La Serie A non è un paese per giovani

C’è un vento nuovo che soffia sulla Serie A e sul calcio italiano. Un vento fatto di speranza, di sogni, ma soprattutto di giocate e di gol. Come quelli della bella gioventù tricolore, soprattutto del trio millennials formato da Nicolò Zaniolo, Andrea Pinamonti e Moise Kean. 24 partite e 5 gol per l’attaccante del Frosinone, stessa partite e una rete in meno (ma da trequartista) per il classe 2000 giallorosso, 320 minuti e un bottino di 6 reti per lo juventino. Un vero e proprio tesoretto di gol, assist e giocate che può di diritto riempire il cassetto dei sogni.

Ma il calcio non è fatto solo di passione e di speranza. Il futuro si conquista a suon di investimenti, soprattutto nel calcio giovanile. Puntando sui prodotti dei vivai e lanciandoli in prima squadra. In Italia qualcosa sta cambiando ma i dati parlano ancora di un’età media di 27.1 anni, con 297 atleti stranieri su 519 totali. La formazione più giovane, secondo quanto emerge dai dati raccolti dalla redazione di Bwin Sports, è quella della Fiorentina, con una media di 24 anni e 3 mesi, seguita da Milan (25 anni e 1 mese) e Udinese (25 anni e 6 mesi). Il trio delle più vecchie vede la Juventus (28 anni e 8 mesi), Parma e Chievo a quota 29 anni.

E la squadra di Firenze è un vero fiore all’occhiello in questo senso, perché il progetto tecnico di Corvino, in simbiosi con il coraggio di Stefano Pioli, ha portato quest’anno a veder schierati titolari ben 104 under21. Più del doppio di squadre come Cagliari, Roma, Chievo e Sampdoria. In calo anche la Lazio che, nonostante sia forte di uno dei vivai più prolifici in Italia, in stagione ha schierato solo 10 under21 da titolari.

Soffermiamoci per un momento sul caso Fiorentina. La sua gestione, mirata al fair play finanziario e all’auto finanziamento, ha trovato forse la strada vincente. Se si scorrono all’indietro le rose dei Della Valle si leggono infatti nomi del calibro di Salah, Bernardeschi, Marcos Alonso, Vecino, Ljajic, Cuadrado. Senza considerare un gioiello come Chiesa, di sicura partenza in estate, così come i pezzi forti Lafont e Milenkovic.


Investire sui giovani è anche questo: incassare, comprarne di nuovi e far ripartire la giostra. Un progetto messo in pratica anche dalla Roma di Pallotta che soprattutto con Sabatini era riuscita a sfornare grandissimi talenti (Marquinhos, Lamela, Pjanic, Rudiger, Manolas, Strootman) e soprattutto dall’Udinese di Pozzo, che forte di una rete di scout diffusa in tutto il mondo riusciva a trovare sempre piccole pepite in campionati sperduti. Ma investire sui giovani vuol dire anche spendere soldi nei settori giovanili, nelle loro strutture, nella loro formazione. E non aver paura di lanciarli in prima squadra. Paura che sta dimostrando di non avere il ct della nazionale maggiore Roberto Mancini: per il prossimo stage azzurro sono ancora una volta tantissimi i volti nuovi. Tra questi un certo Alessio Riccardi, classe 2001 della primavera della Roma. Presenze in campionato 0. Almeno fino ad oggi. Domani chissà.

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