Recitazione, moda, social: il talento prismatico di Fabius

Ph: Martina Chiapparelli

Hair: Idola Saloon Roma

22 anni, radici francesi ma attitudine cosmopolita, Fabius ha una creatività prismatica che riflette un approccio vitalistico all’arte in senso lato. Il suo carattere entusiasta lo spinge ad abbracciare con un’energia straripante, piuttosto contagiosa, la recitazione come pure la scrittura, la moda e il rapporto con i (tanti) follower, coinvolti in un dialogo ininterrotto che tocca spesso argomenti sui generis, dalla legge dell’attrazione alla mindfulness; nel mentre, si impegna per emergere nel cinema, per cui prova da sempre un amore incondizionato.

Lavori come modello e basta scorrere il tuo profilo Instagram per intuire quanto tu sia interessato a questo mondo. Cos’è per te la moda?

«Una grande forma d’espressione, sono convinto ci si possa esprimere attraverso l’abbigliamento e dunque presto attenzione alla ricerca dei capi senza farmi influenzare troppo dalle tendenze, mi appassionano le cromie, i possibili abbinamenti ecc.
Tempo fa avevo un blog – Oblivioncoffee – tra i più seguiti in Italia, gran parte delle persone che ora mi seguono su IG (che l’ha soppiantato) vengono da lì, magari apprezzano il mio rifuggire l’omologazione; penso valga anche per il cinema, ovviamente ho dei modelli di riferimento ma mi sforzo di distinguermi, di rendermi autentico in ogni sfumatura caratteriale, in tutto ciò che faccio e sono».



Come descriveresti il tuo stile?

«Innovativo, sebbene non sia un eccentrico credo la differenza stia nel dare un’impronta personale ad abiti non per forza estrosi o coloratissimi, aggiungendo dettagli alla mise o ricorrendo a tutto ciò che può differenziarci. Di base vesto casual, però mi piace usare tessuti particolari quali il lurex, ad ogni modo il discorso cambia a seconda del momento.
Sono camaleontico, una caratteristica che riverso anche nel percorso attoriale: può darsi, ad esempio, che esca in cappellino e sneakers perché sto sostenendo i provini per interpretare un ragazzino. Definirei il mio stile imprevedibile oltre che innovativo, muta adeguandosi alle esigenze recitative, assorbendo i tratti del personaggio».


Hai dei marchi preferiti? Ci sono capi o accessori cui non potresti rinunciare?

«Jacquemus e Louis Vuitton sono i due brand che riflettono al meglio il mio stile tendenzialmente ‘70s. Un capo cui proprio non rinuncio è il jeans, un bel paio di denim pants ampi credo facciano la loro figura con tutto».

Hai cominciato da giovanissimo a teatro, poi il trasferimento a Firenze per la scuola di cinema Immagina, il primo film e tanto altro. Riavvolgendo il nastro, quali sono le tappe di questo percorso che ricordi con maggior piacere?

«Mi sono trasferito a Roma proprio perché il sogno era – è – affermarsi nel cinema, ho iniziato da poco ma sono già arrivate occasioni importanti, anche per Netflix. Tra le esperienze migliori cito la masterclass diretta da Muccino o quella con Anna Gigante che mi ha poi segnalato a Sorrentino, è stato prezioso ricevere dei feedback da registi di tale livello. Tutti i set sono stati significativi, dai corti al film Re minore, che ha vinto il Festival Internazionale del Cinema di Salerno».




Hai citato la Nouvelle vague come genere di riferimento…

«Non posso non menzionare Godard, se penso ai dialoghi, ai tagli, ai piani-sequenza di Fino all’ultimo respiro… Inoltre amo Parigi, che nella pellicola è quasi un personaggio, al pari di Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo. Poi Truffaut, mi vengono in mente le citazioni felliniane di Effetto notte. La Nouvelle vague racchiude l’essenza del tipo di cinema che amo, un mezzo per conoscere tante realtà eterogenee, per allargare gli orizzonti».


