E adesso viene il bello(?)

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La bellezza salverà il mondo’ diceva Dostoevskij e ci viene da dire che un fatto è certo: ed è che nonostante la funesta segregazione legata alla pandemia, la bellezza fortunatamente non è andata in quarantena. Lo ha ribadito anche il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, che quanto a bellezza, saggezza e stile non ha nulla da invidiare a nessuno, specialmente nella magniloquenza di Palazzo Chigi. Insomma la bellezza va preservata quindi, anche quella maschile, almeno nei nostri pensieri, nei nostri auspici, nei nostri desideri e nei nostri gesti. E tanto tempo è passato da quando l’esposizione del corpo maschile integralmente nudo era considerato un tabù. Pensavo a questo l’altro giorno mentre guardavo con sommo stupore la meravigliosa statua colossale di Napoleone, studio in gesso di Antonio Canova, un nudo integrale al quale il ‘geniale’ Mussolini fece mettere la foglia di fico sul pube in omaggio ai piccolo-borghesi che sostenevano il suo squallido regime fortunatamente archiviato dalla storia delle democrazie moderne.


Statua di Napoleone – Canova

Inutile dire che per fortuna quella foglia di fico è stata col tempo rimossa. Questa torreggiante ode alla bellezza virile che idealizza la fisicità ben poco archetipica dell’imperatore francese giganteggia nel vestibolo di Palazzo Bonaparte, il magnifico palazzo storico romano del Seicento restaurato da Generali e un tempo di proprietà della madre di Napoleone I Letizia Ramolino fino alla sua morte nel 1836. Il palazzo ha ospitato fino al 7 giugno una straordinaria mostra sui capolavori inediti degli Impressionisti e dei neo impressionisti francesi ed europei curata con esiti di enorme successo di pubblico e critica da Arthemisia, leader nelle manifestazioni culturali di rilievo-artistico nel Lazio e in tutta l’Italia.

Beh aggirandomi nei saloni dell’edificio in mezzo a tanta magnificenza che avrebbe potuto causarmi una sindrome di Stendhal, pensavo che se c’è una tipologia di bellezza che è assolutamente incontrovertibile e sulla quale esiste o dovrebbe esistere il cosiddetto consensus gentium, è quella che è stata codificata da Policleto e da Vitruvio nell’antichità. La bellezza, almeno nella sua accezione occidentale, è un valore estetico oggettivo come sottolineava Kant ne ‘La critica del giudizio’ e come ribadì anche Winckelmann che alla fine del Settecento, in concomitanza con gli scavi di Pompeo ed Ercolano, teorizzò il cosiddetto ‘bello ideale’, è fatta di armonia e simmetria, di proporzioni quasi pitagoriche, di corrispondenze geometriche. Quindi il fatto che la bellezza sia nell’occhio di chi guarda è assai opinabile. Va bene che grazie all’inclusione abbiamo accettato molte situazioni borderline ma quelle con la bellezza vera hanno poco a che vedere.


Doriforo di Policleto

Chi sono i nuovi adoni? Ce lo siamo chiesti e siccome la bellezza più di tanto non si può relativizzare, siamo andati sui social dove sono i follower a raccontarci lo stato dell’arte sulla bellezza maschile di quelli che vengono definiti ‘gli instaseductores’ e che qualcuno, data la sintesi nei loro corpi fra peluria del viso e muscolarità ‘smooth’, descrive come ‘gymsters’ (crasi fra gym e hipsters). Sono ragazzi disinibiti, desiderati e desiderabili da uomini e donne, prede con istinto predatorio, toy boy con cui intrattenere relazioni ‘mordi e fuggi’, corifei del nuovo narcisismo digitale. Depilati, scolpiti, apparentemente disponibili, seducono senza filtri esibendo generosamente la loro prorompente e nerboruta fisicità, veri e propri sirenetti nati come funghi dopo il trionfo mediatico dei velini.

I più seguiti su Instagram sono Christian Hogue ma anche Mario Hervas, Andred Cruz, Eric Janicky, Ivan Akula, David Castilla, Rowan Rowe, Bruno Santos, Mike Thurston, Casey Christopher, senza dimenticare la perfezione statuaria del modello Nick Topel legato al brand di swimwear Aronik e il bellissimo Alessandro Cavagnola, molto apprezzato a livello internazionale, cosmopolita cover man e fitness model che l’affermato fotografo Roberto Chiovitti ha immortalato per la copertina di DNA, magazine australiano gay friendly nel numero di agosto 2019 e per la copertina del mensile For Men di maggio 2020 diretto da Andrea Biavardi.


