NAN GOLDIN, LA BALLATA DELLO SCANDALO

Ci si ritrova al buio nel piccolo anfiteatro realizzato dalla Triennale di Milano, in un’intimità rapida a nascere e temporanea, come fosse una cena da amici al ritorno dalle vacanze, seduti sul divano a guardare le diapositive del viaggio, che in questo caso mostrano l’opera ‘sacra’ di Nan Goldin. Quella che passa sullo schermo è la passione ardente delle New York, Boston, Londra e Berlino degli anni ’80 vissuta da artisti, artistoidi, musicisti, attori incontrati nella frenesia dei grandi cambiamenti e dagli uomini e le donne con cui Nan Goldin, dai diciassette anni, ha condiviso il quotidiano. Il racconto spietato e sincero, disperatamente malinconico, attraversa la droga, l’omosessualità, l’alcool, la violenza, e poi la morte per Aids di molti di quei protagonisti, la maternità, la tenerezza del sesso e l’ossessione che si trascina, nascosta. Presentata alla Triennale di Milano e promossa dal Museo di Fotografia Contemporanea, ‘The Ballad of Sexual Dependency’ è il manifesto brutale di una passata realtà americana, esposta senza filtri, che trascina lo spettatore in un’esperienza immersiva al limite del voyeurismo, in cui l’arte non solo imita la vita ma se ne fa specchio e ingranditore. Un diario visivo autobiografico e universale sulla fragilità degli esseri umani avviato agli inizi degli anni Ottanta, composto da 700 fotogrammi montati in un video di 42 minuti con una colonna sonora accuratamente selezionata che vede, tra gli altri, i Velvet Underground, James Brown, Nina Simone, Charles Aznavour e Petula Clark.  La sua è una fotografia istintiva, incurante della bella forma, che va oltre l’apparenza, verso la profonda intensità delle situazioni, senza mediazione alcuna. Il volto di lei violaceo e gonfio, pestata dal fidanzato, e le feste nei minuscoli appartamenti in cui si balla e ci si inietta eroina, i momenti di solitudine davanti allo specchio e i letti sfatti dal sesso. Foto impudicamente reali, goffe e sfocate che con la loro imperfezione riescono a rappresentare un mondo sì minuscolo e a sé stante, ma universale, in cui si sospende ogni giudizio nel riflesso del proprio vissuto.

 

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NAN GOLDIN

‘THE BALLAD OF SEXUAL DEPENDENCY’

LA TRIENNALE DI MILANO

19 SET – 26 NOV

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