Sica, Fabio Canino, Claudio Insegno, Giorgio Borghetti e Lorella Cuccarini.

5 terroirs italiane tra vini, mari, laghi

Ci sono posti, le cui terre, ben delimitate dalle regole della natura, spinte dal proprio humus, danno vita a prodotti di cui il vino, oggi più che mai, ne è l’assoluto protagonista: il terroir. 

Tale termine, il cui significato si arricchisce sempre più, non tocca semplicemente le connotazioni climatiche che insistono su certe porzioni di territorio o la tipologia di terra su cui si poggia il vigneto, ma coinvolge l’aspetto umano inteso come storia, cultura e tradizione. 

Qui una interessante ed agile guida che tocca la nostra penisola in ogni suo punto cardinale, suggerita da Andrea Frizzarin noto Food e Beverage Manager esperto in territorio ed enogastronomia. 



LIGURIA

Questa meravigliosa striscia di terra racchiusa tra l’Appennino e il mare, costellata da monti e colline, offre una grande varietà di sapori conservando le tradizioni nel vino. Quando si parla di Liguria non ci si può esimere dal dare attenzione particolare al Rosato ‘Mea Rosa’ della cantina Lunae, un rosato appunto la cui originalità è data dal fatto che è ottenuto da Uve Vermentino Nero, vitigno ormai quasi dimenticato e che, vinificato in rosato, conferisce al vino una sorprendente freschezza. Il colore, peculiare quanto il sapore, è dato dalla macerazione a freddo sulle bucce per circa quattro ore. La città di Luni, ultimo lembo di terra prima della Toscana, è avvolta ancora oggi dalla sua storia, infatti in antichità è stato un importante scalo di diverse culture che trovano espressione, ai giorni nostri, attraverso la presenza di varietà autoctone tipicamente territoriali.

TRENTINO ALTO ADIGE – LAGO DI LEVICO

Il lago di Levico risuona spettacolari suggestioni per coloro che amano trascorrere del tempo in un’atmosfera dolce e misteriosa allo stesso tempo, una perla turchese situata in Trentino Alto Adige. Probabilmente è sufficiente udire il nome della regione per avere la garanzia dei prodotti dei quali ne è la madre; lo spumante TrentoDoc è il fiore all’occhiello di queste zone, prodotte con sole uve trentine coccolate attraverso una vendemmia che viene fatta a mano seguita dal processo di cantina, tramandato da generazione in generazione. Il vino degno di nota per il suo speciale affinamento è il Lagorai TrentoDoc Riserva della Cantina Romanese, infatti ogni singola bottiglia affina per quasi due anni nei fondali del Lago di Levico dove acquista un parlage unico e un’evoluzione aromatica molto particolare. 

UMBRIA – LAGO DI CORBARA 

Da un lago ad un altro, scendendo nel nostro stivale, incontriamo un posto che richiede la lentezza dell’attento osservatore per immergerci in un posto che sembra non avere tempo, come la meravigliosa Umbria, che negli ultimi decenni ha avuto un grande sviluppo che l’ha portata ad essere una vera oasi di interessi culturali e non solo. Protagonista di questa evoluzione è stato anche il Lago di Corbara all’interno del quale si gettano le acque del fiume Tevere, ammorbidito da una serie di trasformazioni ambientali divenendo cosi un bellissimo ecosistema, con incantate aree protette come il Parco Fluviale del Tevere. Figlia di questa terra è la cantina Barberani, e i suoi vitigni che dominano il Lago, qui la vendemmia ha un ritmo lento capace di ascoltare la terra e il suo inconfondibile clima. Si dice che qui il vino sia un’identità senza compromessi. Il vino simbolo, per il nome e per la storia che porta con sè, è l’Orvieto Classico Superiore Luigi e Giovanna 2012 che ha un colore dorato intenso, dai forti profumi fruttati che avvolge fin dal primo impatto con il calice. 



PUGLIA – TRA BARI E TARANTO 

Si puntasse il dito ad occhi chiusi sulla cartina di questa regione, e lo si facesse per più volte, si noterebbe con facilità che ogni posto indicato è un vero e proprio paradiso; la Puglia è sicuramente tra i posti più desiderati del nostro Bel Paese, e la Valle d’Itria, tra Bari, Brindisi e Taranto è un punto nevralgico che permette di vedere i vari abiti che questa regione sa indossare. Proprio qui gli amanti del vino incontrano La Verdeca, vitigno che deve il suo nome al colore verdolino delle bacche, i suoi vini offrono una gamma olfattiva che va dal campo di fiori, agli agrumi fino a frutti esotici come l’ananas. Tra i più noti vi è il Curtirussi Verdeca della cantina Mocavero, grandi esportatori di questo gioiello vinicolo dal sapore fresco e leggero ma dotato anche di una certa persistenza. 

