L’eterno ritorno del preppy, lo stile college che piace (anche) a star, marchi street e Gen Z

Dopo mesi e mesi trascorsi prevalentemente in casa, vestiti alla bell’e meglio con tute informi, pigiami & Co., curando il look al massimo dalla vita in su per adeguarsi ai canoni dello zoomwear (l’abbigliamento formato videochiamata), è alquanto strano immaginarsi alle prese con camicie button down, cardigan, pullover a trecce e altri punti fermi del preppy, l’abbigliamento “perbene” diffusosi negli Stati Uniti dagli anni ‘50 attraverso le divise degli studenti delle preparatory school (preppy è appunto un’abbreviazione del termine) e delle università appartenenti al titolatissimo circuito Ivy League. Eppure non ci sarebbe nulla di strano nel fatto che un periodo a dir poco complicato venga seguito dal ritorno a uno stile habillé, curato fin nei minimi dettagli: interpellato dal sito Oracle Time a gennaio, il direttore del corso in Fashion Design della University of Westminster Andrew Groves spiega, infatti, che «In tempi di crisi economica, disoccupazione e futuro incerto […] adottiamo un approccio molto tradizionale e formale a ciò che indossiamo».
A ben guardare, effettivamente, nei reami della moda – fenomeno ciclico in sé – lo stile college è un fiume carsico che appare e scompare a intervalli più o meno regolari, e mettendo in fila una serie di elementi c’è da credere che sia arrivato l’ennesimo affioramento; ruota ovviamente intorno ai cardini della categoria (penny loafer spazzolate, pantaloni con la piega, maglie da rugby, varsity jacket e via discorrendo), conferendogli però un quid disinvolto, in ossequio a quella spigliatezza nel vestire che un anno e passa di pandemia ha reso un dogma inderogabile.




Il mese prossimo, tanto per cominciare, debutterà su Hbo Max il reboot di Gossip Girl, telefilm cult nel primo decennio del 2000, incentrato su un gruppo diliceali dell’altà società newyorchese tutti party, limousine, shopping sfrenato, beghe familiari e amorose spifferate dall’anonima ragazza del titolo. La nuova versione si preannuncia inclusiva e queer friendly, a partire dal cast totalmente rinnovato che va da Evan Mock, skater e modello dall’inconfondibile buzz cut rosa bubblegum, all’ex enfant prodige dell’editoria digitale Tavi Gevinson; vestiranno i panni (azzimati, of course) dei rampolli dell’Upper East Side di Manhattan, tra chinos color sabbia, cravatte a righe portate lasche sulle camicie, mocassini lucidati a specchio, blazer e felpe rifinite dagli stemmi dei (fantomatici) istituti d’élite frequentati.

Ci sono poi le iniziative di griffe come J.Crew o Gap, gloriosi simboli del casualwear made in Usa costretti a fare i conti con travagli economici e una generale perdita di appeal, soprattutto tra le giovani generazioni, che la chiusura dei negozi dovuta al Covid-19 ha ulteriormente accelerato. Il primo nel 2020 ha addirittura dichiarato bancarotta, avviando una fase di ristrutturazione culminata con la nomina di Brendon Babenzien alla guida della divisione maschile.
Il nome a molti non dirà granché, ma si tratta del designer che ha guidato per anni l’ufficio stile del brand street per eccellenzaSupreme – e del co-fondatore di Noah, label particolarmente apprezzata per l’abilità nel rivisitare gli essentials dell’abbigliamento di stampo classico (polo a maniche lunghe, pantaloni con le pinces, doppiopetto pied-de-poule, completi in velluto a coste ecc.) elevandoli al rango di novelli desiderata maschili grazie all’aggiunta di tocchi spesso imprevisti e scanzonati, che siano ghirigori floreali, fodere in tartan dagli accenti flashy o righe multicolor, che ha collaborato tra le altre con Barbour (marchio preppy in purezza) scombussolando l’aplomb british delle giacche cerate preferite dai Royals a colpi di paisley, tonalità evidenziatore, adv d’archivio e zebrature.

