Fra acuti e scandali a Sanremo scocca l’ora dell’inclusione

Fuochi d’artificio, roventi polemiche e colpi di scena a Sanremo. Sarà ricordato come il festival dell’imponderabile, delle scaramucce, delle provocazioni spesso gratuite e degli scandali questo Sanremo 70, il più divisivo e trasgressivo mai visto. E lo ricorderemo anche come il festival della moda e del glamour, soprattutto maschile. Tendenza imperante sul palco dell’Ariston: la giacca sciancrata dai revers sciallati sempre più sottili perché slanciano e snelliscono la silhouette.

E’ un dogma estetico il luccichio: damasco, broccato, lamé, paillettes rosse, rosa e velluto rubino, blu e argento, bronzo e rame, cannutiglie, sete cangianti, latex e poi ricami floreali e il colore vibrante e shock profuso senza un domani. Il dettaglio fa la differenza: la maschera d’argento di Miss Keta, gli occhiali da sole color cognac di Morgan, la pochette luccicante nel taschino di Fiorello, i dreadlocks rosa shocking di Ghali, gli stivali nazi e gli harness in cuoio di Junior Cally, i sandali alla schiava di Elodie, la collana di ex voto argento di Tosca, i calzini scarlatti di Francesco Gabbani, gli zatteroni anni’70 glitterati di Levante vestita da Marco De Vincenzo, la sciarpina a pois punta di spillo portata fuori dalla camicia rossa di ‘Le vibrazioni’, il cappello Hamish viola di Zucchero, il brioso panama nero di Raphael Gualazzi, il gilet damascato del tenorile Alberto Urso, le bretelline di Riki firmate Emporio Armani. Insomma un mondo di dandy e pavoni digitali che dell’esibizionismo fanno il loro vangelo.

Ad aprire le danze della manifestazione canora più seguita in Italia ci ha pensato l’alta moda che a Sanremo ha regnato indiscussa anche se un po’ sempre nelle retrovie. Vi ricordate l’abito ricamato di Nilla Pizzi di ‘Grazie dei fior’? Era delle Sorelle Fontana. E il siderale kimono in maglia metallica di Patty Pravo del 1984? Lo creò Gianni Versace, mentre Iva Zanicchi nel 1969 calcò il palco con un look di Raffaella Curiel. E come dimenticare Raniero Gattinoni che vestì nel 1992 Alba Parietti con un frac tempestato di cristalli neri. Memorabile anche il grande Pino Lancetti che nel 1993 abbigliò Anna Falchi con sontuose mise nere e oro. Sul versante maschile lo smoking bianco disegnato da Carlo Pignatelli per Achille Lauro ha fatto scuola. Ed è proprio lui Achille Lauro, l’angelo nero della provocazione 4.0, la vera star di Sanremo.

La sua canzone ‘Me ne frego’ inno alla ribellione più dark (‘l’amore è solo panna montata al veleno’ canta Lauro osannato dai social) rifà il verso musicalmente parlando a Vasco Rossi ma poi la provocazione nella forma e nel linguaggio fa pensare a un Renato Zero acerbo contaminato da Marylin Manson. A vestirlo come al solito è stato il pifferaio magico della genderless generation Alessandro Michele che ha vestito anche Boss Doms che sfoggiava un diadema d’oro sul palco, e che ha scomodato icone della pittura (Giotto e S.Francesco evocati dalla cappa nera di velluto ricamata d’oro su tutina iridescente nude color carne), del costume (La Marchesa Casati nero totale in tulle plissé soleil con monumentale copricapo di piume stile Poiret) e del rock (Ziggy Stardust in doppiopetto satin smeraldo con tanto di trucco tematico) per riaffermare il primato di quello che forse ormai è il pensiero unico della moda: l’inclusione. In suo nome a volte si giustificano i comportamenti più estremi ma in fondo in gioco c’è il futuro dell’identità maschile, che Michele immagina sempre più fluida, ineffabile, indefinibile. Perché oggi definirsi è diventato un tabù. Però noi diciamo: anche no. Definirsi è cosa buona e giusta. E allora lunga vita a Mika: bello, bravo, luminoso, positivo, pieno di energia.