Pietro Boselli

In Italia svetta Riccardo Bosio che segue a ruota Pietro Boselli, il modello scoperto da Giorgio Armani, docente di matematica molto social e spesso ritratto senza veli sdoganando una bellezza classica, molto ‘pagana’ perché ispirata alla visione romana del bello teorizzata da Giovenale nel suo ‘Mens sana in corpore sana’. Insomma, più sani più belli. Una visione congeniale alla tanto auspicata rinascita attesa messianicamente per la fase 2. Perché quelle barbe perfette e leggermente scruffy evocano il look dei gentiluomini italiani e francesi delle corti rinascimentali dei Medici e dei Valois, da Cesare Borgia a Baldassarre Castiglione fino a Francesco I re di Francia che protesse Leonardo Da Vinci nel XVI secolo e che ristrutturò i castelli della Loira.

E se il fisico glabro levigato da ore e ore di palestra, nuovo santuario dell’estetica 4.0, è abbinato a una barba scolpita da filosofo greco forse si può ipotizzare il ritorno a una bellezza più atletica e plastica laddove però la muscolarità fa sempre rima con benessere, come spesso spiega anche sui suoi social e nei suoi libri il formidabile dottor Massimo Spattini. Ex campione di culturismo negli anni’80, Spattini è oggi maturo interprete, con la sue teorie antiage basate su un’alimentazione illuminata, di una bellezza maschile che è iconica perché timeless. Impossibile dare infatti un’età a questo elegante ed educato signore di Parma che ama Leonardo (non a caso) e che non teme di confessare che adorerebbe sfoggiare un outfit formale sartoriale color confetto, professando una fede incrollabile in un’estetica di equilibrio e proporzioni, figlio di un’epoca in cui i campioni di culturismo, disciplina oggi piuttosto vituperata, erano paradigmi di eccellenza fisica, plasmati dal ferro, forgiati nel marmo.



Uno per tutti? Bob Paris, che è stato anche l’unico bodybuilder al mondo ad aver dichiarato apertamente e assai coraggiosamente la sua identità gay in un’America puritana falcidiata dal virus dell’HIV. Bob, che nel 1992 sfilò a Miami in costume quasi adamitico per Thierry Mugler insieme al suo sposo, l’aitante modello e atleta Rod Jackson, fu definito ai suoi tempi d’oro ‘mister simmetry’ per la sua straordinaria bellezza. Immortalato dall’obbiettivo di Herb Ritts, Robert Mapplethorpe, Tom Bianchi e Bruce Weber, nessuno dei suoi colleghi e antagonisti fra i quali spiccano Berry De Mey, Francis Benfatto, Shawn Ray e Lee Labrada, riuscirono a eguagliarlo in bellezza e perfezione estetica.

Gli anni’80, segnati dalla supremazia dell’uomo-oggetto esaltato da Gaultier nella sua prima sfilata maschile della primavera-estate 1983, hanno decretato il trionfo del macho pin-up frutto dell’erotizzazione del corpo virile con il risultato di sancire la sovranità dell’archetipo mascolino di matrice prettamente camp, per il piacere delle donne ma anche degli uomini. Una tendenza che oggi è tornata in auge. La questione cruciale è come il mondo dell’arte riesca a cogliere questi stimoli orientati alla riscoperta della più classica bellezza maschile, portata ai più alti fasti dai divi della nuova Hollywood come Armie Hammer, Chris e Liam Hemsworth, Joe Manganiello, Henry Cavill e Chris Evans o da atleti come Ronaldo e Immobile, e come quindi questa riesca a rigenerarli attraverso il prisma della contemporaneità.



