D1 MILANO: la new generation dell’italianità. Anche negli orologi

«Due cose al mondo sono esteticamente perfette: il gatto e l’orologio». Se sui felini domestici bisogna dare ragione a Émile-Aguste Chartier, filososofo e scrittore francese, cui si deve l’aforisma; sull’orologio, invece, c’è ancora un largo margine di miglioramento, come dimostra D1 Milano. Questo brand di marca tempo made in Italy, con headquarter a Dubai e diramazione a Hong Kong, ha dimostrato all’ultima edizione di Baselworld che, non solo è possibile migliorare l’orologio, ma che l’italianità è un valore aggiunto tutt’ora vincente e convincente, e che sono proprio gli italiani più global a mantenerne intatti spirito e significato. Infatti, in una Basilea sferzata dal freddo invernale e dal cattivo funzionamento del WiFi, Dario Spallone (presidente e ceo del marchio nato nel 2013) ha presentato il modello Super Slim della collezione Polycarbon, ultima versione del modello iconico del brand, ma ha anche qualificato il valore dell’italianità insita nei suoi prodotti e nel suo approccio al mercato. Se si pensa che Dario ha 25 anni e il suo team non supera i 40 e sono tutti sparsi per il mondo, vuol dire che le nuove generazioni di italiani hanno le idee chiare e che non è un documento anagrafico a sancirne l’identità, quanto il modo di pensare e di agire.

Diciamo la verità, c’era bisogno di un nuovo orologio?
Secondo me non c’è mai bisogno di qualcosa di nuovo. A meno che non ci sia uno scopo di  natura strettamente economica, però deve comunque avere un’identità che rappresenta qualcosa. Per noi è stato importante realizzare un prodotto con un’attenzione ai dettagli e un’autenticità marcatamente italiana. Mancava nel mercato un orologio che potesse essere acquistato a un prezzo accessibile e che nello stesso tempo avesse uno status sociale, una valenza strategica.

Anche il nome è stato scelto in funzione di questa identità così ben definita?
Il nome è nato in maniera fortuita. Ci piaceva foneticamente (D1, si legge, The one, ndr.) perché rappresenta qualcosa di esclusivo e unico. Ci abbiamo aggiunto Milano, che identifica il luogo di origine del brand, nato durante la Milan Fashion Week del 2013. Credo che il nome sintetizzi bene la provenienza e anche cosa vogliamo rappresentare: uno stile unico, iconico e allo stesso tempo giocoso.

C’è un pubblico di riferimento oppure è un orologio trasversale, che piace a tutti?
Ovviamente c’è un target di riferimento. Il nostro è un pubblico attento alla moda, che apprezza i dettagli estetici, in linea con le ultime tendenze e che vuole un orologio che simboleggia uno status quo. Alla fine, è un segna tempo che non compete nella fascia bassa e nemmeno con i prodotti di nicchia, superiori ai 10mila euro. È un range di mercato abbastanza a sé, rivolto a una persona tra i 25 e i 35 anni, capace di stimare tendenze e particolari inconsueti.

Quali passi stai muovendo per il domani del marchio?
Si sta sviluppando in maniera veloce, perché siamo riusciti a creare una struttura snella e allo stesso tempo a crescere nei numeri. Il team è unito, siamo una ventina di persone in tutto, e abbiamo una capillarità distributiva forte. Ci avvaliamo di collaboratori in tutto quanto il mondo e di distributori locali, che poi fanno riferimento alla nostra squadra, capace di essere molto reattiva. Questo è un punto di forza strategico, perché siamo abbastanza veloci in un mercato relativamente lento. Così si riesce anche ad accrescere l’identità del brand.

A livello stilistico cosa succederà?
Ovviamente D1 Milano ha una sua identità, che vogliamo rafforzare attraverso l’iconicità degli anni ’70 e con forme geometriche, riproposta con una lettura più attuale e giocosa. Per me è davvero un orologio che rappresenta l’italianità in maniera giocosa. Ci focalizziamo su un range di prezzo sotto i mille euro per due fasce di mercato, una è quello più street style, con la collezione in policarbonato; l’altra strizza l’occhio alla gioielleria e va su un posizionamento più classico. Per i prossimi anni vogliamo puntare su questi due canali. Ovviamente il design è consolidato, anche se dovremo riallinearci ai cambiamenti di mercato che si succederanno, perché è in continua evoluzione e non possiamo mai fermarci.

Che volumi ha la produzione?
Nel 2017 abbiamo chiuso con 50mila orologi venduti, una produzione piccola, ma con una distribuzione che raggiunge 20 Paesi. Nei primi mesi del 2018 stiamo già superando i pronostici e dovremmo chiudere intorno agli 80mila pezzi venduti. Quindi, una crescita sostanziale.

Milano come capitale dove è nato il progetto, però ci sono anche Dubai e Hong Kong.
Abbiamo base a Dubai, per motivazioni strategiche. Anche per la vicinanza all’hub di produzione di Hong Kong, dove ha sede l’altra nostra sussidiaria. Importiamo componenti globalmente, dall’Italia, dall’Europa, dal Giappone e poi assembliamo ad Hong Kong.

Come mai Hong Kong?
Nella fascia di mercato sub 10mila euro, la componentistica di Hong Kong è la più specializzata, quindi è stata presa una decisione strategica, perché lì abbiamo trovato i migliori fornitori. La parte più difficile è stata mantenere l’italianità. Per me vuol dire avere anche un team italiano, perciò sia a Dubai che a Hong Kong ho portato gente dall’Italia, che ha accettato di trasferirsi in questi Paesi. Certo non è stato facile però, paradossalmente, questa criticità nel mio business model è stata anche un punto di forza, perché se venti persone vanno a Dubai o a Hong Kong vuol dire che sposano il progetto in maniera sostanziale. Questa caratteristica ha rafforzato l’identità del marchio e il rapporto tra i membri della squadra. Ed è quello che fa la differenza. Non tanto il dettaglio o la corona dell’orologio, anche se abbiamo un’attenzione ai particolari che gli altri competitor non hanno – perché noi come italiani amiamo il bello – però non è qualcosa di concreto o esplicito a fare la differenza, ma tutto il team.

Anche l’età media è relativamente giovane
Andiamo dai 25 ai 37, però abbiamo tutti un’esperienza profonda sia nel campo dell’orologeria, che della moda. E abbiamo voglia di metterci in gioco. Lavoro con persone che hanno una solida conoscenza del settore, ma che sono capaci di pensare in maniera giovane. Il motivo per cui ora noi, in un mercato che è quasi in declino, siamo in espansione esponenziale è perché pensiamo in maniera diversa, rispettando comunque le regole del gioco.

Quindi l’italianità per voi ha ancora un valore significativo?
È molto più importante di quello che gli danno altri marchi, che si dicono made in Italy, ma che non hanno un’italianità di fondo. Cos’è l’italianità? Per me sono le persone. Oggettivamente parlando, in un sistema globalizzato che si focalizza sulla specializzazione – questo lo diceva Adam Smith nell’Ottocento (filosofo ed economista scozzese, ndr.) – ognuno deve fare il suo lavoro. Non possiamo pretendere di partire da zero su un progetto e fare tutto quanto in Italia, non esiste più il sistema autarchico. Per me, italianità significa creare delle fondamenta per il brand, che siano italiane. Io faccio proprio questo, creo il mio nucleo italiano e prendo persone che la pensano come me, che hanno questo amore per la bellezza, per la cura dei dettagli, per la giocosità. Da qui si rafforza l’italianità. Per questo noi, anche se produciamo globalmente e distribuiamo in giro per il mondo, siamo comunque uno dei brand giovani e italiani, più forti, perché rispettiamo l’autenticità di questo concetto. Anche se vivo a Dubai sono italiano e così il brand. In un contesto di evoluzione e cambiamento, siamo la new generation dell’italianità.

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Old Randa, le scarpe da Gentle Dandy

Per lui le scarpe sono l’equivalente della tela intonsa per i pittori o della pagina bianca per gli scrittori: una superficie su cui sbizzarrire la propria fantasia e far risaltare l’indole creativa. Lui è Andrea – Gatti all’anagrafe, Old Randa (vecchio randagio) per tutti – uomo dai mille interessi e talentuoso shoemaker, che ha fatto della patina la sua tela. Già, perché la vera passione di Gatti è la colorazione artistica delle calzature, detta con parole accessibili ai più. Il punto di partenza è sempre il medesimo, la scarpa con pellame in crust (bianco neutro) a cui Old Randa si accosta con estro e creatività. Una delle ultime applicazioni ideate da Gatti è il Grape Must, ottenuta dal mosto del vino. Le fasi di questa lavorazione sono varie e particolareggiate, le scarpe vengono dapprima immerse nel mosto per circa una settimana; successivamente si attua un processo di lavaggio. Per i due passaggi successivi, sempre a contatto col mosto, s’impiegano diverse settimane passate le quali, le scarpe vengono ripulite minuziosamente e infine vengono montate le suole personalizzate, con tavole antropologiche del ‘600 e viene effettuata la tipica bombatura delle calzature Old Randa. Il tocco finale viene dato dal cirage (lucidatura che regala alla pelle riflessi porcellanati) per esaltare ogni singola sfumatura data dal mosto e dal tempo intercorso. Non è finita qui. Le scarpe di Andrea possono avere anche la suola dipinta a mano, «La mia passione per i dettagli mi spinge a lavorare anche per 10 ore su un unico paio di scarpe» e il risultato non è mai uguale a nessun altro. Insomma, più che un pezzo unico, una calzatura irripetibile.

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Edward Holcroft, the british star from outer space

Salutato da Screen International come una delle: “UK Stars of Tomorrow”, Edward Holcroft, attor giovane inglese, classe 1987, ha un viso che sembra discendere direttamente da quello di Guglielmo il Conquistatore e un’aura un po’ distaccata, che lo porta a indossare bene sia i ruoli del nemico (nel blockbuster, Kingsman, primo e secondo capitolo della Spy story) sia quelli in costume (Gunpowder, Walf Hall), ma che preferirebbe impersonare un alieno. Holcroft sarà nel cast di Alias Grace, su Netflix nel 2018, ed è anche il protagonista di una fashion story su Manintown, dove ha dato la sua definizione di stile. Of Course.

Quanta differenza c’è tra il cinema e la TV oggi?
Per me, come attore, non c’è molta differenza, il processo è lo stesso e l’approccio alle parti è il medesimo a ogni progetto.

Quanto è importante l’abilità fisica per un attore oggi?
Dipende dal ruolo, fai quello che la parte richiede.

Quali fattori consideri quando scegli un ruolo?
Il copione e il personaggio. Chi è il personaggio e anche le relazioni che hanno i protagonisti con le altre parti è sempre uno dei fattori principali.

Tu alterni personaggi moderni e storici, in quali ti trovi più a tuo agio?
Nessuno, mi piacerebbe impersonare un alieno.

Quale dei personaggi che hai interpretato ti si addice di più?
Tendo a provare e a scegliere ruoli che sono distanti dai tratti della mia personalità, quindi nessuno dei personaggi che ho interpretato è simile a me.

Qual è la tua definizione di stile?
Direi che è sentirsi a proprio agio nel proprio corpo.

Cosa pensi dei tuoi social network?
Non sono molto interessato ai social network. Non sono su nessuna piattaforma, quindi tendo a starne lontano.

Torneresti mai a teatro?
Certo! Mi piacerebbe tornare indietro, qualora si presentasse il giusto ruolo.

Che consiglio daresti a quelli che vogliono diventare attori?
Fidatevi del vostro istinto e credete nelle vostre abilità.

Quali sono i posti che tieni nel cuore?
Preferirei tenerli vicino al mio petto.

