DIETRO LA MASCHERA DI LINO GUANCIALE

Il suo fascino intenso e tenebroso ha conquistato il pubblico nei teatri e in tv, i suoi occhi limpidi e la simpatia coinvolgente lo rendono irresistibile mentre si racconta a MANINTOWN. Lui è Lino Guanciale, volto ormai noto della fiction italiana di successo, con una carriera teatrale consolidata, iniziata con Romeo e Giulietta, diretto da Gigi Proietti. Appassionato di letteratura, ma dall’animo rock, l’attore abruzzese ama cimentarsi in personaggi diversi tra loro, dai belli e arroganti delle commedie fino al ruolo surreale e un po’ pirandelliano del commissario Leonardo Cagliostro in La porta rossa, sospeso in una permanenza misteriosa tra il mondo dei vivi e dei morti. Oltre al teatro, primo e irrinunciabile amore, alla tv e al cinema, Lino Guanciale va nelle scuole a insegnare l’arte della recitazione ai ragazzi. Un vero talento camaleontico e multitasking tutto italiano.

Da dove trai l’ispirazione per interpretare un personaggio?
Dipende, spesso da libri che ho letto, più che da film, che comunque fanno la loro parte. Spesso da riferimenti letterari, dai fumetti a Dostoevskij, sono abbastanza onnivoro. Se leggo una sceneggiatura, la prima cosa che mi viene in mente è un riferimento che può andare da Paperino a Delitto e castigo, poi osservo molto la gente per strada, sui mezzi pubblici, in qualunque situazione. Però quello è uno stato successivo, quando devo capire come cammina un personaggio o come si muove cerco di imitare qualcuno che ho visto e che mi ha colpito.

Il ricordo più emozionante della tua carriera?
La cosa più emozionante di quest’anno, a parte vedere I Peggiori in sala, è stata vedere il successo de La porta rossa, perché nessuno di noi se lo aspettava così grande. Emozionantissima è stata la serata dell’ultima puntata, perché da Trieste hanno insistito per proiettarla in un cinema, con le persone in sala come se fosse un film, un modo per festeggiare il fatto che la serie fosse molto triestina come ambientazione. È stato emozionante, dunque, coronare questa produzione di grande successo, quel periodo di grande fermento che è stata la messa in onda de La porta rossa, stando in sala con tante persone che hanno amato il progetto.

Cosa ti insegna, a livello personale, il tuo mestiere?
A mettermi nei panni degli altri. È la cosa più difficile che esista. Ho notato recentemente che anche altri attori la pensano così, sono stato contento di sentire ciò che ha detto Elio Germano da Fazio su Kropotkin, anche perché ero convinto di averlo letto solo io (ride, ndr). Vedere che siamo in tanti di questa generazione a cercare di darci un certo background è utile. Gramsci diceva che il teatro serve a sviluppare la fantasia drammatica delle persone, appunto a capire come si sta nei panni di un altro. Se diventassimo tutti più bravi a farlo, si starebbe decisamente meglio, ci sarebbe anche una politica migliore, credo.

Qual è il lato irresistibile del teatro?
Il fatto che hai la gente dal vivo che ti guarda. Questo rapporto in presenza ti costringe a far bene il lavoro di metterti nei panni di qualcun altro, senza dimenticare che devi preoccuparti non solo di immedesimarti in un personaggio, ma anche di non far addormentare chi è davanti in quel momento. A teatro questo fatto di dover attirare l’attenzione, sotto tanti punti diversi, mi fa sentire particolarmente vivo mentre recito. Forse è per questo che ho bisogno di tornarci spesso e di non mollarlo mai. Mi sembra di vivere al quadrato quando sono sul palcoscenico. È anche terrorizzante in modo bello. Ogni volta che devo fare uno spettacolo sono terrorizzato, provo panico puro. Però lo faccio perché è bello, se riesco a farlo bene, sentire che quel panico si scioglie, è un enorme piacere, è una delle cose più belle che si possano provare. Stare sul palcoscenico sentendo che hai creato una comunicazione vera con chi hai di fronte.

Fai molta formazione nelle scuole. Qual è l’insegnamento più importante che dai ai giovani che vogliono intraprendere il mestiere di attore?
Adesso sto insegnando all’Accademia del Teatro di Modena, innanzitutto cerco di far vedere ai ragazzi che, se ci si impegnano, possono fare più cose rispetto a quelle che credono di saper fare. Per un attore è tanto importante cercare di esplorare territori diversi, perché ognuno nasce con una faccia e un corpo che già lo incasella in una tipologia di ruolo. La questione del physique du rôle è automatica. Bisogna, da dentro, sforzarsi di infrangere questo dogma che ci si porta addosso, per convincere chi poi dovrà darti un lavoro che puoi fare cose diverse. La goduria è uscire dalle zone di comfort, da quello che sai che ti viene bene, e rischiare, fare ciò che non sai cosa può regalarti e farti conoscere. Questo mestiere è bello se ti stupisci ogni volta di quello che trovi, se diventa una routine si trasforma nel più alienante dei mestieri possibili.

