Giorgio Lupano: sono l’artefice del mio percorso tra teatro, cinema e televisione

Possiamo dire che l’amore per la recitazione di Giorgio Lupano non è stato un colpo di fulmine, ma un sentimento cresciuto nel tempo sin da quando era giovanissimo. Dopo essersi formato alla Scuola del Teatro Stabile di Torino dove si diploma nel 1993 sotto la guida di Luca Ronconi, il teatro gli porta da subito molte soddisfazioni, ma con il tempo diventa un attore a tutto tondo esplorando anche la strada del cinema e della televisione. Nel 2000 debutta ne Il Manoscritto del Principe di Roberto Andò. Nove anni più tardi la consacrazione internazionale con La Papessa.

Oggi possiamo seguirlo tutti i giorni su Rai 1 ne il Paradiso delle Signore, ma il teatro continua ad essere un ambito costante nella sua carriera e proprio nell’intervista ci racconta il suo ultimo progetto in corso..



Come ti sei avvicinato alla recitazione?

Non ho avuto, come molti, la famosa vocazione e ho scoperto questo mondo in maniera graduale, prima di tutto come spettatore. Mi piaceva molto andare a teatro a Torino, la mia città natale. Mentre guardavo gli spettacoli mi chiedevo come fosse stare sul palco, che emozioni provassero gli attori e con il tempo è stato naturale iscrivermi ad una scuola di recitazione. Da spettatore sono diventato parte dello spettacolo.

Quale evoluzione sta avendo il tuo personaggio ne Il paradiso delle signore?

Il personaggio di Luciano è in continua evoluzione da quando sono entrato nella fiction. È stata la prima esperienza in una serialità davvero lunga e molto strana all’inizio. I tempi sono veloci, le scene hanno un minutaggio molto ridotto. Ho preso per mano il personaggio e insieme abbiamo visto cosa poteva succedere episodio dopo episodio. In questi casi viene data un po’ anche a noi attori la responsabilità di capire che direzione dare. Oggi sicuramente ha un carattere più ironico, meno rigoroso, abitudinario e noioso rispetto a quando abbiamo iniziato.



Ph: Davide Musto


Un personaggio che hai interpretato e al quale sei molto legato?

Nello spettacolo Figli di un Dio minore, interpretavo un insegnante di logopedia che va a lavorare in una scuola per sordi. È stata un’esperienza molto bella e particolare perché ho lavorato con colleghi non udenti. Per prepararmi ho studiato la lingua dei segni e svolto laboratori con persone non udenti.  Il personaggio che conservo nel cuore si chiama James Lee e mi ha permesso di conoscere un mondo e una cultura straordinari. Inoltre è stata un’opportunità anche per le persone non udenti di vederci e capirci a teatro, rendendo questo spettacolo accessibile a tutti.

Cosa puoi dirci invece dei tuoi prossimi progetti a teatro?

Al momento sono impegnato con le prove del Il collezionista, un testo inglese per la rassegna Trend. Con la chiusura dei teatri ad Ottobre siamo arrivati ad un bivio: potevamo scegliere lo streaming o fermarci. Andare in onda in streaming però comportava la mancanza di incassi sufficienti per produrre lo spettacolo, così abbiamo ideato un crowdfunding per chiedere al pubblico di aiutarci nella produzione. In questo tempo di crisi volevamo dare un segnale, le persone hanno ancora voglia di spettacolo dal vivo e questo sistema ha reso possibile il tutto.

Se non fossi diventato un attore oggi quale lavoro faresti?

All’università studiavo scienze naturali quindi direi l’entomologo, come il personaggio che interpreto a teatro ora. Ho sempre trovato il mondo degli insetti affascinante.

I tre capi essenziali nel tuo armadio?

Camicia bianca di lino, un passepartourt per un uomo. Una giacca, che è un capo di abbigliamento molto maschile e identificativo e che mi da sicurezza. Infine una felpa blu (io ne ho ben quattro) per i momenti più casual.

Un luogo che vorresti visitare o in cui vorresti tornare..

Vorrei tornare in Islanda, l’ho visitata in estate e ho scoperto una grande varietà dal punto di vista morfologico e di paesaggi. Questa volta mi piacerebbe vederla in inverno ammirando l’aurora boreale.

Un tuo motto?

Homo faber fortunae suae (l’uomo è artefice della propria sorte). Una frase latina che mi ripeteva un mio professore di lettere delle superiori, perché non amavo il mio percorso di studi. Sono riuscito a metterla in pratica dopo un anno di università quando ho assecondato le mie inclinazioni e ho abbracciato il mondo della recitazione.

Dove sarai tra 10 anni?

Spero su un palcoscenico, in salute a fare ancora il mio lavoro. Per confermare il fatto che il motto del mio professore è ancora valido.

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