CALABRIA – COSTA IONICA 

“L’amuri è come l’acqua: in calata va in chianata no”, l’amore è come l’acqua: va in discesa ma non in salita. Spesso ci si appella ai proverbiali detti per dare l’idea della cultura popolare di una terra e, assieme a molti altri, questo spiega la specialità di un popolo ricco di umanità e tradizioni storiche che sono il quid in più di uno dei posti più belli al mondo. Calabria e vino sono un binomio assicurato soprattutto se si considera l’eccellenza di uno dei vitigni più importanti della regione: il Gaglioppo, un vitigno a bacca nera autoctono diffusosi prevalentemente nelle zone costiere, esso è la varietà più diffusa in Calabria che troviamo in tutti i vini rossi il più significativo dei quali è il Cirò rosso. Il clima calabrese caldo e secco, la particolarità del terreno arido rappresentano le condizioni necessarie per la produzione di questo vino che ha una maturazione precoce e di elevata resistenza. L’amore per questa terra ha fatto germogliare la Cantina Ceraudo, che accoglie coloro i quali valicano la soglia di Contrada Dattilo con la scritta ‘Felice è colui che fa felici gli altri’, frase che va oltre la passione per il vino e che stringe tutti a una riflessione comune su un qualcosa che non solo si beve ma che semplicemente si vive. 



Short break in Umbria, tutto quello che c’è da sapere per una breve vacanza tra paesaggi mozzafiato

Cosa vi viene in mente quando sentite parlare dell’Umbria? Io penso a lunghe distese illuminate da una luce magica e mi sento un po’ Perugino, un po’ Pinturicchio. Ammirando questi paesaggi ti viene il desiderio di dipingerli per fermare l’attimo sfuggente.

Ma l’Umbria non è solo paesaggi meravigliosi, è molto di più. Pronti? Cominciamo il nostro viaggio virtuale da Perugia, una città molto giovane di notte ed elegante come una signora anziana al mattino. Ricche collezioni museali, mille chiese, accoglienti negozi, pasticcerie da leccarsi i baffi, trattorie di una volta ed eleganti ristoranti, numerosi locali notturni, mistici monumenti etruschi, botteghe storiche e, stavo per dimenticare, le famose cioccolaterie. Posso offrirvi un bacio perugina? “Cos’è?” Vi direbbe un abitante locale: “Vuoi un cazzotto?” E’ così che viene chiamato da loro.  

Vi consiglio di perdervi tra le viuzze medievali senza aver paura di allontanarvi dal centro, vi aspettano tante belle sorprese, ve lo assicuro. Questa città ha uno spirito giovane racchiuso tra le antiche mura. 



Imperdibili sono: il Pozzo Sorbello – una delle più rilevanti opere della maestria costruttrice etrusca, l’affresco di Raffaello nella deliziosa Cappella di San Severo, l’elegantissimo Palazzo Sorbello con una vista mozzafiato su Perugia e una ricca collezione di libri antichi, ricami, significanti opere d’arte; l’Ipogeo dei Volumni – esempio unico della maestria etrusca, un vero e proprio fiore all’occhiello dell’archeologia italiana. Vi ho stancati? Un pranzetto in perfetto stile umbro ci sta. Si mangia ciò che passa per il convento, niente capricci ed è come fare un viaggio nel tempo nell’Umbria medievale. Ecco a voi la trattoria “Dal mi’ cocco”. Mi raccomando, tenetevi leggeri a colazione, niente “trittici” da Panetteria Pasticceria Santino.



E mi raccomando, osservate le nuvole, sono talmente belle, che potete studiare la storia dell’arte universale guardandole: al mattino sono rinascimentali, al pomeriggio impressioniste e di notte, se siete fortunati, potete vedere dove, sembra, si sia ispirato Van Gogh per la sua “Notte stellata”. 



Pian piano ci spostiamo a Spello – la “Splendidissima Repubblica Giulia”. Uno dei borghi più belli d’Italia. La cittadina medievale, quasi tutta costruita in pietra calcarea, che alla sera con la luce del tramonto, diventa rosa. Questo borgo incantevole di circa 8000 anime ti regalerà emozioni uniche. Per conoscerla meglio un giretto con Ape Calessino guidato da Diego, grande conoscitore di questi posti che vi racconterà più di qualsiasi altra guida le bellezze locali.



