A Roma cala il sipario sulla Festa del Cinema con Viola Davis

Questa edizione della Festa del Cinema di Roma sarà ricordata come la ‘festa delle donne’. Se non altro anche perché, oltre al fatto che 19 registe hanno presentato i loro film alla festa, il film vincitore del premio del pubblico BNL BNP Paribas assegnato dalle preferenze del pubblico racconta il dramma del femminicidio.

Parliamo di ‘Santa subito’ di Alessandro Piva, un documentario che apre nuove riflessioni su un tema molto dolente in un’epoca in cui gli uomini, attanagliati dalla paura del diverso che è in loro, si riallacciano allo schema patriarcale e misogino che ha decretato l’ascesa dei regimi totalitari nel Novecento.

Santa Scorese, giovane attivista cattolica della provincia di Bari, per anni subisce le morbose attenzioni di uno sconosciuto molestatore, ma non mette mai in discussione la sua vocazione all’aiuto del prossimo e il suo percorso spirituale. La sera del 15 marzo 1991, al rientro a casa, Santa viene accoltellata a morte dal suo persecutore, davanti agli occhi impotenti dei genitori e di una società all’epoca impreparata ad affrontare i reati di genere e lo stalking. Aveva ventitré anni.

“Tra femminicidio e martirio, Santa subito racconta la storia di un destino annunciato. Paradigma di troppe altre storie dallo stesso finale: il mio piccolo, personale appello affinché le donne siano lasciate meno sole, quando si ritrovano in balìa di una psicosi travestita da amore” dice Alessandro Piva, una nomination ai David di Donatello al suo attivo.

‘Santa Subito’ è uno dei dieci titoli prodotti attraverso il “Social Film Fund con il Sud”, progetto promosso da Apulia Film Commission e Fondazione con il Sud. Un’altra lezione di civiltà che oggi il cinema può dare seriamente, anche ai giovani, assidui della festa.

La festa si è chiusa in bellezza anche con il premio alla carriera a Viola Davis, meravigliosa attrice, da parte di Pierfrancesco Favino, in corsa per l’Oscar per ‘Il traditore’ di Marco Bellocchio. Ecco qualche nota sulla diva. Prima attrice afroamericana ad aggiudicarsi i premi Oscar, Emmy e Tony, candidata per tre volte agli Academy award, ha vinto nel 2017 il riconoscimento come miglior attrice non protagonista per ‘Barriere’.

Ha inoltre ricevuto due Tony Award per il suo lavoro nelle opere teatrali “Barriere” e “King Hedley II”, mentre nel 2015 è stata la prima interprete afroamericana a ottenere il premio Emmy come miglior attrice protagonista in una serie drammatica per ‘Le regole del delitto perfetto, per cui ha ricevuto altre due candidature nel 2016 e nel 2019. “Viola Davis è straordinaria e questo premio è un messaggio forte per la parità fra attori aldilà delle barriere di genere e di nazionalità” ha affermato Pierfrancesco Favino.

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Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF

L’attrice nell’incontro ravvicinato con il pubblico nella Sala Petrassi dell’auditorium andato subito sold out, ha espresso la sua speranza che la situazione di discriminazione a Hollywood per i cineasti di colore migliori e che ci sia in futuro la piena parità di retribuzione fra attori bianchi e attori afroamericani, un traguardo che oggi purtroppo ancora non è stato raggiunto.

“Un artista deve avere il coraggio di dire la verità, perché è una cosa che molti non hanno nella vita. Indossiamo maschere sorridenti, mostriamo una versione ridotta di noi stessi per paura di essere giudicati. Noi artisti dobbiamo subentrare per restituirvi voi stessi senza filtri, rappresentando la reale umanità anche quella più dolorosa e più marcia”, ha detto Viola Davis durante l’incontro.

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Nata nel 1965, Viola fu arrestata, da piccola, insieme alla madre, durante una manifestazione per i diritti civili. E per finire, commentando la sua partecipazione al sequel di Suicide Squad tratto da un fumetto, ha dichiarato: “La fantasia ti permette di creare mondi dove fuggire, dove ridefinirsi, se non l’avessi avuta sarei rimasta la ragazzina di Rhode Island che non veniva considerata attraente”.