Cosa insegnano loro a te?
A mettermi sempre in discussione. Per capire una cosa, il metodo migliore è cercare di spiegarla a qualcun altro, quindi ogni volta che mi trovo a dover “insegnare” a qualcuno, sono costretto a mettermi in discussione, e nel farlo imparo delle cose nuove per il mio lavoro. Un attore, se lavora in contesti formativi, cresce ancora di più come artista.

Quali sono le altre tue passioni?
Piccolo aneddoto: ultimamente ho partecipato, per la promozione de I peggiori, al programma I soliti ignoti, dove mi chiedevano delle mie passioni e hobby per costruire il gioco. Ho realizzato che non ho tempo libero, non ho hobby, non ho una vita privata oltre il lavoro (ride, ndr). Al di là delle battute, ci sono tante cose che mi piacciono. Però ogni volta che leggo, vado a vedere un film, ascolto la musica, in qualche modo è come se stessi sempre lavorando, perché lego tutto al lavoro. Sono appassionato di sport, prima facevo soprattutto rugby. Mi piace tanto camminare, sono un grande fan di tutti gli scrittori flâneur, che parlano del mondo che si scopre a piedi, anche perché nutro un rifiuto fisiologico per la macchina, anche se in realtà le macchine mi piacciono molto. Devo ammettere che è un’altra mia passione, se guido mi rilasso.

Qual è il capo d’abbigliamento che più ti identifica?
Ho delle t-shirt di gruppi musicali che mi piacciono, come i R.E.M., in testa a tutti, i Joy Division, The Stooges, Velvet Underground, gli Smiths, i Cure, cioè gruppi che spaziano dal rock punk di rottura degli anni ’60 e la new wave degli ’80. Ho queste magliette da vent’anni e sono quelle che metto compulsivamente. Sono i capi che amo di più e che sento che mi rappresentano. Invece un capo che, sembra, mi stia bene sono le giacche.

Un oggetto che porti sempre con te?
Ognuno ha i suoi porta fortuna, il mio è un orologio che mi hanno regalato i miei quando avevo trent’anni e avevo cominciato a fare un po’ di cinema, ma prettamente recitavo in teatro, e non avevo iniziato con la televisione. Quando me lo hanno regalato ho capito il messaggio: “E’ ora che ti dai una mossa” (ride, ndr). Lo porto sempre, perché alcuni dei familiari che me lo hanno regalato non ci sono più ed è un modo per portarmeli dietro ancora adesso.

Un rito scaramantico?
Ne ho diversi. Per fare bene questo mestiere ho dovuto disciplinare diversi tic da nevrotico, non una cosa drammatica, però alcuni di questi sono diventati un marchio di fabbrica: schiocchi di dita rituali, entrare sempre in palcoscenico col piede sinistro, ovviamente se ci sono dei chiodi sul palco devo raccoglierli e metterli in tasca; ci sono delle repliche in cui ne colleziono anche una decina, perché portano fortuna. Sembra che Pavarotti avesse una collezione di 2-3mila chiodi raccolti sui palchi di mezzo mondo. Sia prima che dopo uno spettacolo devo salutare il teatro, fare le carezze al palcoscenico, tutte cose che sembrano stupide, ma che, in realtà, servono a stare un po’ in confidenza con il posto in cui lavoro. Stare sul palcoscenico ha un po’ a che vedere con la fucilazione, con i fucili puntati degli spettatori, è un luogo pericoloso, quindi meglio cercare di ammansirlo prima di lavorarci.

Un sogno nel cassetto?
Ne ho diversi. Mi piacerebbe avere più tempo per scrivere, per pubblicare qualcosa di finito. Vorrei anche fare un viaggio sulla via della seta. Viaggiare mi piace moltissimo, anche se l’ho fatto poco nella vita, perché ho dato priorità a un lavoro che comunque mi fa spostare di continuo (raramente dormo due giorni nello stesso posto), per tenere insieme teatro, cinema e televisione. Mi piacerebbe andare anche negli Stati Uniti, in particolare visitare la East Coast, la parte più “europea”.

Photographer| Manuel Scrima
Stylist| Stefania Sciortino
Grooming| Carola Sofia Retta 
Assistant Photographer| Sergi Planas and Lorenzo Novelli

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