Talent: Edward Holcroft
Photographer: Francesco Barion
Photo assistant: Giorgio Lattanzi
Stylist: Nicholas Galletti
Hair Stylist: Ben Talbott @ The Wall Group, using Bumble&Bumble
Make up: Sergio Corvacho

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Il Bisonte guarda lontano, ma è fedele al suo territorio

Cover_Sofia Ciucchi_ad Il Bisonte 

Con Sofia Ciucchi un excursus nel mondo de, Il Bisonte. Dalla riattivazione stilistica alle aperture worldwide, dall’ideazione del km 30 all’Australia – passando per la ricchezza dell’heritage e per l’anti convenzionalità delle creazioni – l’AD dello storico brand toscano di pelletteria racconta il nuovo corso del marchio, ideato nel 1970 da Wanny Di Filippo (attuale presidente del consiglio di amministrazione), che, oggi come allora, parte dai dintorni di Pontassieve, per raggiungere l’altro capo del mondo.

Altro che grandi praterie nordamericane, Il Bisonte si muove circoscritto in un raggio di 30km, nei dintorni di Pontassieve. E non oltre. Infatti, per la storica label toscana di borse e di pelletteria è fondamentale mantenere intatto il know-how artigianale e ben salde le radici territoriali, pur guardando lontano: ai Paesi oltreoceano e anche al sud-est asiatico, ancora da esplorare con i suoi prodotti. Questa sostanziale filiera corta è stata protagonista di una video installazione, curata dallo story teller digitale Felice Limosani, nella nuova showroom di Palazzo Corsini, a Firenze, durante la recente edizione di Pitti Immagine Uomo. A raccontarla e a illustrare il futuro del marchio interprete della vacchetta conciata al vegetale, l’ad Sofia Ciucchi, che ha preso le redini de Il Bisonte dopo Wanny Di Filippo, cuore e anima del brand nato nel 1970.

Com’è nata questa idea del km 30?
È un po’ il racconto della marca attraverso la sua struttura e la filiera. Siamo partiti come in un gioco perché quando sono arrivata in azienda, vedendo i vari fornitori e cercando di capire la provenienza di ogni componente, ho scoperto, ogni volta, un piccolo paese nelle vicinanze di Pontassieve e quindi ridendo, ho detto che non stiamo lavorando a chilometro zero, ma a km30, ed è la verità. Anche con l’installazione nella nostra showroom, che abbiamo sviluppato assieme a Felice Limosani, dove abbiamo rappresentato una mappa – così come si fa con Google Maps – ci siamo divertiti a indicare i paesi da cui provengono i componenti principali delle borse e della piccola pelletteria. Effettivamente tutto si svolge nell’ambito di un territorio ben definito, della Val di Sieve, del Mugello, a Est di Firenze in cui, da sempre, la marca opera e produce. Solo il pellame d’elezione, che è la vacchetta conciata vegetale, viene da più lontano, da Santa Croce sull’Arno a 50km, ma è tutto prodotto in Toscana. Ci sembrava un racconto di particolare interesse oggi, non per celebrare l’immagine del prodotto toscano e della fiorentinità, ma per ribadire la sostanza vera di territorio, di valori, del saper fare e anche di un certo tipo di gusto e di stile. Questa specificità abbiamo voluto raccontarla, senza avere complessi, pensando che una realtà territoriale forte e con radici salde, anche in un distretto di provincia, non impedisce di arrivare all’altro capo del mondo con i suoi modelli, come fa Il Bisonte da quasi 50anni.

Qual è il Paese più lontano che raggiungete?
L’Australia, però quello più importante è il Giappone che, ormai da decenni, rappresenta la maggior parte del nostro fatturato. Lì abbiamo 38 negozi monomarca, gestiti da un distributore. Il Giappone apprezza questo tipo di prodotto, la sua storia, il fatto che invecchia bene, per la pelle con cui è fatto, sviluppando un rapporto molto personale con chi lo indossa. L’invecchiamento è diverso a seconda dell’uso che se ne fa, quindi anche la patina che viene sopra e anche l’abbronzatura dipende da quanta esposizione alla luce del sole e da quanto contatto con la pelle c’è stato.

Se dovesse dare un peso specifico all’heritage del marchio?
Trovo che avere una storia, un heritage e anche un fondatore che ancora vive nella marca – è il presidente del nostro consiglio d’amministrazione – coinvolto nelle attività d’immagine e di comunicazione, sia una ricchezza eccezionale. È quello che alla fine distingue il marchio, che esprime un punto di vista sullo stile e sulla vita. Stiamo lavorando per recuperare al massimo ed evolvere questo heritage.

Di che cosa Il Bisonte non può fare a meno?
Sicuramente della vacchetta; poi non può fare a meno del livello speciale di artigianalità che solo un made in Italy può dare. E di uno spirito anti convenzionale che fa la differenza tra noi e i competitor di pelletteria toscana.

Cinque cose che Il Bisonte garantisce?
Personalità, unicità del prodotto, grande qualità, valore. Nel rapporto con il prezzo credo che diamo una qualità abbastanza unica. E poi il calore. Sono un prodotto e un marchio molto personali.

Cosa state preparando per il futuro?
Stiamo lavorando sia sul prodotto e sia sulla marca. C’è una riattivazione da un punto di vista stilistico e anche di marketing e comunicazione, inoltre stiamo operando attivamente sulla parte distributiva. Il prossimo step importante è il ritorno a Parigi. Per noi il mercato francese è sempre stato una piazza d’elezione. Abbiamo due piccole boutique che stiamo ristrutturando e, alla fine di gennaio, apriremo un pop up che rimarrà on stage fino a giugno, in zona Rue du Faubourg Saint-Honoré, dove l’idea è di rappresentare la marca con il suo heritage, ma anche con il suo spirito un po’ scanzonato.

Quanti negozi monomarca ci sono nel mondo?
Quelli gestiti direttamente sono gli europei. Ad oggi sono sette, ma sono destinati a diventare otto con quello di Parigi e stiamo lavorando su altri progetti di rafforzamento su Londra e un’altra piazza europea. Sono due a Roma, due a Parigi, uno a Londra, quello storico di Firenze e uno di recente apertura a Milano in via Santo Spirito, che rappresenta il nuovo concept de Il Bisonte, con un mix di elementi vintage e iconici e con un’interpretazione un po’ più nuova. In termini di monomarca indiretti ne abbiamo altri 50, 38 in Giappone e altri 12 nel resto dell’Asia, tra Hong Kong, Indonesia, Taiwan e Corea.

E il mercato americano?
È stato estremamente importante fino a qualche decennio fa e ritengo che sia abbastanza in linea con il nostro gusto. Ci crediamo molto e stiamo cercando di farlo ripartire con slancio. Per ora siamo presenti soltanto con una distribuzione multimarca; abbiamo iniziato a luglio una collaborazione con una showroom a New York e stiamo ipotizzando l’apertura di un paio di punti vendita diretti.

Dove?
Costa Est e Costa Ovest. Tra l’altro il marchio è particolarmente amato in California quindi, al di là di New York, l’idea è di avere un punto vendita proprio lì.

Come si è chiuso il fatturato del 2017?
Un po’ sopra i 27 milioni, con una crescita di quasi il 30% e stiamo affrontando il 2018 con obiettivi analoghi. Vogliamo mantenerci su questo tipo di sviluppo, sfruttando anche un’espansione di perimetro che per il marchio è ancora possibile fare. Abbiamo molte opportunità nel sud-est asiatico ancora da esplorare e non siamo presenti in Cina. Inoltre, l’America è sicuramente il mercato nel quale provare a crescere.

Chi è il vostro cliente tipo?
È difficile da definire in termini di fascia d’età e di reddito. Direi che si caratterizza più per un certo stile. Abbiamo dei Paesi come il Giappone dove il nostro cliente è giovanissimo, dai 20 ai 35 anni, invece nei mercati europeo e statunitense è più maturo. Quello che collega tutti è l’occhio un po’ sportivo, però che sa apprezzare il prodotto bello e ben fatto. Sono persone che non gradiscono le metallerie troppo evidenti e a cui piace distinguersi dal gusto di massa.

C’è una frase per identificare il marchio?
Ne cito due che sono di Wanny (Di Filippo, il fondatore, ndr.) e che sono strepitose. Il motto della sua partenza è stato: “Se lo posso disegnare, lo posso anche realizzare”. L’altro è, “libertà, amici, salute”, alla fine sono i valori forti e veri di un marchio vicino alla vita delle persone.

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NARTIST: l’Arte a portata di mouse

Cover_Elena Vavaro. Senza titolo, 2016

Una cornice vuota, a simboleggiare il potere immaginifico dell’arte. Un arancione squillante, per sottolinearne la modernità della forza espressiva. E, infine, il web, come collettore d’interessi e come veicolo di diffusione globale. Sembra quasi facile riunire questi tre vettori nel nome dell’Arte, ma non è così. Alle spalle di Nartist, così è stata nominata questa start up, ideata per dare un moderno significato alle attuali espressioni artistiche, c’è una storia tipicamente made in Italy, una di quelle vicende imprenditoriali dove l’intuizione si lega a filo doppio al fiuto per gli affari e al piacere del bello, così radicati nel Dna degli italiani. Un progetto che vive sul web, ma che affonda le sue radici nella cultura, amplificandone le connotazioni sociali. Nei fatti, una galleria d’arte digitale, dove i collezionisti possono entrare in contatto con i giovani creativi, conoscendoli e acquistandone le opere d’arte. L’idea è di Francesco Nicastri, una vita nel campo della consulenza aziendale, un côté artistico che non poteva rimanere solo sottopelle e una spiccata sensibilità nei confronti dei modelli organizzativi a sostegno delle attività sociali e culturali. Con lui, Enzo Cannaviello, gallerista di lungo corso, specializzato nell’arte contemporanea – già presidente dell’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna Contemporanea – e Luca Borriello, direttore ricerca di Inward, Osservatorio sulla Creatività. Il quarto lato di questa ipotetica cornice aperta all’Arte è il Gruppo Doimo, partner industriale del progetto e specializzato nella creazione di arredi, con cui è stato brevettato, in esclusiva, un sistema di applicazione interscambiabile di una tela su un supporto fisso. Il brevetto permette di inserire le opere d’arte nei complementi rendendoli, così, a misura del committente. Per raccontare al meglio il progetto, MANINTOWN ha incontrato l’ideatore, Francesco Nicastri.

Quando e come è nata l’idea di Nartist?
NARTIST è un progetto che mi piace definire ambizioso e anche rivoluzionario, perché parte dal mio modo di sentire e vivere la vita. La prima intuizione è nata nel laboratorio di un artista pugliese, in seguito a una domanda che per molti anni ho rivolto a me stesso. Spesso, infatti, mi sono chiesto se fosse la realtà a creare il pensiero o il pensiero a creare la realtà. Alla fine sono riuscito a capire che è il pensiero a creare la realtà. Purtroppo, la velocità con cui viviamo la quotidianità non ci permette di fermarci per ascoltare noi stessi e, in questo modo, finiamo per limitare il pensiero e il nostro agire, replicando costrutti mentali e comportamenti scontati. Se, invece, di tanto in tanto ci fermassimo, riusciremmo a percepire la scintilla creativa che c’è in ognuno di noi. L’ingrediente fondamentale affinché la nostra vita possa effettivamente arricchirsi di nuovi stimoli e aprirsi a nuove possibilità e valorizzare la nostra unicità. In quest’ottica avvicinarsi all’arte è il cammino più diretto per creare la nostra realtà.