Piccola e graziosa, Spello è importante quasi quanto Milano: ha ben 6 porte romane. Fermatevi a Spello qualche giorno, vi servirà per riempire gli occhi di bellezza e ricaricare lo spirito. L’elegantissima Andrea vi accoglierà in una delle graziose casette di “Buonanotte Barbanera”. Un alloggio che sembra quasi un museo etnografico, ma con ogni comfort immaginabile e un grazioso giardinetto. Lì puoi fare un viaggio nelle terre lontane senza uscire fuori dalle antiche mura di Spello.



Posti da visitare a Spello? Tutti, la sua atmosfera è unica. Arte, cultura, gastronomia, viticoltura, ce n’è per tutti i gusti. Ecco qualche indirizzo interessante: l’Enoteca Properzio – vi stancherete di contare le etichette, sono più 2.200, assaggiatene qualcuna, ne vale la pena. Per entrare in un mondo fantasioso basta oltrepassare l’ingresso del Laboratorio di Francesca Greco, illustratrice di fama nazionale. Un salto da Arte & Arte Applicata per ammirare come nascono le meravigliose sciarpe in Meno Feltro – vere e proprie opere d’arte; e non ne parliamo delle buonissime creme del marchio locale Acqua di Spello, che da poco ha ottenuto il riconoscimento bio. 



Vi è venuta fame? Per un bel pranzetto al profumo di tartufo nero umbro ci spostiamo di pochi km e andiamo a Bevagna da Assù, la sua bottega è un tuffo nella bellezza estetica e gastronomica. Prenotate, mi raccomando! Qua mi fermo e vi lascio scoprire questa meravigliosa terra da soli, vi do solamente qualche indizio: Montefalco, Gubbio, Spoleto, Norcia, Todi, Castelluccio.


Foto: Pietro Pensa (Leica M10) e Elena Mihailo Pensa (iPhone pro max)

Alex Kapranos & Clara Luciani in “Summer wine” di Nancy Sinatra & Lee Hazlewood

Lui è Alex Kapranos, frontman dei Franz Ferdinand, la band scozzese che fa ballare tutto il mondo da quasi venti anni. Ha vinto con la sua band molti premi (un Mercury Prize, dei BRIT Awards, diversi MTV Awards tra gli altri) ed è stata nominata ai Grammy. Lei è la splendida Clara Luciani, astro nascente della musica francese, che ha esordito nel 2018 con Sainte-Victoire e nel 2020 ha vinto il premio come Artista femminile dell’anno ai Victoires De La Musique.

Insieme hanno realizzato una cover del brano “Summer Wine” di Nancy Sinatra e Lee Hazlewood.  

La traccia è stata reinterpretata con testo in inglese e francese ed è stata registrata e mixata tra lo studio scozzese di Alex e il Motorbass di Zdar a Parigi. A supporto della canzone hanno girato un video, diretto da Ryder The Eagle, con ambientazione “karaoke nel deserto”, che li vede protagonisti con la stessa attitudine di due attori in un film di Tarantino.

Coltivano questa amicizia da tempo, tanto che nell’ultima stagione pre-covid, i due artisti sono stati visti insieme alla sfilata di Prada di Gennaio 2020. Non solo, a Ottobre si erano già esibiti insieme sul palco dell’Olympia, l’iconica location parigina, dove hanno cantato “Summer Wine” insieme per la prima volta.

Alex ha dichiarato: “Siamo grandi fan di Lee e Nancy e l’interazione tra le due parti che nasce in questo brano è molto bella. Clara ha tradotto il ritornello in francese, così ne è venuta fuori una versione bilingue. 

Abbiamo deciso di registrarla appena iniziato il lockdown, più per noi stessi che per altro. Volevamo creare un mondo immaginario in cui rifugiarci, dal momento che eravamo rinchiusi in casa. Non che non fossimo felici, ma la fantasia è sempre il modo migliore di fuggire e partire per un’avventura. È stata registrata a casa mia, in Scozia, e mixata dai nostri amici Antoine e Pierre al Motorbass Studio di Parigi. Quando l’abbiamo fatta ascoltare alle nostre etichette ci hanno suggerito di pubblicarla, quindi eccoci qui. 

