Il menswear secondo Martine Rose, tra subculture, normcore e collaborazioni azzeccate

Se negli ultimi anni il cosiddetto normcore, con le annesse derivazioni (dadcore, gorpcore, geek chic eccetera) si è imposto come fenomeno di portata globale, glorificando forme (volutamente) sgraziate, tagli grossier, slogan improbabili e altre caratteristiche in genere considerate antinomiche all’universo modaiolo, trovando in Demna Gvasalia – ex direttore creativo di Vetements, ora alla guida di Balenciaga – il novello arbiter elegantiarum della categoria, il merito va attribuito anche a figure che, muovendosi magari dietro le quinte o non raggiungendo la visibilità del designer georgiano, sono risultate comunque decisive per le sorti di questo trionfo del “brutto” come apogeo della coolness.
Tra di loro vi è senz’altro Martine Rose, un nome decisamente in ascesa della moda made in Uk, già consulente proprio di Gvasalia per l’aurea maison parigina, che vanta nel proprio curriculum collaborazioni di alto profilo con brand quali Nike, Mykita e Napapijri; una conferma della sua rilevanza, considerato come le co-lab siano ormai la cartina tornasole dello status di una griffe.

Anglo-giamaicana, classe 1980, la stilista è cresciuta in una cittadina a sud di Londra in una famiglia allargata, tra il cugino devoto allo streetwear e una sorella fashionista amante di Jean Paul Gaultier, Katharine Hamnett e Pam Hogg, entrando in contatto con i più disparati generi musicali (reggae, dance, hip-hop ecc.) e avvicinandosi presto alla cultura rave.



Lauretasi in fashion design alla Middlesex University, nel 2003 ha fondato con l’amica Tamara Rothstein la label unisex LMNOP (chiusa tre anni dopo nonostante i buoni riscontri commerciali), seguita nel 2007 dal marchio eponimo di menswear, una scelta inconsueta solo all’apparenza perché, come ha precisato lei stessa, reputa l’abbigliamento maschile un fertile terreno di sperimentazione, con più regole ma altrettanti «modi per infrangerle».

Nonostante Rose si limitasse inizialmente alla camiceria, dieci modelli dalle cromie accese, presentati al Blacks Club di Soho, sono stati sufficienti per attirare l’attenzione della boutique multimarca Oki-Ni e di Lulu Kennedy di Fashion East, incubatore di talenti decisivo per le sorti degli (allora) astri nascenti della creatività brit, da Jonathan Anderson a Craig Green.
Ha potuto così mostrare nell’ambito della London Fashion Week le proposte per le stagioni S/S 2011, F/W 2011 e S/S 2012, in cui erano già presenti in nuce quelli che sarebbero poi diventati i pilastri del suo lavoro, dai codici estetici della working class inglese ai look dei clubber, al bondage.
La visibilità assicurata dalla settimana della moda londinese ha permesso inoltre alla designer di assicurarsi, nel 2014, il premio Newgen Men del British Fashion Council.

Risalgono a quel periodo i primi tandem con aziende di culto del workwear, e se per CAT ha aggiornato i noti scarponcini, tra color block nelle sfumature del rosso, materiali inusuali e cinghie in nylon a sottolinearne il carattere utilitarian, con Timberland ha fatto altrettanto, arricchendo i giubbotti di trapuntature limitate, però, alle sezioni circolari sul fronte del capo.

Il punto di svolta, per ammissione della diretta interessata, è coinciso tuttavia con la presentazione della F/W 2014, perché è li che ha realizzato di volersi concentrare su «volume, proporzioni, tensione dei tessuti e colori»: elementi effettivamente in primo piano nell’infilata di jeans stinti che più over non si può, maglioni sforbiciati, giubbini e pantaloni in vinile lucente, tutti punteggiati da toppe serigrafate con i flyer di vecchi rave party. Un fur coat della collezione, tra l’altro, è stato indossato nientemeno che da Rihanna.

Di lì a poco il suddetto Gvasalia, appena insediatosi da Balenciaga, avrebbe chiesto a Rose un incontro, preludio all’ingresso nel team che segue il menswear della griffe.


