Face to face con Pietro Lucerni

Fotografo riconosciuto a livello internazionale e protagonista di numerose esposizioni d’arte, Pietro Lucerni nasce a Milano, il 16 aprile 1973. Dopo aver conseguito il diploma presso l’Istituto Superiore di Comunicazione Visive di Milano, frequenta un corso di fotografia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. 
Il suo trasferimento oltreoceano segna una svolta fondamentale della sua vita; qui si occupa di produzione pubblicitaria e inaugura la sua prima esposizione di ritratti in bianco e nero. Da questo momento la sua carriera decolla; il fotografo apre  il suo primo studio a Milano e inizia numerose collaborazioni con brand di fama importanti come  G.F. Ferrè, Moschino, Just Cavalli, John Galliano, Replay, Armani, Ducati, Pirelli, Polaroid, Bulgari, Tod’s, Hogan, oltre ai numerosi magazine. Attualmente vive e lavora tra Milano e New York, focalizzandosi principalmente sulla ricerca artistica e sulla collaborazione con Lambretto Factory, una delle realtà più effervescenti del panorama artistico italiano e internazionale.

Come hai deciso di intraprendere questa professione?

Un po’ per caso, come accadono molte cose della vita. Dopo l’Itsos, l’Accademia di Comunicazioni Visive di Milano ho frequentato il CSC di Roma. Il mio sogno era il cinema, o meglio la fotografia nel cinema. Ho avuto l’immensa fortuna di seguire alcune lezioni con Vittorio Storaro, forse il più grande Direttore della Fotografia che il cinema abbia avuto. Senz’altro la più preziosa esperienza formativa per me. Da lui ho imparato il senso della luce e la sua importanza narrativa oltre che estetica. In quel momento ho capito il senso dello “scrivere con la luce”, che è l’essenza della fotografia. Tra l’altro gli italiani sono sempre stati maestri nell’arte della fotografia cinematografica, da cui ho sempre cercato di imparare e di trarre ispirazione. Oltre a Storaro, Dante Spinotti, Tonino Delli Colli, e poi i polacchi, gli ungheresi e i giapponesi come Janusz Kaminski, László Kovács, Kazuo Miyagawa per citarne alcuni. Loro, insieme a molti altri, hanno saputo portare la fotografia a un livello narrativo che va oltre l’illuminare la scena. Hanno trasformato la luce in emozione.

Il cinema è un mondo straordinario, affascinante e magico che racchiude molteplici espressioni artistiche e che tutt’ora rimane una mia grande passione e forse la più grande risorsa per la mia creatività. Tuttavia ho anche capito in tempo utile che, per quanto fosse straordinario, non era il mio mondo. Prima di tutto avrei dovuto vivere a Roma, io invece sono milanese e legato a questa città. Inoltre, la gavetta era lunga, troppo lunga per le mie possibilità. E poi a me piace lavorare da solo o con pochi stretti collaboratori. Il cinema non lo permette. La fotografia, quella di uno scatto per volta, è stata la naturale alternativa. Non un ripiego ma semplicemente una strada più affine, più mia. Ho iniziato a sperimentare, cercando di tradurre le mie passioni in fotografie. Le donne, il corpo, la sensualità e più in generale la bellezza, come valore culturale oltre che estetico, sono da sempre il cuore del mio lavoro. Non riesco a fotografare ciò che non mi piace, e per questo mi sono dedicato quasi esclusivamente a ciò che davvero trovo bello. Penso che la massima espressione di bellezza, in tutte le sue infinite declinazioni, sia femminile. Intendo che per me la bellezza è filosoficamente e concettualmente femminile. E la bellezza è un valore assoluto, universale. Non è soggettiva. Il gusto può esserlo, la bellezza no. Ecco io ricerco la bellezza, in tutte le cose. Mi nutre e mi fa sentire vivo. Poi cerco di fermare un po’ di questa bellezza con la fotografia. A volte ci riesco. Joseph Brodsky ha detto che “una persona è una creatura estetica ancor prima che etica”. Infatti, per me l’estetica e la bellezza sono anche etica.

Che impatto ha avuto la tua esperienza negli Stati Uniti sulla tua carriera?

