Cinecult: Rambo Last Blood di Adrian Grunberg

Oggi siamo tutti un po’ dei combattenti e la vita quotidiana è la nostra trincea. Se non ne siete convinti chiedete lumi a Sylvester Stallone, l’action hero americano per antonomasia che ora torna al cinema con l’ultimo capitolo della saga legata a John Rambo, protagonista del romanzo di David Morrell ‘Primo sangue’ pubblicato nel 1972. Il film ‘Rambo Last blood’ diretto da Adrian Grunberg, distribuito da Notorious Pictures e interpretato da Sylvester Stallone (nel ruolo del veterano di guerra reduce dal Vietnam John Rambo approdato sul grande schermo per la prima volta nel 1982) mostra un Rambo inedito, guerriero ferito ma anche molto legato ai suoi affetti familiari.

Il plot, che è stato sceneggiato peraltro anche da Stallone, riprende la storia dal film precedente della serie in cui Rambo-Stallone (difficile ormai separarli) torna negli States nella sua fattoria in Arizona (in realtà il paesaggio è quello di Tenerife, nelle isole Canarie e il set della pellicola è anche la Bulgaria) e cresce come una vera figlia la piccola Gabriela (Yvette Monreal) molto amata anche dalla nonna che vive con lei (e Rambo), la passionale Maria interpretata da Adriana Barraza.

Ora l’eroe americano ad alto tasso di testosterone che sembrava aver trovato la pace nel suo ranch con bunker annesso-ma in realtà non ha mai tregua- deve affrontare la pericolosa minaccia di un cartello messicano di trafficanti di schiave che vengono vendute a uomini efferati e senza scrupoli per poi essere destinate a morte certa fra violenze fisiche e overdose. Nella rete dei trafficanti cade anche la giovane e innocente Gabriela, ma Rambo non ci sta e cerca di salvarla chiedendo a gran voce vendetta-tanto per cambiare-e alleandosi a tale scopo con la bella Paz Vega che nel film si cala nei panni della coraggiosa giornalista Carmen Delgado, forse il personaggio più riuscito del film.

Una sbornia di sangue ed effetti speciali, in bilico fra macabro e action movie esplosivo in tutti i sensi, ora il cinema può essere arte o intrattenimento, ma difficilmente riesce a conciliare questi due poli tematici. L’annosa questione si ripropone in questo film in cui Stallone torna a mostrare i muscoli sfidando il nemico che è straniero, ossia messicano. Si parla molto di immigrazione e di certo questa stigmatizzazione dei ‘cattivi messicani’ che sfruttano la prostituzione e rapiscono giovani donne indifese (non potevano essere americani come nel primo, irripetibile film della serie? Ci si domanda) non sembra a chi scrive tanto opportuna in questo momento.

Detto ciò, la fotografia ci è apparsa straordinaria, la regia abbastanza azzeccata e il tema della violenza sulle donne di grande attualità e ad alto tasso drammatico. Chi si aspetta un cult resterà deluso, chi invece ama le sparatorie e i personaggi dalla forte identità virile (il macho duro e puro che non deve chiedere mai per intenderci, oggi un po’ fané in un’epoca che definisce l’identità attraverso la confusione dei generi) troverà pane per i suoi denti. Se avete lo stomaco debole sconsigliamo la visione di questo film perché alcune scene cruente rasentano lo splatter.

Ma in definitiva se amate Stallone e le armi non vi disturbano ( ce ne sono di tutti i tipi, forme e qualità) potete passare un’ora e mezza in totale relax godendovi un prodotto onesto e confezionato con discreta cura, con sparatorie e incendi a profusione. Stallone resiste e non molla e si vede che nel suo cuore batte un’anima da guerriero pop. Ma restano lontani in tempi in cui recitava in ‘Demolition man’ (un film niente male) e posava in costume adamitico accanto a Claudia Schiffer per una memorabile campagna pubblicitaria di porcellane realizzata dal geniale e compianto Richard Avedon per l’allora in auge Gianni Versace.

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