Cinecult: L’ufficiale e la spia di Roman Polanski

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“Questo film dimostra che chi è accusato non sempre è colpevole”, così Emmanuelle Segnier ha chiosato lapidaria l’ultimo film del marito, il grande regista polacco Roman Polanski, di nuovo al centro di roventi polemiche.

L’uscita del film, distribuito da 01 Distribution e vincitore del Gran premio della giuria all’ultimo festival del cinema di Venezia, è stata preceduta in Francia da attacchi reiterati delle femministe contro Polanski che oggi ha 86 anni, a causa dell’accusa di stupro mossa al controverso regista di ‘Rosemary’s baby’ dalla ex attrice Valentine Monnier, per una vicenda che si è verificata 44 anni fa.

Ma con buona pace dei suoi detrattori il regista è un maestro indiscusso e con questo film che nei primi 4 giorni di proiezioni nelle sale francesi ha totalizzato 400 mila spettatori, anche Polanski sembra puntare il dito contro i suoi accusatori di ieri e di oggi: “è un film che è innanzitutto uno statement sulla tragicità contemporanea”, spiega con vigore e pathos Luca Barbareschi, coproduttore del film che è e resta indubbiamente un capolavoro, grande lavoro di ricostruzione di un’epoca e di una storia di razzismo e antisemitismo che divise la Francia, una delle pagine più buie e vergognose, oseremmo dire nella storia di una nazione quanto mai gloriosa, faro di civiltà per tutta l’Europa e stavolta responsabile di un ignominioso episodio di antisemitismo.

Quello stesso trend che oggi tanta ignobile destra sovranista sta cavalcando e riportando in auge anche nel nostro paese purtroppo, e che viene denunciato e stigmatizzato da Polanski in questo magnifico e rigoroso film di oltre 130 minuti.

L’affare Dreyfus è uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia, sviluppatosi in Francia tra il 1894 e il 1906 e vide protagonista il soldato ebreo francese Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato di essere una spia tedesca e quindi processato per alto tradimento.

Dreyfus sostenne fermamente la sua innocenza combattendo contro un’intera nazione ma fu anche relegato nell’isola del Diavolo nella Guyana Francese. Il suo caso ebbe una notevole risonanza mediatica dividendo l’opinione pubblica del tempo, tra chi ne sosteneva l’innocenza e chi lo riteneva invece colpevole.

Tra gli innocentisti si schierò Émile Zola, il quale scrisse un articolo in cui puntava il dito contro il clima di antisemitismo imperante nella Terza Repubblica francese. Tale intervento venne intitolato proprio J’Accuse. In quel momento tutto poteva succedere e sul banco degli imputati alla fine salì un’intera classe politica.

Il film del geniale regista visionario concepito come un legal thriller e un kolossal elegantissimo tutto giocato sull’antinomia fra il rosso e il nero (magnifici i costumi e stupende le uniformi magistralmente ridisegnate da Pascaline Chavanne), pone l’accento, in una Francia in cui si pescava nel torbido e in una Parigi livida e volutamente imbruttita, sulla passione e l’intensità di un’indagine che svela i risvolti psicologici di alcune delle peggiori tare della società occidentale e non solo: l’antisemitismo, la xenofobia e l’omofobia che nel film si può pure cogliere, anche se non è assolutamente palese.

Il finale del film (la storia è nota) dimostra che alla fine, nonostante gli sforzi di Georges Picquart che nel film è interpretato dal formidabile Jean Dujardin (premio Oscar) che alla cieca obbedienza antepone la ricerca della verità e della giustizia, tutto è vano, l’omertà dell’esercito è stata smascherata ma tutto sommato, un ebreo in Francia resta pur sempre un ebreo e i suoi diritti non saranno mai riconosciuti purtroppo.

Una amara constatazione in un momento in cui i gilet gialli in Francia fanno scempio delle vestigia di un grande antinazista della storia francese. Picquart è un uomo dilaniato fra i suoi pregiudizi e la verità, abbraccia la causa del povero Dreyfus con onestà, anche se non è perfetto: ha una relazione con una donna sposata ma tuttavia si rivela un uomo integerrimo e molto umano.

La fotografia è straordinaria e meravigliosa la definizione dei personaggi, anche se a volte risulta quasi troppo perfetto e cerebrale, non privo di colpi di scena. Uno dei film più belli dell’anno, sicuramente da vedere, non foss’altro per l’attualità dei temi trattati: l’odio contro il diverso e soprattutto l’alluvione di fake news nell’informazione contemporanea che esisteva anche nella Francia ‘fin de siècle’, la Francia di Proust, del naturalismo francese e della nascita del cinema.

Condividiamo perfettamente l’opinione critica che ravvista nella pellicola “un’opera di impianto classico che trova la via del grande schermo in un momento storicamente giusto”.

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