Perché ha sentito l’esigenza di ideare questa piattaforma? A quali necessità deve supplire?
Ho intrapreso un percorso ispirato alle emozioni, per definire un modello di progetto che, attraverso l’interazione e lo scambio d’idee, stimolasse e diffondesse la creatività e portasse valore a livello di relazioni umane e di esperienza di consumo.

Com’è nata la partnership con Doimo?
Il Gruppo Doimo mi ha convinto per la sua storia industriale e per la forza del brand, inoltre si è sempre dimostrato pioniere tanto nell’esplorazione geografica di nuovi mercati quanto nell’investimento in know-how e tecnologia su una gamma di prodotti di arredo completa. Anche quando è stato messo di fronte alle potenzialità offerte da questo progetto, è stato in grado di coglierne, da subito, le implicazioni profonde e quindi le opportunità culturali, sociali e industriali.

Gli uomini preferiscono le onde

No, non le bionde, ma le onde. Possibilmente del Mare Nostrum. Una recentissima ricerca ha, infatti, rilevato che gli uomini, tra i 30 e i 50 anni, preferiscono per le loro vacanze mete nostrane e, soprattutto, marinare. Evidentemente, noi italiani siamo ancora un popolo di “santi, poeti e navigatori “ da Mediterraneo se, a oggi, preferiamo far tappa in Toscana (Elba e Capraia), 16%; in Liguria, 13%; o nelle Isole Eolie, 10%, piuttosto che approdare a lidi lontani. La marcia in più, al di là dell’indiscussa bellezza dei paesaggi marini, può essere la possibilità di veleggiare in mare aperto, da soli o in compagnia, senza improvvisarsi nostromi della domenica, ma affidandosi a mezzi e risorse umane dall’appeal altamente professionale. Per godere solo i lati migliori della propria vacanza. E allora, come si concilia un’esperienza così assoluta e legante come un viaggio per mare, con la mancanza di esperienza necessaria ad affrontarlo con serenità? Una delle soluzioni più innovative è quella ideata da Sailsquare, una piattaforma multimediale che connette una selezionata rete di skipper professionisti con tutti coloro che vogliono provare l’esperienza del viaggio a vela. In solitaria, in compagnia, con amici o, semplicemente per fare nuove conoscenze, Sailsquare ha un ventaglio di migliaia di proposte tra cui selezionare quella più congeniale alle proprie esigenze, inoltre basta un click per contattare lo skipper e per prenotare online.
La community di questo network, fondato da Simone Marini e Riccardo Boatti, ha già raggiunto i 50k di follower, segno inequivocabile di professionalità e affidabilità, tant’è che sono particolarmente rigorosi i termini di verifica e di assistenza a cui la piattaforma sottopone sia i propri skipper che gli iscritti, in modo da garantire la totale convergenza delle info tra i vacanzieri e gli esperti nocchieri del nuovo millennio.

it.sailsquare.com

A tu per tu con Oliver Spencer

È uno dei designer più interessanti nel panorama della moda maschile contemporanea. La sua visione estetica si rispecchia in uno stile rilassato, ma attento all’artigianalità esecutiva e alla scelta dei tessuti più raffinati. Questa commistione d’intenti, a metà strada fra il menswear formale e lo street casual, ha riscosso, da subito, un vigoroso successo, proiettando Oliver Spencer sul palcoscenico del fashion system internazionale. Oliver ha lanciato il marchio omonimo nel 2002 e, nel giro di pochi anni, è passato da un singolo store monomarca in Lambs Conduit Street, nel cuore di Londra, ad avere quattro punti vendita dedicati, oltre ad aver incrementato in maniera significativa il business online. In più, la sua collezione ha trovato spazi e consensi nei department store più conosciuti, come Selfridges, Liberty of London e Mr. Porter. Spencer rifiuta i compromessi fra design e qualità, ecco perché tra i suoi fornitori annovera i migliori tessutai italiani e britannici, per offrire al suo pubblico un abbigliamento impeccabile. Oggi il 40% della sua manifattura è realizzata in Inghilterra, il resto è affidato alle cure dei migliori produttori internazionali. Con MANINTOWN non ha parlato solo di moda, ma ha aperto un colpo d’occhio sul suo privato e sulle sue scelte di vita.

Quale uomo sceglie di indossare Oliver Spencer?
È un creativo e un anticonformista, un uomo libero, ma con uno spirito imprenditoriale.

Qual è il capo d’abbigliamento che esprime in pieno il suo stile?
La Buck Jacket in seta marrone chiaro. Con il suo design minimalista, dalle linee pulite e con le tasche nascoste, la giacca è disponibile in nove colorazioni e in vari tessuti. Dal lino leggero al camoscio molto morbido. Ha una chiusura a doppia zip che garantisce libertà di movimenti, mentre l’abbottonatura sul retro del punto vita serve ad avere una perfetta vestibilità. Un classico.

Esiste un pezzo cult che si ripete a ogni stagione?
La nostra camicia Clerkernwell Tab.

Come si sta evolvendo il marchio?
Stiamo crescendo nella vendita al dettaglio e online.

Da dove trae ispirazione per le sue collezioni?
Dalla sub strato culturale londinese, dalla musica, dall’architettura e da uno stile di vita creativo.

Come sta evolvendo l’eleganza dell’uomo?
Lo stile casual e contemporaneo sta diventando sempre più popolare nella vita quotidiana. Sia dentro sia al di fuori del luogo di lavoro, vedo che gli abiti vengono usati sempre meno per le occasioni formali. Inoltre, il casual mostra il carattere delle persone e è mai un aspetto negativo.

Un consiglio per essere sempre elegante e distinguersi?
Iniziare da un buon paio di scarpe.

Il tuo obiettivo futuro e il prossimo progetto?
Il nuovo negozio a Notting Hill, a Londra. Sarà aperto il mese prossimo con un party di lancio nelle settimane successive. Sto collaborando con il mio amico e artista David Austen su alcune magliette in edizione limitata. Senza contare la sfilata primavera/estate 2018 alla London Fashion Week.

Le celebrità con cui lavori e con le quali speri di lavorare in futuro perché vicine alla tua visione?
Daniel Craig, Damon Albarn.

Quali sono i posti da vedere a Londra?
Il Lamb Pub sulla Lamb’s Conduit Street.

Un posto speciale a Londra? Quello dove ti rigeneri?
Più che un posto in particolare mi piace camminare con il mio cane lungo il Tamigi.

Quali sono i ristoranti o il cibo da non perdere?
Il River Café, oppure un po’ di cibo indiano speziato della Lahore Kebab House.

Una galleria d’arte o un museo da visitare?
La Tate Britain. La retrospettiva di Hockney è un must da non perdere assolutamente.

Un studio di design un designer da tenere d’occhio e perché?
Conrad Shawcross. L’uso della texture nel suo lavoro è il futuro dell’architettura moderna.

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Photographer| Edoardo DeRuggiero
Stylist| Nicholas Galletti
Hair| Azumi Higaki
Make up| Constance Haond
Model|Philip LDB @ New Madison

Bark si reinventa nella maglia

Datemi un punto (di maglia) e vestirò il mondo. Parafrasare Archimede di Siracusa per parlare di moda? Si può fare. Anche perché l’aforisma calza alla perfezione a Bark, blasonato brand di maglieria made in Italy, inventore del punto Bark e che ha rivoluzionato il montgomery. Con un passato storico e un futuro che si preannuncia brillante, il marchio ora cambia pelle e si presenta al fashion system completamente rinnovato nella proprietà e nei contenuti, ma non nel Dna. Dagli inizi di quest’anno fa capo a Italian Clothing Management (ICM) società nell’orbita di un fondo di private equity capeggiato da Jonathan Todhunter e dal figlio Ben, ed è partecipato da SMT, maglificio tricolore con base a Reggio Emilia, che lo produce e distribuisce.

Un nuovo corso, quindi, ma senza dimenticare l’heritage del marchio fatto di, “capi in maglia dalla manifattura altamente complessa e innovativa – come sottolinea Ben Todhunter, nuovo direttore creativo del marchio che continua, – vogliamo dare valore all’artigianalità e raccontare la storia degli artigiani che, in Italia, creano a mano ogni capo in maglia e anche dei nostri prodotti, della lana e delle fibre che li rendono unici”. Una delle lavorazioni più significative è il “tramato”, realizzato da Bark attraverso macchinari unici in Europa e che contraddistingue la collezione primavera/estate 2018. Il debutto della nuova estetica è avvenuto allo scorso Pitti Uomo 92, attraverso capi intessuti nella gabardine di cotone spalmato o nel nylon, mentre la maglieria prende vita nei cotoni e nei lini a mouliné, chiné o nei cordonetti, intrecciati con pesi diversi per alleggerire le proposte. Anche le cromie riflettono la naturalezza dei filati e dei tessuti, con una tavolozza di bianchi, sabbia, grigio perla, corda, fango, verde militare e blu fino ai colori vivaci e vitaminici come il giallo e l’arancio.

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IL NUOVO VOLTO DEL SARTORIALE MASCHILE

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Cosa succede se un blasonato segmento di moda e Made in Italy, di stampo prettamente tradizionale, come la sartoria maschile si confronta con il web? Come si possono conciliare ago, filo e passione per il su misura con la velocità d’intenti della rete e con la sua globalità? Se da un lato l’online è un puro strumento di comunicazione e di diffusione worldwide, dall’altro sorgono nuove opportunità di sviluppo, anche per i mestieri più artigianali e personalizzati, come la sartoria hand made. Del resto, oggi, per vellicare la vanità maschile ci vuole solo il meglio, sia in fatto di tessuti, sia in fatto di maestria sartoriale. E, allora, ecco che la rete si usa non solo per far conoscere le realtà artigianali che costellano tutto il Bel Paese, ma anche per diffonderne la perizia di taglio e cucito. Come?
Uno degli strumenti più interessanti attualmente online, perché di questo di tratta anche se è puramente virtuale, è Aplomb, una piattaforma, nata dalla passione e dalla fantasia di tre giovanissimi imprenditori, Federico Grasso, Luigi Ugge e Massimiliano Invernici, a riprova che il su misura non è solo “un affare per vecchi”. In una manciata di mesi, o poco più, questo “salotto virtuale del bel vestire”, è diventato una realtà in rapido sviluppo, con l’obiettivo di creare un network sartoriale a misura di gentleman. Lo scopo è chiaro: e non è quello di portare la sartoria a casa dell’utente, bensì di avvicinare il cliente al sarto, attraverso un nucleo di selezionatissime botteghe artigianali sparse in tutta Italia, cosicché il nuovo dandy possa recarsi in quella a lui più congeniale, per sintonia stilistica e per vicinanza geografica, senza correre il pericolo di imbattersi in un falso d’autore. A oggi, fanno parte di questo portale una quindicina di sartorie, tra Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio, Puglia, Campania Sicilia e Basilicata, ma l’intento dei tre imprenditori è di raddoppiarne il numero in brevissimo tempo. Non male come risultato, se si considera che, anagraficamente, Grasso, Ugge e Invernici, insieme, non sfiorano il secolo, anzi, ne sono bel lontani. La pre-selezione per le botteghe sartoriali all’interno del network avviene tramite advisor, poi si passa all’incontro ad personam. I criteri, così rigorosi, garantiscono all’utente di trovare su Aplomb solo il non plus ultra, con info pratiche su chi garantisce il bespoke e su coloro che, invece, offrono il made to measure. Dal sito si può prenotare una visita in sartoria, ma, a breve si potrà anche usufruire di un servizio di style advisor, per avvalersi di suggerimenti preziosi (servizio attualmente in via di sperimentazione). Aplomb non è solo al servizio dell’intenditore, ma anche della sartoria, infatti la piattaforma permette di raccontarsi tramite articoli, foto e video, affinché ogni bottega artigiana possa presentarsi al meglio. Insomma, una gran passione per la cultura sartoriale, raccontata al meglio. In più, Aplomb è altrettanto attivo anche sui social, usati come strumento di diffusione (alla stregua di un passaparola 2.0), di raccolta (degli appassionati) e di condivisione (di idee e passioni). La community su Facebook, ora, conta circa 2mila iscritti, ma cresce del 10% a settimana, idem dicasi per il profilo Instagram, attualmente a quota 8k. Il network è stato prescelto per far parte della Start Up School/Y Combinator e inserito nel programma Founder Track, un acceleratore worldwide per l’internazionalizzazione di siti e start up online. I tre manager guardano oltre, sia attraverso le linee temporali, sia tra meridiani e paralleli; lo step successivo sarà quello di inserirsi sul mercato inglese: per unire virtualmente le due piazze principali del su misura, Italia e Inghilterra. Altro che tunnel della Manica, qui si oltrepassa la Francia con un click.