Qualche esempio? Anzitutto la mostra dedicata a Canova (una delle tre a livello nazionale) nel museo di Roma a Palazzo Braschi, aperta fino al 21 giugno. Inoltre ho avuto modo di partecipare al vernissage della mostra fotografica del talentuoso Sergio Goglia il cui mentore Mimmo Jodice, un oracolo della fotografia italiana del Novecento, ha definito ‘emozionante’. Nelle auliche sale di un magnifico palazzo incastonato nel cuore della Napoli più aristocratica il fotografo, formatosi all’accademia di belle Arti di Napoli in scenografia teatrale, ha al suo attivo campagne pubblicitarie ed editorials con i marchi di punta del mondo della moda (memorabile la campagna del 2019 per il marchio Alcoolique) e ha presentato alla stampa e agli ospiti fra i quali il famoso shoe-designer Ernesto Esposito pochi giorni prima del lockdown 16 nudi, sedici capolavori emblematici della sua strabiliante vena ‘pittorica’ che per il luminismo raffinato e per la sensibilità squisita ai soggetti trattati, i corpi più belli che essere umano possa incarnare, è stata definita ‘caravaggesca’.

“Sono un esteta, ho un gusto plastico e pittorico è vero, ho sempre ammirato il linguaggio visivo di Caravaggio per il suo approccio realistico, i miei nudi maschili e femminili rispecchiano la mia visione dell’arte e della fotografia che sono strettamente interdipendenti, ammiro l’opera di David La Chapelle per i suoi magici cromatismi e considero la macchina fotografica un pennello tecnologico-dice Goglia-la mia mostra ‘back to the future’ racconta un percorso fra passato e futuro, fra Leon Battista Alberti e Man Ray, fra classicismo e scenari futuri. Il nudo integrale maschile è ancora un tabù soprattutto sui social network ma sinceramente non ho avuto problemi quando nel 1999, in collaborazione con il mio amico Ernesto Esposito, ho creato un allestimento suggestivo a Grenoble di alcuni miei scatti di uomini nudi full frontal. Credo che gli uomini temano di spogliarsi davanti all’obbiettivo perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura di non essere ‘all’altezza delle aspettative’, ma io nella mia carriera non ho mai avuto problemi a scattare foto di nudo e anzi, nel tempo, mi sono specializzato come maestro del nudo artistico soprattutto maschile”.

Nella gallery foto di Sergio Goglia: “Cattura”, “Dietro fronte”, “Osmosi”, “Black & Gold”, “Oro Nudo”

Un’altra conferma di questa riscoperta di una bellezza maschile ancestrale e di una mascolinità autentica, quasi mitologica, prefigurata dal libro fotografico ‘Uomini’ di Dolce&Gabbana realizzato dal talentuoso Mariano Vivanco, fotografo che ha lanciato nel 2007 il super modello David Gandy, epitome di una virilità da maschio alpha sulle falsariga dei modelli anni’90 di Gianni Versace e delle sue iconiche e sensuali campagne create da Bruce Weber e Richard Avedon, è la suggestiva mostra sui disegni di nudi maschili di Publio Morbiducci, allievo dell’artista Duilio Cambellotti, che ho avuto modo di ammirare nella galleria romana ‘il Laocoonte’ di proprietà della colta studiosa d’arte Monica Cardarelli. In uno spazio situato in via di Monterone, a pochi passi da Largo di Torre Argentina si può ammirare una crestomazia di trentasei studi preparatori, per lo più disegni e bozzetti eseguiti con carboncino, matita e sanguigna, per sculture che l’artista e architetto particolarmente apprezzato in epoca littoria, aveva realizzato.

La fisicità virile, in quella fase storica basata sulla retorica apoteosi di una mascolinità patriottica, come osserva giustamente Leonardo Iuffrida nel suo illuminate saggio ‘il nudo maschile nella fotografia e nella moda’, è un’astrazione dalla carnalità perché deve idealmente rappresentare il trionfo di un machismo ideologizzato, ancorato a un modello patriarcale fortunatamente desueto. Morbiducci, noto come l’autore delle sculture che dominano alcune piazze romane storiche come Porta Pia con il suo monumento al bersagliere e l’Eur con la coppia dei Dioscuri con i loro cavalli impennati che superano i sette metri di altezza- senza contare la statua del ‘discobolo in riposo’ che fu collocata nel 1938 nello stadio dei marmi- propone nei suoi magnifici disegni una sintesi fra ideale e realtà, trasfigurando in una dimensione estetizzante la bellezza un po’ ruvida dei suoi modelli, per lo più manovali e operai di Testaccio e del mattatoio i cui muscoli derivavano da ore e ore di impegno fisico piuttosto che da un’attività ginnica in stile olimpico.

