3 nuove voci da seguire adesso

Siamo in pieno autunno e i cantautori hanno voglia di guardarsi dentro e far i conti con le loro emozioni. L’estate è finita, tuttavia il ritornello di “Topless” è ancora presente nei nostri pensieri, in ricordo dei bei momenti trascorsi con amici e amori estivi. Proprio ora Luchè ha deciso di interrompere un silenzio discografico durato diversi anni con un pezzo esplosivo assieme all’artista e produttore musicale Geeno. La fruttuosa collaborazione tra i rapper è una delle più longeve del panorama musicale italiano. Non solo rap , ma anche altri giovani cantanti hanno lasciato il segno nel cuore degli italiani negli ultimi mesi. Un esempio tangibile è Federica Marinari, artista emergente conosciuta al pubblico soprattutto per la vena malinconica contenuta nei suoi testi. 



Luca Imprudente, meglio noto come Luchè, inizia la sua carriera nel mondo dell’hip hop come rapper/producer del duo Napoletano CoSang, che si scioglie all’inizio del 2012. Chi segue Luchè dagli esordi è stato spettatore del suo passaggio artistico: primo album solista, dal napoletano all’italiano. Il disco esce il 19 giugno con il titolo L1, contenente collaborazioni di prestigio come quelle con i Club Dogo, Marracash ed Emis Killa. Nel 2014 esce il suo secondo album, L2, mentre il suo terzo disco, Malammore, viene pubblicato dalla Universal nel 2016 ed ottiene un ottimo riscontro a livello di vendite. Il suo ultimo lavoro, prima di “Topless”, è uscito nel giugno 2018, con il titolo Potere

Cosa ti stimola di più a scrivere i tuoi testi?

Quando scrivo prendo spunto esclusivamente dalle mie esperienze di vita, è un bisogno che ho di raccontare quello che mi succede, ovviamente cercando di aggiungere un tocco di poesia o magia per rendere i brani più interessanti e potenti emotivamente per l’ascoltatore. Diciamo che è una necessità che sento quella di comunicare con la gente, l’obiettivo che mi pongo è proprio quello di toccare le persone, sia nei pezzi più intimi dove punto a far ragionare l’ascoltatore sia nei brani più leggeri dove cerco di strappare un sorriso o ancora meglio, incoraggiare le persone a sentirsi forti.



Nei tuoi pezzi emerge molta sofferenza, nel tuo nuovo album ci sarà sempre questa vena malinconica o ipotizzi un’evoluzione diversa?

La sofferenza è parte della mia musica semplicemente perché è parte della mia vita. Ed è anche un bene quando la si usa nel modo giusto e la si trasforma in grinta. Nel nuovo disco ci sono sicuramente elementi che si trovano nei miei lavori precedenti: la matrice del mio stile rimane sempre quella, ma cerco di evolvere il sound, le melodie e anche gli argomenti, in base a come variano le fasi della mia vita. Ma il carattere di una persona resta quello, così anche la mia musica.



Geeno, nome d’arte di Guido Parisi, è un produttore italiano, originario di Napoli, noto principalmente per le sue collaborazioni con Luchè. Inizia la sua carriera con l’alias O’Nan formando il duo rap Insolens con il rapper El Niño. Formava con Luchè il duo di produzione First Million.

Quali sono gli ingredienti fondamentali per riuscire nel tuo lavoro?

In realtà sono molteplici i punti: quello che mi ha sicuramente aiutato è stato il fatto di essere curioso rispetto alla musica. Non essermi soffermato su un solo genere musicale mi ha permesso negli anni di avere un’apertura che ho notato, e poi apprezzato, solo una volta cresciuto. 

E lo ritrovo come l’ingrediente principale, perciò siate curiosi. Un’altra cosa che reputo quasi fondamentale è stare in un luogo che mi ispiri: troppo spesso si pensa che i lavori migliori nascano in studio, davanti a macchine costose. 

Amo lavorare anche da camera mia. È un posto dove mi ritrovo volentieri, è la mia comfort-zone. 



Pensi che ci sia tanta competizione nel vostro settore rispetto al passato? Perché? 

La competizione, come concetto, non esiste: è più un volersi affermare sull’altro. L’esercizio di stile che poteva esserci un tempo si è trasformato in un qualcosa che non riconosco ancora oggi, motivo per il quale per un po’ di tempo ho smesso di produrre.  

Vivere al di fuori di certe dinamiche mi ha concesso la libertà di formare quella consapevolezza che mi permette oggi di pensare solo al mio viaggio, avere un “focus” preciso su ciò che voglio fare e quello che voglio trasmettere con le mie produzioni. 

Cosa consigli a chi oggi ti dice che vorrebbe sfondare nel mondo della musica? 

Il primo consiglio è quello di lavorare alla musica con l’obiettivo di restare alle persone, e non di arrivare.  È un concetto che spesso si ignora, ma l’ascoltatore percepisce questa “voglia di successo”, che sfocia nell’essere banali in ogni cosa che si fa. Fare gavetta è fondamentale. Lavorare, ascoltare, conoscere, è questo quello che ti forma come artista. La musica come materia, per chi produce è fondamentale. Imparare a suonare uno strumento ti facilita in moltissime cose. Ogni genere, ogni canzone può essere motivo di ispirazione, e solo la cultura ti permette poi di superarti e stupire sempre di più chi ti ascolta e di conseguenza segue.



Appassionata di musica fin da bambina, Federica Marinari, nel 2019 prova a fare il suo ingresso nella scuola di Amici di Maria De Filippi e, dopo un duello con Daniel Piccirillo, riesce grazie alla sua voce a conquistare un banco. Anche il talent di Canale 5 si dimostra però avaro di soddisfazioni per lei. 

Ci parli del tuo rapporto viscerale con la natura? Come mai hai scelto di vivere isolata in Toscana? La malinconia che emerge nei tuoi testi è dettata anche da questo tuo isolamento?

Credo che natura significhi essere vivente. Noi siamo esseri viventi. Credo ci sia un rapporto universale di rispetto tra uomo, natura e animali. Quando il rapporto viene volontariamente interrotto, la pace finisce. L’uomo fa troppi torti ad altri esseri viventi, torti sgradevoli e tranquillamente evitabili. Non a caso tra calamità e pandemie l’essere umano sta perdendo la partita. I suoni della natura sono il nostro quotidiano. Dobbiamo imparare ad ascoltare fiumi, mare, temporali, vento e versi animali aiuta l’orecchio ad essere più sviluppato, la mente più attenta e il cuore più sensibile. A me piace stare in posti dove nessuno giudica nessuno e dove tutti rispettano tutti. Amo anche la città, per esempio Milano, dove spero un giorno di poter vivere. Il patto è che ci siano persone in grado di amare e vivere le diversità, senza sentirsi superiori rispetto al “resto”. Essere lunatica è il mio forte: un giorno sono blu l’altro giallo frizzante. Ci sono tante cose che mi disturbano e che mi fanno talmente “incazzare”… Cantare mi libera, mi aiuta a buttare fuori questa rabbia devastante. 