Cantare con Clara è stato bellissimo, lei ha una voce meravigliosa e tutta un’altra prospettiva. Una volta finito il lockdown, abbiamo incontrato i nostri amici Adrien, Leo, Fiona e Hugo per girare il video. Le loro idee mi sono piaciute tantissimo, perché rispecchiavano il mood del brano e rappresentavano anche la nostra… beh, la nostra passione per il Karaoke!”

Testo di Cristina Fontanarosa

Foto di Fiona Torre

Cinecult: Matthias & Maxime

Intenso, struggente, sensuale, travolgente. L’ultimo, irripetibile film di Xavier Dolan ‘Matthias & Maxime’ distribuito da Lucky Red e presentato al Festival di Cannes, segna il grande ritorno davanti alla macchina da presa dell’enfant prodige del cinema canadese.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”

Classe 1989, Dolan, attore cool della scena francofona (lo ricordiamo anche come brand ambassador di una memorabile campagna adevertising per Louis Vuitton) dirige e interpreta un affascinante, malinconico e intimistico ritratto di un idillio reticente fra due giovani uomini molto diversi per estrazione sociale e per indole. Matthias (un magnifico Gabriel D’Almeida Freitas) proviene da una famiglia borghese di avvocati mentre Maxime (Xavier Dolan) è un ragazzo di umili origini con una madre borderline e tossicomane con la quale non riesce giocoforza a comunicare, e un fratello assente.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Poco prima di partire per l’Australia dove sceglie di emigrare alla ricerca di un futuro migliore, il timido Maxime accetta di interpretare la scena di un bacio con lo spigoloso ed enigmatico Matthias, apparentemente anaffettivo e impegnato sentimentalmente con una ragazza bon chic, su richiesta di una amica della loro cerchia che sta girando un cortometraggio amatoriale. Quel bacio ‘galeotto’ fra i due amici d’infanzia cambierà le loro vite.



Fra campi lunghi e primi piani serrati, Dolan usa la macchina da presa come una sonda dell’anima addentrandosi nei meandri interiori dei due protagonisti che si ritrovano nella maturità in un mondo dove esistono solo ragazzi ciarlieri e goliardici e donne mature eccessive, deliranti, splendide e generose sulla falsa riga di Geena Rowlands o Barbra Streisand in ‘Pazza’ (stupenda come sempre come in ‘Mommy’ Anne Dorval che impersona la madre di Maxime).



Lo spettatore, in un andirivieni fra visibile e invisibile, si trova proiettato in un dramma elegiaco che lascia il segno con la sua spietata dolcezza, consumandosi nello spirito di Maxime, istintivo e tormentato barista con una voglia di vino rosso sulla guancia alla ricerca di un posto nel mondo, e di Matthias, raffinata e cerebrale vittima di un farraginoso e opprimente sistema di relazioni sociali che lo imbrigliano in una gabbia di convenzioni borghesi.



Montaggio sincopato ed efficace, ritmo vibrante, dinamismo psicologico si intrecciano e si fondono in una storia meravigliosa che fa venire le farfalle nello stomaco. Denys Arcand citato come oracolo di cinefilia canadese suggella un quadro che rievoca i temi cari al regista e attore canadese: la ricerca dell’identità sessuale, il rapporto fra le generazioni, i legami familiari.


Xavier Dolan
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Con la sua bellezza sauvage Maxime ricorda il River Phoenix di ‘My own private Idaho’ film culto degli anni’90 diretto da Gus Van Sant, mentre l’assetto del cenacolo di ragazzi molto ‘Youth culture’ alla Bruce Weber ha un sentore della community familiare di Ferzan Ozpetek. Un’altra prova assai felice per il regista di ‘Tom à la ferme’ e ‘J’ai tué ma mère’ che, al suo ottavo film, si riconferma un talento formidabile e radioso nel panorama della cinematografia contemporanea.

Follow on Instagram: @enricomariaa

Roma a modo mio

Fin da bambina, probabilmente discendente dai nomadi delle steppe, ho sempre amato viaggiare. Fino ad una certa età lo potevo fare solamente nei miei sogni con la mia mente, perché sono nata e cresciuta in Unione Sovietica, un paese quasi chiuso al turismo internazionale. Il primo viaggio immaginario è stato a Roma, grazie al libro fotografico di Gina Lollobrigida “Italia mia”. Mi piacerebbe farvi vedere Roma a modo mio, la Roma che si sta risvegliando dopo il lungo e faticoso lockdown.



