Gregory Porter: the jazz storyteller

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“Jazz got me out of the pain of losing my mother”. Poco prima di morire di cancro la madre Ruth gli disse: “Quello che sai fare meglio è cantare, non preoccuparti di essere povero, pensa solo a inseguire la tua passione. Son, your gift will make room for you at the tables of royalty”. 

Da qui nasce il percorso musicale di questo straordinario huge man in giacche sartoriali, dall’inconfondibile flat cap indossato con un bizzarro passamontagna nero e dall’imponente fisico da ex giocatore di football cresciuto a suon di Nat King Cole, Joe Williams e Donny Hathaway.

Un’infanzia, quella di Gregory Porter, vissuta, con i suoi numerosi fratelli, nel quartiere bianco della città californiana di Bakersfield, segnata dalla povertà, dagli abusi razziali del Ku Klux Klan (“bruciavano crocefissi nel cortile e lanciavano contro le finestre bottiglie piene di urina”), dall’assenza della figura paterna e dall’amore incondizionato per sua madre, un ministro della Chiesa Battista che era solito seguire nelle sue celebrazioni per cantare nei cori gospel. 

La vellutata potenza baritonale della sua voce fa da eco a questa segreta malinconia che veste il suo vissuto e le sue canzoni e che si denuda in una musica fluida che unisce la raffinata eleganza del jazz, la mesta tristezza del gospel blues e l’energia vibrante dell’R&B scandita dal ritmo pieno e gioioso del suo inconfondibile hand-clapping.

Una voce carezzevole nella sua vibrante potenza, versatile e piena di armonici che ha fatto di Gregory Porter il volto più interessante dello scenario jazz contemporaneo. Arthur Rubinstein diceva “non dirmi quanto talento possiedi, dimmi quanto lavori sodo” e lui il suo talento l’ha dimostrato nei sacrifici di una gavetta lunga venti anni, spesi nei piccoli club newyorkesi di Brooklyn, ma che alla fine l’hanno portato ad essere quello che è oggi, il Gigante Gentile del jazz.

Vincitore di un Grammy per il “Best Jazz Vocal Album” con Take Me To The Alley, sei album all’attivo, tour sold out. Ha calcato la celebre Pyramid Stage del Festival di Glastonbury, i più prestigiosi palchi internazionali, si è esibito davanti a sua Maestà la regina Elisabetta e con eleganza ha portato il jazz, da un milieu di estimatori, al cuore del grande pubblico.

In attesa del 28 agosto, data di uscita dell’ultimo intimistico album “All Rise”|“Tutti in Piedi”, scritto in collaborazione con il produttore Troy Miller e accompagnato da un coro di 10 membri e dagli archi della London Symphony Orchestra, possiamo iniziare a pregustare il sound del nuovo disco ascoltandone il primo estratto “Revival”. 

Una canzone che parla di rinnovo spirituale, che si abbandona ai gioiosi beat delle atmosfere gospel e che si lascia narrare in un video ad alto impatto emotivo. Diretto da Douglas Bernardt e interpretato dal ballerino Jemoni Powe, il video, nelle sue toccanti metafore, racchiude anche un velato messaggio politico. Un omaggio a un giovane uomo nero di Baltimora, Freddie Gray, caduto in coma durante il trasporto in un furgone della polizia e morto qualche giorno dopo.

Mentre sulla scena vediamo un ragazzo di colore, spaventato e oppresso dal mondo che lo circonda, rimpicciolirsi e ingrandirsi come un Alice in Wonderland sulla scia delle sue emozioni.

Solo nella gioia di inseguire il suo amore per la musica e la danza si salverà dalle sue paure. “Nella vita ci sono molte cose che ti buttano giù e che ti fanno sentire minuscolo, che si tratti di razzismo, mancanza di fiducia in sé stessi, precarietà o difficili situazioni economiche. In questa lotta tra oppressione e ricerca della verità come individuo, tutto sta nel trovare la fonte della propria forza, la stessa che ti farà ritrovare il coraggio di ritornare ad essere il gigante che ora sei”.

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