Paris Fashion Week S/S 2022: un’edizione phygital sospesa tra escapismo e voglia di normalità

Raccogliendo il testimone dalle passerelle meneghine nell’anticipare le linee guida del menswear per la prossima stagione calda, la Paris Fashion Week – andata in scena fino al 27 giugno – ha mutuato da Milano Moda Uomo la formula phygital, crasi che indica la commistione di défilé fisici e virtuali, con una netta prevalenza dei secondi. A fronte di sei show in presenza, infatti, sono stati 68 quelli digitali, per un totale di 73 brand ripartito tra new talent di belle speranze e marchi esemplari della couture, un mix che si ritrova anche nelle collezioni prese in esame, tra designer smaniosi di cancellare le angustie della pandemia a colpi di colore e outfit fantasmagorici e altri che, all’opposto, optano per creazioni “rassicuranti”, ovviamente confezionate comme il faut. A seguire, le proposte di sei griffe che ben sintetizzano la dicotomia stilistica appena menzionata.

EgonLab

È un pot-pourri in bilico tra sartoriale rimaneggiato, tropi di derivazione street, echi 70s e leziosità (pseudo)nobiliari la sfilata Spring/Summer 2022 di EgonLab, label in rapida ascesa guidata da Florentin Glémarec e Kévin Nompeix; «Un invito alla libertà», nelle parole del duo, concretizzato in ensemble prorompenti che mescolano liberamente must-have dell’urban style (giubbetti smanicati, camicie boxy, bomber, windbreaker, frutto anche della co-lab con Sergio Tacchini) e vezzi da gentiluomo di campagna inglese (fantasie minute a quadretti, giacconi matelassé, trench stazzonati, uso copioso del beige ecc.), forme attinte dall’abbigliamento sartoriale degli anni ‘70 (sagomate nella giacca, a zampa nel pantalone) e stravaganze giocate sulle tradizioni aristocratiche o cavalleresche, reali o meno che siano; queste ultime si manifestano nei molteplici tocchi playful, dai pugnali infilati nella giarrettiera ai blasoni posati su scarpe e tessuti, dai colletti di pizzo al bric-à-brac tintinnante delle catenelle di metallo, ché per il marchio francese noblesse oblige è un invito a divertirsi, a osare uno stile variopinto e sopra le righe.



Rick Owens

Rick Owens ambienta nel Lido di Venezia Fogachine, il défilé S/S 2022 che chiude in bellezza la parentesi lagunare del designer, approdato in città nel 2020. La nebbia del titolo simboleggia, nella visione del brand, un’esperienza ambigua, quasi soprannaturale, e dopo le collezioni più recenti (oltremodo cupe e severe) si allude ora a un’ascesi, da realizzarsi – ça va sans dire – attraverso gli abiti. Le linee, tanto per iniziare, sono secche e precise, con una stratificazione appena accennata; fanno eccezione i pantaloni, che sebbene possano ridursi a lacerti di stoffa tagliati al vivo, il più delle volte risultano liquidi, oppure solcati da cerniere che ne estendono il volume.
I modelli avanzano sulle note techno di Mochipet indossando tuniche fruscianti, canotte sbrindellate, aeree o incollate sul corpo, e top velati, portati all’occorrenza sotto capispalla scattanti con spalle rinforzate, ciclopiche come da prassi owensiana. Altrettanto grintosi gli accessori, tra occhiali a mascherina specchiati, monili-scultura e stivali con maxi platform.




Dior Men

Avezzo alle collaborazioni con artisti di fama mondiale, per lo show Dior Men S/S 2022 il direttore creativo Kim Jones fa le cose (ancora più) in grande reclutando Travis Scott, stella di prima grandezza del rap abituata a infrangere record di visualizzazioni e vendite, per la gioia delle molte aziende che lo hanno ingaggiato, da McDonald’s a Nike.
L’intento, spiega una nota, è unire i codici della maison alla mole di input fornita dalla guest star di stagione, che immagina il Texas (suo stato d’origine) come un luogo dello spirito, tra paesaggi desertici e grafismi che afferiscono all’etichetta discografica – e marchio personale – Cactus Jack. In un setting vagamente lisergico sfilano quindi i fili conduttori dell’era Jones (tailoring magistrale, monogrammi, borse dalle dimensioni contenute e compagnia bella) aggiornati à la Scott: così sui blazer sciancrati, chiusi lateralmente e con i revers sollevati, si appuntano spille e catenine bling bling, i pantaloni si allargano sul fondo, il motivo Dior Oblique viene rielaborato per ottenere la scritta “Jack”; per non dire della Saddle Bag sdoppiata, dei camicioni graffitati da George Condo, della profusione di ricami più o meno naïf, delle cromie che, ad eccezione del verde lime, appaiono polverose, come riarse dal sole (caffè, terra di Siena, rosa baby, malva, ceruleo ecc).
Una collezione che si preannuncia tra le più desiderate dell’anno venturo, applaudita da un parterre de rois formato, tra gli altri, da Robert Pattinson, Kate Moss e Bella Hadid.




Hermès

Tra le poche griffe ad aver optato per una sfilata dal vivo, Hermès concepisce da sempre l’abbigliamento maschile come una naturale prosecuzione dei valori che hanno reso le sue borse la quintessenza del lusso, cioè savoir-faire e qualità senza pari al servizio di un’eleganza misurata ed effortless, ammantata di quel je ne sais quoi tipico dello stile parigino; i 41 outfit in passerella ne sono la dimostrazione lampante, uscite che trasudano sofisticatezza, nelle quali il superfluo è bandito e la figura alleggerita sia nei volumi, sia negli abbinamenti.
Parka, soprabiti, blouson e altri capispalla lineari esigono pantaloni relaxed fit o bermuda, trattenuti da cinture in corda d’ispirazione nautica, annodate sul fianco, ai piedi stivaletti Chelsea o sneakers minimaliste. Fanno la differenza, al solito, tagli, costruzioni e texture delle proposte, che nonostante l’impressione di grande scioltezza rivelano una perizia sopraffina nelle lavorazioni, dal suède impalpabile agli effetti dévoré passando per coccodrillo felpato, traforature che delineano i profili di selle, cavalli e altri stilemi equestri cari al brand, pelle resa sottile come carta velina e cuciture in rilievo.
Una semplicità (soltanto apparente) che Véronique Nichanian, direttrice artistica dell’uomo di Hermès, eleva a epitome dello chic.



Davi Paris

Nell’ultima prova della sua label Davi Paris, Davide Marello recupera mollezze e sensibilità cromatiche abbastanza inconsuete nel menswear, per quanto homewear e affini abbiano incoraggiato il vestire comodo. Il designer limita la scelta a pochi, ragionati evergreen (magliette, camicie, suit, tank top, pantaloni a gamba dritta e così via) che colpiscono per l’uso munifico e inventivo del colore: boccioli, petali e tralci sono pennellati sui tessuti in tonalità decise o flou, riprodotti ton sur ton sullo jacquard o sfocati in pattern vibranti, esplorando un ricco repertorio di nuance, dalla gamma dei blu al rosso, dal glicine al verde brillante. Le calzature (sandali in pelle a doppia fascia) si accordano al mood studiatamente languido delle mise, ideali per chi, nell’attesa di tornare in modo definitivo alla normalità, voglia liberare la fantasia almeno nel proprio look.





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