Strette stradine che scorrono una dietro l’altra, vicoli, le mitiche cinquecento, le vespine, la Via delle Paste, la Via del Melone ed eccoci in Piazza Navona; proseguendo per la Via del Governo Vecchio, il maestoso Ponte Vittorio Emanuele, prendemmo al volo un panino divino e ci siamo trovati puntuali all’ingresso dei Musei Vaticani. Non c’erano le chilometriche file, personale gentile e preparato, su la mascherina, un po’ di gel sulle mani, il controllo della temperatura e partiamo per ammirare le bellezze papali … Solo la lunga scalinata ci divideva dall’arte pura. Un’astinenza lunga quattro mesi mi fece quasi svenire dalla tanta bellezza che vedevo attorno: la Galleria Lapidaria, la Sala delle Carte Geografiche, le Stanze di Raffaello, quasi sette chilometri e undicimila stanze piene di  statue greche e romane, meravigliose collezioni etrusche ed egizie, Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Beato Angelico, Veronese, Perugino, Caravaggio, Crespi e poi, che bella sorpresa, una collezione pazzesca di arte moderna: Gauguin, Chagall, Klee, Kandinskij, stavo sognando. Mi risvegliò un caffè al volo alla caffetteria “Le Carrozze” con una fantastica vista sul verdeggiante cortile quadrato, immaginando quali altre sorprese mi riservava la città eterna … Il venerdì, il sabato e la domenica i Musei Vaticani sono aperti fino alle ore 22, ottimo, finalmente avrei visto San Pietro di notte, semplicemente magico …



All’ultimo prenotai una visita alla Mostra di Raffaello, l’unico posto disponibile per il mio gruppo famigliare numeroso: era alle 8 del mattino, le mie ragazze mi odiavano … Svegli all’alba con il profumo dei cornetti appena sfornati e di nuovo correvamo sulle strette stradine, sentendo il rumore dell’acqua che scorre. Eccoci qua davanti alla Fontana di Trevi quasi deserta, ragazze, una foto ricordo al volo, non ci ricapiterà mai di vederla così.



Quasi puntuali all’ingresso delle Scuderie del Quirinale. Il solito rituale: su la mascherina, il gel, la febbre, un’altra scalinata che ci divide da Raffaello. Whoops, mi sono dimenticata di prendere il caffè …



Mostra meravigliosa che ci ha raccontato la magnificenza dell’Antica Roma con gli occhi di Raffaello. Visitandola, arriva qualche ragione in più per amare gli sguardi, i gesti, i raffinati costumi delle sue dame e la straordinaria bellezza che vive negli occhi di chi la guarda. 

Sul sito delle Scuderia del Quirinale ci sono dei contenuti video “Raffaello oltre la mostra” che raccontano la vita di Raffaello, le sue abitudini, le amicizie, gli amori, i progetti e i sogni nel cassetto.

Usciti dalla mostra ci indirizzammo verso l’oasi di pace e tranquillità, verso la musa ispiratrice per tanti film, libri e canzoni – l’incantevole Via Margutta. L’edera e diverse piante rampicanti decoravano in maniera naturale le facciate delle antiche palazzine e il rumore “dell’acqua che fresca nasce” dalla Fontana degli Artisti fa riposare il corpo e la mente. Sbirciammo dentro e cosa vidimo:  antichi soffitti alti, grandi finestre, deliziosi balconcini adornati da profumatissimi fiori. Nei diversi anni qui vissero Federico Fellini, Giorgio de Chirico, Anna Magnani e Pablo Picasso. Passate in via Margutta per ricrearvi lo spirito, è la prima a destra se dalla Piazza di Spagna vi infilate in Via del Babbuino.



Nel nostro percorso non poteva assolutamente mancare una passeggiata nel magico cuore di Roma: Trastevere. Tra le meraviglie nascoste nelle sue piazze, la bellezza dei monumenti dove l’antico e il moderno si uniscono in un gioco di infinito romanticismo, si sentiva lo spirito del popolo romano. Fin dall’antichità i trasteverini si distinguevano dalla nobiltà per il loro carattere fiero e genuino e per la bellezza delle loro donne. Non per caso la musa ispiratrice di Raffaello – Margherita Luti, sopranominata “La Fornarina” – fu la figlia di un fornaio di Trastevere. Assetati dal caldo ci sedemmo per un aperitivo allo storico bar San Callisto, era come vivere una scena di vita al bar della “Grande Bellezza” di Sorrentino, come essere in un teatro a cielo aperto. Scatti rubati, sorrisi e … canzoni.