Lui si che è il simbolo dell’inclusione e della identità definita che preferiamo, se queer deve essere che sia chic come il bellissimo tuxedo color polvere in mikado di lana e seta con profili neri e la camicia solcata da volants sinusoidali in crȇpe de chine, il tutto griffato Valentino e disegnato magistralmente da Pierpaolo Piccioli. Magnifica la blusa di seta impalpabile stampata sfoggiata da Diodato che adoriamo e che indossa con effortless elegance la giacca scarlatta più vistosa intessuta di paillettes. Think pink è il mantra di Ghali, acclamata icona maschile dell’era della fluidità e che ama Gucci e Dior by Kim Jones, mentre Morgan stupisce tutti col suo frac luciferino e il tuxedo animalier.

Un’eleganza sobria e senza sbavature definisce gli interpreti di Sanremo che hanno scelto Giorgio Armani, un nome una garanzia: ringraziamo Re Giorgio per aver vestito Rula Jebreal, bellissima testimone della tolleranza e della solidarietà globale contro il sovranismo più becero e populista, per la giacca shiny di Gabbani, per i velluti impeccabili di Fiorello, per la giacca cangiante color crema della grande Gianna Nannini(che ci ha regalato una magnifica performance), per il blazer decorato da ricami geometrici blu, silver e neri di Enrico Nigiotti (il nuovo Grignani?). Bocciatissime Georgina Rodriguez (non si capisce cosa faccia e chi sia), Sabrina Salerno (ma perché quel pessimo smoking rosso?) ed Elettra Lamborghini (icona eurotrash per antonomasia) che sono tre buoni motivi per non guardare Sanremo. Bocciata più che altro per il colore l’abito da ballo giallo limone di Etro (meglio quello di velluto nero bustier) indossato da Diletta Leotta, bella che non balla. Due ottimi motivi per vedere Sanremo in tivù sono invece le bellissime e raffinate Elodie (in Versace) e Francesca Sofia Novello (in Alberta Ferretti, nero, blu cangiante e rosso fiamma). Bella la gonna plissé asimmetrica di Laura Pausini firmata N.21 che alla fashion week imminente festeggia un importante anniversario. Asfalta tutti la sublime Tosca con un lungo nero dallo scollo elegante e discreto bordato di cigno, perfetto come la sua stupenda canzone.

Niente male la giacca in velluto cangiante sottobosco di Irene Grandi con tagli sulla schiena sfoggiata dalla cantante fiorentina nella terza serata e la toilette di gala di Emma d’Aquino firmata Antonio Grimaldi (bellissima la gonna rosa pallido a balze abbinata a un top a rete di cristalli, 8) che sfila a Parigi nel calendario della haute couture. Momenti clou: il bacio fra Fiorello e Tiziano Ferro in Dolce&Gabbana bespoke (make love not war), la defezione di Bugo, la caduta studiata ad arte della controfigura di Ghali in fucsia fluo, l’esibizione da incubo di Rita Pavone che pare una Wanna Marchi clonata (orrida) e quella idilliaca e sognante della sofisticata Francesca Sofia Novello al pianoforte che interpreta l’Ave Maria di Schubert, l’apparizione in abito-lampadario di Antonella Clerici con tanto di aitanti valletti-sirenetti al seguito che fa molto Wanda Osiris.

Stendiamo un velo sulla performance costosissima (300.000 euro….un vero schiaffo alla miseria) e inutile di Benigni, ormai troppo autoreferenziale. Infine ribelle e maledetto ma in senso ironico è Piero Pelù. L’ex frontman dei Litfiba si presenta sul palco dell’Ariston con una buona canzone e un guardaroba un po’ dark, un po’ fetish assemblato per lui da Tom Rebl, lo stesso brand che l’ha vestito per il suo matrimonio e che lo segue da anni: il frac nero ha dettagli di pvc spalmato e Pelù in tuxedo rosso fiamma tuona contro il femminicidio. Il frac va alla grande: quello di Junior Cally è avorio senza collo ed è firmato Dolce&Gabbana che hanno vestito di colori vitaminici i ‘Pinguini tattici nucleari’. E dulcis in fundo il grande Pierfrancesco Favino in tuxedo di seta con giacca dai disegni geometrici di Ermenegildo Zegna.

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