Era la fine gli anni Novanta ed io ero un ragazzino con tanti sogni, e quello americano era senz’altro uno di quelli. Quando ho preso l’aereo diretto a JFK per andare a fare il mio primo lavoro oltre oceano non riuscivo a credere che qualcuno potesse davvero pagarmi un biglietto per andare fino là. Chi non è di New York lo riconosci subito perché cammina guardando in alto invece che avanti. Guardavo in alto anch’io. Mi sembrava tutto così incredibilmente bello e potente. La potenza è stata la sensazione più forte. Energia pura. Da allora il mio rapporto con gli Stati Uniti non si è mai davvero interrotto. Ho imparato tanto, ho conosciuto persone straordinarie, tanti amici, tanti clienti che lo sono diventati. Devo molto della mia formazione professionale, artistica e anche umana alla mia esperienza negli Stati Uniti. Tornarci è sempre bello ed emozionante. L’America è sempre stato un grande paese, seppur con le sue grandi contraddizioni, o forse proprio per questo. Ultimamente però molto è cambiato, e non in meglio. Spero davvero che l’America possa ritrovare sè stessa e quei fondamentali di democrazia e di unione che l’hanno resa grande. Mi auguro che il voto del 3 novembre sia il primo passo.



Che cosa ti ha spinto a intraprendere questo progetto con Virna Toppi, scegliendo proprio lei come protagonista delle tue opere?

Naked Moon è un lavoro nato nella primavera del 2019 quasi casualmente. Pierpaolo Pitacco mi chiamò per parlarmi di una pubblicazione d’arte sul tema della luna per la rivista Ghost di cui era art director. Nel 2019 cadeva il 60° anniversario dello sbarco sulla luna a cui Ghost dedicava un numero speciale. Pierpaolo mi chiese se avessi qualche lavoro sulla luna. Non avevo nulla di pronto ma gli dissi che potevo pensare a qualcosa. Non c’era molto tempo, ma per fortuna a volte le idee arrivano in fretta. Pensavo a qualcosa che avesse a che fare con la luna e con la sua influenza sulla nostra vita. La luna e l’uomo; la luna e il corpo. Ho pensato a come potessi usare la luce della luna per illuminare e avvolgere il corpo. Ho chiesto a mia moglie Elina, che è sempre fonte di ispirazione, di sperimentare con me. Fotografare la luna è complesso e io non ho né l’esperienza né l’attrezzatura adatte. Ho fatto una ricerca delle più belle immagini astronomiche della luna (alcune per gentile concessione della NASA) e le ho proiettate sul corpo di Elina. Il risultato è stato sorprendente. Il gioco di luci e ombre che i crateri lunari disegnavano sulla pelle aveva qualcosa di magico. Era davvero la luce della luna.

Sentivo che ci fosse bisogno di un elemento dinamico e potente, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, che completasse l’opera. Mi è istintivamente venuta in mente la danza classica, che è un’altra mia grande passione. Alcuni dei miei migliori amici sono ballerini della Scala, con cui negli anni ho collaborato a diversi progetti artistici. Volevo trovare un modo di fondere la danza con la fotografia per raccontare la luna. Ho chiamato la mia amica e straordinaria ballerina Corinna Zambon che mi ha subito indicato Virna Toppi, prima ballerina del Teatro alla Scala, per questo progetto. Conoscevo Virna artisticamente e per la sua straordinaria carriera internazionale e sinceramente neanche ci speravo che avesse voglia e tempo per dedicarsi a questo progetto e di posare nuda. Corinna mi disse: “Tu chiamala e basta”. Era un lunedì dei primi di marzo. Chiamai Virna che mi disse: “mi piace il progetto e anche il tuo lavoro. Ci sono. Però ho solo due ore di tempo, dopodomani. Verso sera dopo le prove in teatro. Visto che sarò nuda, cosa devo portare, a parte niente…?” Le dissi di portare delle punte. Quando è arrivata in studio ci siamo presentati e le ho raccontato brevemente la mia idea. Le due ore successive sono state luna, silenzio e pura emozione.  Il resto ve lo racconta Naked Moon. L’idea di reinterpretare alcune delle immagini con interventi luminosi con il neon è venuta a me e all’artista lettone Janis Broliss, ancora una volta per caso. Stavamo parlando di come certe forme d’arte rischino di rimanere nell’ombra della multimedialità e del fatto che l’arte forse potrebbe essere più “pop”, senza necessariamente diventare pop-art. Mi piacerebbe che il posto dell’arte fosse anche la casa delle persone oltre che le gallerie. Siccome fotografia significa “scrivere con la luce”, mi è venuto in mente che forse poteva essere interessante anche usare la luce per scrivere sulla fotografia e creare delle istallazioni a metà tra l’arte e il design e che abbiano una doppia vita: fotografie di giorno e neon-art di notte.



