Davide Marello : “Il mio marchio è un album di ricordi della mia vita”

Viviamo in un’epoca in cui ognuno vuole tutto e subito, crediamo di poter raggiungere i nostri obiettivi semplicemente perché ci crediamo ma se ci fermassimo a pensare, apprendere e migliorare per poi continuare ad inseguire i nostri sogni?

C’è chi trova sin da subito la propria strada e chi ha bisogno di tempo e d’esperienza per capire come raccontare la propria storia. 

Davide Marello è nato e cresciuto ad Asti, a 18 anni si è trasferito a Milano e dopo aver intrapreso gli studi di moda presso l’istituto Marangoni con varie esperienze per piccoli e grandi brand, ha presentato il suo marchio Davi Paris lo scorso giugno a Parigi dove attualmente risiede, un traguardo che ogni giovane designer sogna, eppure è solo l’inizio di questa storia.


Quando hai capito di voler diventare un designer?

Ho avuto la fortuna di crescere con una nonna sarta che probabilmente mi ha trasmesso l’amore per la sartoria ed in più, subito dopo la maturità, credevo che Milano e la moda sarebbero state il mio escamotage da un lavoro d’ufficio sedentario. 

Stiamo parlando di un periodo, quello di fine anni ’90, in cui la moda aveva un forte impatto sulla società, era il periodo delle top model e di Gianni Versace, mi affascinava la visione di una femminilità esuberante, l’approccio al colore e l’idea di mischiare il sacro con il profano. 

Sicuramente il mio primo imprinting estetico è stato Versace mostrando il suo amore per la Magna Grecia ed io ho sempre avuto una passione per la mitologia confrontata con l’arte contemporanea, probabilmente ho iniziato questa carriera pensando di lavorare sulla moda femminile grazie a lui poi con il tempo ed esperienza ho affinato la mia estetica e gusto scoprendo la mia strada. 

Qual’é stata la scintilla che ti ha spinto a dar vita ad il tuo brand “Davi Paris”?

Credo che la scintilla sia stata il potere della moda sulle persone, il poter essere attirati da un abito e riuscire a mutare la percezione che gli altri hanno di noi stessi. Con la moda puoi sottolineare il tuo carattere ma anche trasformalo o semplicemente nasconderlo, sono stato affascinato da questo aspetto sin da piccolo.

Ho subito anche il fascino della fotografia grazie ad Helmut NewtonRichard Avedon e Steven Meisel che riuscivano a trasmettere emozioni e stati d’animo con delle semplici immagini. 
Io in realtà non ho mai pensato di voler dar vita ad una mia visione, ho sempre amato lavorare su dei progetti già esistenti e riutilizzare l’archivio di un brand per dar vita ad una nuova storia, probabilmente ho capito con il tempo di esser pronto a fare un grande passo ed avere un’idea ed una visione tale da poter far ascoltare anche la mia storia.

Ho sempre pensato che prima di entrare in guerra uno debba essere munito delle proprie armi per essere in grado di difendersi ma anche di attaccare e alla fine sono sceso in campo anche io. 

Cosa ti ha spinto verso la moda uomo e a chi si rivolge “Davi Paris”?

La mia prima esperienza con la moda uomo è stata con Giorgio Armani, credo di aver appreso molto su come si formi un’immagine ben precisa dell’uomo e come questa possa seguire dei codici predefiniti ma ho anche capito che la condivisione ed il confronto con le nuove generazioni sia essenziale. 

Mi piace rivolgermi ai ragazzi più giovani perché credo che la moda sia freschezza e contemporaneità ma al tempo stesso cerco di creare una via di fuga dalla monotonia della realtà, ho voluto dedicare un momento di evasione a tutti gli uomini con la camicia popeline azzurra perché in questi anni ho capito che anche il maschio alpha ha l’esigenza di mostrare un nuovo aspetto di se stesso e proprio per questo il mio primo capo fu una camicia con stampa floreale. 

Ho voluto formulare il mio progetto anche con una certa fluidità di genere, io dico sempre che la mia collezione è maschile perché mi piace pensare ad un uomo che voglia indossare qualcosa di diverso che pesca un po’ per tessuti e forme associate al mondo femminile ma che mantiene un sottile equilibrio.

Devo dire che sono rimasto anche un po’ sorpreso da vedere i miei capi indossati da rapper e trapper anche se trovo stupendo il poter utilizzare la moda per esprimere quella vena estrosa che appartiene alla cultura show-off della black music è molto interessante vedere come le persone possano interpretare il mio messaggio più romantico e legato a Parigi adattandolo alla propria storia.

