Home sweet home: riflessioni tra architettura e design con Diego Thomas

La maggior parte di noi lo conosce perché è uno dei giudici di Cortesie per gli Ospiti su Real Time, anche se in realtà Diego Thomas è un architetto specializzato in interior design con percorso professionale di tutto rispetto.

Le passioni per l’architettura, l’interior e l’artigianato nascono fin dai tempi degli studi universitari con un filo conduttore: quello di trovare un’unione armoniosa tra ambiente esterno e interno. Lo abbiamo intervistato in questa pausa dalle scene per conoscere meglio l’uomo e il professionista…

Racconta il tuo percorso professionale e come è nata la tua passione per l’architettura

Immagina che se da piccolo mi avessi chiesto “cosa vuoi fare da grande?” avrei risposto “il gelataio”, ma, attenzione, questo solo fino ai sei anni! Il mio settimo anno fu il vero anno di svolta perché maturai il pensiero innovativo di poter mangiare sempre gelati senza venderli; cambiai così la risposta in “voglio fare l’architetto”.  

Tutti si chiedevano come facesse un bimbo così piccolo a sapere cosa fosse un architetto: dipendeva dallo stile di vita di mia madre, artista, che si divideva tra i suoi quadri e i restauri di vecchie case di famiglia, che amava trasformare insieme agli operai e anche a me, che l’accompagnavo spesso nei cantieri. In linea di principio, quindi, con l’architettura ci sono nato e cresciuto.

Come sei approdato a Cortesie per gli ospiti?

Grazie a un’amica, o grazie a un corniciaio, forse grazie ad entrambi: praticamente una mattina dovevo ritirare un quadro che avevo fatto incorniciare e il corniciaio non lo trovava mentre io aspettavo spazientito.

In quel frangente un’amica d’infanzia mi manda uno screenshot di un annuncio che passava in TV, qualcosa tipo “stiamo cercando architetti simpatici”. Così, per ingannare il tempo mentre il corniciaio ribaltava il suo negozio per recuperare il mio quadro, chiamai il numero dell’annuncio e mi rispose la produzione di Cortesie Per Gli Ospiti.


Il cast di Cortesie per gli Ospiti: l’architetto Diego Thomas, la lifestyle coach Csaba Dalla Zorza e lo chef Roberto Valbuzzi

Mentre, finalmente, mi allontanavo con il mio quadro sotto braccio, prendemmo un appuntamento per un provino nel mio studio. Ne facemmo tre, a strettissimo giro, e dopo circa un mese venni catapultato direttamente dal mio studio di Campo de’ Fiori al set televisivo, e dovetti rapidamente abituarmi a tutte quelle telecamere puntate su di me…

L’errore più frequente che hai riscontrato nelle case viste sino a oggi?

A chi gli chiedeva consiglio, il grande Gio Ponti rispondeva: “Se è un artista se la caverà senza consigli, per l’intuizione e il temperamento. Se non lo è il consiglio è rivolgersi a noi. Gli faremo cose bellissime.” 

L’errore più frequente, infatti, è quello di non investire nella consulenza di un professionista quando si approccia una casa. Molti credono di risparmiare, ma studi scientifici dimostrano che chi si affida a un progettista alla fine risparmia tempo, soldi e fatica, e il risultato sarà sicuramente migliore.

La casa (o le case) che ti hanno sorpreso in positivo?

Tutte le case che ricevono voti sufficienti mi sorprendono in positivo. La mia preferita? Una villa in Puglia, un’antica masseria ampliata con una struttura moderna ma rispettosa del contesto. Il tutto incorniciato da un giardino con vasche e sculture. L’armonia di quel luogo ci pervase tutti e gli abitanti sembravano illuminati dalla bellezza.

Nel backstage di Cortesie, tutto sembra rilassante e facile. Quanto tempo lavori al programma e quale impegno implica? 

Sembra facile ma non lo è! I set cominciano alle 8 del mattino, forse i preparativi anche prima, e terminano la notte tra le 22 e l’una del giorno dopo, tutti i giorni. Dico ”i set”, al plurale, perché sono due al giorno.