Ci sono serie che catturano la tua attenzione?

«Mi sembra che cinema e tv odierni siano proiettati verso una dimensione più inclusiva, predisposti ad accogliere nuovi volti e storie, ne sono felice, pur avendo iniziato da poco posso concorrere a ruoli per piattaforme come Netflix; noto, insomma, una freschezza che ritengo peculiare di questo periodo. Apprezzo le serie, ma sinceramente guardarle a casa di continuo fa perdere loro un po’ di valore, non nego che sarebbe fantastico prendervi parte ma ad ora, se dovessi scegliere tra un serial dal grande seguito o un film non avrei dubbi, preferirei il secondo».


Parlando di attori e registi, chi apprezzi di più?

«Joaquin Phoenix, Pierfrancesco Favino e Belmondo, tra i registi apprezzo Özpetek per le sue storie coraggiose, Muccino per La ricerca della felicità… Comunque cerco di non legarmi ai singoli attori, trovo un po’ fuorviante il concetto alla base, nel senso, riconosco tutto ciò che alcuni artisti sanno regalarmi, preferirei tuttavia non menzionarli troppo, lasciare dentro di me uno spazio che non sia influenzato dal nome ».


Su Instagram e Clubhouse affronti spesso argomenti singolari, specie per il medium: fisica dei quanti, meditazione, consapevolezza ecc., vuoi parlarcene?

«Su Instagram mi divido tra outfit, contenuti fotografici e professionali, cioè una parte di me, come lo sono la legge di attrazione o la teoria dei quanti, perciò durante le dirette dedicate, con vari ospiti, ci confrontiamo sull’avere un atteggiamento mentale proattivo, sulla gratitudine, sul dare rilievo alle cose positive. Sono felice che argomenti simili abbiano ottimi riscontri, capita che intervengano personaggi come Stash dei The Kolors o Biagio Antonacci, oppure colleghi attori più o meno affermati: li invito a parlare delle proprie esperienze, del prendersi cura di sé, li coinvolgo in letture motivazionali e così via.
Su Clubhouse con la mia community (loro si definiscono Soulsfires) cerchiamo di capire come affrontare le negatività e lavorare su di noi senza lasciarsi condizionare dai giudizi, reagendo sempre e comunque a quanto ci succede; ne parlo come un ragazzo di 22 anni che invita chi ascolta a sfogarsi, a porsi in una determinata maniera, riuscendo ad aggregare persone di varie età; possono ascoltare e condividere perché non è uno spazio solo mio, dò volentieri la possibilità agli altri di raccontarsi».


Tre aggettivi che ti rappresentano.

«Camaleontico, creativo, riflessivo».




Su quali progetti stai lavorando ora, e cosa sogni per il futuro?

«Sono alla fine di una selezione per un personaggio inglese con accento francese. Mi piacerebbe partecipare al Festival di Venezia, mi era stato proposto in qualità di influencer però ho rifiutato, desidero arrivarci come attore. Quello che gli inglesi chiamano purpose per me è senz’altro la recitazione, non per il successo – più o meno effimero, piuttosto per la soddisfazione data dall’emozionare il pubblico; vedo ogni personaggio come un regalo, io in primis voglio arricchirmi, costantemente. Ho un forte senso di giustizia e odio i pregiudizi, vorrei arrivare a esser bravo abbastanza da non giudicare i personaggi interpretati, così che chi guarda possa fare altrettanto.
Poi mi attirano anche regia, inquadratura e composizione dell’immagine, al momento sono alle prese con una sceneggiatura che non so ancora come evolverà; avverto l’urgenza di comunicare, credo che ciascuno possa trasmettere qualcosa, non si tratta di ego o voler passare alla storia, quanto di amare ogni forma di arte, dalla scrittura alla recitazione. Vorrei continuare a esprimermi, a raccontarmi, ho questa sorta di furia vitalistica che spero di riversare sullo schermo, regalando emozioni agli altri».

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