Martine Rose Men’s Spring 2018

Dopo essersi concessa un anno di pausa perché incinta, la designer è tornata in pista nel 2017, rivelatosi un annus mirabilis per il brand: a febbraio, tanto per cominciare, si è svolto il primo défilé in assoluto, organizzato nel mercato coperto del quartiere di Tottenham, una rassegna di archetipi vestimentari che si districava tra pantaloni e gilet ipertrofici, cravatte sgargianti, cromatismi accostati alla rinfusa, giubbotti intagliati per scoprire parzialmente le maniche, jeans dalla vita triplicata e altre trovate a effetto, strambe eppure accattivanti.
Nella stesso periodo è stata lanciata la capsule collection NAPA by Martine Rose, per cui ha messo mano all’archivio del marchio di outerwear Napapijri, anche in questo caso espandendo i contorni di giacche in pile, anorak e impermeabili, cospargendoli inoltre di nuance accese, zip a contrasto e dettagli rimovibili (visto il successo, la collaborazione è proseguita nelle stagioni successive). Sono arrivate quindi le nomination per le edizioni 2017 sia del premio Andam, sia dell’LVMH Prize for Young Fashion Designers.

Da lì in avanti la carriera della creativa originaria di Croydon è stata un crescendo di riconoscimenti, critiche entusiastiche e progetti di spessore, ritmato da collezioni in cui ha affinato sempre di più la sua visione idiosincratica e sperimentale, continuando a esplorare molteplici subculture giovanili (raver, new wave, skinhead, acid house, post-punk e via dicendo) e insistendo su tratti divenuti una firma inconfondibile, dai volumi esplosi degli abiti alle cromie acide, passando per il denim delavé, i capi stazzonati, i blazer dai profili sghembi e così via.
È da ricordare, in particolare, lo show S/S 2018, un pastiche che giocava con gli estremi, spesso giustapponendoli nella medesima uscita: shorts seconda pelle e parka ciclopici, tonalità soft e squarci di viola o arancione, pantaloni issati sull’addome e giacche scivolate, richiami al canale simbolo dell’underground 90s – Mtv – e indumenti fané da pensionato in gita domenicale.
La S/S 2019, invece, ha registrato il debutto di una calzatura esemplare della verve dissacrante di Rose, i mocassini dalla punta quadrata completi di catenella metallica, da subito adorati e detestati in egual misura.

Per l’ultima S/S 2021, infine, la stilista ha riflettuto a suo modo sulla reclusione domestica generalizzata imposta dalla pandemia, filmando gli inquilini di un (ipotetico) condominio riservato agli aficionados della griffe, capeggiati da Drake in persona, che nella supposta intimità dell’appartamento indulgevano in abbinamenti improbabili, mescolando maglie da calcio logate Martine Rose, merletti, jeans fiorati, joggers dalle fantasie geometriche e giacconi avvolgenti come vestaglie.



Sono di livello anche le collaborazioni intraprese nel corso del tempo, in aggiunta a quella già menzionata con Napapijri, che hanno visto Rose allearsi con Mykita (per una serie di occhiali da sole ispirati, tanto per cambiare, alla scena dance degli anni ‘90, con montature affilate contornate da grafiche animalier o colorazioni come lime, rosso e bluette) e, soprattutto, con Nike; per la casa dello swoosh ha puntato, oltre che su tute e magliette da basket rivisitate, su un’edizione speciale delle sneakers Air Monarch, attraversate lateralmente da imbottiture sporgenti simili a grumi.

In definitiva un percorso di tutto rispetto per chi, come lei, è allergico all’autocelebrazione e tende piuttosto a ridimensionare il proprio operato, convinto che la moda «dovrebbe essere scherzosa, ingenua, perché oltre a trasmettere messaggi e codici, l’abbigliamento è anche una questione di divertimento e spensieratezza». Un approccio, evidentemente, tanto pragmatico quanto efficace nei confronti di appassionati e addetti ai lavori.

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