La guida completa su Napoli

Quando penso alla perfezione di una lingua, ai giochi di parola, ai modi di dire più bizzarri, alle parole più bislacche, mi viene in mente il napoletano. Perchè i napoletani hanno quella capacità, quel dono di sintesi, che permette di spiegare un intero pensiero, in un solo termine; dentro quel termine, troviamo mille colori e sfumature che non solo descrivono un concetto, ma che facilitano la sua comprensione perchè è come il disegno di un’atmosfera, di un mondo. Così, “mbuttunato”, sarà quel cibo imbottito, farcito, carico di olio e insaporito, non rappresenterà un semplice ripieno, ma si vedrà comparire, al suono di quella parola già cicciotta che riempie anche le labbra, tutto il colore di un condimento, il rosso di un pomodoro, il giallo ambrato dell’olio.


I napoletani sono come le loro parole, ricchi e carichi di vita, li trovi a vendere presepi per le vie del centro, cornici di fantasiosi personaggi in miniatura intenti nei lavori più umili, pastori, massaie, tosatori, panettieri, in fila per i banconi pronti per entrare nelle vostre case, e il desiderio è quello di comprarli tutti per quella minuziosa capacità caricaturale, che trasforma una semplice casa alta due spanne appena, in un set cinematografico alla Hitchcock, dove piccole lanterne illuminano desolate case “sgarrupate”.

La via dei Presepi

I sapori di Napoli


Napoli è l’abbondanza di una frolla ripiena di crema alla ricotta e semolino (ottima alla Pasticceria Leopoldo di via Benedetto Croce, pieno centro storico); è il rito del caffè accompagnato dal babbà al bicchiere, da gustare in piedi alla Pasticceria Scaturchio, vera Mecca dei buongustai, perchè se dobbiamo concederci il rito della pausa e di una chiacchierata, non può mai mancare la leziosità di un dolcetto.

Saporita come quella fatta in casa, ma solo se avete mamma di origini partenopee, la pasta al ragù del Tandem, in Calata Trinità Maggiore 12, succosa salsa di pomodoro e carne, che ben si sposa con gli scialatielli, tipica pasta fresca della Costiera Amalfitana.
Per gli amanti della street food, la monumentale “pizza a portafoglio” da Di Matteo, una pizza piegata in quattro, servita in carta assorbente, da mangiare rigorosamente in piedi per le vie di Napoli in un meditativo silenzio: ascoltate solo le vostre papille gustative e l’estrosità dei piccoli scugnizzi che vociferano accanto.

Anatema per eccellenza, la devozione dei napoletani per San Gennaro non ha eguali. Ai lati del Duomo di Napoli, la cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta, una cappella custodisce le reliquie del santo patrono; è la chiesa più importante della città, che attira ben tre volte l’anno i credenti di tutto il mondo a mani giunte, nell’attesa dello scioglimento del sangue di San Gennaro.

Nella cripta, accessibile tramite delle scale semicircolari, compare protagonista l‘Oliviero Carafa in preghiera, il cardinale che nel 1497 riportò in città le reliquie di san Gennaro, fino ad allora nascoste nel santuario di Montevergine di Avellino. Il soffitto presenta 18 cassettoni raffiguranti Santi e cherubini, sono altorilievi scultorei ad opera di Tommaso Malvito; tutto l’ambiente è un’alcova marmorea dai candidi colori del Paradiso, un luogo pregno di energia e di mistero.

Il Museo di Capodimonte


Salendo verso il rione Sanità, tra viuzze che di giorno sembrano semi abbandonate, ma vive di panni stesi, si arriva al Museo e Real Bosco di Capodimonte, 15000 metri quadri di area espositiva e un patrimonio di circa 47000 opere. Immerso nel parco Real Bosco, area verde cittadina che attira oltre il milione di visitatori ogni anno, il palazzo fondato nel 1738 da Carlo di Borbone, re di Napoli dal 1734, destinato a ospitare la collezione ereditata dalla madre Elisabetta Farnese, capolavori dal 200 ad oggi di cui fanno parte alcuni grandi nomi della pittura nazionale e internazionale: Parmigianino, El Greco, Guido Reni, Raffaello, Tiziano…


Parmigianino – Ritratto di giovane donna, detta Antea – 1535

Una donna dai nobili tratti e dalle vesti alla moda di una Italia cinquecentesca, ci guarda dritto negli occhi, ci affronta senza timore. I capelli sono acconciati con una scriminatura centrale e adornati da una grossa treccia a mo’ di cerchietto da cui pende, decorandola, una luminosa perla. Due i pendenti ai lati del volto e una abbondante tunica di stoffe pregiate con sbuffi alle maniche, che ne ingrandiscono la figura, rendendola maestosa e degna di rispetto. Quasi sproporzionato il braccio destro nella sua dimensione, una forza quasi mascolina che regge una pelliccia di martora e una catena di cui non si vedono i confini. La mano sinistra gioca con una collana e il mignolo porta un anello con rubino.

