L’inaspettato ritorno di Mitski: la bolla anni ’80 di ‘Laurel Hell’

Nel Cortegiano di Castiglione, un concetto fondamentale dell’estetica del cortigiano era la cosiddetta “sprezzatura”: un atteggiamento per cui lo studio dietro all’atto creativo e all’arte veniva celato, facendolo sembrare qualcosa di spontaneo e completamente naturale. La bellezza che ci viene offerta dall’arte è sempre frutto di uno studio, ma giunge ai nostri occhi e alle nostre emozioni come se fosse la cosa più spontanea.
Mitski, cantautrice giappo-americana, aralda del sad-girl vibe, è una campionessa di sprezzatura: le sue sono canzoni che sembrano semplici, ma in realtà non lo sono. Dietro a un’estrema musicalità sono mascherate strutture complesse; i testi sembrano emozioni direttamente trasposte, dietro alle quali vi è una scelta lessicale e retorica estremamente curata.



Dopo i trionfi critici di Puberty 2 (2016) e Be the Cowboy (2018), nei quali la cantautrice aveva sperimentato una grande varietà di stili musicali, Mitski aveva annunciato durante un concerto alla fine del 2019 che quella sarebbe stata l’ultima esibizione pubblica della sua carriera. Era anzi pronta ad abbandonare del tutto la musica. Questa fatica non è nuova alle anti-dive dell’art-rock e la accomuna ad artiste come Kate Bush e Róisín Murphy, entrambe note per lunghi, lunghissimi silenzi dalla musica in studio e dalle scene.

Tuttavia Mitski ha deciso di tornare non solo a fare musica, ma anche a performare, con un tour già in gran parte sold-out in partenza a febbraio. Working for the Knife, singolo apripista per Laurel Hell, album in uscita il 4 febbraio, può sicuramente essere letto in tal senso: la routine dell’industria musicale la fa sentire come se stesse lavorando per un “coltello”. La metafora si espande, con Mitski che confessa di pensare che a vent’anni ne avrebbe già avuto abbastanza; a ventinove sembra tutto la stessa cosa, ma forse a trent’anni qualcosa cambierà nel suo vivere per il coltello. Questa routine è ciò che le dà vita, ma è anche ciò che alla fine della giornata le mostra la verità, cioè che sta morendo per il coltello.


Artwork per Working for the Knife, ph. by Ebru Yildiz

Mitski è una presenza tanto elusiva quanto concreta ed esplicita, quasi “confessionale”, nonostante sia una definizione che lei stessa rifiuta. Per sua esplicita ammissione, non vuole fare musica per far piangere, ma arte. Allo stesso tempo rifugge la fama e la mitizzazione (inevitabile) della sua figura. Sui social network e nelle message board musicali sono frequenti infatti meme che la idolatrano e allo stesso tempo leggono la sua figura e la sua musica spesso in chiave ironica. Uno degli ultimi che mi è capitato di trovare ritraeva una felice Britney Spears insieme ai figli, con una caption che recita “R.I.P. Sappho, you would have loved Mitski”.



I pezzi di Mitski racchiudono tutta la brutalità e la bellezza del quotidiano. I suoi testi trasmettono tutta la poesia della trivialità, ma anche il sublime: caffè in cui trovarsi e parlare di nulla (Old Friend); Venere, pianeta dell’amore, distrutto anch’esso dal surriscaldamento globale forse per le troppe pretese dei suoi abitanti (Nobody). A volte la sua scrittura è invece così diretta da sembrare una trasposizione non filtrata di emozioni. Di cuori spezzati in canzoni pop se ne è sentito parlare fino allo sfinimento – non basterebbe un’enciclopedia del kitsch per farne una lista, ma in qualche modo The Only Heartbreaker (una delle top songs di Barack Obama del 2021) ha la freschezza che solo l’onestà più brutale può avere: «If you would just make one mistake / What a relief that would be / But I think for as long as we’re together / I’ll be the only heartbreaker».

Laurel Hell si apre col brano Valentine, Texas in maniera cauta, timida, quasi sussurrata: Mitski chiosa accompagnata solo dal piano «Let’s step out carefully into the dark», per poi giungere nella seconda strofa a un’improvvisa esplosione di synths anni ’80, più un organo, una celebrazione del dolore e dell’esplorazione dello stesso: «Let’s drive out to where dust devils are made».


Artwork per Heat Lightning

Tutto l’album è un trionfo influenzato dalla dance anni ’80: la scelta, per ammissione dell’artista durante una recente intervista con Zane Lowe su Apple Music, è influenzata dalla pandemia e dalla volontà di inserire il progetto in una sorta di bolla come quella degli anni ’80, in cui tutti volevano sentirsi felici. Nonostante i testi spesso dark, Laurel Hell vuole sollevare gli animi degli ascoltatori, mostrando luci e ombre della maestria compositiva dell’artista e della vita in generale. Non abbiamo dubbi che ci riuscirà.

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