Grace Wales Bonner, giovane talento della moda brit che alterna sfilate, mostre e co-lab d’eccezione

È disponibile dal 26 marzo la collezione Adidas Originals by Wales Bonner, una selezione di abiti e accessori – in cui spiccano due sneakers storiche del brand tedesco, Samba e Nizza – di ovvia matrice sportiva, infusi però di note tailoring e vibrazioni cromatiche che rimandano alla scena dance giamaicana degli anni ‘80, tra volumi distesi, fit accoglienti e toni energici di giallo, rosso, verde smeraldo o viola. Ad unire sportswear e spigliatezza da discoteca antillana ha provveduto la designer Grace Wales Bonner, alla seconda capsule collection con il marchio del trifoglio dopo quella per l’Autunno/Inverno 2020.


Central Saint Martins BA Fashion Show 2014 in the West Handyside Canopy at King’s Cross

Questa 29enne londinese di ascendenze caraibiche (suo padre è un immigrato della cosiddetta generazione “windrush”) in una manciata di anni – sette per la precisione – è riuscita a emergere come una delle newcomer più talentuose e ponderatedella moda brit, convincendo uno stuolo di critici, buyer e insider del settore grazie a un singolare métissage di raffinatezza sartoriale, suggestioni artistiche e ispirazioni colte; le collezioni dell’omonima label includono infatti una molteplicità di riferimenti alla black culture, dal lavoro di figure seminali dell’arte afroamericana quali Jean-Michel Basquiat, Jacob Lawrence e Kerry James Marshall alle gesta dell’ultimo imperatore etiope Hailé Selassié, dal fervore che negli anni ‘20 caratterizzò il Rinascimento di Harlem alle riflessioni di scrittori neri come James Baldwin, Ben Okri o Ishmael Reed.

Una personalità sfaccettata, praticamente impossibile da incasellare in una categoria specifica, e in effetti lei stessa, all’inizio della carriera, ha dichiarato a Vogue di vedersi come un direttore creativo che prova a tenere insieme interessi variegati, dalla moda alla letteratura, alla musica. Il terreno d’elezione è il menswear perché, come rivelato in un’altra intervista, è convinta «di poterlo utilizzare come un contenitore in cui esplorare il mio heritage», colmo di possibilità da esplorare, e motiva il pallino della sartoria spiegando che «si può essere dirompenti anche restando all’interno di una cornice contraddistinta da regole e limiti».


WALES BONNER Fall Winter 2018 London Menswear Fashion Week Copyright Catwalking.com ‘One Time Only’ Publication Editorial Use Only

Nel 2009 Wales Bonner si iscrive quasi per capriccio alla Central Saint Martins, riverita scuola britannica che annovera tra i suoi ex allievi nomi dello spessore di Alexander McQueen, John Galliano, Kim Jones e Riccardo Tisci. Ne uscirà nel 2014 con una graduation collection dal titolo paradigmatico di ‘Afrique’, dove fantastica sul clash tra l’eleganza rigorosa dei tailleur alla Chanel e l’ornamentalismo di numerose tradizioni africane, che le vale il premio L’Oréal Professionnel Young Talent Award.
Nella successiva stagione A/I 2015 viene selezionata dalla piattaforma Fashion East e può così presentare, durante la settimana della moda di Londra, la collezione ‘Ebonics’, in cui fonde look dai tratti retrò (vita altissima, linee svasate, velluto dai riflessi cangianti, denim impunturato eccetera) e orpelli generalmente appannaggio del womenswear, tra gioielli vistosi, texture incrostate di Swarovski e bordure in conchiglie e cristalli. Una visione trasognata dell’abbigliamento maschile, che le consente tra l’altro di esporre le sue creazioni nella rassegna ‘Fashion in Motion’ del Victoria & Albert Museum.
A coronare la traiettoria ascendente arriva, a novembre, il riconoscimento come miglior designer emergente per l’uomo ai British Fashion Awards 2015.