Com’è cambiata la tua professione a seguito della pandemia globale che stiamo vivendo? 

Il Covid ha cambiato molto e spostato molti equilibri. Ha influito sulla vita di tutti e su molte cose, in modo diverso. La mia professione stava già subendo un cambiamento e la pandemia ne ha accelerato alcuni processi di trasformazione. La vita è cambiamento ed è in costante evoluzione, che ci piaccia o no. Viviamo un’epoca che in generale predilige la quantità alla qualità e questo ha delle conseguenze, a vari livelli. La fotografia è un media come tanti altri. Può servire a raccontare la realtà, più o meno fedelmente; può essere uno strumento commerciale; può trasmettere emozioni, e creare bellezza; può addirittura diventare arte. Ma può anche servire solo per riempire spazi lasciati vuoti di contenuti, e questo succede spesso. Con la trasformazione digitale molti avevano gridato alla fine della fotografia come una specie di inevitabile sciagura. La fotografia esiste, oggi come ieri, e continuerà a esistere domani. Quello che cambia sono le modalità, gli strumenti, le competenze. Il problema non sono mai i contenitori ma i contenuti. Diffido sempre di chi si schiera in modo manicheo contro qualcosa solo perché non lo conosce. La tecnologia, per esempio, non è nè buona nè cattiva, è uno strumento. È come lo usiamo che fa la differenza. Oggi più che mai, proprio a causa della pandemia e dei limiti che ha posto, ci rendiamo conto di quanto preziosa possa essere la tecnologia per ridurre le distanze, per permetterci di restare in contatto col mondo, con gli affetti, con la cultura. Per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare; o a un medico di fare una diagnosi, o addirittura un intervento, a distanza. Certo non sostituisce l’esperienza reale, il contatto umano o la socialità ma ci offre comunque straordinari strumenti.

Tornando alla domanda direi che la mia professione non è cambiata tanto in funzione del Covid, o comunque non più di altre professioni che prevedono il contatto tra persone.  Direi piuttosto che si stia trasformando, e credo questo sia inevitabile. Trovo che ci sia una netta linea di demarcazione tra essere romanticamente nostalgici (io lo sono molto) ed essere conservatori. Cioè io guido una moto a carburatori che mi regala grandi emozioni ma non per questo disconosco il valore del progresso tecnologico e dei motori elettrici. Ecco direi che questa pandemia, che io mi ero illuso potesse essere una grande occasione di crescita sociale e culturale, ha invece accentuato le distanze intellettuali oltre che fisiche tra chi la pensa in un modo e chi in un altro, come se fosse una gara a chi ne sa di più, quando invece dovremmo cominciare a farci domande piuttosto che pretendere di avere risposte.

Hai già in programma qualche nuovo progetto di cui vorresti parlarci?

Si certo, sto sempre lavorando a qualche nuovo progetto. Qualcuno poi si realizza e qualcun altro rimane nel cassetto. In questo momento mi sto dedicando a qualcosa che ha a che fare con l’interazione tra l’uomo e la natura. Non voglio fare il misterioso, ma non posso dirvi molto di più perché, come vi ho detto, spesso le cose migliori mi capitano per caso. Sto aspettando che capiti. Anche la collaborazione con MINT – Man In Town e con Federico Poletti e Francesca Riggio è iniziata un po’ per caso. Ho conosciuto Francesca molto tempo fa a New York, dove lei tuttora vive e dove ha sempre lavorato con l’arte, il design e la comunicazione. Abbiamo sempre avuto il desiderio di lavorare insieme. Finalmente si è presentata l’occasione anche grazie a Federico. E adesso eccoci qui.

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