Raccontaci della tua esperienza ad Amici… Ti sei mai sentita inadeguata in quel contesto? Perchè?

“AMICI” è una grande opportunità certamente, una sorta di “servizio militare” di pochi mesi in cui bisogna tirare fuori gli “attributi”. Un’esperienza importante, sono felice di averla fatta anche se spesso mi sono sentita inadeguata per tanti atteggiamenti falsi e opportunisti. Effettivamente è una competizione e comprendo con maturità dopo qualche anno che in quel contesto “uno su mille ce la fa”. Quando si fanno i programmi televisivi ci si aspetta che dietro ci siano dei “programmi”, ma bisogna ricordare che dietro a quel “prodotto” c’è un essere umano, che crede in quello che fa, con un cuore e una distinta sensibilità.

Il rap senza confini di Random, dai social a Sanremo

Photography Simone Conte

Art direction & Production Miriam De Nicolò

Styling Sofia Radice & Miriam De Nicolò

Photographer assistant Luigia Imbastaro

Grooming Elisa Maisenti

Press Office Wordsforyou

Cover look: Coat, hoodie and pants | Collini; Shoes | Vic Matiè

Il freestyle ai tempi della scuola, la prima canzone pubblicata su Facebook a 14 anni, l’album Giovane oro col producer Zenit che sancisce l’avvio di una fruttuosa collaborazione, ascolti monstre sulle principali piattaforme di streaming, sei dischi di platino (tre per Chiasso, il singolo con cui è definitivamente esploso nel 2019), featuring di peso (Gué Pequeno, Carl BraveEmis Killa e Gio Evan tra gli altri), un EP – Montagne russe – rimasto per settimane nella top 10 dei più venduti. Sono questi i momenti salienti della repentina scalata ai vertici dell’industria musicale di Random, pseudonimo di Emanuele Caso, enfant prodige del rap nostrano. Ventenne, nato a Massa di Somma ma cresciuto a Riccione, indicato a suo tempo da Mtv New Generation come artista del mese, è già arrivato ai palcoscenici televisivi che contano (nello specifico, quelli di Amici Speciali, spin-off del programma di Maria De Filippi, nel 2020, e del festival della musica tricolore per eccellenza, Sanremo 2021), e sembra avere tutte le carte in regola per confermarsi come uno degli astri più fulgidi della new wave italiana. D’altra parte è lui il primo a volersi spingere oltre, affermando di aver ricominciato a  «vivere la musica come facevo quando non ero nessuno, è questa la chiave giusta per avere successo secondo me».



Sei molto attivo online e in particolare su TikTok, che ha veicolato il boom di Chiasso, brano certificato triplo disco di platino. Cosa apprezzi maggiormente dell’app di ByteDance e, più in generale, come vive i social un cantautore il cui successo passa (anche) da loro? 

Devo sicuramente parte del mio successo a questa piattaforma, ha rivoluzionato il modo di condividere la musica e trovo sia meritocratica, se sei costante e hai dalla tua bei contenuti, puoi arrivare a tante persone. Per un cantautore della nuova generazione i social possono essere davvero utili per farsi conoscere da migliaia di utenti con un semplice video, sono però anche un’arma a doppio taglio perché questi ultimi possono farsi condizionare, stabilendo che se una canzone non è particolarmente “tiktokabile” allora non è bella, ma non è vero; ogni brano ha la sua storia, il suo mondo, il suo modo di essere enfatizzato in un determinato contesto.

Quali canzoni o autori pensi abbiano influito di più sulla tua maturazione artistica?

All’inizio della mia carriera ero un fan scatenato di Emis Killa (se dovessi indicare una sola canzone direi Parole di ghiaccio, mi ha molto influenzato) e Marracash, la sua Sabbie mobili mi ha dato tanto. Con il passare del tempo mi sono lasciato ispirare da altri cantanti italiani, come Sfera Ebbasta e Jovanotti, e internazionali, ad esempio Ed Sheeran o Justin Bieber, adoro tutta la loro discografia, scegliere è difficile.

Se dovessi descrivere il tuo sound usando solo tre aggettivi?

Dirompente, vero, emozionante.



Hai collaborato con artisti di primo livello, da Gué Pequeno a Carl Brave, con chi immagini il feat dei tuoi sogni?

Mi piacerebbe collaborare con Sfera Ebbasta, come dicevo lo apprezzo molto, ha decisamente una marcia in più. Poi Ultimo, al quale mi sento affine, e Jovanotti.

Nel 2020 ti sei distinto tra i concorrenti di Amici Speciali, tra l’altro hai raccontato di aver provato a partecipare alla trasmissione di Maria De Filippi quando avevi 17 anni, com’è stato in definitiva l’approdo al principale talent italiano

L’esordio in televisione è stato un momento fondamentale del mio percorso creativo, grazie ad esso sono potuto entrare in contatto con il grande pubblico e, viceversa, quest’ultimo ha avuto la possibilità di conoscermi. Ho imparato tante cose, studiando per la prima volta canto, imparando a muovermi davanti alle telecamere. Ringrazio Maria e Stash (il frontman dei The Kolors con cui ha duettato nel programma, ndr) per la fantastica esperienza.

Hai partecipato al festival di Sanremo 2021, cosa puoi dirci a riguardo, com’è stato per un ventenne cresciuto – e affermatosi – sul web confrontarsi con uno dei massimi simboli della tradizione musicale italiana? 

Lo considero un altro enorme passo in avanti nella mia carriera, essere in gara a Sanremo mi ha tolto il fiato e mi ha formato, tantissimo. Ero incredibilmente emozionato, quasi incredulo di far parte di un cast di cantanti del genere, sono tuttora riconoscente per aver calcato il palco dell’Ariston.



Il rap è un genere fortemente connotato sotto il profilo dell’immagine, quanto conta per te lo stile, e come lo definiresti?

Penso sia cruciale avere un bel personaggio, la percezione che si ha di un artista passa anche da come appare dall’esterno; puoi fare della musica stupenda, ma se non hai una visione stilistica ed emotiva sei al 50%. In questo periodo sto lavorando parecchio in questa direzione.

A novembre il tuo tour farà tappa a Roma e Milano, cosa ti aspetti dalle due date? Come speri sia il ritorno on stage dopo tutto quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo?

Saranno i miei primi due concerti veri e propri, un’emozione unica. Voglio che sia uno spettacolo in tutti i sensi e mi sto impegnando al massimo affinché lo sia. Mi piacerebbe ci siano persone che magari non conoscono nemmeno una nota delle mie canzoni e, sentendole, se ne innamorino.

Hai in serbo qualche novità che vorresti svelarci?

