Thomas Costantin, “Man in Red” dalle mille contaminazioni

«Parigi ti manca ancora?» gli chiedo appena ci sentiamo, ammiccando a un suo brano del 2021 in cui cantava “Parigi mi manchi, i miei occhi sono stanchi”. «Quella l’abbiamo superata» ride lui. «Sono uno che metabolizza in fretta perché il concetto di “mancanza” mi rattrista molto. E poi ultimamente l’ho trovata un po’ cambiata… O forse son cambiato io?». Il primo album nel 2019, Variations, mentre il secondo è fresco d’uscita: Destination Experience, che qui lui definirà «una sorta di grande Ep da ascoltare tutto d’un fiato», mentre mi risponde al telefono dal suo studio di Milano dove sta lavorando ai prossimi dj set e agli album di tre artisti differenti. Ma chissà a cos’altro, dal momento che Thomas Costantin viaggia ovunque e crea di tutto.

Ha una cultura musicale fuori dall’ordinario, e così ci ritroviamo a parlare del mondo del clubbing, dell’Italo disco, di Mina che è la nostra David Bowie, di Xavier Dolan e Dragostea Din Tei in chiave nostalgica.
Classe 1993, produttore, dj, musicista, sound designer contaminato dalla moda e dal cinema, è un esteta in senso assoluto. Il paradosso è che ha assorbito talmente tanti artisti ed influenze diverse, da non cedere mai alla tentazione di emulare nessuno. Ma solo del Duca Bianco dice «da sempre e per sempre». Gli confesso che preparare un’intervista su un artista così complesso e articolato, dà l’impressione di non afferrarlo mai fino in fondo. Ed è un complimento, perché lui si definisce “The Man in Red”, ma è anche l’uomo del mistero.

“Mi piace tutto ciò che ha a che vedere con la musica, per questo non ho mai scelto una direzione unica”

Thomas Costantin 2022
All clothes and accessories talent’s own

Come succede che il producer si alimenti del musicista e del dj, ma anche dell’arte concettuale, della moda, e del cinefilo che c’è in te?

È tutto molto naturale per me. Mi sono costretto sin da molto giovane a pensare che, anche se la musica è la mia passione, deve essere un lavoro. Da bambino sentivo parlare degli artisti come se il loro fosse un secondo lavoro, un hobby. E ho sempre pensato: no, io voglio che sia il mio lavoro a tutto tondo, non che sia la mia passione del weekend e che per vivere debba andare a fare un’altra cosa. Perciò non sono mai stato snob di fronte alle occasioni lavorative che mi sono state poste davanti. Non dico di essere uno yes man, ma uno positivo sì, uno abile a sperimentare situazioni diverse.

In una dimensione unica riusciresti mai a starci?

Ogni volta che ci ho provato, non ero felice. Mi annoio facilmente. Adesso sto lavorando a tre dischi di altri artisti, uno completamente diverso dall’altro. Oggi che ho quasi trent’anni, questo mi fa molto pensare. Quando conosco altri che fanno il mio lavoro, magari un po’ più giovani di me, vorrei dire loro di non fossilizzarsi sul pensiero di voler spaccare solo come dj o come produttore. Gli consiglierei di pensare a cosa gli piace davvero. Ad esempio a me piace fare tutto ciò che ha a che vedere con la musica, e per questo non ho mai scelto una direzione unica.

“Per me il mistero è importante in generale: quando vedo un artista e di lui capisco tutto subito, non ho più voglia di guardarlo”

Andiamo nel pratico: ad esempio quando in un brano come Berlin citi un film di Kubrick.

Quella era una sensazione. Nel brano scrivevo della notte ed Eyes Wide Shut è un film che parla effettivamente della vita notturna e del suo mistero. Per me il mistero è importante in generale: quando vedo un artista e di lui capisco tutto subito, non ho più voglia di guardarlo. L’idea è sempre mettere nel mio lavoro musicale anche un linguaggio visivo, un po’ di pop e di ironia.

Thomas Costantin EP
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Dopo qualche progetto in italiano sei tornato all’inglese, nei testi. Lo prediligi per una questione di metriche e armonie?