Un filo (rosso) lungo 200 anni

Cover_BOZZETTO PUBBLICITARIO A TEMPERA SU CARTA CON INSERTO IN TESSUTO PER CARTOLINA, LANEROSSI, FINE ANNI CINQUANTA;
PAGANINO(?), CARTOLINA PUBBLICITARIA, ANNI QUARANTA

Il 2017 segna una tappa importante per Lanerossi, storico lanificio italiano, che raggiunge il ragguardevole traguardo dei 200 anni di attività. L’anniversario, però, non è festeggiato come di consueto con foto d’epoca dell’azienda Vicentina, fondata da Francesco Rossi nel 1817, bensì attraverso immagini e manufatti usati nella comunicazione. L’inusuale chiave di lettura consente di ricostruire non solo – e non soltanto – la storia del lanificio, ma anche quella dell’intero Paese, perché rappresenta uno spaccato socio-economico che si riflette sull’Italia intera. A partire dagli anni ’30 del secolo scorso, Lanerossi si è affidata ai più bei nomi del design e dell’arte contemporanea come, Adolfo Busi, Armando Testa, Pino Tovaglia e Severo Pozzati, tra gli altri. Stessa accurata predilezione anche per la fotografia, dove campeggiano pilastri dell’obbiettivo quali Mauro Masera e Ugo Mulas. L’intero excursus ha il suggestivo nome di, Il filo rosso delle idee. Lanerossi 200 anni, una mostra che ha debuttato a Pitti Immagine Uomo e che, a breve, sarà on stage a Pitti Immagine Bimbo, al Teatrino Lorenese, dal 28 al 30 giugno prossimi. Un percorso cognitivo che, di fatto, apre lo sguardo su di uno spaccato dell’Italia che fu e che permette ai visitatori di conoscere (magari un po’ meglio) una delle eccellenze produttive che hanno fatto la storia del nostro Paese. A sancire l’esposizione il Gruppo Marzotto, nella cui orbita opera il Lanificio Lanerossi, assieme a Filivivi, altra realtà leader nei filati lanieri per maglieria e licenziataria di Lanerossi.

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Due mondi in una (camicia)

Due realtà all’apparenza distanti che cominciano a dialogare tra loro nel segno dello stile. Non uno qualunque, però, ma quello nitido e significativo di Alessandro Squarzi. Con lui, imprenditore multitasking e web influencer del fashion system internazionale, parla di moda maschile Bagutta, brand di camiceria made in Italy, creato nel 1975. Da questo creativo e amichevole colloquio è nata una capsule di 11 modelli da uomo, delineata dal gusto sicuro di Squarzi nei popeline, nelle gabardine e nei cotoni cimosati di matrice giapponese. Già dall’etichetta si intuisce la personalità di queste camicie, «Designed by one of the most extravagant men of Italian style», capaci di accompagnare chi le indossa attraverso tutte le occasioni d’uso, dallo urban style alla serata in smoking. Per Bagutta questo è il primo step verso un rinnovamento dei codici stilistici del marchio, non a caso la presentazione del co-branding è avvenuta a Firenze durante Pitti Immagine Uomo 92, il palcoscenico dello stile maschile per eccellenza, di cui il brand è presenza fissa.

www.bagutta.net

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A cena con un single (malt)

L’idea di pasteggiare a whisky può suscitare perplessità al momento, magari si è troppo abituati ad accompagnare le pietanze con del vino, per prendere in considerazione un super alcolico come questo distillato. Poi, però, capita anche di scoprire che l’abbinamento whisky/cibo non solo sia possibile, ma particolarmente indovinato e gustoso. Del resto, si dice che già Ava Gardner e Renato Guttuso fossero degli habitué di questo binomio a tavola, prediligendo distillati dal gusto importante e deciso. Questa particolare esperienza di abbinamento ha pure un nome ben definito, food pairing e sembra essere l’ultima frontiera dell’arte culinaria. A Milano, in vicolo Lavandai, c’è chi propone questa food experience da par suo, accompagnando i piatti dello chef Paolo Rollini non con un solo whisky, ma abbinando a ciascuna portata un single malt diverso, tutti, però, scozzesi. È la scelta di Morgante Cocktail &Soul, raffinato bar ristorante incastonato in fondo al più suggestivo dei vicoli sui Navigli meneghini. Se la cucina è di competenza di Rollini, la degustazione di whisky è affidata a Diageo Reserve, con l’attenta supervisione del brand ambassador Franco Gasparri. Così, si alternano la Tartare di salmone su pane nero con mandorle tostate al gusto leggermente fumoso e fruttato di un Caol Ila Moch d’eccezione; i Tagliolini freschi con cardi gobbi, carciofo e bottarga di muggine alla morbidezza cremosa con note di buccia d’arancia, cacao e liquirizia del Cardhu Special Cask Reserve. Fino all’ultima portata, è un susseguirsi di pietanze e distillati, per arrivare a concludere il pasto con un Parfait agli agrumi con Croccante di Amaretti e Salsa al Cioccolato, accompagnato da un superbo Talisker 18YO. Artefice di questo nuovo modo di degustare, bevande e cibi, è lui, Gianfranco Morgante. Se proprio vogliamo trovargli una definizione Morgante è un architetto, in realtà è un perfetto ospite per i suoi avventori perché, per lui, “la cortesia e la qualità vivono insieme generando piacere”. Non sono solo i whisky a poter essere abbinati con le pietanze. Seguendo il fil rouge della sperimentazione sensoriale, al Morgante il cibo si accosta anche al rum, alla vodka e al gin, oltre che ai cocktail preparati dal bartender Lorenzo Allegrini, che tratta i drink come creazioni sartoriali su misura. Del palato.

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In barba ai barbari

«Capisco la moda della barba, ma se vi cresce il pelo di un coyote moribondo lasciate perdere». Un twitter ironico e fulminante – quasi un aforisma – inquadra perfettamente l’ipertricotica situazione attuale dove, spesso e volentieri, s’incontra per strada una pletora di maschi barbuti e incolti, dall’aspetto simil vichingo d’arrembaggio. Detto questo, un rimedio c’è, ed è efficace. Affidarsi a un barbiere. Esperto. Per rompere quella dimensione di routine quotidiana più doverosa che rituale – a tu per tu con lo specchio che quasi mai rimanda un’immagine soddisfacente – e per riassaporare il piacere di affidarsi alle sapienti mani di chi la barba la taglia o la modella per professione. E siccome anche l’occhio vuole la sua parte, magari scegliere una barbieria che sia anche bella da vedere, oltre che accogliente e professionale, dove farsi scolpire l’onor del mento. Uno dei più interessanti esperimenti in proposito è Argagn, barbieria bresciana polifunzionale, perché è sia uno luogo deputato all’estetica maschile, sia un lounge bar, ma anche una galleria d’arte. Già il nome, che deriva direttamente dal dialetto locale e sinteticamente vuol dire aggeggio, richiama l’attenzione, con quel suo suono così difficile da masticare – quasi incompiuto se tradotto in italiano – poi il logo rappresenta un antico rasoio da tosatura a due manici, difficile da ricordare e da maneggiare, per chi non ha vissuto i primi anni del secolo scorso. Dietro questo nuovo concept, dedicato alla beauty routine per lui, c’è l’ispirazione di Mattia Guandalini e di sua moglie Barbara, uniti nella vita, ma con differenti percorsi lavorativi, lui è chirurgo ortopedico, lei capitano d’industria, entrambi con la passione per l’arte moderna di cui sono abili collezionisti. A completare il poker manageriale ci sono i soci Davide Bonfadini e Giacomo Priuli, che hanno importato da oltre frontiera l’idea di questo spazio multi funzionale. Così convivono, a tu per tu, sia innovative espressioni artistiche (alcune anche in vendita, altre invece fanno parte della collezione privata dei soci fondatori), sia le poltrone da barbiere di vecchio stampo, in un ambiente «dalla forte identità, un po’ bizzarra», come sottolinea Barbara, lasciando al cliente la libertà di interpretazione dello spazio, perché «è difficile da catalogare, dipende dalle emozioni che si percepiscono», come racconta Mattia. Al piacere di godersi i trattamenti in totale relax si aggiungono anche i prodotti utilizzati, che sono realizzati in esclusiva per il marchio bresciano, nato solo pochi mesi fa, ma dall’individualità già compiuta. Infatti, i cosmetici sono stati selezionati personalmente dagli ex machina, che ne hanno curato anche l’identità attraverso il packaging e sono anche disponibili online. Paradossalmente, vista l’identita maschile del locale, sembra che il lounge bar sia anche una meta prescelta dal genere femminile, ben felice di parcheggiare il consorte tra le abili mani dei barbieri e di godersi l’attesa chiacchierando amabilmente.

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A Trieste rivive l’ex Magazzino Vini

Trieste si riappropria di un pezzo della sua storia. Nei primi giorni di gennaio 2017, l’ex Magazzino Vini, una costruzione ottocentesca posta sulle Rive della città mitteleuropea per eccellenza, è stato simbolicamente riconsegnato nelle mani del sindaco Roberto Dipiazza, dal presidente della Fondazione CRTrieste Massimo Paniccia, dopo un lungo restauro che ne ha conservato la struttura esterna originaria, andando a intervenire solo sulle volumetrie interne. Il progetto, conservativo e di trasformazione, è stato fortemente voluto dall’ente, proprietario dell’immobile dal 2005, con l’intento di destinarne l’uso prima ad attività congressuali e poi, in seconda battuta, ad attività commerciali, dietro suggerimento dell’amministrazione comunale. Si è concluso così, con la cerimonia inaugurale di consegna, questo imponente intervento di riqualificazione strutturale, affidato e curato dal prof. Arch. Marco Casamonti, fondatore dello studio ARCHEA Associati. Al primo sguardo l’immobile ha conservato tutta la sua imponenza strutturale, perfettamente inserita nel contesto storico delle Rive triestine, l’interno, invece, racconta tutta un’altra storia. Perché un nuovo corpo architettonico, completamente vetrato, è stato incastonato nella struttura preesistente, posto a circa tre mt. di distanza dalle mura perimetrali. Rispetto all’edificio originario, il nuovo volume ha due livelli interrati e due fuori terra. Al piano -2 trovano spazio gli ampi parcheggi, mentre il -1, il pianterreno e il primo piano sono adibiti a uso commerciale e sono stati concessi in locazione a Eataly, la catena gourmet ideata dall’imprenditore Oscar Farinetti che ha aperto i battenti il 17 gennaio, e sono collegati tra loro da un imponente scalone doppio in acciaio cor-ten. «Con questa iniziativa – ha raccontato Massimo Paniccia – la Fondazione CRTrieste non solo ha consentito di riqualificare completamente un’importante area delle Rive cittadine, già oggetto di intervento da parte della Fondazione con la ristrutturazione dell’ex Pescheria, ma anche promosso l’insediamento di quello che potrà risultare un grande attrattore economico per la città, Eataly, che ha già potuto creare cento nuovi posti di lavoro, in gran parte destinati a giovani locali». Nel corso della cerimonia il progettista, Marco Casamonti, ha illustrato la filosofia e le caratteristiche del progetto, inoltre è stato proiettato un filmato realizzato da Videoest, disponibile sul sito internet della Fondazione, che documenta le principali fasi dell’intervento.