Posso dirvi che sto componendo diverse canzoni con produttori con i quali non avevo mai lavorato, e sperimentando nuove sonorità. Sto uscendo dalla mia zona di comfort e ricominciando a vivere la musica come facevo quando non ero nessuno, è questa la chiave giusta per avere successo secondo me.



Dal disco “You are the movie, this is the music”, di Joe Schievano arriva anche il videoclip di Agua Ventosa

Dopo il successo dell’ultimo album You are the movie, this is the music, il compositore e Sound Designer Joe Schievano presenta il videoclip di uno dei brani più significativi del disco: Agua Ventosa, che uscirà l’11 ottobre.

Originariamente, il pezzo è stato pensato per il docufilm portoghese diretto da Marco Schiavon Agua Nas Guelras (2020), interamente ambientato nelle Azzorre, in una terra solcata da vento e oceano. Tanto nel film quanto nel videoclip, l’elemento marino fa da sfondo concreto alla musica, esprimendo con poetica intensità carattere e passione.

Un ruolo fondamentale è quello del violoncello, “lo strumento più struggente e profondo che descrive ogni mare”, suonato dalla talentuosissima Laura Balbinot.

Attraverso immagini e suoni, Schievano riesce a creare una coinvolgente narrazione dell’elemento acqua e del suo incontro con il vento, un archetipo dei nostri confini interiori, dove i moti dell’anima s’incontrano e ne formano continuamente di nuovi.



Girato sulle spiagge tra Palo, Ladispoli e Marina di San Nicola, sulle coste laziali, il videoclip – fortemente evocativo e con la regìa di Jessica Tosi – mostra una ragazza, Teresa Farella, ideale personificazione della ninfa greca Actea (ninfa abitatrice delle coste marine), danzare avvolta da un abito creato ad hoc dalla costumista Maria Giovanna Spedicati, ispirato alle onde del mare, ma composto di materiale plastico, a denunciare l’alienazione umana delle leggi della natura.

Agua Ventosa, prodotto da Tàdan, vuole essere un brano passionale, struggente, con una sottesa vena di denuncia, ma anche un’opera riflessiva, capace di riconciliarci con una natura e con i suoi equilibri dati troppe volte per scontati.

Il futuro è la slow music e ce lo insegna Marianne Mirage

L’incontro visivo e il talk con Marianne Mirage è uno dei più attesi delle ultime giornate di caldo. Ci interessa scoprire come l’artista, nel corso degli ultimi anni, si sia evoluta fino a connettere la pratica dello yoga alla sperimentazione musicale. E a chiederle come Patti Smith, si proprio la Gran Madre della musica rock, l’abbia scelta per gli open act dei suoi concerti italiani.

Marianne ha un background fenomenale, una vita da giramondo con in tasca una laurea in Lettere e Filosofia e una borsa di studio, in qualità di attrice, al Centro Sperimentale di Cinematografia. Le sue classi yoga, che uniscono la musica alla pratica, sono sold out.

Misticismo e benessere, le rilassanti note di Marianne Mirage in esclusiva su Manintown.


Cappa Valentino, swimsuit Arrabal

Leggere la tua biografia è entusiasmante. Un padre pittore, una passione per il globe trotting, Sanremo con il brano firmato da Francesco Bianconi (Baustelle), soundtrack di pregio e una rosa di artisti che ti ha scelta per gli open act, tra cui spiccano Brunori, Patty Pravo e Tamino. L’occhio cade, però, su Patti Smith e l’interessante ingaggio avvenuto grazie a Youtube, è tutto vero?

INCREDIBILE EH? DREAM UNTIL IS YOUR REALITY. Quando vivi ogni giorno con tanta ricerca e voglia di scoperta non te ne rendi conto, infatti ancora oggi non guardo mai indietro. Ho anche imparato a non guardare troppo il futuro, senza fare tante previsioni. Mi godo il presente con tutte le cose che ha da offrire. Questo per me è la felicità. Tutti i ricordi restano ancorati nei miei comportamenti e nei modi di fare, diventando frutto di tutte le mie esperienze. Carver (scrittore americano) scriveva: “prendi tutto e mettilo a frutto”.



Possiamo affermare che tu sia stata un vero e proprio “miraggio” per tutta la fanbase che, dapprima ti seguiva come musicista, e ora ti segue anche per la pratica yoga. Infatti, durante il periodo di pandemia sei diventata un punto di riferimento per i tuoi follower, grazie alla condivisione della tecnica di meditazione personale accompagnata dal suono delle campane tibetane, della tua voce e della chitarra. Come è nata l’idea e che evoluzioni ha subito dopo tre lockdown?

La potenza dei gesti impulsivi è ingovernabile. Ricordo di aver preso una decisione netta. “Se a me lo yoga ha dato forza e mi ha insegnato a non avere più paura dovrà essere la mia missione farlo conosce alle persone che ne sentiranno la chiamata”. Pratico Yoga da 9 anni e il mio percorso è sempre stato una passione vissuta nel mio privato. I miei maestri Dharma Mittra a Nyc e Gaia Bergamaschi a Milano sono stati la fonte del mio sapere. Poi ho sentito di dover trasmettere quello che avevo imparato è così è nato Yoga Mirage che ora si espande sempre più con una community stupenda di persone sensibili e coraggiose, li conosco per nome e amo vedere i loro nuovi risultati durante le pratiche yoga. Yoga vuole dire unione, questo è il nostro mantra. Ci lega un forte filo d’oro prezioso. La musica oltre la pratica ci aiuta e creare un legame emotivo forte.



21 luglio 2021, la data segna la rinascita di Marianne Mirage grazie all’album “MIRAGE” che guida l’ascoltatore in un viaggio musicale ricco di sperimentazioni. L’album abbraccia davvero tante sonorità, grazie alla versatilità dell’artista, planando dal jazz all’atmosfera delle colonne sonore italiane degli ‘anni 60. La sua durata è di un’ora, proprio come la pratica yoga.

Quanto tempo ha richiesto e come si è sviluppata la sua realizzazione?

Bella domanda perché in realtà durante questo anno così strano, dedicato all’immersione dentro di noi, alla meditazione e alla consapevolezza delle nostre fragilità, è nata la necessità spontanea di creare una musica che ci accompagnasse in questi viaggi dilatati nel tempo. 

Ho conosciuto Marquis (giovanissimo produttore) che aveva la stessa idea. Abbiamo fatto i bagagli e siamo partiti per il Lido di Dante in Romagna (mia terra di origine) dove abbiamo preso uno studio al mare, per registrare il disco durante la pratica all’alba, immersi nella natura e nelle onde. Il disco è nato così, in simbiosi con la natura e gli strumenti musicali (moog, farfisa, vibrafono, arpa). Uno dei giorni di registrazione camminando ho incontrato un pavone per strada e da quel segno ho capito che stavamo facendo la cosa giusta. 