Bilancio positivo quindi per la kermesse cinematografica capitolina giunta alla sua quattordicesima edizione. Antonio Monda, direttore artistico della manifestazione ormai di casa a Hollywood, dove frequenta tutti i registi e gli attori più importanti del mondo, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano ‘La Repubblica’ raccolta da Arianna Finos: “È una festa con 33 film di 26 paesi e sono due anni che vince un film italiano: c’è da riflettere. C’è anche chi indica la festa di quest’anno come un modello di festival del futuro. Oltre al glamour ci deve essere sostanza, i talent vengono a spendersi non solo a promuovere i film, non solo vestiti ma autori, Norton, Murray, Howard, Scorsese, che si raccontano al pubblico”.

Ed ecco altri numeri della Festa: 258 proiezioni, 70 film, 25 paesi, 22 sale in città, +10% di biglietti venduti, +13% di accrediti, +23% di articoli sui quotidiani, +45% di articoli sul web, +86% del sito ufficiale della festa, 78 partner. Insomma niente male davvero.

E ora veniamo ai film. Tanti i docufilm: pregevole quello su Bruce Springsteen ‘Western Stars’ distribuito da Warner Bros. Pictures, diretto da Bruce Springsteen al suo debutto come regista e da Thom Zimmy. Si parte dall’ultimo album di ‘The boss’ per raccontare amore, perdita, solitudine, famiglia e il passaggio ineluttabile del tempo di un grande cantante che ci apre il suo diario dei ricordi con filmati e immagini dal suo repertorio privato, da vedere i primi di dicembre nelle sale.

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Western stars – Ph: Rob DeMartin

Segnaliamo per il vibrante impegno civile e il lirismo il film ‘Bar Giuseppe’ di Giulio Base, contro la xenofobia, presentato nella sezione ‘Riflessi’ della rassegna romana, con Ivano Marescotti, Virginia Diop e Selene Caramazza. Giuseppe gestisce familiarmente la stazione di servizio di una zona rurale e rimane vedovo con due figli già adulti. Bikira è sbarcata da poco dall’Africa. Viene assunta come cameriera nel bar.

I due si innamorano creando grosso scandalo nel paese. “Gli esiliati, ieri e oggi, sopportano le stesse condizioni: l’angoscia di non essere accolti, cosa mangiare, dove abitare, con quale lavoro-spiega il regista Giulio Base-da figlio di migranti, assisto al degenerare delle loro speranze. E ho voluto rileggere la figura di Giuseppe, eterno padre su cui ci si interroga molto anche oggi, per trovarci un’attualità inaspettata. Spero che i silenzi di Giuseppe contengano pensieri da decifrare”.

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Bar Giuseppe

Film corale e d’impatto sulla famiglia quello di Cedric Kahn, ‘Fȇte de famille’ con Catherine Deneuve, nel ruolo della matriarca Andréa. Un film arguto in cui si racconta la malattia mentale e il disagio delle donne attraverso la storia drammatica della protagonista Claire, figlia di Andréa e interpretata da Emmanuelle Berçot, già regista di ‘A testa alta’ presentato a Cannes edizione 68 e di ‘Elle s’en va’.

Cédric Kahn, regista e interprete del film nel ruolo del cinico Vincent, si diverte a stravolgere l’abusato copione dei raduni di famiglia al vetriolo nelle ville di campagna con le macchiette dei ‘parenti serpenti’, per irrompere con la macchina da presa all’interno del film, affidandola al pazzerello di turno interpretato dallo spassoso Vincent Macaigne che nel film è Romain, regista svitato.

Fȇte de famille

Messinscena nella messinscena la recita dei nipoti della matriarca che crea un fattore di ricerca e di paradosso all’interno dello storytelling, gradevole e scioccante, ottima l’interpretazione della giovane attrice Luana Bajrami nel ruolo della nipote di Andréa Emma. Da vedere.

Il cinema francese ha tenuto banco anche nei due incontri con il pubblico, quello con Olivier Assayas e Bertrand Tavernier grandi maestri del cinema transalpino. Buona prova anche quella di ‘Le meilleur reste à venir’ con Fabrice Luchini e il sempre avvenente e ubiquo Patrick Bruel, molto popolare in Francia.

