Il muralismo di Jorit tra volti di resistenza e facciate di periferia

Incidere la corteccia di un albero, per far sgorgare la linfa. Il terreno, per frangerlo e nutrirlo di acqua. O la cute, per decorarla di simboli e significati, come le cicatrici ipertrofiche che hanno modificato e magnificato il corpo di tante etnie africane che portano incise, come bassorilievi su pelle, il passaggio da uno stato indifferenziato all’appartenenza a una cultura, l’individuo che diventa inclusione, che diventa tribù. Questa pratica si chiama scarificazione e nella simbologia del suo mal d’Africa Jorit l’ha tradotta nella comunione dei suoi volti, quelli graffiati nel cemento dei palazzoni popolari con strisce rosso ruggine in un patto iniziatico di fratellanza, in quell’uno per tutti, tutti per uno che è anche la forza corale dei suoi murales. Come le strisce che egli stesso si è fatto imprimere sul volto dall’artista romano della body modification Gabriele Di Dio, come un’opera tra le sue stesse opere, come segno di affiliazione a una tribù che non riconosce la predominanza di un colore come superiorità di una razza, che non si identifica in un “Dio” come esclusività di un credo e che non vede nelle diversità vincitori o vinti, perché questa tribù ha un solo volto, quello unico dell’umanità.



Jorit, il graffiti artist italo-oladese, è figlio della periferia napoletana, quella come altre sfuggite di mano al concetto modernista di “cerniera” e poi diventate un groviglio urbano ed esistenziale fuori controllo. E nel chiaro-scuro di queste vite di confine e di schiere di caseggiati di quartiere, il suo muralismo è diventato la pacifica arma civile di un manifesto di riscatto sociale. Il baricentro ideale dal quale le sue opere si sono diffuse a raggiera, internazionalizzate e museificate, ma con un magnetismo circolare alla fine sono quelle che ritornano sempre al loro punto di partenza, a casa, nei vulnerabili e contraddittori luoghi che più hanno bisogno di riqualificazione, di punti di riferimento e di simboli di resistenza, risveglio e speranza. Barra, Ponticelli, San Pietro a Patierno, San Giovanni a Teduccio, Scampia, Forcella, Quarto. Ritornano sulla strada ad essere arte del popolo e per il popolo con i suoi messaggi di condivisione e comprensione universale.



I volti iper-realistici che troneggiano nella loro imponenza sono marchiati da due linee che sembrano quasi unirsi a formare una lingua di fuoco a due punte, segno distintivo che arde sulle guance di questi guerrieri uniti nella stessa lotta, che poi lotta non significa necessariamente spargere sangue, ma destare alla riflessione le coscienze dormienti, indifferenti o semplicemente impaurite. Jorit ha così (r)accolto nella mappa della sua tribù urbana attivisti, difensori dei diritti umani, sportivi, musicisti, politici, intellettuali e sognatori, quelli che hanno pagato con la vita la speranza di un mondo migliore e quelli che, nonostante tutto, continuano a crederci, quelli che hanno lottato per abbattere le disuguaglianze e quelli che di discriminazione, invece, sono morti. Una galleria di visi, che vestono di nuovi panni facciate nude e spoglie, e di occhi, che parlano di rivoluzioni che inneggiano al diritto di essere uomini, umani ed uguali, come quelle di Nelson Mandela, Antonio Gramsci, Che Guevara, Angela Davis, Rosa Parks, Martin Luther King, Muhammad Alì, Pier Paolo Pasolini, Antonio Cardarelli, Ilaria Cucchi.



Nella grande famiglia allargata dell’ex scugnizzo d’oro, come ad alcuni piace chiamarlo, a fare squadra non troviamo solo personalità di pubblica piazza, ma anche gente qualunque, gente del popolo, anonimi ai più o tristemente noti per aver “barattato”, loro malgrado, un pezzo di cronaca con la vita come  Luana D’Orazio, morta sul lavoro a soli 22 anni, Davide Bifolco, il ragazzino del Rione Traiano assassinato dalle forze dell’ordine al termine di un inseguimento, Marcello Torre, il sindaco che ha perso la vita per mano della camorra, George Floyd ucciso dalla polizia a Minneapolis, e ancora Niccolò, il bambino autistico, Kukaa, il piccolo migrante morto con la pagella in tasca, e Ael, soprannominata la Zingarella, volto della comunità rom e simbolo di inclusione sociale come recita il titolo del murale “Tutt’eguale song ‘e criature”. E forse proprio loro, speranza di futuro, sono la chiave di tutto come trasuda nella bellissima opera in bianco e nero intitolata “I Sogni” e a loro Jorit dedica un pensiero: “i bambini nascono tutti uguali e hanno tutti diritto alla salute, al cibo, all’istruzione, a una casa e a provare a realizzare i propri sogni. I sogni dei bambini sono un buon motivo per lottare e per sacrificare tutto in favore di questa causa, perché sono innocenti e indifesi e sono i “grandi” che devono lottare per loro”. Perché “se è tempo di cambiare il mondo” forse bisogna partire proprio da qui, dalla parte migliore di noi.

®Riproduzione riservata / All rights reserved

Autore

Condividi