Romano Reggiani: artista poliedrico tra recitazione, musica, regia e scrittura

Ph: Davide Musto

Stylist: Stefania Sciortino

Ass. Ph. Emiliano Bossoletti

Grooming: Vincenzo Parisi

Location: Mediterraneo al Maxxi

Location manager: Sonia Rondini

Total look: Dolce&Gabbana

Romano Reggiani è un artista dalle tante sfaccettature: bolognese 27enne, si è formato al Centro Sperimentale di Cinematografia romano per recitare poi in titoli di grande successo –1993, Mental, Una grande famiglia e tanti altri.
Appassionato di musica, nel 2019 ha pubblicato il primo album Time is a Time; nel suo futuro, oltre a nuovi titoli per cinema e tv, potrebbe esserci anche un romanzo.



Raccontaci il tuo percorso finora.

Mi definirei un artista il cui lavoro principale è quello dell’attore: ho iniziato a 18 anni per entrare poi, nel 2013, al Centro Sperimentale, da lì ho partecipato a produzioni che mi hanno fatto crescere molto, in tutti i sensi.
Sono appassionato di musica e suono da anni con la mia band, portando avanti diversi altri progetti personali.

Nel tuo curriculum figurano autori come Pupi Avati o Bobby Moresco, com’è stato lavorare con registi di tale spessore? Ci sono esperienze, ricordi dai set che vorresti condividere?

Quelli con Pupi Avati sono stati ruoli piccoli ma preziosi per crescere, tra quelli più rilevanti cito il personaggio di Una grande famiglia perché mi ha fatto conoscere, a seguire la serie 1993 dove ho interpretato il giovane Stefano Accorsi/Leonardo Notte; un’esperienza bellissima, da cui è nata anche un’amicizia con il regista Giuseppe Gagliardi.
Poi sono arrivati Vite in fuga, altri serial Rai, tutte esperienze significative in quanto occasioni di crescita.



Hai diretto tre cortometraggi, un’esperienza che vorresti ripetere?

Dei miei corti il più maturo credo sia L’addormentato nella valle, sul tema della memoria, uscito nel centenario della Grande Guerra e girato nei territori veneti delle battaglie. Riguardo la possibilità di realizzarne altri certamente, sto lavorando alla mia opera prima di cui sarò regista e attore, è una storia d’amore, del resto le adoro e titoli come la Before Trilogy di Richard Linklater rappresentano, per me, il cinema con la C maiuscola.

In Mental interpreti un ragazzo borderline tossicodipendente. Penso sia molto attuale una serie che affronta il tema del disturbo psichiatrico giovanile, vuoi parlarcene?

È stato un lavoro intenso quanto a dispendio di energie per tutto il cast, dovevamo interpretare ruoli problematici, è facile scadere nei cliché con certi argomenti, quindi abbiamo lavorato sulle singole sensibilità, riversando il nostro vissuto in dinamiche che non ci erano familiari.
Mental pone l’accento sulla verità dei sentimenti, la conoscenza della malattia è avvenuta a priori, poi ce ne siamo dimenticati per concentrarci sulle vicende dei personaggi, un percorso introspettivo davvero interessante. Ha rappresentato una sfida inedita, è un serial forte, moderno nel vero senso del termine, nonostante tutto sta andando bene sul web e arriverà una seconda stagione.



Nel 2019 è uscito il tuo primo album Time is a Time, che rapporto hai con la musica in generale?

La musica è una priorità assoluta, un fuoco che mi dà energia. Time is a Time è un progetto folk rock prodotto da Undergound Music Studio, risultato di un lungo tour con la band.

Tutto ciò che ho fatto finora è stato come un percorso di preparazione al primo disco in italiano Zattere, dove ho trasferito tutta l’energia, il mio modo di scrivere e dire le cose, al momento comunque non sono sicuro di se e quando uscirà. Volevo realizzare un disco cantautorale dallo stile libero, ispirato al sound americano anni 60-70 e a De Gregori, che almeno in Italia per me è il migliore, scrive come nessun altro e credo che la musica sia appunto testo, un’arte in funzione delle parole, delle immagini, della poesia.

Che rapporto hai con la moda, come ti approcci agli outfit dei personaggi?

In Mental ad esempio indossavo canottiere e pantaloncini orribili, abiti che penso fossero azzeccati per Michele; è stimolante riflettere su come l’abito faccia il personaggio, Giannini nelle lezioni al Centro spiegava, scherzando, come l’attore in fondo debba fare poco, “solo” sentire le cose, al resto pensano fotografia, regia e costumi. Certamente mi piacerebbe partecipare a un progetto in costume, il mio personaggio in 1993 viveva negli anni 70 e personalmente attingo molto da quello stile lì, Levi’s, jeans, pelle, scarpe All Star, Kickers, Dr. Martens…



Quali progetti hai per il futuro?

Le cose cui tengo di più, ad ora, sono la mia opera prima e un romanzo che spero di pubblicare presto.

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