Nel 1671 lo scrittore Giacomo Barri affermò che il ritratto di Parmigianino rappresentasse Antea, una cortigiana romana descritta dallo scultore Benvenuto Cellini e dall’umanista Pietro Aretino. Ma sebbene l’opera sia conosciuta con questo nome, l’ identificazione non è corretta, per gli abiti che indossa e per l’espressione fiera di una bellezza piuttosto idealizzata.

Parmigianino- Lucrezia 1539-50

Lucrezia è il dipinto della dignità, del coraggio di andarsene quando onore e orgoglio sono più importanti della vita stessa. La martire romana è spinta al suicidio dopo lo stupro subìto da un soldato etrusco; la morta diviene l’unica soluzione al disonorevole gesto.
Lucrezia appare luminosa su uno sfondo nero china, l’abito cade scoprendole il seno e regalandole una carica erotica seppure nel gesto violento di una pugnalata nel petto. Nè sangue né espressioni di dolore per il dipinto di Parmigianino, piuttosto la valorosa bellezza di una dea che si sottrae alla crudeltà umana, rimanendo pura per l’eternità.

Artemisia Gentileschi – Giuditta e Oloferne 1612-13

Con le braccia tese e la spada in pugno, l’eroina ebraica Giuditta taglia la testa del generale babilonese Oloferne. La sua serva Abra tiene ferma dall’alto la vittima, il cui sguardo già rotea, all’indietro nell’oblio. Le due hanno sorpreso il generale nella sua tenda ubriaco e inerme. Gentileschi cattura il momento saliente dell’azione, quando il sangue di Oloferne scivola via con la sua vita, macchiando le sontuose lenzuola.
Questa scena è tratta dal Libro di Giuditta dell’Antico Testamento, in cui ella salva la sua città di Betulia dall’assedio dell’esercito di Oloferne. Gli storici dell’arte ritengono che il dipinto della Gentileschi possa avere una componente autobiografica. Nel 1611, Artemisia aveva subito uno stupro da parte di Agostino Tassi, pittore apprendista nella bottega di suo padre Orazio. Il processo aveva disonorato Artemisia, mentre Tassi era stato condannato per il reato ma rilasciato meno di un anno dopo. Artemisia potrebbe essersi ritratta nella figura di Giuditta per ottenere, almeno in pittura, quella giustizia che drammaticamente le era mancata nella vita reale.

Vero fiore all’occhiello di Museo Capodimonte, la collezione De Ciccio, donata dallo stesso allo Stato italiano nel 1958 e costituita da smalti limosini del ‘500, avori, porcellane Ginori e di Messein, maioliche italiane, ceramiche persiane, tessuti e ricami, preziosi argenti, piccole sculture, leziosi ventagli, orologi, vetri veneziani, bronzetti, deliziose tabacchiere e astucci decorati a mano, piccole ampolle da profumo con decori in rilievo, eleganti porta-ciprie, una serie di galanterie da far girar la testa alle donne più vanitose.

Nella sezione di Arte Contemporanea, spicca una figura importante dell’Arte Povera: Mario Merz, con l’installazione “Shock Wawe” (Onda d’Urto – 1987)

L’artista reinterpreta oggetti prelevati dal quotidiano, realizzando installazioni multimateriche che indagano la relazione tra energie naturali e culturali. Tra le massime figure dell’arte povera, Merz mette in fila pile di quotidiani stampati e distribuiti a Napoli, su cui poggia i numeri della successione Fibonacci, in cui ogni numero è la somma dei due numeri precedenti. A sormontare i giornali, degli archi di metallo incrociati e aperti verso l’esterno, che rimandano all’energia incanalata dalle forze in campo e che evoca la struttura di un’architettura primordiale e precaria, analoga a quella dell’igloo presente in molte opere ambientali dell’artista.

L’Artemisia Domus

Punto strategico per un pernottamento all’insegna del relax, l’Artemisia Domus nel pieno centro di Napoli, tra Piazza del Gesù e Spaccanapoli, la luxury Guest House con possibilità di avere jacuzzi in camera e sauna privata.
Artemisia Domus omaggia la grande pittrice Artemisia Gentileschi, che nel 1630 visse una parentesi partenopea; è un palazzo del ‘700 ristrutturato ma che conserva il fascino del suo passato, tutte le finestre delle camere affacciano su Castel Sant’Elmo e sulla Certosa di San Martino; altissimi i soffitti sormontati da travi in legno a vista, pavimenti in parquet, letti king size e suite insonorizzate. Se le lunghe passeggiate turistiche vi affaticano, potete prenotare un massaggio privato in camera, oppure farvi consigliare dallo staff per una gita in barca, una escursione in motoscafo verso la Costiera, un tour all’insegna del gusto.


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