È proprio una questione di comunicazione, anche in base all’audience che sto avendo. In questo momento lavoro di più all’estero, quindi la mia esigenza è quella di parlare ad un pubblico che possa capirmi di più, dall’America o dalla Francia.

Il soprannome Man in Red come nasce? Lo senti ancora tuo?

Assolutamente sì. Non è il mio alter ego, ma un colore che mi caratterizza. Una volta ero con mia madre a guardare delle mie vecchie fotografie di bambino e ci siamo resi conto che ero sempre vestito di rosso, e che tutt’ora casa mia è piena di cose rosse, perché mi attirano tantissimo. «Potrei metterle quando vado a suonare», mi sono detto, anche perché il rosso mi dà sensazioni un po’ magiche. Poi Man in Red è diventato anche il nome di un progetto che ho fatto partire come NFT musicali. Insomma, è un colore ma anche un po’ la mia firma. Oggi quando vado a suonare capita che mi porti dietro delle luci rosse e che le faccia mettere sulla consolle.

“Mi piace che la musica sia divertente, per quanto introspettiva”

Io associo il colore rosso al sesso, alla passione e alla violenza.

Sono la persona meno violenta al mondo, però sono anche abituato ad affrontare le cose di petto. Non scappo dalle situazioni, e penso che il rosso sia un simbolo di questo mio atteggiamento. Non associo la musica alla politica, non mi piace parlarne e non voglio che le persone pensino che io mi riferisca a un certo ceto sociale. Non è la mia storia. Sono nato libero, non giudico nessuno e non mi interessa farlo. Mi piace invece che la musica sia divertente, per quanto introspettiva.

A me piace molto il rapporto che come artista hai costruito con il tuo corpo. È uno strumento costante, a volte funge da manichino o da tavolozza. È sempre stato così?

Diciamo di sì, anche se non mi definirei un esibizionista. Sono sempre stato un amante della danza però, e poi lavoro di notte da una decina di anni, quindi con tutto ciò che ha a che vedere con il movimento, il look, gli outfit. Sono aspetti che mi appartengono, ma che per me non devono mai essere volgari o sessualmente troppo espliciti. Trovo ci siano talmente tante cose interessanti da vendere, che alla fine il sesso è un po’ sopravvalutato.

“In Italia abbiamo creato un nuovo modo di far club, una poesia anche nel mondo delle discoteche”

A proposito di vita notturna: la musica da club è ancora associata a un intrattenimento di serie B. Cosa pensi di questo stereotipo?

Che sia un po’ italiano, perché nel resto del mondo viene data una grande importanza a questo genere di musica. Basti pensare a tutti i festival che ci sono di musica elettronica, che invece in Italia sono pochi. Ho amici che suonano ovunque, al Burning Man, in Francia, in Germania o in UK, dove il clubbing è parte della cultura popolare. In Italia a un certo punto questa idea è stata abbandonata, e il Covid ha dato una bella mazzata, se si pensa anche solo ai locali che hanno chiuso a Milano.

Può dipendere dal fatto che il nostro clubbing è stato spesso associato alla riviera, al litorale e alla provincia? Quasi rilegato a intrattenimento estivo.

Quello sicuramente. Anche se mi piace ricordare che noi abbiamo avuto una cosa enorme come la Italo disco. È diventata un genere esportato a livello mondiale, che riguarda anche l’architettura e tutto ciò che concerne l’atmosfera del club. In Italia abbiamo un enorme punto di forza: il romanticismo. L’Italo disco è una musica da club ma piena di sfumature, di armonia, di voci e melodia. E questo si rispecchiava nei pavimenti colorati tipici degli anni Settanta, nelle luci e nei fiori degli interni. Tutto questo è stato portato direttamente a New York, nello Studio 54 e nel mondo del loro clubbing, dove non a caso i gestori erano quasi sempre italiani.

La nostra memoria storica non può dimenticarlo: abbiamo creato un nuovo modo di far club, che nel resto d’Europa era molto grigio. Noi abbiamo creato una poesia anche nel mondo delle discoteche.

In un’intervista una volta hai parlato delle “ritmiche sexy” della tua produzione. Tecnicamente cosa intendi?