Ph. Pietro Savorelli
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ORNELLA BIGNAMI: LA SIGNORA DEL COLORE

Per un fisico è un aspetto dell’energia radiante. Per uno psicologo è uno dei fenomeni di percezione. Per un pittore è un pigmento. Il colore è tutto questo e molto di più. Per Ornella Bignami è emozione, è cultura, è pure una forma di comunicazione, ma è anche strettamente connesso alla materia. La Signora del colore, come ci piacerebbe definirla – se non lei, chi? – da lungo tempo dialoga con questo affascinante aspetto della percezione visiva e ne ha rivelato l’intima connessione fra l’essere e l’apparire. Bignami è membro del board di Color Coloris – Italian Color Insight e di Intercolor (Organizzazione Internazionale del Colore), ma è anche l’anima e di Elementi Moda, società milanese di consulenza creativa. Altrettanto connessa e stretta è la conoscenza che Ornella ha del lino, una fibra talmente duttile ed eclettica da poter essere trasformata anche in una racchetta da tennis o in una bicicletta. Infatti, è partner strategico per l’Italia di CELC – Confederazione Europea del Lino e della Canapa per cui svolge attività di definizione tendenze moda e promozione. MANINTOWN l’ha incontrata per saperne di più.

Da dove nasce la passione per il colore?
Credo sia stato Elio Fiorucci a spingermi in questa direzione, quando lavoravo al Centro Design Montefibre, negli anni ’80. Il Centro è stato il primo bureau de style e io mi occupavo, per l’appunto, di stile e di fibre. È nata così la mia passione per il colore. Lavorando a monte della filiera occuparsene era pressoché indispensabile, anche perché deve sempre esprimere il carattere del prodotto e della materia.

Cos’è per lei il colore?
È emozione, è cultura, è anche comunicazione, sia in ambito lavorativo sia interpersonale. Vedo il colore come emozione, intorno a me. Ed è strettamente connesso alla materia.

Quali sono i trend più significativi dei prossimi anni?
Diciamo che ci sono delle costanti da cui non si può prescindere, come l’Ageless. Non si può pensare alla moda suddivisa per fasce di età. Inoltre il cambiamento climatico e la non stagionalità con rimescolamento continuo ci costringono a pensare a colori e tessuti adatti allo scopo. Il colore che verrà deve esprimere o rispondere alla situazione del momento, dal punto di vista politico, economico e sociale. C’è voglia di colori tranquillizzanti. Non neutri, ma tranquillizzanti, che legano alla Terra oppure che danno una sferzata di energia.

Il colore è diventato, per lei, oltre che motivo ispiratore anche promotore di cultura.
Agli inizi degli anni ’90 sono stata contattata da Intercolor – associazione di persone senza scopo di lucro, ideata con la finalità di diffondere la cultura del colore – e con un gruppo di amici imprenditori abbiamo creato Moda Italia Colore che, fino a sei anni fa, ha rappresentato l’Italia agli incontri internazionali di Intercolors.

E oggi?
Da sei anni anche noi ci siamo organizzati come associazione no profit, che si chiama Colors Coloris, il cui scopo è di diffondere la conoscenza e la cultura del colore e di rappresentare l’Italia in ambito internazionale. Inoltre, sono già tre anni che con questa società pianifico un incontro, intitolato Dialogare con il colore, che si svolge a Milano, in Triennale, dove stabiliamo un colore come tema guida con le sue declinazioni. Per diffonderne la conoscenza. L’associazione organizza anche dei workshop di aggiornamento delle tendenze sul tema, Il Colore che verrà.

Come si svolge il suo lavoro al riguardo?
Lavoro per tendenze, sviluppando una cartella colori di Intercolors, a cui fa seguito un fruttuoso scambio di opinioni con le altre entità connesse in tutto il mondo. I fruitori finali sono gli stilisti e le aziende a cui si fornisce l’informazione.

Cos’è, nello specifico, Elementi Moda?
È una società di consulenza creativa, nata nel 1979. Abbiamo un laboratorio di maglieria incentrato solo ed esclusivamente sulla ricerca, non sulla produzione, è rivolto ai filatori aziendali, agli stilisti. Facciamo test tecnici e punti per valorizzare il prodotto.

L’avventura con il lino quando è cominciata?
Negli anni ’80, con la collaborazione con la Confederazione Europea del Lino e della Canapa.

Cosa si può fare con questa fibra?
Forse pochi lo sanno, ma con il lino si può fare praticamente tutto, da un paio di sci alla bicicletta, alla canna da pesca. È un sostituto ideale della fibra di carbonio, inoltre è anallergico, ha proprietà antibatteriche, è una fibra termoregolatrice e non richiede l’uso di irrigazioni o fertilizzanti. I cicli di produzione hanno una durata media di sei anni. Purtroppo ci troviamo di fronte a stereotipi in merito che ostacolano la dovuta conoscenza di questa materia prima così duttile ed eclettica.

Elementi Moda come opera in tal senso?
Lavorando sulla corretta diffusione della conoscenza e sulla trans-stagionalità della fibra. Con la CELC organizziamo corsi di formazione nelle scuole tecniche e tessili e facciamo attività di promozione nelle fiere di settore. L’anno scorso, a settembre, è cominciato un progetto di sensibilizzazione del consumatore che culminerà a maggio 2017 con un evento clou a Milano e che vedrà coinvolti numerosi store del capoluogo meneghino.

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Paolo Luban, l’uomo dietro la cravatta

Se c’è un accessorio destinato a codificare l’eleganza maschile quello è sicuramente la cravatta. Pochi, anzi pochissimi uomini, sfuggono alla simbolica stretta di questo morbido laccio, che è possibile annodare in ben 84 modi diversi perché, come argutamente intuiva François de La Rochefoucauld, «Il nodo sta alla cravatta come il cervello sta all’uomo». Legame stretto, quindi, – e in tutti i sensi – tra l’uomo e questo accessorio. A ribadire il concetto di eleganza maschile ora si aggiunge anche Loïc et giL. Nuovo eppure già iconico. Elegante, ma discreto, questo recentissimo marchio di cravatte, nato nel 2015, sfoggia una manifattura italiana e un’esprit creativo di matrice elvetica. Perché dietro la nitida eleganza di questi accessori si nasconde la passione ideativa di Paolo Luban, un manager dall’importante background affaristico, ginevrino DOC e profondo intenditore d’arte, che ha profuso questa sua passione in ogni modello di cravatta. Nascosti tra le pieghe di un nodo perfetto si condensano, così, i riferimenti a François Morellet, le citazioni da Enrico Castellani, le suggestioni tratte da Klaus Staudt. MANINTOWN l’ha incontrato per voi.

Come definirebbe la cravatta?
È l’accessorio più immediatamente visibile su un uomo vestito in maniera formale. Da questo punto di vista il più importante. È anche l’elemento che più permette di personalizzare e vivacizzare l’outfit. Da accesso a un universo di forme e colori potenzialmente molto vasto, con un margine di manovra “estetico” che gli altri accessori non possono offrire.

C’è un tessuto che predilige?
La seta stampata. Per Loïc et giL, che punta molto sull’originalità dei disegni e dei colori, è un must.

Chi è il suo punto di riferimento in fatto di eleganza maschile?
Non c’è una persona in particolare. Alcuni blogger possiedono una classe naturale e una grande capacità nel combinare in modo originale i vari elementi del look, penso ad esempio a Guillaume Bo e a Defustel. Fra i personaggi conosciuti, ho sempre ammirato Lapo Elkann.

Lei è uno dei rari imprenditori che coniuga arte e moda, proseguirà su questa strada?
Penso proprio di sì, le passioni sono quelle (e lo afferma sorridendo convinto, ndr.)

Quali uomini vuole far diventare eleganti con le sue cravatte?
Tutti quelli che prestano un minimo di attenzione al loro aspetto. E tutti quelli che pensano che il loro fascino possa essere ulteriormente amplificato. O, almeno un po’…

Quali sono i mercati di riferimento per le sue creazioni?
I principali Paesi europei, poiché il mio gusto estetico nasce in questo contesto culturale e geografico.

Progetti per il futuro inerenti al suo marchio? Che direzione intende intraprendere?
Per il prossimo futuro l’obiettivo è quello di far conoscere il più possibile il marchio e il prodotto. L’altro challenge è quello di arrivare fra alcuni mesi con una serie di nuovi modelli, che confermino la forte identità estetica di Loïc et giL.

loicetgil.com

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L’Italia in sartoria

Sartoria Pirozzi, Napoli

Qui non si muovono grandi numeri, ma grandi passioni. Non sono griffe da fatturati miliardari, ma atelier artigianali dove il cuore e la mano sono legate a doppio filo. Di lana, come quello leggendario di Arianna, che oggi condurrebbe fuori dal labirinto del cattivo gusto e porterebbe direttamente in sartoria. Sempre qui, il verbo imbastire ha dignità di rango sartoriale. E le forbici sono l’unico mezzo meccanico consentito. Al resto ci pensa la dedizione al lavoro e la passione per il bello e ben fatto. Le sartorie italiane sono le nuove pietre di paragone dell’eleganza maschile, quelle con cui confrontarsi quando si compra un abito o si sceglie un cappotto o un soprabito. Depositari di antiche tradizioni, tramandate di padre in figlio, oggi a questi atelier, a dimensione prettamente familiare, viene riconosciuto un ruolo di primaria importanza nel panorama del made in Italy. A ciascuno la sua sartoria. Da Nord a Sud tutto il Bel Paese ne è costellato e ognuna ha la sua storia e la propria essenza di stile, come ben evidenzia Domenico Pirozzi, depositario dei segreti dell’Ars sutoria appresi dal padre Nunzio e oggi uno dei più quotati maestri di scuola napoletana, «Il lavoro completamente artigianale, il taglio a mano libera senza supporto del carta modello e la scelta del tessuto rendono unico ogni capo realizzato». Pirozzi, forte dell’arte di famiglia (la sartoria è stata fondata a Napoli agli inizi degli anni ‘60) e dell’esperienza decennale corroborata presso Kiton, prosegue deciso nel rivelare i segreti della sua arte, «Ogni nostro abito conferisce morbidezza e vestibilità, ottenute da un taglio perfetto e dai materiali pregiati che vengono utilizzati». Naturalmente non si tralascia l’aspetto attuale nel gusto dell’abbigliamento «una caratteristica che ci distingue è sicuramente il bavero un po’ più largo, con un taglio adeguato a uno stile attuale, ma sempre morbido, mentre la spalla è più liscia con un leggero arriccio. È un aplomb più internazionale». La scuola sartoriale napoletana ha ancora molto da raccontare in fatto di stile, infatti la Sartoria Pirozzi, dal cuore di via Gramsci dove ha sede, organizza anche trunk show all’estero, esportando fino in Giappone la sua idea di stile. Qualche chilometro più a Sud e, in questa ipotetica migrazione sartoriale, si approda nel Salento, più precisamente a Martano in provincia di Lecce, dove si trova la Sartoria Colazzo dal 1966. Già nel nome si rivendicano orgogliosamente gli anni passati a rendere più eleganti gli appassionati del vestire su misura. Oggi Alessandro Colazzo prosegue, assieme al fratello Giovanni, la tradizione di famiglia, affiancando il padre Arcangelo, fondatore del laboratorio bespoke. Alessandro è anche l’uomo immagine della sartoria, diventandone il primo testimonial on line, «il web serve, non si può prescindere da esso, è la prima vetrina che una sartoria dovrebbe curare se vuole fare strada nel nostro decennio, perché con un solo click si possono avvicinare persone distanti chilometri. Per capire veramente di cosa si sta parlando, però, bisogna entrare nella bottega del sarto, non basta spiarla dalla vetrina». Ed è sempre lui che rivela i segreti della sartorialità odierna, «la Sartoria Colazzo affonda le sue radici nella metà degli anni ’60. Ogni lustro passato ha portato con sé caratteristiche uniche, inimitabili e per certi versi irripetibili. Oggi la nostra sartoria realizza dei capi interamente fatti a mano, come il taglio delle tele interne, realizzate in pelo di cammello naturale e crine animale, calibrate su misura per ogni cliente. Il sotto collo viene “punticiato’’ –lavorato – a mano, che potrebbe sembrare una banalità, ma regala alla giacca morbidezza e vestibilità uniche. Stesso discorso vale per i revers, senza tralasciare l’esclusiva lavorazione della manica “a Mappina’’, che prende il nome dagli strofinacci utilizzati dai nostri nonni e, che regala alla giacca ulteriore leggerezza e praticità di movimento uniche, tanto da far dimenticare a chi la indossa di averla addosso».