Total look Missoni, occhiali Isabel Marant

Marianne respira natura, vive in una casa giardino e la sua evoluzione è stata scelta anche da Nike che, per la sua audience worldwide, ti ha commissionato un video esclusivo che unisce la pratica yoga all’esperienza sonora. In programma, inoltre, una lunga tournée che ti vede interessata a portare le arti olistiche in tutto il mondo. Quali sono le tappe dell’immediato futuro?

La pratica che ho ideato per Nike è stata bellissima da realizzare perché il team era totalmente dentro l’esperienza. 

Ora, dopo i retreat in Grecia e Puglia ci sono stati i concerti e ci saranno appuntamenti di Yoga Mirage in tutta Italia per praticare insieme. Infine una bellissima sorpresa, il sito www.yogamirage.com, un luogo dove condividere pratiche di yoga, pensieri, musica ed emozioni, sempre nel mio mood molto Rock and Roll.



Ti abbiamo visto, in qualità di relatrice, sul palco del Tedx di Rieti. Il tema del monologo è stato “Respirare”, per chi non ha partecipato dal vivo come potresti riassumerlo? 

Nasciamo con un inspiro e moriamo con un espiro… lo sapevi?

Durante lo shooting l’esplosiva Marianne chiede di aggiungere un commento riguardante la giornata trascorsa insieme: “Questo nostro incontro è stato magico. Le fotografie non sono solo da guardare, sono da sentire. Ti devono far viaggiare, in un istante ti traghettano in un mondo. Questo secondo me è stato il nostro viaggio tra le dune di ghiaia. Ho amato tutto il team di lavoro che si è lasciato trasportare dal l’energia del disco e abbiamo messo in immagini quello che il disco racconta”.



Photographer Paolo Musa

Special content direction, production, interview and styling Alessia Caliendo

Make up Elena Bettanello @ Julian Watson Agency

Hair Gianluca Grechi

Location Cave Rivolta Inerti Rivolta srl

Beauty Faced

Special thanks l’Altro Tramezzino

Alessia Caliendo’s assistant Andrea Seghesio

Backstage Photographer Riccardo Ferrato

Il singolo estivo dei musicisti Pandem e Ange Biamba: Panda No Bamba

Dopo l’impegno politico e l’esperienza francese, il duo sperimenta sonorità raggae proponendo un pezzo tutto da ballare.

Stavolta si viaggia a Kingston: “Panda No Bamba” è l’ultimo singolo di Pandem (pseudonimo di Andrea Turchi) e Ange Biamba al cui ascolto sarà difficile rimanere fermi. Sonorità raggae, allegria e spensieratezza.

E’ questo il dna musicale del nuovo pezzo dei musicisti. Un metissage musicale frutto del sodalizio artistico e dell’amicizia di due giovani artisti: Pandem e Ange Biamba, rispettivamente italiano e francese. L’urban e le sperimentazioni hardcore del giovane francese
incontrano il cantautorato italiano che anima le vene del musicista italiano. Insieme i due sperimentano nuovi suoni incessantemente, pescando il meglio da ogni cultura di tutto il mondo.



Riguardo alla genesi del testo, Pandem dichiara: “Panda No Bamba è la canzone più recente del repertorio, è passata davanti a tante altre per essere il prossimo singolo. “Tutto è partito da una festa di compleanno fatta in pineta fra Marina di Grosseto e Principina nell’estate 2019. Lì c’erano amici carissimi di cui alcuni possono essere definiti dei Musi, (si, ho declinato il termine
femminile al maschile, talmente è forte l’affetto che provo per loro), i quali più di una volta mi hanno ispirato temi, musica e tanta fiducia.

Da un’improvvisazione alla chiatarra come facciamo di solito cantavamo utilizzando un linguaggio inventato. Ed è a quel punto che esce fuori la frase “Panda No Bamba!”: si è imposto quasi come concetto, così, nella mischia, nel fuoco delle risate, fra amicizia e ricordi di vecchie avventure.



Ha subito catturato la mia attenzione, quindi come capita spesso, mi sono messo a improvvisare altre strofe, per poi passare un’ora in un angolo con la chitarra, scrivendo il testo su un fazzoletto.
Questa è uscita così, irriverente, comica e provocatoria, altre escono in contesti, modalità e tempi diversi. In questo caso cambio registro rispetto ad altri testi carichi di sentimenti o riflessioni sociali, è per dimostrarmi e dimostrare questa capacità nel variare di stile e tematiche. Il tono resta comunque critico verso quelle ideologie in cui la felicità si basa sui soldi, il successo, il lusso, l’ostentazione, e la dimostrazione di tutto ciò nei modi più estremi e insensati.

Quello costruito intorno alla Fiat Panda è uno stile di vita (che poi è il nostro), dove si apprezzano anche le cose più semplici ed umane, senza per tanto farsi mancare niente. Al livello musicale è il primo pezzo in cui ho potuto registrare insieme ad altri musicisti, ed il groove ne è evoluto in maniera estremamente positiva.



Abbiamo trovato un sound asciutto e super ritmato: non è solo una canzone da ascoltare, direi soprattutto che è una canzone da ballare. Il tutto resta comunque un omaggio alla Fiat Panda, che ci ha accompagnato e salvato in tantissime avventure, e rappresenta un pezzo di cultura italiana dell’automobile.”

Il clip di Panda No Bamba è stato in Maremma. La realizzazione nasce da una collaborazione tra Andrea Turchi (alla seconda esperienza di scrittura e produzione di un videoclip) e Mario Salanitro, film maker. I due avevano già collaborato nel singolo “Il marinaio”. Salanitro ha realizzato diversi documentari dei suoi viaggi, sia in Africa sia in Mongolia, accompagnato da Pietro Zamorani. Ed è quello che fa insieme anche ad Andrea Turchi: raccontare avventure nei clip che realizzano come coppia creativa. Un pezzo si leggero, ma che riflette anche sul modus vivendi dei giovani e sui loro valori.

L’assordante leggerezza della musica

Vi siete mai soffermati a pensare al vero significato del Pop? Siamo abituati a definire Pop tutti quegli elementi direttamente legati al pianeta musica, ma spesso dimentichiamo l’origine etimologica di una parola che anzitutto è una abbreviazione di un termine propriamente inglese, cioè popular, ormai divenuto identificativo di una precisa caratteristica. Cosa può essere definito popolare se non tutto ciò che riguarda il popolo, la gente comune? È quindi chiaro che la parola Pop assume una connotazione ben più ampia rispetto a quella limitante del solo ambito musicale. 

Ed ecco che entra in gioco il fattore sociale, sempre presente in qualunque ambito si vada a cercare, musica e moda in primis, anche perché non dobbiamo dimenticare che la musica è spesso sinonimo di moda.