Nella gallery: immagini relative alla mostra di Publio Morbiducci

Morbiducci non sarà forse Leni Riefenstahl regista di ‘Olimpia’ tanto caro a Hitler e Goebbels, ma i suoi nudi maschili rappresentano pur sempre il manifesto di una virilità attualissima, memore della bellezza atletica pagana che oggi riafferma la centralità di un’estetica ‘testosterotica’ dove il nudo integrale di lui è l’ultima frontiera sociale del pudore. E mentre ammiravo i bellissimi disegni di Morbiducci mi sono chiesto: chi ha paura del nudo maschile? Censurato dai social, il nudo maschile full frontal, legittimato socialmente dal bodybuilding fin dagli anni ’50 grazie a Bob Mizer e a Bruce of Los Angeles, e privato di quella anacronistica foglia di fico imposta dal Concilio di Trento e dal perbenismo fascista, può essere anche molto osteggiato in rete per una serie di motivazioni sociali e religiose legate alla mentalità puritana e patriarcale degli americani.

Il fotografo Allan Spiers ha denunciato su Facebook i social network per la loro arretrata prospettiva sulla nudità maschile e vengono puntualmente stigmatizzati anche Luis Rafael, Dylan Rosser, Ulrich Ohemen, Joan Crisol, Mark Henderson, Paul Freeman, Carlos Campos, Michael Stokes e David Vance, solo per citare alcuni dei più celebri e apprezzati. Lo stesso Herb Ritts, che di questi fotografi è stato un po’ l’antesignano, destò scalpore nel 1988 per un nudo integrale circoscritto in una bolla d’aria soprattutto fra i giapponesi che oscurarono i genitali del modello ritratto, un culturista. Per non parlare di Avedon che tenne a lungo nel cassetto il ritratto in costume adamitico full frontal di Rudolph Nureiev, Andy Warhol le cui polaroid hot rimasero a lungo occultate e Robert Mapplethorpe che nei suoi scatti sofisticati e scultorei celebrava il sincretismo fra bellezza classica e pornografia pop a sfondo gay.


Bruce Weber CK Obsession
Duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990
Herb Ritts per Valentino 1995

Nella gallery: foto 1 – Bruce Weber CK Obsession, foto 2 – duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990, foto 3 – Herb Ritts per Valentino 1995

Osservando questa ampia rassegna di opere prese di mira dagli anatemi della censura mi viene da interrogarmi sulla fonte primaria del disagio che alcuni uomini tuttora devono affrontare di fronte alla prospettiva di posare senza veli davanti a un fotografo. La prima considerazione che mi viene in mente è la cosiddetta ‘paura di castrazione’, da ricondurre forse a una fragilità congenita al maschio che spesso teme il momento della verità, abituato a concepire la sua genitalità come una competizione da locker room fra maschi. Poi va aggiunto che i consumatori prevalenti del nudo maschile sono in realtà gli omosessuali e questo per gli etero old school non è accettabile. La nudità maschile viene ancora intesa in occidente, in barba anche alle nuove generazioni che professano una fede incrollabile nella fluidità (vedi il magazine Dust), come un concetto pagano che il cristianesimo e le altre religioni monoteiste confessionali hanno ripudiato senza appello in quanto sinonimo di corruzione morale. In realtà nell’antica Grecia la bellezza era sempre sorretta da un’etica, e chi scrive auspica che tale illuminata concezione possa tornare ad assumere la vibrante valenza di un imperativo categorico.

Il punto in realtà è questo: dopo secoli in cui è stata la donna a essere reificata spogliandosi per soddisfare la libido virile, ora dopo il femminismo e dopo l’empowerment delle donne è il turno dell’uomo di mettersi in discussione e diventare oggetto del desiderio, con buona pace dei paladini della ‘antrocrazia’. Di fronte a un nudo integrale maschile che cioè esibisca l’epicentro del piacere e della fecondità, le donne fantasticano su un uomo ‘meno macho e più micio’, il cosiddetto uomo ‘profitterolles’ tenero ma con le palle. Un nudo che è soprattutto verità e autenticità perché come scrisse John Keats nella sua ‘Ode su un’urna greca’, ‘bellezza è verità e verità e bellezza’. 

Instagram: @enricomariaa.

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