Proseguendo lungo la dorsale appenninica (o quasi), si arriva a Firenze, qui Liverano & Liverano, dagli anni ’40 una delle più prestigiose manifatture sorte in riva all’Arno, ha stretto un’inusuale partnership creativa con il colosso del denim Roy Rogers, che fa capo al gruppo Sevenbell, per realizzare il primo jeans di matrice sartoriale made in Florence, suggellando un incontro creativo fra due mondi all’apparenza inconciliabili, che da domani, invece, daranno un nuovo significato al denimwear.

Seguendo l’ipotetico filo di Arianna che unisce l’Italia su misura si arriva nei dintorni di Milano, più precisamente a Varese, dove ha sede la Sartoria Vergallo, oggi condotta da Gianni Cleopazzo, esponente di una tradizione del fatto a mano di ultima generazione. In merito allo stile Cleopazzo ha le idee chiare, «Il principio è quello di soddisfare le richieste e i gusti dei nostri clienti, che sono svariati. Di conseguenza, non amiamo imporre un nostro stile. Per noi il cliente tipo è colui che ama vestire in modo esclusivo e personale, ovviamente parliamo di una persona che apprezza il gusto del fatto a mano e soprattutto ha la cultura che gli permette di valutare i tempi e i costi necessari per la realizzazione  di un vestito».

Valicando le Alpi si respira ancora aria di made in Italy. Pure ad Anversa. Grazie a Massimo Pirrone, manager con la vocazione sartoriale, che in Belgio ha dato vita al suo marchio PM Eleganza Milanese, nel 2013. Nonostante la location oltre confine, la sartorialità è di impronta tricolore perché Pirrone si affida a una manifattura italiana per la realizzazione dei suoi capi. L’imprinting manageriale si identifica con il «ridimensionamento del fit dei modelli, adatti anche alla clientela più giovane». Star starter del suo brand, Pirrone è molto attivo sui social, il suo profilo Instagram conta più di 55k di follower, perché «ci metto anche un po’ di lifestyle, non solo l’abito, ma anche il resto. Infatti mi chiedono consigli sull’abbigliamento, soprattutto gli utenti più giovani». Quanto allo stile anche lui non ha incertezze, «come modo di pensare e di creare mi ispiro a Tom Ford, però l’eleganza dell’Avvocato Agnelli è sempre la numero uno».

Anche nell’hub d’avanguardia di Tranöi, il concept sartoriale ha un impatto eclatante: la Sartoria Brizzi, punta sulla lavorazione double – aggiornata e rivisitata – di materiali di altissimo pregio come l’alpaca o il mohair e il cashmere, azzardando, talvolta, estrosi accostamenti con il denim. Perché, oggi, al talento dell’artigianato manifatturiero si può unire l’esigenza di stupire, con contrasti e giochi di look; si può stare al passo con l’evoluzione del design più creativo e le nuove espressioni artistiche, senza perdere la magia dell’hand-made.
L’esatta somma algebrica di tutte queste asserzioni mostra un settore vivo e vitale, sempre più proteso a rendere il su misura l’unica frontiera possibile dell’eleganza maschile odierna.

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Snoblesse, la card che regala moda

Un packaging accurato, che racchiude un’idea brillante. Ideale per lo shopping Natalizio e non solo. Nella scatolina azzurra c’è Snoblesse, la prima gift card legata al fashion system, che regala il lusso di scegliere. Se dentro la confezione c’è la prima tessera/regalo connessa al mondo della moda, dietro c’è una start up di ultima generazione. La felice intuizione è venuta a Gyorgy Konda e Gilberto Genga, due manager con una formazione di customer experience e un passato da Bain & Company. Le premesse sono note a tutti, perché a chiunque è capitato di ricevere un regalo, sì griffato, ma assolutamente non gradito. Per ovviare all’inconveniente, e salvare il malcapitato di turno dal fare “buon viso a cattivo gioco”, Konda e Genga hanno creato, appunto, Snoblesse. Questa gift card, di fatto, si può caricare dell’importo che si vuole – taglio minimo di 100 euro – ed è spendibile nel circuito delle boutique legate all’iniziativa. In più, è utilizzabile anche nei periodi di promozioni e di saldi; il credito è frazionabile presso i differenti negozi che aderiscono al network di shopping ed è cumulabile con altri strumenti di pagamento, qualora il valore del regalo sia superiore all’importo della card. Se poi, nemmeno i negozi possono soddisfare le esigenze ci si può rivolgere allo SnobShop, on line da Natale 2016. Attualmente il circuito degli store raggiunti conta 150 punti vendita in tutta Italia, con una particolare concentrazione su Roma e Milano. I marchi coinvolti nell’iniziativa vanno dalla Belstaff a Trussardi, passando per Pal Zileri, Gallo, Brooks Brothers, Fratelli Rossetti e Jeckerson, giusto per citarne alcuni. La gift card è disponibile anche in versione digitale.

www.snoblesse.com

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IL POLSO DELLO STILE

Essere uomini di polso vuol dire avere in pugno l’eleganza. A cominciare dai gemelli. In italiano si chiamano, appunto così, in francese bouton de manchette (letteralmente bottoni da polsino), in inglese cufflinks (che può significare anche manette). Già le sostanziali differenze semantiche mettono in evidenza le nebulose origini di questo elegantissimo accessorio maschile. Alcuni fanno risalire la loro creazione al periodo post-rinascimentale, altri spostano in là di qualche decennio la fortunata ideazione, ma sono tutti concordi nell’attribuirne la patria potestà all’Inghilterra. Come sempre, gli stilemi di eleganza maschile più significativi provengono da oltre Manica. E poi si spargono a macchia d’olio a tutte le latitudini, anche se la successiva e definitiva denominazione di “gemelli da polso”, tutt’ora in uso, scaturisce a Versailles nel 1778, agli albori della rivoluzione francese. Pari e patta, perciò, tra le due nazioni nella guerra dello stile. Tacciati di scarsa praticità o di presuntuosa eleganza, in realtà i gemelli sono fra i dettagli di abbigliamento più significativi per l’uomo, perché sono anche simboli di legame duraturo forgiato nel metallo, meglio se prezioso, dato che la loro forma primaria prevedeva due coppe o bottoncini uniti da una catena. Relegati per molto tempo nella sfera dell’accessorio da cerimonia – oggi fanno quasi sorridere quelle immagini seppiate degli sposi immortalati sul sagrato della chiesa forniti d’immancabile coroncina, per lei, e gemelli d’ordinanza, per lui – oppure semi dimenticati in un cassetto del secrétaire, in attesa di essere tramandati di padre in figlio, adesso i gemelli brillano di luce nuova e, soprattutto, di una diversa chiave interpretativa. Accanto agli immancabili di forma squadrata o a scudo con decorazioni classiche da fin de siècle, magari preziosamente smaltate, diventano protagonisti quelli più ironici e scanzonati, soprattutto da quando li hanno scoperti gli stilisti a completamento dei loro total look. Ed eccoli, quindi, riapparire riletti in chiave ironica, dove si trasformano in piccole matite o rappresentano mini ombrelloni da spiaggia; in versione guerrafondaia, con abbondanza di biplani e cingolati da prima Guerra Mondiale; in dandy style, con le bombette british o gli stivali da caccia alla volpe. Non mancano nemmeno i richiami al fast food più fashion, con hamburger e patatine fritte che occhieggiano golosi sui polsini. Comunque, e in ogni caso, rappresentano anche una significativa espressione di perizia interpretativa, basti pensare a cosa si riesce a rappresentare su superfici e dimensioni così contenute. Temprati nell’acciaio, cesellati nell’oro o nell’argento, intinti negli smalti o illuminati da piccole pietre preziose, i gemelli sono, oggi più che mai, anche una forma di linguaggio per immagini, che può discretamente rappresentare emozioni e stati d’animo.

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L’Extra gusto del nuovo blend griffato Chivas Regal

Un’esperienza sensoriale che viaggia attraverso il tempo, lo spazio e il gusto. Così si potrebbe definire Chivas Regal Extra, il nuovo e lussuoso blend distillato da Chivas. Il tempo perché questo whisky è denso di storia e la si percepisce a ogni sorso. Lo spazio perché la sensazione olfattiva alle note di pere mature, toffee, cioccolato e zenzero travalica qualsiasi esperienza. Il gusto perché la nuova miscela di whisky maturati nelle botti di sherry Oloroso e di malti Chivas, regala al palato accenti di pere mature sciroppate, caramello, vaniglia, cannella e mandorle, che si stemperano in un finale intenso e dolce. A dare vita a questo nuovo distillato di stile è stato il master blender Colin Scott, che ha selezionato i whisky più rari e preziosi, custoditi nelle cantine Chivas Regal. L’Extra ha un’origine rigorosamente scozzese, è nato infatti nella distilleria più antica presente nelle Higlands, la Strathisla distillery, che risale al 1786. Al di là delle nobili origini e del gusto importante, questo blend dimostra un carattere eclettico, tant’è che Max Verner, global brand ambassador di Chivas, ha sviluppato una vera e propria carta dei cocktail, che spaziano dai sapori fruttati a quelli più frizzanti, da quelli intensi e sofisticati ai più corposi e aromatizzati.

www.chivas.com

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RINASCIMENTO SU MISURA

Lanieri, una foto della nuova campagna incentrata sui mestieri d’arte perché, Style is an Italian job

«La trascuratezza nel vestire è un suicidio morale». A tracciare nettamente i confini dell’abbigliamento maschile è ancora lui, Honoré de Balzac, il cui acuminato aforisma mette in evidenza le differenze sociali fra un uomo elegante e tutti gli altri. Oggi più che mai le parole del grande drammaturgo francese ottocentesco sono attuali. Perché si sta vivendo un nuovo Rinascimento dell’eleganza su misura e si pone l’accento su quelle realtà sartoriali che sono la spina dorsale del Bel Paese. Da Nord a Sud è tutto un rifiorire di scuole artigianali, un discettare di tagli e dettagli, una riscoperta di quei valori estetici individuali che differenziano dalla massa. Sì, perché l’abbigliamento personalizzato mette in risalto il gusto di ognuno, allontanandosi recisamente dalla diffusione omologata. E il bespoke cammina spedito anche al di fuori dei circuiti classici in cui era relegato finora, scoprendo nuove vie di comunicazione e sbarcando sul web, con siti indirizzati al recupero di questi valori; tutorial che mettono in risalto la bellezza insita nell’estetica individuale; startup innovative dedicate alla customizzazione. Questo neo-rinascimento estetico è talmente rilevante che anche la Camera Nazionale della Moda Italiana ha voluto sottolinearne l’importanza, con una sezione dedicata nella grande esposizione chiamata Crafting The Future, incentrata sui pilastri fondamentali del made in Italy: artigianato, sostenibilità, design e innovazione tecnologica. In mostra, opifici provenienti da tutte le latitudini del Bel Paese, in grado di dialogare concretamente tra loro attraverso la manifattura di prodotti d’eccellenza.

