Bagnaia, rookie blasonato

Lo abbiamo presentato nel numero di Manintown di Gennaio, quando solo da qualche mese era diventato Campione del Mondo di Moto2 con i colori dello Sky Racing Team VR46, mentre fresco di contratto con la Pramac Ducati si accingeva ad intraprendere una nuova stagione, questa volta in MotoGP. Abbiamo seguito Francesco Bagnaia in questi primi Gran Premi di stagione, dopo il trittico extraeuropeo, nelle tappa spagnola e poi in quella francese ed italiana al Mugello. E’un rookie nella classe regina e non è facile scendere in pista sfidando i suoi idoli.

Quest’anno ti confronti in pista Valentino Rossi, il tuo idolo, il tuo mentore. Hai detto che per te non è propriamente un avversario…

Confermo che è difficile vederlo un avversario come tutti gli altri piloti. Di certo è qualcosa di… davvero figo! Io sono nato nel 1997, l’anno in cui ha vinto il suo primo titolo mondiale in 125cc. Per me è un esempio, per la forza che ci mette per continuare a correre ad alti livelli e migliorarsi di continuo.

Per la  MotoGP con il team Pramac Racing e contratto diretto Ducati per 2 anni. Hai detto che vuoi crescere, imparare, un obiettivo realistico può essere il titolo rookie?

Sì, anche se non sarà facile. Cercherò di essere il miglior esordiente dell’anno e come performance rientrare nel Q2 (seconda sessione di qualifiche, ndr). Considerando il livello della MotoGP non è facile, ma ci provo ad ogni gara.

Nel calcio spesso alle presentazioni dei nuovi calciatori dicono “Ho sempre sognato di indossare questa maglia”. Nel tuo caso, per davvero, sei sempre stato un Ducatista, volevi proprio correre con questa moto…

Assolutamente sì. La Ducati è una moto e un’azienda che mi sono sempre piaciute tantissimo. Un po’ meno diciamo dal 2010 al 2013 in MotoGP, ma nei successivi anni ho visto un grande cambiamento. Sono tutti molto, molto motivati a vincere, lavorano tantissimo e non si risparmiano mai. Inoltre sin da bambino volevo correre con una Ducati…


Ducati ha scritto pagine di storia del motociclismo anche in Superbike: se ti chiedessero di correre qualche gara in questo campionato l’anno prossimo? Ai Ducatisti piacerebbe…

Extra-MotoGP in particolare vorrei correre in un prossimo futuro in Giappone, alla 8 ore di Suzuka. Una gara che mi ha sempre affascinato per l’atmosfera, per tutto il contorno, ma non solo. Mi piacerebbe molto correrci con Ducati, ma al momento non prende parte all’evento: in futuro, chissà…

In Ducati sembrano già pazzi di te, anche perché vogliono dimostrare che un “deb” possa andare subito forte con una moto finora ritenuta difficile…

“Sono dell’idea che sia più complicato per un pilota passare da un’altra MotoGP alla Ducati, rispetto che per un rookie salire per la prima volta in sella alla Desmosedici. Me ne sono accorto già dai primi test: la Moto2 è una moto che praticamente “non frena”, non curva velocemente, ha chiaramente dei limiti. In sella ad una MotoGP tutto ti sembra più grande e… migliorativo, dove hai sempre un gran margine per andare più forte. Forse per questo mi sono trovato subito bene con la Ducati, non avevo pregressi riferimenti in sella ad una MotoGP. L’attenzione che ripone in me la casa madre? Chiaramente è positivo e ne sono onorato, me lo hanno dimostrato sin dal primo giorno. Poter lavorare con Christian (Gabarrini, capo-tecnico) e Tommaso (Pagano, telemetrista) è il massimo. Mi sono trovato subito bene con loro, si sono interfacciati con me con umiltà, senza impormi nulla, trovando insieme la strada per migliorarci. Davvero il top!

Se dovessi paragonare la guida di una MotoGP a qualcosa nella vita di tutti i giorni, cosa penseresti?

Non ne ho idea. La MotoGP è assurda: frena troppo, viaggi ad oltre 300 orari, in curva sembra non avere limite. Non saprei a cosa paragonarla: è qualcosa di unico.

Da pilota professionista sei un giramondo: molti tuoi colleghi si sono trasferiti ad Andorra o Lugano, tu pensi vivrai ancora a lungo in Italia?

Si dice “mai dire mai nella vita”, ma non credo. Sono dell’idea che vivere in Italia sia il massimo: come si sta qui non ha eguali.

Sei un ragazzo tranquillo, riservato, educato… La definizione di “pilota della porta accanto” ti piace?

Mi sembra un appellativo un po’ “moscio”… Però sì, mi piace. Sono fatto così, cerco di essere disponibile con tutti, mi sembra doveroso.

Diventare un pilota professionista richiede impegno, sacrifici, anche tanti rischi. Di questi tempi, ti ritieni comunque un privilegiato?

Assolutamente sì e so perfettamente di esserlo. Per questo ringrazio sempre la mia famiglia per i loro sacrifici di questi anni, così come la VR46 e chi mi è stato sempre accanto. Ci penso sempre.

Quando sei diventato Campione del Mondo in Moto 2 con lo Sky Racing Team VR46 ti sentivi cambiato?

Io no, affatto. Ma posso dire che ho notato più che altro un avvicinamento da parte di persone che si sono appassionate al motociclismo proprio in seguito al titolo mondiale vinto, soprattutto a Chivasso, la mia città. “

Foto: Ufficio stampa Pramac Ducati

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