Ratched, la serie tv di Netflix tra sadismo e compassione

Siamo in una California impacchettata degli anni ’40, con i divanetti dei bar color verde menta, le donne dalle acconciature morbide e ondulate che le fanno sembrare delle docili mogliettine, gli abiti casti con i fiorellini e gli eleganti cappelli bon ton. Persino l’ospedale psichiatrico dove si svolge tutta la storia ha qualcosa di perfidamente perfetto, troppo per essere una gabbia di matti: nessuno strilla o corre per i corridoi, le siringhe non vengono lanciate a fiondate come si vede negli altri film del genere, le infermiere sorridono e dispensano favori…di ogni genere. Ratched, la serie di Netflix in onda dal 18 settembre cattura subito l’attenzione per questa sua ambiguità, che si sposa perfettamente alla protagonista Mildred Ratched, l’infermiera che si ispira allo stesso personaggio di Qualcuno volò sul nido del cuculo.



Tanto dolci sono i suoi occhi, sempre bagnati e velati da una misteriosa nota nostalgica, mesta tristezza, che si fatica a crederla parte dei cattivi, eppure l’infermiera dimostrerà, puntata per puntata (sono otto totali) di essere protetta da una barriera molto alta che la separa da ogni sentimentalismo o compassione, da ogni essere umano fuorché uno, suo fratello Edmund Tolleson, internato nella clinica perchè colpevole di una strage omicida di quattro preti. 

Sarà Mildred a pianificare la salvezza del fratellino, stretta nei suoi abiti pastello sartoriali, nei guanti ton sur ton e in quei fili di perle che ci si chiede come un’infermiera possa cambiarsi d’abito così spesso come fosse un’illusionista. Poco credibile ma la costumista meriterebbe un Oscar!



I colori della fotografia sono accessi e talvolta fluorescenti, si accendono come la pazzia nella mente dei malati, talvolta fastidiosi come un neon accecante, come quello che illumina le esecuzioni macabre del dottor Hanover, il direttore della Clinica di Salute Mentale di Lucia. Sono pratiche sperimentali contro la follia, sono la lobotomia transorbitale e l’idroterapia, che consiste nel trasferimento del corpo del paziente da una vasca piena d’acqua a 48° a un’altra ghiacciata, un’ustione dentro un’altra ustione, metodi che in alcuni casi affascinano la sadica infermiera e in taluni la ripugnano, lasciandoci così il dubbio sulla sua vera personalità.

Agghindata come una moderna Crudelia De Mon, la ricchissima ereditiera Lenore Osgood interpretata da Sharon Stone è una donna in cerca di vendetta, la pelle bianca come il suo caschetto, una scimmietta come sua più alleata compagna e un figlio privo degli arti che è legato da un filo rosso al dottore sperimentatore. Personaggio estremamente affascinante, peccato gli si abbia dato poco sfogo e nessun approfondimento psicologico. 

Difficile invece strapparsi di dosso i panni di Miranda in “Sex and the city“, Cynthia Nixon con la sua Gwendolyn Briggs inscena l’assistente del candidato Governatore della California, una donna emancipata e avanti con i tempi, lesbica e senza paura di nasconderlo corteggerà la silenziosa Mildred. Noi ce la immaginiamo ancora avvocato e con bimbi ai tempi della poppata, impacciata nella sua ex storia con l’occhialuto piccoletto, qui invece è decisamente più intraprendente. 

La fine della prima serie è palesemente l’inizio di una seconda; e allora vi lascio allo stridio dei violini alla sigla iniziale, godetevi il rumore. 

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