Così, l’incontro tra un tessuto biellese e una sartoria fiorentina fa riscoprire il piacere di un abito su misura; quello fra un designer piemontese e un atelier romano identifica il nuovo razionalismo dell’abbigliamento maschile, mentre online sbocciano nuove realtà imprenditoriali capaci di raggruppare in un network le espressioni sartoriali che costellano tutto lo Stivale. Detto, fatto. Basteranno pochi clic con il mouse per selezionare la sartoria più vicina al proprio domicilio, fissare un appuntamento in atelier o, addirittura, farsi raggiungere a casa da un maestro artigiano. Oppure ordinarne uno su misura, comodamente seduti a casa, grazie ai siti di manifatture online. Definitivamente tramontata quella polverosa e vetusta immagine che aleggiava attorno alle sartorie, ora si rivalutano le qualità tradizionali e familiari tramandate nel tempo come valore aggiunto al prodotto finale. Si riscopre il sottile piacere di farsi cucire addosso un abito, di calzare un paio di scarpe che vadano a pennello, di annodare al collo una cravatta amorevolmente piegata e orlata a mano e ci si assoggetta compiaciuti alla ritualità insita nelle misurazioni e nelle prove a tu per tu con il maestro sarto.

AGO, FILO E WEB

Si comincia sempre dal tessuto. Questo settore dell’abbigliamento maschile è forse l’unico che tenga ancora conto delle diverse fasi stagionali nella scelta di una stoffa e quindi, nella confezione di un abito. A tale proposito, tre sono i punti focali da tenere sempre ben presenti quando si indossa un vestito su misura, il primo è lo scollo all’altezza dei revers; il secondo è la precisa proporzione esistente tra la manica della giacca e il polsino della camicia; il terzo, invece, è la corrispondenza tra l’ampiezza della gamba del pantalone e la misura del piede, non troppo largo da coprire la calzatura, non troppo attillato e corto da scoprire la caviglia. Il resto sono solo sofismi. A corroborare queste decise regole sartoriali il biellese Vitale Barberis Canonico, uno dei lanifici più antichi d’Europa che vanta oltre tre secoli di ininterrotta storia nella produzione d’alta gamma di tessuti maschili, ha costellato il 2016 con una nutrita serie di conversazioni fra eccellenze sartoriali e produttive. Protagonisti, di volta in volta, oltre ai tessuti del lanificio, le manifatture artigianali napoletane, siciliane, milanesi, messe a confronto per comporre l’abito perfetto. A scoprire le carte dell’eleganza, ad esempio, la scuola napoletana della Sartoria Solito che ha dialogato con il camiciaio Luca Avitabile attraverso le stoffe di Vitale Barberis Canonico e i cotoni del Gruppo Albini, tramite la sua manifattura d’eccellenza Thomas Mason.

Sempre Vitale ha messo l’accento su una delle sartorie più giovani d’Italia, i Vergallo di Varese, officina del bespoke, oggi guidata dai fratelli Gianni e Mariangela Cleopazzo.

Da Varese a Milano il tragitto è breve. Qui, ancora Vitale ha condiviso l’expertise manifatturiera dell’atelier Musella Dembech, che ha raccontato le principali fasi della confezione di un abito.

Se diventa difficile scegliere o selezionare la sartoria più rispondente alle singole esigenze ora c’è Aplomb. Un network che mira a riunire un pool di sartorie di tutta Italia e a offrire all’utente online un servizio di selezione con pochi clic.

Tanti quanti ce ne vogliono per farsi fare un abito su misura da Lanieri (foto d’apertura). Il primo e-commerce sartoriale italiano, che ora è diventato anche un punto di incontro fisico, tramite alcuni atelier sparsi sul territorio e le aperture in corso di Parigi, Bruxelles e Zurigo.
Altro clic sul mouse e si cambia completamente prodotto, senza perdere l’identità sartoriale. Damerini è un progetto leccese di cravatte su misura, solo ed esclusivamente selezionabili in rete.

Chi non rinuncia all’approccio fisico con il cliente è Calabrese, storica griffe napoletana di cravatte. È uno di quei marchi che da quasi un secolo annoda eleganza al collo degli uomini. Alla fantasia interpretativa di Gaetano – esponente della terza generazione di maestri cravattieri – si deve, negli anni ’60, la creazione delle pence, quelle piegoline di tessuto all’interno della punta che incorniciano la fodera. Oggi il marchio ha armonizzato la sua produzione affiancando alle cravatte anche borse e borsoni da viaggio, porta tablet e capsule di beachwear.

Anche i brand storici del made in Italy si fanno promotori di una nuova sartorialità capace di diffondere eleganza. È il caso di Corneliani, che ha lanciato il segmento Sartoria nelle sue collezioni. Pensato per chi fa del dettaglio il vero distinguo, questo slancio produttivo esalta la convivenza fra artigianalità e tecnologia manifatturiera, mirando a sottolineare la complessa costruzione della spalla e del giromanica, arrivando persino a customizzare il packaging.

Invece Maurizio Miri focalizza l’attenzione principalmente sulla giacca, suo cavallo di battaglia sin dagli esordi del 2009. Nel marchio si nota il preciso bilanciamento fra esprit creativo e attenzione al prodotto, senza mai dimenticare l’utente finale perché, «l’uomo elegante è quello di cui non noti mai il vestito», come sottolineava con arguzia W. Somerset Maugham.

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Aplomb: il network che avvicina la sartoria

Da sinistra, Luigi Ugge, Federico Grasso, Massimiliano Invernici

Una formula innovativa per far vivere la sartoria maschile sul web, ma senza snaturarne la connotazione fisica. O, per meglio dire, uno network online che, di fatto, accorcia le distanze tra sartoria e consumatore, e azzera anche il divario ideologico al riguardo. Tutto questo, e altro ancora, è Aplomb, una startup di ultima generazione che veicolerà le migliori sartorie presenti sul territorio nazionale, presentandone le peculiarità distintive e favorendone la diffusione verso l’utente finale. Dietro questo nuovo progetto c’è l’intuizione di Federico Grasso, uno studente di marketing dell’Università Bocconi, con le idee già ben chiare. Durante un viaggio all’estero e una conversazione con amici stranieri, il giovane imprenditore si è reso conto di quanto fossero diffusi i marchi del lusso a livello di notorietà e, al contrario, di quanto poco fossero conosciute le realtà sartoriali che costellano tutta l’Italia e che rappresentano la spina dorsale del menswear su misura. Detto, fatto. Con la partecipazione di Massimiliano Invernici, studente di marketing allo IULM, e di Luigi Ugge, anche lui bocconiano, entrambi in qualità di co-founder, sta nascendo la piattaforma destinata a colmare questo gap. Attraverso un sistema di interviste a sartorie e clienti e tramite il metodo Lean Startup, il network sta prendendo forma e direzione ben precise. Il progetto pilota, nei piani dei manager, dovrebbe partire dagli inizi del 2017. Il primo step sarà incentrato su Milano, per poi estendersi a tutta la penisola nei mesi successivi. C’è di più. A veicolare la piattaforma saranno alcuni influencer scelti in base alla loro attitudine sartoriale, che diventeranno Aplomb ambassador. Per tutti, una volta entrati nel portale, basteranno pochi clic per conoscere a fondo le sartorie presenti, studiarne i contenuti e, infine, selezionare quella più comoda da raggiungere per un appuntamento personalizzato o da cui farsi contattare direttamente a casa, tramite la venuta del maestro artigiano.

www.aplombtailoring.com

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Maurizio Miri: professione designer. Di giacche

Per la giacca da uomo l’essenziale è lo stile. Non sarà un aforisma di Oscar Wilde, ma interpreta alla perfezione l’identità estetica di Maurizio Miri che, a questo caposaldo dell’abbigliamento maschile, dedica tutta la sua creatività. E lui è uno che di giacche se ne intende. Sarà per l’aria di moda respirata fin da bambino grazie all’attività dei genitori (a 14 anni è già responsabile della private label di famiglia) sarà per un’attitudine insita nel dna, fatto sta che Miri, le giacche maschili, le interpreta in maniera sempre nuova e inusuale. Sembra facile mantenere intatti certi canoni estetici di stampo tradizionale ed essere, al contempo, anche in grado di innovarli, ma solo alcuni ci riescono. Maurizio è uno di questi. Nato Mangano di cognome, ma chiamato affettuosamente Miri fin da piccolo, lo stilista, bresciano di origini ma cosmopolita nella visione, da subito procede nel suo progetto estetico su due direttrici parallele. Appaiono da un lato la pura creatività – che lo porta a ideare una tipologia di giacca reinterpretata nelle proporzioni e nei contenuti – dall’altro non si perde mai di vista la commerciabilità del capo finito, mescolando acutamente design e ricerca di prodotto. Il risultato è una identità maschile dal imprinting forte e ben delineato, che fa leva su stondature, insellature dalla spalla, millimetriche proporzioni della sciancratura e sull’utilizzo di tessuti di alta gamma, così da definire una nuova tipologia del vestire maschile. Un mix accuratamente calibrato di sartorialità moderna e attenzione all’utente finale che, fin dagli inizi del 2009, spicca nel vasto panorama del made in Italy. Dopo gli esordi a Pitti Immagine Uomo e la presenza come special guest al salone internazionale di White Milano, che hanno consolidato la sua caratura, oggi Miri si affaccia anche sul panorama femminile. Con la medesima identità stilistica.

mauriziomiri.com

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On board: la mostra all’inizio della creatività

Come nasce una collezione di moda? Qual è il punto di partenza? Qual è il motivo ispiratore? A tutte queste domande (e altre ancora) risponde la mostra On board – il principio della creatività, una collettiva curata da Simone Marchetti e ospitata nei nuovi padiglioni di Milano Unica a Rho Pero fino all’8 settembre, che poi approderà nel calendario ufficiale della Camera Nazionale della Moda durante la prossima Milan Fashion Week. L’esposizione sonda i percorsi creativi di alcuni fra gli stilisti più talentuosi del panorama contemporaneo internazionale attraverso il loro moodboard, ovvero il cuore pulsante di quella creatività che poi si vede sfilare in passerella e che occhieggia dalle vetrine delle boutique. Questo viaggio estetico alle radici della moda racchiude in sé tutte le suggestioni ideative di cui ogni griffe si appropria, passando dagli input del contesto sociale a quelli culturali, senza tralasciare l’analisi geo politica del momento e lo sguardo al futuro che verrà. Incasellati in uno scenario a riquadri singoli, i moodboard mantengono quel respiro privato che spinge l’osservatore a focalizzare l’attenzione sull’incipit del designer. Diciannove i protagonisti: Antonio Marras, Arthur Arbesser, Blumarine, Etro, Fausto Puglisi, Fendi, Marco De Vincenzo, Marni, MSGM, N.21, Philosophy di Lorenzo Serafini, Ports1961, Prada, Pucci, Salvatore Ferragamo, Stella Jean, Trussardi, Valentino, Versace a cui si aggiungono i lavori della Parson School di New York e della Central Saint Martins di Londra. Non mancano le realtà di domani, gli elaborati dei migliori studenti provenienti da IED, AOFL, Domus Academy e Istituto Marangoni. Dopo Milano Unica, On board si trasferirà al Padiglione Visconti di via Tortona, 58 a Milano dal 22 al 26 settembre e sarà aperta al pubblico.

