New faces: Guglielmo Poggi

Nonostante la giovane età il curriculum di Guglielmo Poggi è già ricchissimo. All’attivo diversi film di successo come Gli uomini d’oro nel 2019 , Bentornato Presidente, Il tuttofare, Beata ignoranza. Prima ancora lo abbiamo visto ne L’estate addosso e poi Il nostro ultimo. Il suo cortometraggio Siamo la fine del mondo viene poi selezionato per partecipare allo Short Film Corner del Festival di Cannes del 2017. 

Vive a pieno ogni personaggio e per il futuro non si preclude nessuna strada (e non parliamo solo di cinema) per questo motivo, da quello che ci ha raccontato sentiremo spesso parlare di lui.


Photo Credits: Davide Musto

Come è nata la tua passione per il cinema e la recitazione?

Questione di DNA, credo. Guardi e ascolti in casa, e riproponi. Verso i dieci anni ho cominciato col doppiaggio e da lì non mi sono fermato più. Però intendiamoci: non sono uno di quelli che vedevo presentarsi ai corsi di recitazione affermando “io non potrei mai fare altro nella vita”. E poi fanno altro nella vita. Io avrei potuto fare altro nella vita (il politico, l’aiuto cuoco, l’affilatore di coltelli). Per questo faccio l’attore. Per fare altro nella vita. Per fare tutto il resto.

Puoi svelarci qualcosa sul tuo personaggio in Cops – Una banda di poliziotti?

È biondo platino, ma ha una prepotente ricrescita scura. Dorme con il suo elegantissimo pigiama, dentro al commissariato di cui è il centralinista. Sull’ostentazione del suo orientamento sessuale e sulle sue abitudini quantomeno bislacche mi taccio. Ma solo per non fare spoiler.


Photo Credits: Davide Musto

C’è un ruolo tra quelli interpretati fino ad oggi che hai sentito più tuo?

Tutti, perché sono miei. È meno banale di quello che sembra: il privilegio è stato proprio avvicinarli, perché con me non avevano niente a che fare. Ho interpretato drogati, poliziotti, omosessuali, un vicepresidente del consiglio, un praticante avvocato (io l’università non l’ho vista nemmeno in foto), ho visitato gli anni sessanta, il seicento, persino l’antica Roma. Sono molto fortunato, tra i miei coetanei. Non mi hanno mai assunto per “fare me stesso”. E menomale.

Hai diretto alcuni cortometraggi che hanno avuto un grande successo. Quali sono i temi di cui vorresti parlare da regista?

Fin ora ho trattato anoressia, bulimia, molestie sulle donne, bioetica, suicidio giovanile, aberrazioni della tecnologia. Insomma, un allegrone. Mi ha sempre appassionato approcciare con uno sguardo non ordinario (e perché no, anche ironico) i temi più spinosi e drammatici che ci somministra la realtà, che diciamolo, non si fa mai pregare per mostrarci il peggio del peggio di sé. Però la mia opera prima (che prima o poi esisterà), sarà una commedia. Nera, ma commedia.

Come stai vivendo questo periodo di semi lockdown?

Sto girando una serie e la sera resto a casa a cucinare, vedo film, scrivo. Praticamente lo stile di vita che sogno. A rendermelo nemico è la difficoltà dei colleghi che rivedranno i teatri aperti chissà quando. E poi i ristoratori, chi lavora nel turismo e nell’intrattenimento. Ma anche la sofferenza di chi ha perso qualcuno, le difficoltà delle piccole imprese, gli artigiani costretti a chiudere. Ecco, non mi riesce non sentire nel profondo le ingiustizie, per parafrasare un rivoluzionario vero. Cerco di riflettere su come fare a contribuire nel mio piccolo, in questo esausto capitalismo, anche delle idee. Cerco, e non trovo, e questo rende il “semi-lockdown” ancora più cupo di quello precedente.

Un luogo in cui andresti appena si potrà tornare a viaggiare?

Vorrei andare a trovare i miei amici a New York e Los Angeles, sentire l’entusiasmo per il nuovo ciclo politico. E poi andare a scoprire un po’ della Cina, per capire in che direzione andrà il mondo. Ma ancora, tornare sereno e tranquillo a Milano a vedere un bello spettacolo al Piccolo, all’Elfo, al Partenti, ma anche a San Siro a vedere la mia Inter.

Dove ti vedi tra 10 anni?

Al manicomio. O al Mibact. Come Ministro ovviamente. O a vivere in un appartamentino ad Upper West Side, a dirigere film nella mia amata San Pietroburgo, a imparare a fare le torte, magari a le Marais a Parigi (che per un aspirante aiuto cuoco essere incapace coi dolci è imperdonabile). Resta da capire se sarò io, Guglielmo, o i personaggi che interpreterò, a fare tutte queste belle cose. Facciamo che non c’è differenza?


Immagine di cover: Sky/Gianni Fiorito

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