Radiografia di un cult: i mocassini con morsetto Gucci

Senza entrare nel merito dei giudizi sul chiacchieratissimo House of Gucci, drama uscito nelle sale italiane lo scorso 16 dicembre, è innegabile lo slancio dato dal film ai prodotti più esemplari del brand fiorentino; non che ne avessero bisogno, considerata la potenza di una griffe radicata come poche altre nell’immaginario comune, però fa sempre il suo effetto vederli indosso a Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino e al resto del cast stellare reclutato da Ridley Scott. Di uno, segnatamente, vengono tessute le lodi, raccontandone con dovizia di particolari genesi, pedigree acquisito grazie all’attrattiva esercitata sul jet set degli anni 70/80, preziosismi della lavorazione, assegnandogli perfino il compito di favorire, sotto forma di munifico cadeau, uno snodo decisivo della trama: parliamo del mocassino con il morsetto, articolo massimamente emblematico di una maison che, pure, vanta nel proprio catalogo diverse creazioni entrate di diritto nella storia della moda con la M maiuscola.
Una scarpa dal design lineare, quasi elementare nella semplicità di costruzione e forme, nobilitato dall’apposizione, sulla mascherina, della staffa metallica con doppio anello, estrapolata dal mondo della selleria e delle finiture per l’equitazione (consustanziale al marchio sin dalla nascita, nel 1921) e divenuta ormai sinonimo di Gucci tout court.



Dotati di tacco dall’altezza contenuta (meno di due centimetri), flessibili e leggeri grazie alla qualità del pellame, maneggiato ad arte dagli esperti artigiani della casa, e all’assenza della soletta, i loafer col dettaglio equestre fanno la loro comparsa nel 1953: è Aldo Gucci, negli Stati Uniti per avviare il ramo statunitense dell’impresa fondata dal padre Guccio, ad avere l’idea di stuzzicare la clientela locale, già entusiasta per l’apertura della megaboutique del brand sulla Fifth Avenue newyorchese, con una proposta a un tempo chic ed easy, che coniughi mirabilmente la comodità della tomaia senza lacci al garbo dei modelli formali, ideali per completare i suit da ufficio come gli ensemble da serata mondana.
Gli Usa, d’altronde, sono la patria del casualwear, e i rampolli della buona borghesia americana, nello stesso periodo, si prodigano per rendere aspirazionali le tenute preppy che ruotano su cardigan, pantaloni con le pinces e penny loafer, giustappunto.
La popolarità delle calzature con dettaglio horsebitcosì lo chiamano oltreoceano – cresce rapidamente oltre le più rosee aspettative, ad invaghirsene è soprattutto lo stardom internazionale: la lista di celebrità e personalità assurte al pantheon del ben vestire che le calzavano, indifferentemente, nel tempo libero o nelle occasioni ufficiali, rischia di essere chilometrica, tra attori (Clark Gable, Yul Brynner, Alain Delon, Peter Sellers, John Wayne…), registi (Francis Ford Coppola), politici (John F. Kennedy, l’allora capo della Cia George Bush senior), persino bellezze leggendarie come Sophia Loren o Jane Birkin, a riprova della natura intrinsecamente genderless dell’accessorio.



Adam Driver sul set di House of Gucci, Alain Delon, Jane Birkin, Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street


Dove non arrivano le foto paparazzate dei divi o il potere ammaliatore delle uscite sul tappeto rosso, ci pensano poi le inquadrature di film di enorme fama: i mocassini in questione, infatti, accompagnano Dustin Hoffman sul set di Kramer contro Kramer, Matt Dillon in quello di Drugstore Cowboy, Matt Damon ne Il talento di Mr. Ripley, il Brad Pitt di Fight Club, in tempi più vicini a noi i protagonisti di The Wolf of Wall Street (il “lupo” del titolo Leonardo DiCaprio li piazza sotto gessati da yuppie rampante, mentre il suo braccio destro, Jonah Hill, durante uno degli innumerevoli, orgiastici party della pellicola  li sbatte sul tavolo per richiamare l’attenzione). Non sorprende affatto, perciò, che il Met di New York, riconoscendone l’iconicità, decida nel 1985 di includerle nella collezione permanente del museo.


Il talento di Mr. Ripley

A raccogliere il testimone degli estimatori eccellenti del passato sono adesso i nuovi astri dello show business: in prima fila, i testimonial/aficionados della label, Harry Styles, Jared Leto e Dakota Johnson, quindi titani del rap (che, quanto a influenza sul pubblico, rivaleggiano ormai con le popstar) alla Asap Rocky o Childish Gambino, assi dello sport come LeBron James, gli “immancabili” attori (altro elenco potenzialmente sterminato, ci si limita a citare Jamie Foxx, Idris Elba, Shia LaBeouf e il nostro Alessandro Borghi).


Harry Styles, Jared Leto, Alessandro Borghi


Il fatto che i loafer con morsetto siano oggetto di una tale riverenza non significa, però, che il loro aspetto sia rimasto immutato, anzi: negli anni sono stati forgiati in una moltitudine di materiali, dal suède al coccodrillo, dalla tela alla vernice.
Dalla metà dei Nineties, la glamourizzazione tutta edonismo e voluttuosità intrapresa dal designer Tom Ford investe anche gli accessori, i tacchi guadagnano centimetri e le superfici lucentezza. Nemmeno i successori dello stilista texano, che lascia Gucci nel 2004 dopo averlo tramutato nel pinnacolo della coolness di fine millennio, si esimono dall’adeguare le scarpe di punta della griffe alla propria cifra creativa: Frida Giannini si dimostra rispettosa della tradizione, pur aggiungendo talvolta un frisson, coprendole di borchie, tappezzandole degli intrichi fiorati del pattern Flora o, come nella collezione celebrativa del sessantesimo anniversario, nel 2013, colorandole di tonalità glossy.


Gucci F/W 1995 (credits Condé Nast Archive), Backstage della sfilata S/S 2013


Alessandro Michele, da ultimo, le rielabora già alla prima uscita da direttore artistico del brand, lo show Fall/Winter 2015, in cui inserisce le Princetown, mules foderate di pelliccia, un feticcio delle fashion victim che ben sintetizza la sfolgorante  fase iniziale dello sua tenure. Da lì in avanti, la ridondanza di decori sarà il minimo comun denominatore della visione stratificata, proteiforme di Michele: popola dunque i mocassini di api, serpenti, tigri e altre creature di un bestiario fantasmagorico, o ancora di personaggi Disney, geometrismi, applicazioni da giardino delle  meraviglie, senza mai rinnegare l’heritage, poiché altre versioni esaltano quei lemmi che, da decenni, compongono l’alfabeto Gucci (doppie G, nastro Web, tessuto monogrammato…); è ancora disponibile, per dire, il modello sempreverde da cui tutto è partito, (ri)nominato 1953, senza fronzoli, ad eccezione – ovvio- della placchetta in metallo dorato.




Il battage mediatico che ha preceduto l’uscita del succitato biopic sulla famiglia Gucci, in ogni caso, ha lasciato il segno, specialmente nel settore dell’e-commerce: stando ai numeri diffusi dalla piattaforma di abbigliamento pre-owned Vestiaire Collective, le ricerche del marchio sono aumentate, su base annua, del +25%, il numero di pezzi in vendita sul sito addirittura del +80%. Vintage o freschi di sfilata, i loafer della maison rappresentano un bene rifugio che, a differenza dei racconti a tinte noir sulle dinastie della moda, mette d’accordo tutti da quasi settant’anni.

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