Colapesce e DiMartino, semigiovani cantautori siciliani, recentemente sono balzati in testa alle classifiche grazie al brano presentato al Festival di Sanremo dal titolo “Musica leggerissima”. Verrebbe da esclamare che, sì, ne avevamo davvero bisogno dopo un anno di pandemia, chiusure di attività e limitazione della libertà. Fosse così semplice risolvere i problemi.


Gli autori di Musica Leggerissima: Colapesce e DiMartino


Ma, c’è un ma, perché questo brano apparentemente banale, scontato e già sentito, forse tanto banale e scontato non è. D’accordo, un po’ già sentito sì, infatti ricorda da vicino Se mi lasci non vale di Julio Iglesias, tanto che persino l’affiatata coppia l’ha riproposta diverse volte in alcuni programmi televisivi coverizzandola fin troppo fedelmente. Un omaggio, certo, ma anche una fonte abbastanza evidente di ispirazione. E nonostante la somiglianza la nostrana Musica leggerissima è diventata inaspettatamente un tormentone capace di far dimenticare i trionfatori del Festival, quei giovanissimi Maneskin che tanto fanno discutere e il cui brano vincitore, per quanto valido, non viene cantato a gran voce quanto la nostra Musica leggerissima.

Curioso che una canzone popolare sia divenuta in così poco tempo l’elemento distintivo di due autori che, va specificato, non vengono dal nulla, ma anzi hanno alcuni lavori già pubblicati alle spalle e diversi anni di carriera vissuta sul campo. Immaginiamo che la loro strada non sia stata facile, né leggerissima, ed oggi sono qui a far parlare e cantare milioni di italiani.

Ma dentro questa canzone apparentemente leggerissima c’è la voglia di raccontare un periodo difficile per tutti. Le parole hanno un peso e spesso divengono evidenti messaggi per l’ascoltatore, talvolta veri inni ai quali l’autore, suo malgrado, deve sottostare.

Se fosse un’orchestra a parlare per noi sarebbe più facile cantarsi un addio denota un’attenzione nei confronti della solitudine, quella che ci fa soffrire, quella che non vorremmo trovarci a combattere nei momenti bui e che un’orchestra, con strumenti d’ogni tipo, riuscirebbe a farci dimenticare anziché ritrovarsi a riflettere soli con se stessi e piangere dei propri dolori.

Per essere una Musica leggerissima partiamo male, molto male. Ma di questo brano rimane scolpito il refrain che penetra nelle sinapsi e le ammalia con la sua genuinità e con la sua spettacolarità popolare. E allora scorriamo un po’ il testo all’interno di questo ritornello memorabile per cercare qualche elemento meno evidente eppure tanto popolare, almeno quanto il concetto di leggero.

Metti un po’ di musica leggera nel silenzio assordante per non cadere dentro al buco nero che sta ad un passo da noi.


DiMartino e Colapesce, i due cantautori siciliani autori del fenomeno Pop Musica Leggerissima

Il silenzio assordante, concetto ormai abusatissimo in ogni ambito, da quello musicale a quello letterario; cadere dentro al buco nero, altro luogo comune per descrivere un momento oscuro e triste. Elementi apparentemente innocui se presi singolarmente o individuati all’interno di un’opera diversa da una canzonetta, ma fondamentali per dare il senso all’essenza di queste liriche che di leggero non hanno proprio nulla. Ed ecco che allora si intuisce quale enorme lavoro si nasconda dietro alla stesura di un brano musicale, la fatica di essere capaci di individuare l’elemento determinante per il successo popolare. Un testo scorrevole, leggero e senza fronzoli all’interno di una struttura musicale dal piglio dance che richiama il concetto di moda più patinata come quella di fine anni Settanta.

Due simpatici cantanti che sembrano prendersi gioco di noi all’interno di una situazione fino a poco tempo fa impensabile come un Teatro Ariston privo di pubblico e che forse, proprio riuscendo a prendersi gioco di noi, ci fanno dimenticare di essere tutti personaggi di un’opera allucinante come quella di una incredibile pandemia globale.

Ricapitolando, abbiamo due cantanti simpatici, una canzonetta leggera dal refrain orecchiabile, luci di palco effetto anni Settanta, abiti appena usciti da un video dance, un testo facilotto. Direi che il gioco è fatto. L’effetto popular c’è, le classifiche parlano chiaro. E il messaggio è giunto, ma arriva lentamente. Prima ci sono lustrini e paiettes, l’orecchiabilità della melodia, il ritornello invadente, e poi un significato profondo che insinuandosi lentamente vuole portarci a pensare a questo grande e doloroso vuoto che ci unisce, nessuno escluso, ed a scacciarlo con la forza della leggerezza.

Se non è genio questo, allora cos’è? Se non è questo l’espressione di un certo tipo di moda, allora cos’è?

È leggerezza, è spensieratezza, è desiderio di far sorridere quei luoghi della nostra mente che altrimenti si perderebbero dentro ad un buco nero fatto di silenzio assordante, ed ora francamente non ne abbiamo bisogno.

E della musica leggera, Ladies & Gentlemen, invece sì, ne abbiamo bisogno proprio tutti.

Dai club alle discoteche, passando per la tv e la radio, il nuovo singolo di Ema Stokholma

La stampa la definisce “esplosiva” per la sua forte personalità artistica che spazia dalla musica in console nei club, a quella in tv e radio : Ema Stokholma, pseudonimo di Morwenn Moguerou, debutta nelle vesti di cantante con un inedito in uscita per Polydor il 18 giugno. 

Una personalità camaleontica , affascinante quella dell’artista francese che debutta con un brano dal titolo “Ménage à trois” ; il testo si presenta come una lista di tutte le parole francesi usate nella lingua di tutti i giorni , anche in italiano: nomi di marchi, modi di dire, luoghi iconici, personaggi celebri. Il tutto condito da un ritmo super dance incalzante e ipnotico.



 La canzone è stata prodotta  da Nicola Pigini e Leonardo Carioti (produttore e ideatore di vari progetti e collettivi come Stylus Funk e Feng Shui, nonché regista di vari programmi di Rai Radio2, dove è nata la collaborazione con Ema). 



Ema é un’artista poliedrica , Dj, cantante, pittrice e scrittrice (nel 2020 ha pubblicato per Harper Collins Per il mio bene, un libro autobiografico in cui racconta la sua infanzia travagliata e la voglia di non perdere mai la speranza). Dopo aver fatto capolino nelle maggiori capitali europee come Londra , Berlino e Parigi , Ema Stokholma si trasferisce a Roma, inizia parallelamente a farsi notare ai microfoni di Rai Radio2, con i programmi Back 2 Back (nelle ultime stagioni al fianco di Gino Castaldo), Let’s Play ed Esordi, e commentando i grandi eventi musicali per la Rai: il Festival di Sanremo, i BRIT Awards, l’Eurovision, il Tomorrowland. Inoltre, presenta su Rai 4 Stranger Tape in Town, un programma tv che fotografa i nuovi artisti del panorama musicale italiano. 