Cominciano a delinearsi quei leitmotiv che finiranno con l’identificare il ready-to-wear della griffe: la sartorialità old school, edulcorata da forme suadenti e linee allungate; una certa leziosità, esemplificata da mise ingioiellate di tutto punto, tra brillanti, perline, charms, spille e fronzoli di vario genere; un quid intellettuale conferito dalle citazioni letterarie e artistiche, e frammisto a un senso di etereo romanticismo.
Il sincretismo estetico ritma quindi l’intera produzione di Wales Bonner, in cui si passa dalla collezione ‘Des Homme et Des Deux’ A/I 2018, a tema marinai creoli (concretizzato in proporzioni che vanno dilatandosi dall’alto al basso della silhouette, con capispalla smilzi e pantaloni fluenti, tessuti traboccanti di colore grazie alle stampe pittoriche, fodere con quadretti gingham) agli stilemi dell’abbigliamento cubano di metà Novecento in ‘Mambo’ (P/E 2020), una successione di sahariane, bluse guayabera, ampi colletti a punta, canotte a rete e superfici soffuse di fiori acquerellati, pois e minuscole ruches; per finire con la trilogia costituita dagli ultimi tre défilé, il cui filo conduttore è l’analisi dei possibili collegamenti culturali e stilistici tra Regno Unito e Caraibi, che conduce a un pot-pourri di categorie e codici vestimentari, per cui l’aplomb di trench, giacche in tweed, pants con la piega e gilet in lana è ibridato con copricapo rasta all’uncinetto, maxi cappelli e tute in nuance sature (‘Lovers Rock’, A/I 2020), mentre la compostezza di blazer avvitati, sciarpe a righe, camicie inamidate e altri must del preppy style da college d’élite viene scombussolata dall’innesto di pattern esuberanti, voluminosi risvolti in shearling, tracksuit, disegnature paisley, orli esageratamente lunghi che occhieggiano qua e là (‘Black Sunlight’, A/I 2021).



La stilista, nel frattempo, continua a riscuotere consensi tra gli addetti ai lavori, inclusi mostri sacri come Karl Lagerfeld, Phoebe Philo e Marc Jacobs, membri della giuria che, nel 2016, le assegna il LVMH Prize for Young Fashion Designers, e nel giro di tre anni si aggiudica infine il BFC/Vogue Designer Fashion Fund, assicurandosi 200mila sterline e un supporto annuale personalizzato.
Tra i suoi estimatori vi sono poi colleghi come Stephen Jonesdominus della modisteria più eccentrica e preziosa – e Manolo Blahnik, santo protettore delle fashionistas devote allo stiletto sin dai fasti di Carrie Bradshaw in ‘Sex and the City’. Quest’ultimo sigla le calzature del marchio in diverse occasioni, alternando mules guarnite di piume, stivaletti in pellami dalle cromie e texture differenti, sandali cut-out e altre creazioni flamboyant a modelli più tradizionali come le brogue in pelle.
Anche Maria Grazia Chiuri, creative director della donna chez Dior, fa squadra con Wales Bonner per la sfilata Cruise 2020 e le affida il compito di rivisitare la Bar Jacket, icona sempiterna della maison cui viene donato un tocco folk attraverso le applicazioni in rafia multicolor ricamata.
È un capitolo a sé la liason con Adidas, avviata nel 2020 con la collezione ‘Lovers Rock’, in cui fanno capolino dolcevita, magliette da calcio, top e pantaloni con le caratteristiche three stripes sferruzzate e i profili a costine “maggiorati”, trovate d’antan analoghe a quelle delle trainers Samba e SL72, che esibiscono strisce crochet, linguette over e tonalità dalla vibe vintage (amaranto, rosa antico, crema, verdone e via discorrendo). La collaborazione prosegue quindi con la suddetta limited edition per la primavera 2021, appena arrivata negli store, e nel corso dell’anno si arricchirà di ulteriori novità, anticipate dallo show A/I 2021 della creativa anglogiamaicana.



Tra una collezione e l’altra, la designer trova anche il modo di partecipare a progetti nei quali trasferire la sua vena artsy, come la mostra ‘A Time for New Dreams’, allestita nel gennaio 2019 negli spazi della Serpentine Gallery londinese – un’indagine sulle declinazioni della spiritualità e del simbolismo di origine africana, oppure la serata-evento del ‘Devotional Sound’ ospitata nello stesso anno dalla St. Peter’s Church di New York, con la performance di nientemeno che Solange Knowles.

A nemmeno trent’anni, il curriculum di Wales Bonner è insomma già ricco di riconoscimenti e nomi di assoluto rilievo, e appare pertanto del tutto irrealistico il timore, confessato al Guardian qualche tempo fa, di risultare una «sciocca» in quanto «fashion designer che si dedica all’arte»: il binomio, nel suo caso, funziona eccome.

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