Il suo è dunque il nome giusto, in teoria, per ridare slancio a un’azienda appannata come J.Crew, che ha costruito la sua fortuna sui pezzi basici e rischia adesso di risultare passé.




Un discorso simile vale per Gap, nato nel lontano 1969 e divenuto un colosso dell’abbigliamento riempiendo i negozi di maglie d’ispirazione collegiale, articoli in denim, calzoni khaki e altri American classics dall’invidiabile rapporto qualità-prezzo, fino agli odierni periodi di magra. La proprietà prova a superarli, da un lato, annunciando un drastico taglio dei punti vendita, dall’altro mettendosi nelle mani di colui che nel bene o nel male (de gustibus) ha segnato le cronache modaiole degli ultimi anni, ovvero Kanye West. Il rapper, produttore ed ex marito della bombastica Kim Kardashian firmerà una collezione in esclusiva per la catenaribattezzata Yeezy Gap, l’equivalente a buon mercato della linea di streetwear con cui ha ottenuto successi planetari. Un assaggio si è avuto con l’uscita del primo frutto della collaborazione, un giubbino in nylon imbottito azzurro dalla silhouette aerodinamica, ovviamente sold out a tempo di record.


Una spinta non secondaria l’hanno data anche, di recente, alcuni big dell’industria musicale come Tyler, The Creator, Pharrell Williams e Asap Nast, decisamente a proprio agio con indosso gilet, blouson zippati, maglioni con scollo a V, suit dai toni cipriati e tutto il corollario guardarobiero degli studenti di buona famiglia che, a suo tempo, tracciarono le coordinate del college style, contribuendo inoltre, con la loro personalità istrionica, a stemperarne la marcata connotazione wasp (letteralmente white anglo-saxon protestant, i cittadini bianchi appartenenti alle classi più abbienti degli Usa) che lo ha accompagnato fin troppo a lungo.
Last but not least, i circuiti ufficiali della moda: va citata, in primo luogo, la capsule collection Boss x Russell Athletic, presentata a marzo con uno show-evento che ha coinvolto una pletora di influencer, celebrità e top model (da Bella Hadid a Lucky Blue Smith passando per Keith Powers e Ashley Graham) in un trionfo dell’iconografia preppy in salsa sportiva, tra cardigan, felpe logate da campus universitario, camicie Oxford, completi dégagé rosa salmone o blu navy, spolverini tagliati da bande ton sur ton e via così.



Pullulano di spunti collegiali pure le sfilate per la stagione in corso, a partire dalla Ouverture of Something that Never Ended di Gucci (svelata nella già mitologica miniserie diretta da Gus Van Sant), in cui appaiono polo color block, maglioni a rombi e abiti madras, spesso appaiati a bermuda sartoriali, calzettoni al ginocchio e loafer; la collezione S/S 2021 di Rhude, invece, è colma di giacche varsity, mocassini scamosciati e maglieria in nuance terrose, mentre da Maison Kitsuné abbondano capi fantasiosi in stile rugby, girocollo bon ton e tessuti finestrati. E ancora, nella sfilata di Amiri campeggiano giacche collegiali di ogni tipo, minimaliste oppure profuse di stemmi e toppe, da Lacoste l’aspetto compìto di pullover profilati, gilet e shirt viene ravvivato da sfilacciature e tinte piene, mentre Ernest W. Baker propende per soprabiti scivolati, quadretti gingham e iniziali ricamate sui taschini.

Allargando lo sguardo alla stagione fredda che verrà, la musica non cambia: si notano elementi preppy in quantità su molteplici passerelle, da Isabel Marant a – di nuovo – Boss, da Wales Bonner a Etro. La tanto agognata ripartenza post-Covid, insomma, potrebbe essere all’insegna di un dress code che, nonostante sia comparso decenni or sono, dimostra di poter ancora fare scuola – o meglio, college.

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