Mi fermo qua, Roma vi aspetta, amici miei: magica, meravigliosa e a modo vostro.


Foto: Pietro Pensa (Leica M10) e Elena Mihailo Pensa (Iphone 11 pro max)

“Il mestiere dello scrittore” di Haruki Murakami


Un saggio autobiografico, un taccuino di lunghi appunti e pensieri messi in ordine, Haruki Murakami ci regala 186 pagine di interessanti spunti e riflessioni che possono essere letti come consigli per intraprendere il mestiere dello scrittore

Molti si interrogano sul metodo di chi sceglie questo lavoro, si lasciano trasportare dall’ispirazione del momento o si mettono a tavolino come un impiegato? Come ci si avvicina al mondo dell’editoria? Qual è la giornata tipo di un romanziere? Quanto sono importanti i premi letterari? Per chi si scrive? La formazione scolastica influenza il lavoro dello scrittore? Che cos’è l’originalità? Questi e altri interrogativi troveranno risposte dalla mano di Murakami, con il suo tipico sarcasmo e una modestia fasulla (molto divertente). 

Secondo Murakami esistono pochi geni al mondo, parla di Mozart, Schubert, Einstein…, persone in grado di creare capolavori senza particolari sforzi; tutti gli altri sono i semplici lavoratori, come lui, che compongono opere con forza di volontà, esercizio, metodo. La mattina Murakami si alza molto presto e con la tazza di caffè ancora fumante alla mano, si siede davanti al suo Mac e scrive 10 pagine di 400 battute ciascuna, questo è il suo obiettivo quotidiano. Nè una riga più, né una riga meno; se l’ispirazione prende il sopravvento, si ferma e ricomincia il giorno dopo. 

Durante la giornata ritaglia un’ora di attività fisica, tendenzialmente il mattino, per correre o nuotare, questo perchè allenare il fisico aiuta la creatività. C’è un capitolo molto bello a cui dedica questo concetto e lo giustifica così: 

Da studi recenti sul cervello umano, sappiamo che il numero di neuroni che nascono nell’ippocampo aumenta notevolmente in proporzione al movimento all’aria aperta che si fa. Con “movimento all’aria aperta” si intende nuoto, jogging, esercizio fisico moderato fatto per un tempo abbastanza lungo. I nuovi neuroni appena nati, se li si lascia riposare, dopo ventotto ore spariscono senza essere di alcuna utilità. Valeva proprio la pena di farli nascere! Se invece si dà a questi neuroni uno stimolo intellettivo, prendono vita, vengono assorbiti nella rete interna del cervello e diventano una parte organica nella trasmissione dei segnali nel cervello. La capacità di apprendere e di ricordare migliora. Il risultato è che diventa più facile adattare il pensiero alle circostanze e sviluppare una creatività superiore alla media. Il ragionamento si fa più complesso, l’ispirazione più audace. Cioè la combinazione quotidiana dell’esercizio fisico e del lavoro intellettuale ha un’influenza ideale su quel genere di sforzo creativo che compie lo scrittore.

Insomma se si sceglie un mestiere che richiede l’uso dell’intelletto, è necessario equilibrare tempi per la cura del corpo. Ovviamente, porta un esempio Murakami, se si ha mal di denti sarà complicato mettersi a scrivere, bisognerà prima recarsi dal dentista e poi a mente libera sarà possibile scrivere. L’attività fisica è indispensabile per temprare il corpo (e lo spirito di conseguenza), da sé serve a poco, ma legata all’esercizio della mente, dona creatività e capacità mnemoniche e analitiche moltiplicate. Propendere da un lato in maniera eccessiva farà nascere o un pompato incapace di usare la mente alla sua massima potenza, o un topo obeso da biblioteca che faticherà a pensare. Per non creare contraccolpi è necessario stabilire un equilibrio tra uso di mente e corpo. Niente di particolare, potremmo pensare, eppure i consigli di stile (di vita) di Murakami sembrano risultare un vero e proprio manifesto motivazionale, potremmo definirlo un coach della letteratura. 



Certo chi sogna di fare lo scrittore prenderà alla lettera questi “TO DO”, che non vogliono risultare obblighi ma una finestra sulla sua stanza, gasati all’idea di diventare dei romanzieri che vivono delle proprie parole da trentacinque anni, come lui, perchè a scrivere un buon romanzo sono bravi tanti, difficile è invece rimanere sulla cresta dell’onda per molto tempo. 