Non dimenticate, quindi, di ascoltare “Ménage à trois” , chissà se si qualificherà il titolo di hit dell’estate , grazie al suo ritmo  “surreale “. 

“La terza estate dell’amore” il manifesto in musica di Cosmo

È l’estate del 1967 quando nel decadente quartiere di Haight Ashbury, nella cittadina losangelina di Frisco, la micro-società degli hippie vive, in uno spirito di pacifismo rivoluzionario, l’ideale di un sogno comunitario che parla di fratellanza collettiva e di affrancamento dalle convenzioni. È la “Summer of Love” intrisa di pace, amore e libertà che si muove aggregante sulle note del rock. La musica, collante di socialità e cassa di risonanza, fa da colonna sonora anche alla successiva ondata, la ribattezzata seconda “Estate dell’Amore” o “Summer of Rave”. È la stagione calda del 1989 quando l’acid house risuona nei campi, nei magazzini, nelle feste illegali, nelle fabbriche in disuso e nei club in un clima di edonistica autodeterminazione.

Figlia ideologica delle precedenti, alba liberatoria, urgenza di unione e inno alla condivisione di gruppo, Cosmo, all’anagrafe Marco Jacopo Bianchi, a distanza di 32 anni da quest’ultima lancia il richiamo de “La terza estate dell’amore”. E lo fa a suo modo lasciando suonare le 12 tracce dell’album ad alcuni impianti lasciati, non a caso, in un bosco, in un palazzetto, in un centro sociale, in una casa di campagna, in un quartiere popolare, in uno spazio culturale occupato, in alcuni club e parchi pubblici. Tutti luoghi per loro natura diversi che la pandemia, da più di un anno, ha però lasciato orfani di musica e di tutti coloro che con essa e di essa vivono. Cosmo si fa messaggero di questo senso di abbandono e portavoce di un desiderio di ribellione alla rinascita e di riappropriazione sociale alla vita e mette a nudo e crudo il suo pensiero in una dichiarazione pubblica, un manifesto programmatico, artistico e politico che è alla base del quarto progetto discografico del cantante e producer di Ivrea.


“La terza estate dell’amore è un’invocazione, più che una realtà. È una possibilità, ma anche una necessità. Un qualcosa che deve accadere e che prima o poi succederà. Oggi la necessità di socialità e amore collettivo si fa sempre più forte. La pandemia e i provvedimenti per contrastarla hanno fatto a pezzi quelli che erano gli ultimi rimasugli di vita sociale. Stiamo camminando sulle rovine di un sistema di valori che ha fallito e che deve essere spazzato via: quello dell’individualismo, della competizione, della crescita illimitata e del conflitto. Ingiustizie, disuguaglianze, repressione e disastro ecologico sono i frutti di quel sistema.

La terza estate dell’amore è il manifesto di qualcosa che ancora non ha un nome. Un corpo pulsante e desiderante che spruzza il suo sudore sull’etica del lavoro. Un corpo erotico sbattuto in faccia al gelo di morte del capitalismo e della burocrazia, un ballo sulla carcassa di una società incapace di godere e di organizzarsi per essere felice. Una società che preferisce riempirsi di regole, leggi e divieti con lo scopo di individuare sempre un responsabile penale e parallelamente “mettersi in sicurezza”. Una società che mette il profitto davanti al coraggio e alla libertà e che ci vuole sempre più inoffensivi. Andrà tutto bene, purchè non arrechi disturbo alcuno. La nuova dittatura passa attraverso questa ragionevolezza, e sta erodendo ogni piccolo spazio di autonomia. La terza estate dell’amore è una pernacchia in faccia a chi nega l’essenzialità della festa e dello spirito di comunità. Non ce ne facciamo niente delle città cadavere, luoghi di morte dell’anima e del corpo. Le vogliamo cambiare. Vada a fottersi il pil, si fotta la Borsa. Questo messaggio è dedicato a chiunque si sia visto rubare tutto il tempo migliore della propria vita, a chi crede nell’aggregazione e nello spirito di comunità, a chiunque voglia prendere questa grande macchina e sedersi accanto al pilota per rallentare, sostare, ripartire quando è il momento. Verso destinazioni ed esperienze altre. Verso il futuro”.



La copertina dell’album si presenta con una veste grafica dagli accesi toni psichedelici misti ad una irriverente atmosfera di leggerezza bucolica inno all’amore e all’aggregazione; l’interno è un melting pot sperimentale, sincronico e sincronizzato di stili che, come in un cubo di Rubik, alla fine si incastrano e combaciano tutti nell’irresistibile orecchiabilità dei suoi ritornelli, quando presenti, e nelle architetture dei testi. Forma canzone, cantautorato, synth modulari, ispirazioni elettroniche, sonorità clubbing, folk tribale, cori, accenni di world music, atmosfere tropicali e psichedeliche sono queste le “armi sonore” che Cosmo impugna per rendere “la terza estate dell’amore” azione e reazione all’oppressione dei nostri tempi a partire dalla tensione implosiva, cupa e conflittuale che si respira nell’intro “Dum Dum” fino all’empatica e finale “Noi”, trionfo di quel sentirsi parte di un tutto di cui l’album è spinta, stimolo e incoraggiamento.

Estate 2021 : 6 talent da seguire e ascoltare su Spotify

Maggio è il mese che ci predispone nel guardare all’estate con l’occhio e la mente proiettati nei luoghi della fuga dalla quotidianità. Saranno probabilmente ancora italiani così come i giovani artisti che vi incuriosiranno sin dal primo play su Spotify. Millenial talentuosi pronti a contaminare le playlist del cuore con nuovi sound e beat accattivanti. Siete pronti a incontrarli con noi?

Bolo Mai

Compositore e polistrumentista, il tuo è un percorso ricco di skills che hanno consentito di spianarti la strada verso la discografia provando ad entrare da ogni singola porta…

Ho iniziato con i classici lavoretti per poi finire nell’ambito della produzione cinematografica, un mondo che mi ha sempre affascinato e che allo stesso tempo mi permetteva di continuare a coltivare la mia passione per la musica. Mi sono autoprodotto seguendo da autodidatta praticamente tutta la filiera di produzione del brano. Sono il primo musicista della famiglia e questo mondo per me era lontanissimo, non avevo contatti di alcun tipo. Ho bussato a molte porte, mentre iniziavo a lavorare alle mie prime colonne sonore e a sperimentare fondendole nel pop. Mi sento un naufrago che dopo tante onde è sopravvissuto sulla sua zattera, fatta principalmente da una manciata di canzoni.

Una passione smodata per il cinema che ti ha portato a comporre colonne sonore sperimentando e fondendo generi diversi in chiave pop. Se ti fosse data la possibilità di reinterpretare la soundtrack di un lungometraggio, quale sceglieresti?

Nel cuore Danny Elfman per Nightmare Before Christmas oppure, per rimanere su un grande classico, opterei per Ennio Morricone. C’era una volta in America è un must.