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Mandarina Duck: in viaggio per le capitali della moda con il nuovo zaino Utility

Un viaggio reale e virtuale dentro e intorno al mondo della moda. Parte da qui, anzi, riparte da qui, da questo innovativo progetto che mescola web ed heritage, design e innovazione, la riconferma di Mandarina Duck come brand iconico made in Italy. Cinque zaini nuovi di zecca, otto blogger globe trotter e altrettante fashion week di caratura internazionale i protagonisti di questa nuova avventura del brand dell’anatra gialla. Dietro cifre e personaggi, la felice intuizione di Giovanni Bonatti, ceo del marchio da dicembre 2015, che ha ideato lo Utility Regeneration Project: la rivisitazione, a quasi quarant’anni di distanza, dello storico zaino Utility, lanciato nel 1977, attraverso il tratto sicuro dello stilista Denis Frison, direttore creativo del marchio. Queste nuove versioni sono protagoniste di un fashion journey attraverso le capitali della moda compiuto dagli influencer prescelti e il risultato è un video-diario di viaggio in progress che chiunque può seguire online, sul sito dedicato al Regeneration Project. Il tour è partito da Firenze e, più precisamente dalla 90esima edizione di Pitti Immagine Uomo di giugno 2016, con K.E. Guerre; Fredrik Risvik ha fatto tappa a Milano Moda Uomo; Fabrizio Oriani è stato al menswear di Parigi, mentre Paola Turani ha viaggiato fino a Berlino. A New York ci va Gianni Fontana, invece Copenaghen è la tappa di Laura Noltemeyer e Stoccolma quella di Frank Gallucci. Alla London Fashion Week di settembre sbarcherà Asena Saribatur.
MANINTOWN ha incontrato Giovanni Bonatti per conoscere a fondo il progetto e le novità di Mandarina.

Qual è lo spirito di questo progetto?

Riportare Mandarina Duck al posto che gli compete. È stato uno dei brand più iconici degli anni ’90 assieme alla Coca Cola, agli Swatch e alla 500. Per me, rilanciare il marchio, vuol dire ripartire dal prodotto più significativo, lo zaino Utility, proposto nel 1977 e adesso rivisitato in chiave contemporanea. Le persone hanno di Mandarina un bellissimo ricordo, come di un amico che le ha accompagnate per tanto tempo e ora si è scolorito. Per questo motivo vogliamo rigenerarci, per far riscoprire al consumatore questo legame affettivo.

 Com’è il nuovo zaino Utility?

Risponde alle esigenze dell’uomo di oggi e asseconda le necessità della tecnologia moderna. È organizzato in modo da accompagnare durante tutta la giornata, con un contenuto funzionale, ma non a discapito dell’eleganza. Le nuove cinque versioni sono tutte unisex, con tessuti, materiali e colorazioni completamente rinnovati. Abbiamo voluto che fosse un prodotto multifunzionale, con la bellezza intrinseca dell’Italian design. La scelta dei nomi giapponesi (uno dei modelli si chiama Kyoto ndr.), invece, è stata dettata dal fatto che il Giappone, con i suoi grandi spostamenti quotidiani, ci rappresenta bene.

Perché è stato scelto Denis Frison come stilista e direttore creativo?

Ho voluto un designer che non provenisse dal mondo degli accessori. Denis ha una grande passione per forme e materiali e una grande esperienza nei capispalla. Ha lavorato con Henry Cotton’s e, attualmente, sta lanciando la sua linea e aprendo un monomarca a Los Angeles.

Come è nato questo link tra Mandarina, gli web influencer e le fashion week internazionali?

Mandarina ha sempre cercato l’avanguardia, anche nella comunicazione. Penso che sia giusto usare i sistemi più moderni per raccontare il nostro mondo.

Con quale criterio sono stati scelti gli influencer?

È stata una ricerca dettata dalla multiculturalità. Abbiamo voluto e selezionato uomini e donne più o meno giovani e di differenti Paesi, per dimostrare la trasversalità del nuovo prodotto e per trasmettere un messaggio globale. Poi, zaino e viaggiatore si sono scelti vicendevolmente, a riprova di quanto il brand rappresenti al meglio le diverse esigenze della persona.

Qual è il consumatore tipo di Mandarina Duck?

Più che di uomini e donne si può parlare di individui e cittadini cosmopoliti. Mandarina accompagna le persone nella loro globalità e targhettizza questa tipologia di persone. È più un attitude che un semplice marchio di accessori.

In quale direzione si stanno orientando i progetti di diffusione del marchio?

Attualmente siamo maggiormente presenti in Cina e Corea, meno in Europa. L’obiettivo della distribuzione è quello di tornare a essere presenti nei migliori multimarca del mondo. Abbiamo cominciato con LUISAVIAROMA a Firenze, durante il Pitti Uomo.

www.mandarinaduck.com

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Calabrese 1924: da un secolo (o quasi) prende gli uomini per il collo

Un gustoso pamphlet degli anni ’80 del secolo scorso esamina entomologicamente “follie e virtù, storia e attualità, psicologia e linguaggio” della cravatta. Presentato dal conte Giovanni Nuvoletti, famoso bon vivant e marito di Clara Agnelli, sorella dell’Avvocato d’Italia, l’Elogio della cravatta (Idealibri,1982), indaga a fondo su questo oggetto del desiderio maschile e sui suoi significati intrinsechi ed estrinsechi, rivelando pure preziosi indizi su come indossarla. Dettami validissimi anche adesso, a più di trent’anni di distanza, a dimostrazione che l’eleganza non è una questione di tempi o di diktat passeggeri e che la cravatta è tutt’ora protagonista per eccellenza del guardaroba maschile. Chi di eleganza da annodare attorno al collo se ne intende davvero è Calabrese 1924. A dispetto del nome, anzi del cognome, non siamo a Reggio Calabria e dintorni, poiché è un purissimo marchio napoletano di cravatte d’autore. La storia della griffe comincia negli anni ’20 all’ombra del Vesuvio, grazie all’intuito imprenditoriale di Eugenio Calabrese. Esteta e cultore del ben vestire, fu lui a fondare il piccolo laboratorio di sartoria da cui tutto ebbe inizio. Con Francesco, figlio del fondatore, le cravatte fecero il giro d’Europa e oltre, conquistando i colli più esigenti e raffinati. A Gaetano, e siamo alla terza generazione di creatori di stile, negli anni ’60 si deve l’invenzione delle pence posteriori, quelle piegoline di tessuto sull’interno della punta che incorniciano la fodera, così da non farla apparire lungo i bordi. Oggi, al timone di quello che può essere considerato uno dei cravattifici sartoriali più antichi d’Europa, c’è Annalisa, la figlia di Gaetano. Con lei la griffe ha ampliato e armonizzato la dimensione produttiva, affiancando alle preziose cravatte, sciarpe, borse e borsoni da viaggio, porta tablet e una capsule di beachwear. Sempre partendo dall’assioma che: eleganza vuol dire esprimere se stessi.

www.calabrese1924.com

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Il maschile sartoriale di Climber B.C. all’ombra della Madonnina

Si respira aria nuova a Milano. La ventata di novità riguarda un menswear dal carattere sartoriale e viene dalla Turchia, più precisamente da Adiyaman, un millenario insediamento sulla Via della Seta, ora patrimonio mondiale dell’Unesco. Da lì è partita l’avventura di Climber B.C., marchio fondato nel 1995 dai fratelli Samsama che fa parte della holding Cuno, una multinazionale con interessi ramificati in diversi settori d’azione. Già prim’attore a Pitti Uomo da qualche stagione, ora Climber B.C. ha inaugurato nel capoluogo lombardo un’importante showroom in via Borgonuovo. Con quest’apertura il marchio si appresta a scalare le vette del sartoriale maschile, grazie all’elevata qualità dei tessuti impiegati, tutti made in Italy e al concentrato di stile impresso al brand dalla matita di Erkan Çoruh, talentuoso designer premiato all’edizione 2010 di Who is on Next?. Çoruh è il direttore artistico sia della main line che della Climber B.C. Sartorial. Con lui la silhouette diventa asciutta e disinvolta anche quando si riverbera nelle giacche a doppio petto, accompagnate dai pantaloni skinny, e nei completi rigorosi. C’è di più. La Black Climber B.C., invece, è l’anima energica di questo menswear d’alta gamma, ed è tratteggiata dal designer Ümit Ünal. Tutte queste espressioni d’abbigliamento sono nel segno di Migration, il tema portante dell’estate 2017 che riunisce in sé il tocco artigianale, la capacità industriale, la tradizione che viene dall’Oriente e l’appeal occidentale. A Dilara Deniz Celebi il ruolo di Senior Manager per l’Italia, di questa realtà che è già distribuita in più di 30 Paesi attraverso una capillare rete di multibrand e monomarca.

www.climberbc.com

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Casentino: un tessuto antico per una nuova moda

Il doppio petto in versione bordeaux

Sin dall’etichetta si intuisce di cosa si tratta, perché è intinta nel brillante arancione tipico del Panno Casentino. Poi, però, si scopre che gli Opifici Casentinesi sono andati ben oltre il mero discorso cromatico. Questo nuovo marchio, è nato nel 2015, valorizza e attualizza sia il pregiato tessuto sia il territorio di produzione, concentrato, appunto, dove sorge il distretto Casentino, in provincia di Arezzo. Da lì, dal cuore della Toscana, parte questo progetto di moda ideato da Giorgio Permunian e Milena Motta. Se Permunian ha alle spalle lo sviluppo e la distribuzione di prestigiosi marchi del fashion system, Milena è una designer che, nel corso degli anni, ha prestato la sua raffinata matita a numerosi brand internazionali. Ai due si è unito Francesco Occhiolini, proprietario della Casentino Lane, filatura d’eccellenza per il Panno. Dal loro incontro professionale sono scaturiti gli OC, con l’impegno di organizzare l’intera filiera produttiva, dal fiocco di lana al capo finito, e con l’intento di creare un lifestyle che mantenga ben viva la tradizione e la proietti verso le nuove esigenze del fashion system. Questo programma estetico e concettuale ha regalato una vivace personalità alle creazioni declinate nello storico e riccioluto panno. Alleggerito nei pesi, rigenerato nel design e attualizzato nelle cromie – ci sono anche un profondo nero e un vellutato aubergine colori impensabili fino a qualche tempo fa – il tessuto si presenta, ora, in una nuova veste sartoriale e diventa protagonista di impeccabili over a doppio petto, di scattanti peacot e parka e, persino, di cinture intarsiate con la pelle. Il vero colpo di fulmine, però, è per i pantaloni, dove il panno viene proposto nella versione Light Flat, ottenuta pressandolo fino a farlo diventare ultra leggero. Sicuramente fa un certo effetto pensare che, prima di oggi, abbia ammantato Dante Alighieri, mentre componeva i versi della Divina Comedia e abbia tenuto ben caldo Filippo Brunelleschi, quando si issava sui ponteggi della sua cupola di Santa Maria del Fiore, a Firenze. Sì, perché il Casentino si affaccia dai guardaroba di tutto il mondo da più di ottocento anni ed è uno dei tessuti italiani più antichi ancora in auge. Rinvigorito di moderna creatività continuerà a solleticare i palati più esigenti della moda, sia maschili che femminili.

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