L’idea dello scrittore sempre sbronzo, fogli e whisky alla mano, è un’idea molto romantica, un po’ come quando pensiamo che tutte le canzoni scritte da un cantautore siano destinate a donne in carne ed ossa, mentre la verità è che spesso i nomi e le parole sono semplici sotterfugi per finire in rima una frase. Romanticismo svanito, gli scrittori alcolisti come Hemingway ci hanno lasciato troppo presto e in condizioni drammatiche, e questa è la fine che non si augura nessuno, si presume. 

Prima di ogni punto su cui focalizzare tempo e sudore, Murakami ci fa una domanda molto semplice, che è quello che si è posto lui al punto in cui ha compreso la strada che sarebbe stata quella giusta: 

Prima di cercare qualcosa, come sono io?” 

Ma soprattutto, come facciamo a capire cosa è necessario e cosa non lo è? E la domanda da porsi è la seguente: 

Ti ha dato gioia?” 

E questa domanda si può applicare ad ogni ambito della nostra vita; se la risposta è “SI”, continuiamo ad abbracciare quel luogo con gioia ed entusiasmo, ma se la risposta è “NO”, la scelta è molto semplice, accantonare e passare oltre. Quante volte ci siamo arrovellati in giustificazioni per i comportamenti degli altri, in sensi di colpa inutili, quando invece se ci chiediamo se quella persona, quella cosa ci procura gioia e dolore, sarebbe molto più semplice potare i rami secchi e dedicarsi a qualcosa che invece ci accresce spiritualmente ed emotivamente. 

Oltre alla composizione di un racconto o di un romanzo, alla creazione di personaggi interessanti e imprevedibili, all’uso delle figure retoriche e alla scelta di estranearsi in un paese lontano da casa per dedicarsi alla scrittura, Murakami ci regala un saggio che viaggia tra i suoi flussi di coscienza, tra i sassolini nelle scarpe che ai sessanta superati ha deciso di togliersi (in merito ai premi letterari ad esempio). 

Murakami, infine, boccia dei critici “l’annientamento che finge di elogiare”, e tutti sappiamo che quanto più critichiamo, spesso (non sempre) combacia con quanto più vicino è ai nostri difetti e al nostro carattere. E’ nel sarcasmo dello scrittore che si rivelano le fucilate travestite da fiori, in questo bisogna ammettere meriterebbe il Nobel, è un talento innato, ma noi lo amiamo anche per questo.

Con Isola Design District il Fuorisalone arriva online

Il mondo del design si trova costretto a rimandare una delle tappe più attese di ogni anno da designer, studenti, addetti ai lavori, curiosi, grandi e piccini. Il Salone del Mobile e la Milano Design Week torneranno più sorprendenti e forti di prima il prossimo anno, ne siamo certi, ma diciamocelo, mancherà un po’ a tutti la Milano ancor più caotica del solito in quei caldi giorni di aprile che inaugurano la bella stagione. L’energia che si respira per le vie della città, fuori dalle aree espositive, padiglioni ma anche negozi, piccoli e grandi studi appartiene ormai al capoluogo lombardo, che ospitò il primo Salone negli anni Sessanta.

Le scorse edizioni del Fuorisalone avevano visto il quartiere Isola, uno dei più recenti di Milano (Porta Nuova), una delle aree più gettonate della manifestazione con migliaia di visitatori e designer da tutto il mondo tra sperimentazione, tecnologia e creatività. 

Il team organizzativo del distretto non si è mai arreso e lavora da settimane al processo di digitalizzazione dell’evento, in mente già da tempo vista l’attuale situazione ed emergenza sanitaria. Il programma è davvero interessante e coinvolgente, al centro della scena designer della propria community e brand emergenti ai quali viene dato spazio, dialogo e visibilità tramite il web. Gabrile Cavallaro, Project Manager di Isola Design District, è entusiasta di come il progetto si sia espanso e sia cresciuto nel tempo, da evento di quartiere a luogo internazionale d’incontro che, per quest’anno, avverrà con modalità diverse e del tutto tecnologiche. 

La piattaforma sarà online da metà giugno e verrà lanciata insieme ad una gamma di eventi in live streaming dal 16 al 21 del mese, date nelle quali si sarebbe dovuta tenere quest’anno la manifestazione.

Il sito online – isoladesigndistrict.com – si dividerà in quattro sezioni.

Isola Design Community: selezionati designer e studi di design avranno la possibilità di creare una loro pagina dove poter dialogare, tramite un tool di direct messaging, con futuri clienti, buyer e fan durante tutto l’anno. Una vetrina digitale per creare nuove relazioni. 