Sono stato sempre etichettato come designer sartoriale avendo lavorato a lungo per Alessandro Michele e Boglioli ed in questa mia collezione ho voluto strapparmi un’etichetta mostrando un nuovo aspetto della mia creatività per poter magari stupire. 


Perché la decisione di presentare la tua prima collezione a Parigi?

La scelta di Parigi è stata una scelta naturale, dopo aver lasciato la direzione creativa di Boglioli ho voluto prendere un momento solo per me, staccarmi dai ritmi frenetici della moda così ho colto l’occasione per abbandonare la mia comfort zone per vivere un’esperienza a Parigi, una città che ho sempre idealizzato, molti miei amici designer mi raccontavano delle loro brutte esperienze in questa città ma io invece l’ho subito amata, trovo che sia un luogo che mi assomiglia molto. 

Parigi è una città romantica, melanconica, culturale e con una leggera vena nostalgica senza trascurare la bellezza dell’arte antica in perfetta armonia con quella moderna, purtroppo in Italia siamo molto attaccati al passato non riuscendo a dar spazio alla contemporaneità. 

Ho voluto che Davi Paris fosse un progetto più onesto possibile per questo motivo ho ritenuto giusto presentarlo nella città che più mi rappresenta. 
 
Quale è la tua definizione di “designer”?

Per me il designer è colui che riflette nella moda ciò che vive. 

Io amo viaggiare e prendere spunto da altre culture ed al tempo stesso scopro ogni giorno nuove cose nella mia città cercando di essere molto lucido per far si che le mie esperienze personali incidano col giusto peso sul mio progetto.

Credo che il mio marchio abbia tanto di me, del mio vissuto e del mio passato, mi dico sempre che Davi Paris è un po’ come un vecchio album fotografico di ricordi della mia vita che condivido con il mondo. Il designer di successo è colui che interpreta una storia ed un’estetica per rompere gli schemi. 

Cosa ti manca di più di Milano? 

Milano per me rappresenta l’Italia, la forza che trasmette, la meritocrazia e lo scambio perché è una città che se sei in grado di “dare” ti restituisce tutto. 

Se devo esser sincero mi manca, mi manca come noi italiani siamo in grado di affrontare e risolvere i problemi, l’artigianalità ed il nostro know-how che dovremmo tutelare soprattutto in questo momento di crisi. 

Ricordi la tua prima camicia stampata e a cosa ti sei ispirato? 

Per me è stato un colpo di fulmine, era un vecchio archivio di una stamperia, una stampa con dei grossi fiori nei toni del rosa, cipria, azzurro, una sorta di camouflage floreale al limite tra il maschile ed il femminile, mi fece pensare subito ad una gonna plissettata che indossava sempre mia nonna, ecco il potere dei ricordi e della fotografia che riaccendono delle sensazioni.

Ho voluto darle il nome di mia nonna “Rita” e per me è stato come un talismano o portafortuna, un bel ricordo. 

Avendo intrapreso un percorso di studi universitario nel settore moda, cosa consiglieresti ai ragazzi che oggi sognano di diventare designer? 

Credo che i requisiti fondamentali per un designer siano l’umiltà e l’ambizione ed è molto difficile farli coesistere in quanto spesso l’ambizione ti porta a non essere umile e a voler bruciare le tappe. 

Noto che questa nuova generazione tende a volere tutto e subito, il successo istantaneo non esiste, per crescere bisogna applicarsi con la cosiddetta “gavetta” per costruire la propria strada ed affinare la professionalità, serve capacità di resilienza e tanta personalità.

Ad oggi, specialmente dopo questa grandissima crisi, bisogna essere molto attenti a ciò che si fa e per tutti coloro che vogliano aprire un marchio credo debbano valutare ogni singola decisione partendo da un messaggio molto forte e concreto e non solo poesia. 

Quale sarà il cambiamento di Davi Paris al termine della self-isolation?

Non so quale sarà la svolta del settore moda e tantomeno del mio brand, credo solo che in futuro ci sarà molta più selezione per far continuare a far scegliere il proprio marchio. 

Io sto cercando di far crescere il mio progetto nella maniera più organica possibile, non voglio che cresca troppo in fretta, preferisco che inizialmente sia un messaggio più intimo e congruo con la mia visione per questo motivo son riuscito a contenere i danni che questa pandemia ha apportato al nostro settore.

Mi manca poter toccare con mano i tessuti, avere un confronto umano con il mio team ma non credo che la mia creatività ne abbia risentito, son pronto a rimettermi in gioco, bisogna continuare a convincere le persone che tu sia il progetto da salvaguardare.

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