Infatti registriamo le puntate incrociandole  con due troupe diverse che si sovrappongono in due location differenti. Solo noi conduttori, gli addetti al trucco, un operatore e un producer facciamo doppio turno trasferendoci da un set all’altro.

I concorrenti, per loro fortuna, sono coinvolti solo parzialmente in tutto questo enorme lavoro di squadra. Il pubblico a casa, infine, vede il risultato condensato in 50 minuti dai montatori che spesso lavorano in casa di produzione a doppio turno: un gruppo di giorno e uno di notte, la mattina si scambiano i cornetti e il cappuccino.

Se potessi avere carta bianca e budget illimitato, come immagini la casa del tuoi sogni?

Con una bella vista.

Quali sono gli architetti e le opere che per te sono stati importanti nella tua formazione?

Penso che ogni architetto abbia dato il suo contributo in positivo ma anche in negativo. Se dovessi farmi disegnare la casa da qualcuno che non sia io, tra gli architetti del passato sceglierei sicuramente Michelangelo, tra gli architetti moderni forse ne sceglierei uno sconosciuto ai più, che praticamente ha fatto un’opera sola: Pierre Chareau con la sua Maison de Verre a Parigi.

Una casa concepita agli inizi degli anni Trenta molto poco instagrammabile ma danzante, dove  la tecnica diventa poesia, un ibrido tra il deco e  la purezza del razionalismo, che portò a un risultato ancora più innovativo per il tempo

Diego nella vita di tutti i giorni: quali sono le tue passioni e il tuo look fuori dalla tv?

In TV sono in vesti ufficiali, con la giacca e a volte la cravatta. Nella vita di tutti i giorni sono più casual: amo sperimentare, anche con i look. 

Quando viaggi per lavoro e per piacere cosa, non può mancare nella tua valigia?

Delle cuffie per la musica, non vivo senza. L’architettura è musica.

Come hai vissuto il lockdown e come prevedi cambierà il post covid anche nel tuo lavoro?

L’emergenza è devastante, sotto tutti gli aspetti. Fortunatamente ho continuato a lavorare: anche se le riprese di Cortesie per gli Ospiti si sono interrotte, ho scritto molto, soprattutto un nuovo libro, e disegnato per portare avanti le progettazioni in attesa che ripartano i cantieri. Lavorare mi ha aiutato a mantenermi vitale.

In questo periodo miei validi alleati sono stati la musica e i libri, oltre che il mio cane che ringrazio perché ogni tanto mi porta a fare la passeggiatina sotto casa, nel centro storico di Roma deserto, dove ci siamo più volte imbattuti in pappagalli e perfino un riccio!

Pensare che gli animali si sono riappropriati dei loro spazi mi ha regalato un sorriso. Nei momenti peggiori, infatti, le uniche notizie confortanti sono quelle sull’ambiente: l’inquinamento che diminuisce drasticamente è un pensiero positivo. 

Un altro risvolto bello della situazione è la riscoperta del vicinato: nell’antico rione dove vivo è capitato di parlare con i vicini della finestra di fronte, siamo arrivati anche a fare aperitivi dai terrazzi intorno. Credo che questi legami rimarranno anche quando, finita l’emergenza, ritorneremo a uscire.

Il confinamento dentro casa ha, poi, messo al centro l’importanza degli interni in cui viviamo. Ho avuto un boom di richieste perché le case sono diventate il nostro unico habitat: fondamentale non solo abitarci al meglio, ma anche lavorarci e studiarci. Le abitazioni, infatti, cambiano e assumono nuove funzioni diventando anche uffici e scuole individuali.

In un’ottica post covid anche il modello di città va ripensato. La concentrazione di funzioni, spazi e persone va rivista in un’ ottica di dispersione che consenta il distanziamento: dalla riorganizzazione degli spazi urbani a un nuovo tipo di mobilità pubblica, fondamentali, ad esempio, le piste ciclabili. Per le città d’arte, il turismo deve forzatamente virare da un sistema pensato per gli stranieri a uno per l’utenza interna, molto diverso. Sto appunto lavorando ad un articolo accademico su questi argomenti.

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