Isola Design Magazine: una versione evoluta del precedente blog con contenuti costantemente aggiornati e novità del distretto e sul mondo del design nazionale e internazionale. 

Isola Digital District: l’interfaccia grafica animata vi porterà a spasso tra le vie del quartiere. Basterà cliccare su un edificio o un oggetto per accedere a contenuti, mostre in realtà virtuale, talk ed eventi. I designer, oltre a presentare i propri progetti, potranno vendere online i loro pezzi e organizzare dei veri e propri lanci di prodotto. 

Isola Virtual Locations: qui brand e aziende creeranno le proprie sedi virtuali e organizzare mostre o installazioni in 3D. Gli utenti potranno navigare tra gli ambienti della location, interagire con i pezzi esposti, scoprire contenuti inediti e anche acquistarli. 

L’iniziativa non sostituirà l’evento fisico ma lo arricchirà ancor di più estendendolo con un piano di sviluppo a lungo termine e godendo, inoltre, del supporto di realtà digitali internazionali e partner d’eccezione. Per rimanere aggiornati, conoscere i primi designer, i brand emergenti e tutte le altre novità basterà seguire @isoladesigndistrict su Facebook ed Instagram. 

“La casa delle belle addormentate”, il libro di Yasunari Kawabata

Eguchi è un sessantasettenne che sente la fine vicina, sente la tristezza della vecchiaia; spinto da un amico si reca in una casa particolare dov’è possibile dormire accanto a delle giovani ragazze sprofondate in un sonno indotto. 
Dapprima solo incuriosito, Eguchi tornerà alla casa una seconda volta invitato dalla signora di mezza età che gestisce il postribolo, e una terza volta spinto dal bisogno di calore umano che cerca nei corpi nudi e tiepidi distesi inermi e pronti per essere vegliati. Le sue visite sono atti di vojerismo, le ragazze ridotte a dei balocchi permettono ai clienti anziani (il genere di persone ammesse alla casa deve risultare innocuo, impotente, incapace di esprimere la propria virilità) di non subire il complesso di inferiorità del proprio decadimento.

Le scene descritte da Yasunari Kawabata sono claustrofobiche e morbose, i corpi delle giovani donne dormienti vengono passati allo scanner, ma la regola vuole che non debbano essere deflorate per alcuna ragione, regola che spinge il protagonista a pensieri di violenza più che d’eccitazione.

Le ragazze drogate da potenti sonniferi non si muovono, sono dei cadaveri che emanano leggeri respiri e che lasciano all’anziano il tempo di ripercorrere i ricordi di una sessualità e di una umanità viva e passata. Eguchi, a differenza degli altri clienti, è un uomo ancora in attività sessuale; steso accanto alle giovani ha il desiderio di sentire la loro voce, di sapere delle loro vite, ma rispetta le norme imposte dal luogo e, come da prassi, finisce col prendere la pillola bianca a disposizione dei signori per passare ad un sonno profondo e carico di sogni e impedire così ogni sorta di violenza nei confronti delle bambole di carne. 

In quella stramba casa le donne non possono essere trattate come donne, e gli uomini non possono adempiere al compito destinato agli uomini, e proprio quest’atmosfera rende il gioco ancora più intrigante ed esoterico. Le prostitute sono vergini impenetrabili, disponibili solo al tatto e all’olfatto, senso che Eguchi riscopre con grande intensità e che lo porta in lunghi viaggi spaziali, tra memoria e flussi di coscienza. Durante quelle notti, Eguchi si domanda che valore può avere un bel corpo per un vecchio ormai sessantasettenne, nel caso di una ragazza per una notte soltanto, che importa che sia intelligente o sciocca, colta o ignorante, se si riduce tutto ad un gioco che ha già il sapore della morte? 

Erotismo e morte si mescolano spesso nella letteratura di Kawabata, sono forse la stessa cosa, e la ricerca di calore umano, che Eguchi spera di ritrovare in quel bordello anomalo, sarà una rivelazione di assenza, di totale disumanità.

Il romanzo si conclude con una mano pronta a girare l’altra pagina, che troveremo vuota e con la parola “FINE”, lascia una sensazione di incompiutezza, come il desiderio trattenuto e messo a dormire. Il pessimismo di Kawabata si ammanta di così tanta poesia che rende quasi piacevole il dolore e il crogiolarsi nella disillusione.


®Riproduzione riservata