La recitazione per Michele Ragno: un’arte da vivere intensamente, tra cinema e teatro

L’attore pugliese Michele Ragno in un total black outfit firmato da Brunello Cucinelli

Ph: Dario Tucci

Ass ph: Edoardo Russi

Sono sufficienti poche battute con Michele Ragno per rendersi conto che, per l’attore 25enne, la recitazione sia una pratica in cui immergersi completamente, da perfezionare attraverso studio, dedizione e disciplina, e al contempo una questione di pelle, quasi un’urgenza personale. D’altra parte, il suo cursus honorum è lì a dimostrarlo: dopo gli studi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, ha lavorato con autori di rango, districandosi tra opere teatrali classiche, pièce moderne, tv (da 1994 a La stagione della caccia) e ora cinema con il film School of Mafia. La sua è dunque una traiettoria artistica in fieri, che spera possa permettergli di «mettersi in gioco e continuare a imparare».

Hai studiato all’Accademia per poi inanellare varie esperienze teatrali, tra cui uno spettacolo con Marion Cotillard. Cos’è per te il teatro, puoi raccontarci il tuo percorso in quest’ambito?


«Il teatro è dove tutto è cominciato, ho iniziato a sette anni e non mi sono più fermato. Dopo il liceo ho proseguito all’Accademia, lì ho capito che nulla viene lasciato al caso, ci sono dinamiche precise che necessitano di studio e disciplina; e ancora, ho incontrato registi come Emma Dante o Bob Wilson, la prima in particolare ha lavorato tanto su di me, cercando di decostruire e ricostruire, scavando, insistendo sui limiti corporei, aiutandomi a toccare corde che neppure conoscevo.
L’esperienza con Marion Cotillard è stata davvero emozionante e d’impatto, abbiamo recitato in piazza al Festival di Spoleto, davanti a 3000 persone. Lei è un’attrice estremamente sensibile, magnetica, riesce a farti vibrare qualcosa dentro, a volte mi sedevo nella platea e, semplicemente, mi abbandonavo alle sensazioni che sa trasmettere»



Al momento a quali progetti stai lavorando?

«A un riallestimento di Uomini e topi di Steinbeck, che presenterò insieme alla compagnia dell’Accademia al Festival di Spoleto».

Sembra si stia tornando alla normalità anche nel settore artistico, con cinema e teatri aperti e la ripresa di festival, rassegne e quant’altro. Ti chiederei, ex post, come hai passato il lockdown e come vivi ora la ripartenza.

«All’inizio è stato difficile, ho cercato di tenermi in allenamento, leggendo più del solito, praticando yoga, concentrandomi sulla respirazione, lavorando in sostanza sia sul corpo che sulla mente.
Ho poi avuto la fortuna di vivere la prima esperienza cinematografica in estate, subito dopo la chiusura, un’opportunità grandiosa».



Il film in questione è School of Mafia (attualmente al cinema), che declina in un’inedita chiave comico-grottesca un tema ampiamente esplorato quale la criminalità organizzata. Vuoi parlarcene?


«È un film comico dalle sfumature western; affronta un argomento assai delicato, trattandolo però con intelligenza, così da screditare la mafia, toglierle ogni forza attraverso la commedia, descrivendola come un anacronismo, un mondo bigotto e goffo. Per fare ciò, ricorre all’esempio di tre giovani figli di boss, che non intendono seguire le orme criminali dei genitori, contrapponendosi alle pratiche opprimenti e obsolete della mala. Girare School of Mafia è stata una fortuna in un momento complicato, per me ha rappresentato sul serio una scuola con diversi veterani dello schermo, un’esperienza travolgente sotto ogni aspetto. Sul set, insieme a Giuseppe Maggio e Guglielmo Poggi, ci ritrovavamo spesso in situazioni comiche, quindi bastava abbandonarcisi, vivere tutto con naturalezza».

Sei nel cast (d’eccezione) della nuova serie Rai di Bellocchio Esterno Notte, puoi dirci qualcosa in più?
«Il mio è un piccolo ruolo: sarò Franco Tritto, l’assistente personale di Aldo Moro, e ho avuto l’onore di lavorare al fianco di Fabrizio Gifuni (che interpreta il presidente Dc rapito dalle Brigate Rosse, ndr), attore meraviglioso da cui ho imparato moltissimo; anche nelle sue pause, si percepisce il modo in cui vive, in cui diventa il personaggio di turno, e questo aiuta chi gli sta intorno a porsi in una determinata maniera, detta il ritmo agli altri anche solo con la gestualità. Con lui si è creata un’energia comune che ci ha permesso di condividere appieno la scena, sono davvero contento di averlo visto all’opera».




Hai preso parte a diversi serial, da Il miracolo a 1994, a quali esperienze sei più legato?


«Ne Il miracolo avevo una parte minore, brevissima, in un flashback di Marcello/Tommaso Ragno, la porto comunque nel cuore perché è stata la prima in assoluto in tv.
In seguito ho girato 1994 e La stagione della caccia (parte di un ciclo di film ispirati alle opere di Camilleri, ndr); in quest’ultima, per una coincidenza incredibile, ho girato le scene in cui il personaggio compiva gli anni lo stesso giorno del mio compleanno. C’erano (di nuovo) Ragno, Donatella Finocchiaro, Miriam Dalmazio… In effetti sono sempre stato fortunato nel trovarmi accanto attori di questo calibro, compreso Accorsi nella scena face to face in aereo di 1994, una situazione piuttosto intima, ha favorito la connessione».


Ci sono generi non ancora sperimentati con cui vorresti metterti alla prova?


«Mi piacerebbe esplorare un thriller psicologico, lavorare su personaggi lontani da me costretti a fare i conti con i loro demoni, del resto adoro lavorare con il corpo, plasmarlo per aderire al personaggio, una situazione del genere sarebbe l’ideale».


Tra i tuoi colleghi chi ammiri particolarmente? E tra i registi?


«Nel panorama italiano direi Lino Musella, Elio Germano e Luca Marinelli, personaltà di enorme fascino scenico oltreché estetico. Tra i registi Nanni Moretti, Paolo Virzì e Matteo Garrone».




Come vivi la relazione tra personaggio e abiti di scena?


«Ricordo che una volta entrai di corsa in scena, indossando il mantello al contrario, la regista – Emma Dante – si infuriò e disse una cosa che non scorderò mai: “Il costume è come dici la battuta”. Mi è rimasta scolpita in mente, ho sempre grande cura degli abiti di scena, come fossero oggetti personali ai quali tengo. Ho una relazione molto intima con il costume, mi aiuta quasi sempre a dar vita al personaggio, indossarlo mi permette di essere lui al 100%, naturalmente prima viene il lavoro sul corpo e sulla voce, ma l’abito lo completa».


Fuori dal set, invece, che rapporto hai con la moda?


«Ho un debole per il vintage, mi piace vestire bene, di solito non cose appariscenti; ho molti capi in colori tenui, soprattutto camicie, cerco però di portare nel modo giusto anche la semplice combo t-shirt e jeans; ci tengo, non per apparire o altro, piuttosto credo abbia a che vedere con l’immagine che ho di me, per certi versi ciò che indossiamo ci rappresenta»




Cosa ti auguri per il futuro?


«Sicuramente non abbandonerò il teatro, sto pensando di mettere su uno spettacolo, adesso che ho scoperto il cinema, poi, voglio senz’altro continuare, sperando che l’esordio possa darmi una marcia in più; ho voglia di mettermi in gioco, di continuare a imparare, ci sto prendendo gusto».

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