New faces: Blanco è l’inno ribelle degli adolescenti

Il tentativo critico d’incasellare un artista in un genere preciso è sempre più complesso. La cultura musicale contemporanea è un assalto alle barriere, e quest’ultime stanno diventando pressoché invisibili. Lo sa bene BLANCO, classe 2003, pseudonimo del bresciano Riccardo Fabbricone, che si lamentava pochi giorni fa, sui suoi social, riguardo a questa tendenza tecnicistica di trovare sempre un nome a tutto.



“Faccio musica perché mi piace, non perché voglio essere chiamato cantante o rapper” dice lui che, a prescindere da come viene definito, è ormai alle luci della ribalta. Pochi singoli sulle spalle, ma un corteo di fan e un’aurea senza pari. Sono le leggi del nuovo mercato: sganci un singolo su Spotify e con quello cogli il cuore delle persone – e perciò l’algoritmo. Non solo perché il singolo spacca, ma perché sei tu. E BLANCO, non c’è dubbio, è una creatura a sé stante.



Dal suo exploit, Notti in Bianco – il secondo singolo ufficiale, rilasciato dopo il suo primo, meno conosciuto ma comunque valido, Belladonna (Adieu) -, una community di teneri anarchici si è accerchiata attorno alla sua figura. L’immaginario che emana BLANCO sempre mezzo nudo (dice che lo fa sentire libero) e sfacciatamente acneico, è l’inno ribelle degli adolescenti. Non quelli scontrosi, sempre e per forza, ma quelli vivi, in qualche modo profetici, da cui tanti adulti, rinsecchiti, dovrebbero cogliere l’insegnamento e il vigore. Essere liberi, parafrasando BLANCO, nel suo ultimo singolo, LA CANZONE NOSTRA, assieme a Salmo e prodotta da Mace, significa “ballare sotto la pioggia”. Contro ogni intemperia, contro ogni sfiancante pandemia o bruttura di questo mondo, tu balla.



Ma torniamo agli inizi, a quella Notte in Bianco, prodotta dal fidato Michelangelo. Lì c’è il segreto del suo successo, il manifesto di una genuinità ribelle che non sarebbe potuta passare inosservata. Chiunque la scorsa estate si fosse trovato ad ascoltarla, ne sarebbe rimasto – per l’assoluta novità – romanticamente scandalizzato. L’atmosfera notturna e selvaggia del brano, mixata a un testo che nel suo essere esplicito trova profonde forme di lirismo, è l’essenza di BLANCO. Grida, salti che non vedi ma senti, la corsa verso l’alba degli after passati a scrivere, l’amore in fuoco, la carne bruciante: in sintesi la gioventù, quella vera ed eversiva. È una canzone catartica che purifica tutte le particelle di amore tossico che sono rimaste: ho strappato mille pagine, baby, per descrivere le tue lacrime. Non c’è spazio per dormire, perché la notte resta tutta da ballare. Il filone romantico lo ritroviamo in Ladro di Fiori, uscita ad ottobre, che conferma il suo essere una voce fuori dal coro, rispetto alla trivialità di una trap, fino a qualche tempo fa imperante. Sono un ladro di fiori / amo i tuoi colori / e ho rubato te / in un campo di gigli / siamo tornati bimbi / e tu hai scelto me. Versi allo stato puro, recitati su una base ipnotica, sempre di Michelangelo, che lascia sbalordito l’ascoltatore.



In tre minuti di canzone, la musica italiana ha un sobbalzo di serenità: d’un tratto l’aulica semplicità, caratteristica del cantautorato, è nuovamente in auge. A coronare questa sua tendenza è la già anticipata LA CANZONE NOSTRA, con Salmo e Mace, che in questi tempi bui è sembrata una dinamite di luce. Sono sotto la pioggia / come la prima volta / a cantarti Nel blu dipinto di blu, / era la canzone nostra canta BLANCO, in un video in bianco e nero storico, in cui – sembra la preistoria – tutti ballano ammassati, ma vivi.



La buona musica – come la buona arte – risana il rapporto che c’è tra la realtà e l’utopia. BLANCO lo sa fare. Nella sua assoluta e intransigente sincerità, riesce a portare dei messaggi dimenticati, una certa vibes incandescente, che non si sentiva da un pezzo. Ha fatto uscire quattro singoli, eppure sembra aver già smosso le acque. La Universal Music ha in casa un soggetto che non è nemmeno più una promessa, ma una certezza. Come si fa a dirlo dopo così poco? La pretenziosità nel farlo è scusata dall’impatto che i suoi testi e il suo mood hanno portato nella scena. Una voce masticata e un po’ misteriosa che ci ricorda Madame – su di lei bisognerebbe aprire un altro immenso capitolo – e dei testi illuminati da un’ispirazione reale sono i suoi strumenti. Il futuro riserberà sorprese, nel frattempo, balliamo – per quanto possibile – con lui sotto la pioggia.

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