Monica Vitti: Vitti d’arte, Vitti d’amore

Monica Vitti, in due parole il cinema italiano nel mondo. Nata praticamente a piazza di Spagna a Roma, in via Francesco Crispi, insieme ad Anna Magnani, Gassman, Tognazzi e Manfredi ha rappresentato la vera romanità.
Unica ed inconfondibile, con quella sua voce roca, agli esordi della carriera era stata scoraggiata dal Centro Sperimentale, dove le avevano assicurato che non sarebbe andata da nessuna parte, per poi entrare alla Silvio d’Amico, intraprendendo una breve ma intensa carriera teatrale.



Invece come sempre accade, l’imperfezione ti rende unico e ti porta al successo.
Allegra, depressa, introversa, ironica, tutte parole che potevano descrivere Monica.
Dopo un inizio carriera in bianco e nero, che la vedeva impegnata in ruoli sia comici che drammatici, è arrivato il rapporto che l’ha legata sia professionalmente che sentimentalmente al regista Michelangelo Antonioni, che le ha fatto fare un percorso interno che ha attraversato tutte le sue insicurezze, rendendola la sua musa ispiratrice.
Come tutti i rapporti intensi, ad un certo punto si consumano, e così è stato anche per loro.



La sua sensazione era sempre quella di non essere mai abbastanza, le dicevano che era troppo moderna, troppo magra, era il momento delle maggiorate come la Loren e la Mangano, ma lei non ha mai pensato che ci potesse essere un altro destino a, era un’attrice.
Stiamo parlando degli anni ‘60, dove la comicità era relegata all’uomo, la donna era di contorno, le si chiedeva solo di essere molto bella e pronta a servire la battuta; lei no, ha rivoluzionato i piani, diventando la prima mattatrice in gonnella in Italia, poi arrivarono le altre.

Si è avvalsa anche del primato di donna che ha preso più schiaffi sullo schermo, infatti nei cinque film fatti con l’amico di sempre Alberto Sordi, come Amore mio aiutami o Io so che tu sai che io so, le scene di ceffoni sono lunghissime, e portano lo spettatore più a ridere che ha soffrire per la donna picchiata, senza offendere nessuna femminista o associazione o etichetta particolare, mentre oggi è sempre più difficile orientarsi in un mondo “politically correct”.



Tra le sue frasi celebri: «Il mondo è di chi si alza felice? No, il mondo è di chi è felice di alzarsi».
Anche perché come ha spesso detto, lei di notte aveva sempre gli incubi e faceva fatica a prendere sonno, e comunque andava a letto molto tardi, quindi la mattina si svegliava per uscire da questo turbine di inquietudine che la travolgeva; quando si alzava le ci voleva qualche ora a riadattarsi alla vita quotidiana, però poi sapeva che arrivava la sera e le cene con gli amici, e quindi si rideva tutti insieme.



L’ultima sua apparizione nel 2002, poi più nulla, la malattia, forse Alzheimer. Il compagno e marito Roberto Russo, l’ha descritta come neurodegenerativa, senza approfondire, un qualcosa che si è appropriato della sua memoria, ma lui non ha mai voluto parlarne, proteggendola da tutte le voci che la vedevano ricoverata in una clinica in Svizzera, poi a spasso di mattina presto a Villa Borghese.
La festa del cinema di Roma quest’anno l’aveva celebrata con un docufilm che riprendo nel titolo: Vitti d’arte, Vitti d’amore, anche se ripercorrere la vita di Monica non è facile, ci ha raccontato un secolo con la sua povertà e la sua illusione di perbenismo: il ‘900.



Il 2 febbraio 2022, all’età di 90 anni, si è spenta nel suo attico a due passi da piazza del Popolo, e noi la ricorderemo sempre con i suoi grandi occhi verdi, come una vera diva, che non ha bisogno di farsi vedere invecchiata, sarà sempre bella ed impacciata come solo lei sapeva essere.

Per l’immagine in apertura, credits: Mondadori Portfolio/Marisa Rastellini

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