Straordinario il film ‘Il peccato’ di Andrei Konchalovsky con Alberto Testone, Orso Maria Guerrini e Massimo De Francovich, presentato in anteprima mondiale l’ultimo giorno della festa del cinema a Roma. Il film del famoso regista russo racconta di Michelangelo e del suo genio tormentato nella Roma di papa Giulio II che gli commissionò gli affreschi della cappella Sistina. Ambientato nel 1512, il film racconta di come l’artista pressato dai committenti, rimanga coinvolto nella faida fra i Medici e i Della Rovere.

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Il peccato – Foto di Sasha Gusov

Rilevante ‘The Farewell’ di Lulu Wang, sul valore della memoria e degli affetti familiari, un film struggente ambientato in Cina. Tutto al femminile il film a episodi ‘Willow’ di Milcho Manchevski, regista candidato all’Oscar e vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 1994 con il film ‘Prima della pioggia’. In ‘Willow’, presentato in anteprima mondiale alla festa del cinema di Roma, si alternano tre storie femminili ambientate in epoche diverse.

Deludente la pellicola ‘Tornare’ di Cristina Comencini dove l’idea della violenza sulla donna viene sviluppata in una chiave un po’ troppo autoreferenziale e tediosa che rifà il verso, senza riuscire a darle un senso, a tutto il filone della rimembranza e dell’amarcord, caricato di un opprimente punto di vista un po’ sessista che offusca il lato più apprezzabile del film, un intimismo e un’introspezione affrontati a tratti con un filo di originalità, diluito in una ripresa forzata di temi hitchcockiani.

La regista, che ha definito ‘un thriller dell’anima’ il suo ultimo film in cui si celebra la visione di una donna che vuole essere libera e indipendente e che cerca la via all’emancipazione in pieno ’68, ritorna a girare con Giovanna Mezzogiorno, sempre splendida, dopo ‘La bestia nel cuore’, ma stavolta non convince.

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Tornare

Alice, giornalista ormai di casa negli Stati Uniti, ritorna nella casa di famiglia a Napoli dopo la morte del padre, un ufficiale della marina americana. Uomo rigido e molto severo, le ha sempre impedito di esprimersi come donna, imponendole regole ferree che le hanno tarpato le ali. Alice compie un viaggio nel suo passato rivedendosi bambina e ragazza disinibita che amava flirtare con i ragazzi in modo un po’ incosciente e incontra l’enigmatico bibliotecario Marc Bennett.

Degna di nota l’interpretazione di Beatrice Grannò, nei panni di Alice adolescente, una rivelazione di bellezza e freschezza da tenere d’occhio. Della regista, senz’altro talentuosa, chi scrive ha apprezzato ‘Latin Lover’ per l’analisi della figura maschile in un’ottica rétro e nostalgica, e anche ‘Qualcosa di nuovo’ per il sapido sense of humour, ma questo film non è all’altezza delle aspettative.

Ricca di titoli interessanti anche la kermesse ‘Alice nella città’ parallela al calendario ufficiale della festa del cinema di Roma che ha portato a Roma alcuni bei film come ‘L’età giovane’ dei Dardenne, che non deludono con il loro film distribuito da BIM distribuzione. Qui emerge il giovane Ahmed che educato nel fondamentalismo islamico, progetta un attentato, tenendosi lontano dalle tentazioni del sesso e dell’amore. Una bella prova di ottima regia che si schiera contro l’integralismo islamico senza condannare per questo i musulmani.

Da notare anche ‘la vacanza’ con Catherine Spaak e una inossidabile Veruschka nei panni di una terrorista e ‘L’agnello’ di Mario Piredda, un dramma familiare ambientato nella Sardegna semplice e ruvida dei pastori. Vincitore di questa edizione di ‘Alice’ che ha registrato il tutto esaurito a quasi tutti gli eventi in programma, è il film ‘The Dazzled’ di Sarah Suco.

Premiati anche ‘la famosa invasione degli orsi in Sicilia’ di Lorenzo Mattotti e ‘Cleo’ di Eva Cools. Presente ad Alice anche IED Roma che ha presentato ‘Riders’, action drama in 3 puntate realizzato dai neodiplomati della scuola di arti visive e di comunicazione IED Roma coordinati da Max Giovagnoli, incentrato su una truffa immaginaria che i riders organizzano per la app di food delivery per la quale lavorano a ritmi frenetici 24 ore su 24.

Appuntamento nella capitale nell’ottobre del 2020 per l’edizione 15 della festa del cinema di Roma.

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