Bolo mai, un nome dalla parvenza esotica per un progetto che la tua casa discografica supporta nel segno del suo eclettismo. Proiettandolo nel futuro come ami immaginarlo?

Mi piacerebbe mantenerne l’autenticità e il signum artis con cui è nato. Di base erano soltanto due parole che suonavano bene insieme, facili da recepire e pronunciare, che non avesse nessun collegamento preciso se non un’assonanza con le bolo ties, cravatte texane che mia nonna mi ha regalato tornata da un viaggio oltreoceano.

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Bartolini

Colui che Rolling Stone definisce ”Uno dei talenti più interessanti in circolazione“, Bartolini, dopo un’esperienza britannica, sceglie la Penisola per affermare il suo sound in perfetto stile brit pop, new wave d’oltreoceano e cantautorato pop all’italiana. Schivo e riservato ma già sotto i riflettori, quanto è cambiato, e se è cambiato, il tuo modus operandi durante la Pandemia?

Durante la pandemia io, che abito a Roma, sono tornato nei luoghi della mia adolescenza in Calabria e questomi ha consentito di percepire vibes nostalgiche che hanno influito anche su un nuovo livello di scrittura.

La quotidianità che rincorrevamo nel passato ha assunto una dimensione diversa e nel bug pandemico ho fatti luce su alcuni aspetti che avevo dimenticato e che ho riscoperto.

Nato sotto la buona stella nella punta dello stivale, il video dell’ultimo singolo “Sanguisuga” tratto dall’album, Penisola, vede la firma d’eccellenza del duo creativo YouNuts. Il video è strutturato in quattro scene che ricalcano il tuo vissuto e scavano nel profondo delle tue esperienze più significative. Un approccio inedito per un artista che dell’introspettività ha fatto il suo punto di forza…

Sono stato un bambino sempre molto timido e introverso. La scrittura mi ha aiutato nell’aprirmi al mondo esterno e il video, tutto girato in presa diretta, ha ricalcato i momenti fondamentali della mia esistenza, rivelandosi un vero punto di svolta durante il lockdown. Non vi nascondo che sto pensando anche ad un sequel.

Corteggiato dal mondo del cinema e dello spettacolo, la tua produttività è stata scelta per raccontare i frame di una serie Netflix di successo come Summertime. Il tuo viaggio itinerante alla scoperta di esperienze e luoghi inesplorati, tassativamente in auto, dove ti condurrà l’immediato futuro?

Usciranno prestissimo una serie di singoli che fanno luce sull’intimità acquisita con il mio personale ritorno alle origini. Mi vedrete presto anche nelle vesti di produttore. Infine, vorrei riproiettarmi nello studio delle soundtrack come avvenuto con Summertime. Riascoltare brani prodotti tra le mura domestiche, sul grande e piccolo schermo di Netflix, è stata una bella emozione.

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Delmoro

Incontriamoci e incontratevi sulle note di Delmoro che esortano a un auspicabile “RENDEZ-VOUS” nel segno della dancefloor. Un inno all’ottimismo che pesca a piene mani dalla tradizione cantautorale italiana ispirandosi a baluardi come Lucio Dalla, Alan Sorrenti e Ivan Fossati. Come hai deciso di colorare sonoricamente questo 2021?

Scrivere mi fa proiettare sempre nel futuro, che per forza di cose ha colori diversi dal presente in cui viviamo. Musicalmente immagino un futuro solare e vitaminico, che si contrappone alle liriche che invece sono sempre melanconiche, un po’ come la saudade brasiliana.

L’architettura e il design accompagnano il tuo gusto estetico sui profili social. In realtà ci svelano anche una laurea lasciata nel cassetto (Delmoro è un archittetto) per dedicarti alla musica. Il tuo è un percorso già costellato di importanti collaborazioni con produttori come Davide Cairo e Matteo Cantaluppi (già produttore di Thegiornalisti, Canova, Dimartino…). Cosa cerchi nelle sinergie alle quali ambisci?

Le aspettative nei confronti delle collaborazioni in questi ultimi tempi sono molto cambiate. Costretti al distanziamento ne abbiamo ancora più voglia. Fino allo scorso anno ero concentrato sul mio universo individuale ma adesso ho capito che la sinergia è vita, è crescita, è condivisione.

Sospeso nell’”Aria”, uno dei tuoi ultimi video musicali, ricalca le visioni e la palette cromatica che ti contraddistinguono e il territorio delle tue origini. L’essere innanzitutto un creativo quanto influisce nella visioni che vuoi trasmettere come artista nel mondo della musica?

Da architetto pragmatico preferisco non parlare di creatività ma di oculatezza nel risolvere le situazioni utilizzando l’estro.

Nelle mie corde c’è l’architettura che mi guida, nella musica, nella creazione di uno struttura per raccontare storie attraverso mood visivi e sonori.

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Puertonico

Un’incalzante hit, “Ancora”, prodotta insieme a Winniedeputa, è l’ultima tappa del tuo percorso musicale. La prossima estate, tradotta in musica, sarà una stagione di sogni?

Me lo auguro perché ho in programma di realizzare il mio primo album. Un traguardo musicale che mi renderebbe molto felice.

Alla conquista delle playlist di Spotify, che ti ha premiato con la cover di “Anima R&B”, il pezzo fa da apripista al prossimo disco.  Come procede la sua lavorazione?

Sono in una fase meditativa in cui sto capendo qual è la direzione in cui voglio andare. Riascoltare dopo qualche mese i brani che scrivo mi aiuta a capire se funzionano ancora. Innanzitutto, sono alla ricerca di un balance tra la componente autorale e la cifra stilistica, al fine di plasmare la mia estetica musicale. Produco la maggior parte dei miei brani e, nel momento creativo, le direzioni generate dalla linea vocale e dal beat devono essere univoche e armoniche.

Social e musica, l’esposizione mediatica e l’interazione con la propria fan base è fondamentale per un artista.

Come gestisci le piattaforme che ti vedono protagonista e quanto ti tengono impegnato?

Anche in questo caso la cifra stilistica presente sui social è stata studiata a lungo. Avendo sfumature R&Bmescolate alla trap e al pop è stato inizialmente difficile trovare una quadra al livello visivo. Adesso ho optato per una gestione coerente, minimale ed elegante mirata alla promozione della mia figura in qualità di musicista. Preferisco scindere la mia quotidianità con il mio progetto artistico, Nicolò da Puertonico. Sui social troverete il secondo.

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MICHELANGELO VOOD

Michelangelo Vood un artista che possiamo definire sostenibile grazie alla forza della natura in cui affondano le sue radici. La Madre Terra è un elemento caratterizzante del tuo sound, quali sono i momenti in cui ti immergi in essa per trarne i benefici in termini autoriali?

L’elemento naturale per me è molto importante perché mi trasmette serenità e mi aiuta a ricongiungermi ai luoghi incontaminati nei quali sono cresciuto.

Amo ispirarmi partendo dalla mia terra, la Basilicata, e al piccolo paesino in provincia di Potenza, Rionero in Vulture, al quale ho dedicato il mio primo EP.

Divento piuttosto malinconico quando ne ricordo i suoni e gli odori, come quello della fuliggine che nasce dai camini del vicinato che ritrovo solo quando torno a casa d’inverno. 

Mi manca un po’ quel contatto con la natura tant’è che qui a Milano, dove vivo da qualche anno, coltivo decine di piante sparse tra il balcone e la mia camera. Una sorta di piccola serra nella casa in cui scrivo e compongo, tassativamente di notte.

Origini punk rock e un percorso costellato da concorsi e dal plauso di molti artisti come Angelica, Carl Brave e Myss Keta. Quale è stato il traguardo più importante raggiunto sinora?

Quando dico che fino ai 22 anni avevo una band punk rock nessuno ci crede! Cambiato il look, cambiata l’ispirazione, le radici punk adesso mi accompagnano nell’attitudine sul palco.

Sono tantissimi i traguardi che ancora voglio raggiungere, è solo l’inizio del mio percorso. Al momento, il mio più grande traguardo è quello di essere riuscito a ritagliarmi un piccolo spazio come artista indipendente e di aver trovato delle persone che si sono immedesimate tanto nella mia musica e nei miei testi. 

L’ambiente musicale è un “Campo minato”, citando il titolo omonimo del tuo ultimo brano, come pensi di destreggiartici nell’immediato futuro?

In un momento storico come questo, in cui c’è tanta frammentazione, la differenza è fatta dalle persone di cui ti circondi.

Parlo non solo degli affetti, ma di tutte le persone che mi aiutano a portare avanti il mio progetto, giovanissimi professionisti che credono in me e che mi supportano in ogni singolo step. Vengono da ogni parte d’Italia e sono arrivati qui a Milano con le fiamme negli occhi per ritrovarsi, grazie ad uno strano gioco del destino, a percorrere un percorso artistico e di crescita insieme a me.

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Santachiara

Radiohead, Mozart e i Nirvana, nei tuoi mood sonori, conditi anche dalle voci che giungono dai vicoli partenopei, non ti sei fatto mancare proprio nulla. E da qui lo studio di registrazione homemade dove, insieme al tuo compagno di studi Andrea, hai iniziato a sperimentare e a registrare i primi brani. Un neonato progetto che in un mese, nel giugno 2020, ha partorito tre singoli e che non accenna a fermarsi…

Quando ero piccolo ho girato il mondo insieme ai miei genitori, che erano artisti di strada. India, Thailandia, Brasile…mia madre canta e mio padre scrive, e io canto e scrivo le mie canzoni, non penso sia un caso. Sono stati loro ad avermi dato i primi stimoli e ad aver influenzato il mio modo di esprimermi. Sono due capisaldi della mia esistenza personale.

Il dialogo come punto cardine dei tuoi lavori che, nella bonus track dell’ album d’esordio “Sette pezzi”, vengono contaminati da audio di archivio tratti da interviste, film e discorsi con cui sei cresciuto e che ti hanno ispirato. Come si sviluppa il tuo processo di ricerca?

Sono un appassionato d’arte a 360 gradi e contestualmente studio Psicologia dei Processi Cognitivi. 

Nel nomadismo della mia infanzia ricordo un forte impegno nell’arricchimento culturale. Ho letto tutti i più importanti autori e cerco di approfondire ogni singola fonte che giunge ai miei occhi e alle mie orecchie: in quella traccia convivono Bob Marley, Memento, Pasolini fino a Manu Chao e molto altro.

Sette pezzi, sette frammenti diversi, per i sette giorni della settimana. Un melting pot che lascia decantare la profondità del tuo esordio sulla scena musicale. Innamorato della musica e di “Carmela” ci regalerai presto una traccia per ognuno dei 365 giorni dell’anno?

Me lo auguro! Visti i miei trascorsi, ho sempre cercato un posto da poter chiamare casa e Napoli con me lo ha fatto. Carmela è Napoli che metaforicamente diventa una figura femminile, un po’ mamma e un po’ amante, e che nei giorni in cui sei solo non può che farti compagnia. Le dovevo una canzone.

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Special content director, producer, interview and styling Alessia Caliendo

Photographer Simon171

Make up Eleonora Juglair

Hair Matteo Bartolini using Balmain Couture Balmain Couture Italia

Photo assistant Simona Pavan

Alessia Caliendo’s assistants Andrea Seghesio e Laura Ronga

Location Best Western Hotel Galles 

Special thanks to Hairmed

Healthy Colors

Ghettolimpo: il nuovo album di Mahmood ci trasporta nel suo “Olimpo” urban pop

Un nuovo scenario musicale che Mahmood ci aveva già annunciato con l’uscita dell’ultimo singolo Inuyasha , che ha conquistato subito il disco d’oro : è così che il cantante ci proietta subito nel suo “Olimpo” urban pop . Come un personaggio dei videogiochi, attraverso ogni singola traccia compie un percorso , che spazia tra simbologie e storie della sua stessa vita. 



Un mondo popolato da dèi dell’Olimpo insieme a svariati personaggi, dove il richiamo  alla mitologia greca si unisce alle esperienze di eroi moderni che combattono gli ostacoli della vita . Nel Ghettolimpo di Mahmood non troviamo figure onnipotenti appartenenti a un luogo irraggiungibile, ma la descrizione di semplici persone straordinarie che cercano di dare un senso alla propria vita. 

È uscito già dal 21 aprile “Zero”, brano scritto da Mahmood , D. Petrella, D. Faini e prodotto da Dardust, il brano che fa parte della colonna sonora e porta il nome della nuova serie originale disponibile su Netflix dal 21.4, nata da un’idea di Antonio Dikele Distefano, dove Mahmood ha inoltre curato un episodio come music supervisor.



Cantante poliedrico ed eclettico, si conferma come uno degli esponenti di maggior successo della scena urban pop attuale , classificandosi come uno dei giovani talenti che ha fatto della musica uno stile di vita. Tanti i suoi successi, come Gioventù Bruciata” (disco di platino) e il successo planetario di “Soldi” (quadruplo disco di platino) con cui ha vinto la 69ma edizione del Festival di Sanremo, Mahmood ha dominato le Top 10 anche nel 2020 con “Rapide” e “Dorado” che saranno inseriti in Ghettolimpo, collezionando un totale di 15 dischi di platino, 6 dischi d’oro e oltre 400 milioni di streaming.

Siamo curiosi di scoprire tutte le tracce del nuovo album Ghettolimpo che ci catapulteranno nel suo”Olimpo urban pop” dalle sonorità accattivanti e dai testi originali , in uscita l’11 giugno e già disponibile in preorder.