Intendo tutto ciò che fa muovere il corpo. Quest’estate sono stato ad un festival techno in Croazia, il MoDem, che è davvero dura come proposta musicale, con luci e impianti audio incredibili, molto dark. Io e i miei amici abbiamo avuto l’impressione di guardare la classica danza di Charlie Chaplin, quasi una coreografia da miniera, in cui tutti ballano in modo rigido e con movenze anfetaminiche. Ecco, quello che faccio io è l’opposto. È qualcosa di più morbido, ondeggiato, mi piace vedere i corpi che ballano sinuosi. E quel modo di ballare si tira fuori con un certo tipo di ritmiche e di percussioni, abbinate a dei bassi disegnati in modo sexy, se vogliamo.

“In Destination Experience è più presente il concetto di loop, che diventa quasi un mantra nelle sonorità e nelle ritmiche”

Thomas Costantin canzoni
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Prima di scoprire che sei un fan di Xavier Dolan, ho ascoltato alcuni tuoi pezzi che mi hanno riportato proprio a certe scene dei suoi film.

È così giovane e ha fatto delle cose davvero generazionali! Va a citare registi che amo molto, come Godard e un filone vintage nato con il technicolor, con l’enorme calore dell’analogico. Ma per farlo usa l’occhio e l’ironia poetica della nostra generazione, come nella scena con Dragostea Din Tei, che mi ricorda quando era bambino (nda: nel film Juste la fin du monde del 2016).

Da bambina non avrei mai pensato che un giorno, da adulta, potessi commuovermi con Dragostea Din Tei.

(Ride) Mai, vero? Da bambini quello per noi era un pezzo trash, però ritirandolo fuori in questo modo, Dolan fa un’operazione nostalgia su una generazione intera. E se riesci a farlo, per me vinci. Perché la musica racconta la nostra storia.

“Era il caso di fare un disco che fosse una sorta di grande Ep, da ascoltare tutto d’un fiato”

Nel tuo ultimo disco, Destination Experience, ho l’impressione che il ritmo che cerchi si faccia sempre più martellante e percosso. Quasi venisse estremizzata la digitalizzazione (penso a brani come Hardcore Relax o Melted Music).

Pensa che in realtà il disco è analogico. Il grande stacco che c’è tra questo album e gli altri, è il fatto che è stato lavorato con una catena analogica (un upgrade da digitale ad analogico reso possibile dalla collaborazione col produttore Francesco Frilli presso l’Heavy Soul Studio di Firenze), quindi c’è una sonorità diversa rispetto a quando produci con un mix e un master digitali. Quello che è più presente, magari, è il concetto di loop che diventa quasi un mantra nelle sonorità e nelle ritmiche.

Ci sono pezzi come Melted Music che vanno a toccare ritmiche mai sperimentate da me, quasi un reggaeton minimalista, oppure Big Mess e Stolen Season che hanno delle accezioni quasi pop, con strofa, ritornello e un synth che ripete un leitmotiv. In Space Vertigo addirittura c’è una poesia con un parallelismo tra gli stati di coscienza e un ascensore che ti porta all’esplorazione, legata al mondo psichedelico che io amo moltissimo.

Quindi da cosa credi possa dipendere la percezione digitale e contemporanea di un disco totalmente analogico?

Se posso dire una cosa schietta, credo sia un discorso di lunghezza del lavoro. Destination Experience è contemporaneo perché sono 8 pezzi per 35 minuti totali, e i brani tra di loro sono abbastanza intercambiabili. La scaletta, ascoltata a shuffle, può avere più o meno lo stesso significato perché c’è un concept più unito, anche nell’uso della voce. Con Variations invece avevamo un disco che era quasi un tomo (nda: 14 brani per 1 ora e 3 minuti di ascolto totale), pieno di cose totalmente diverse, come anticipato dal titolo stesso.

“Non ho una visione stilistica unica, mi lascio sempre contaminare da più cose”

Ne fai un discorso di attitudine all’ascolto che è cambiata, quindi?

Sì, perché ci siamo resi conto tutti quanti che il mondo della musica è cambiato. Quindi fare dei dischi troppo lunghi, a meno che tu non sia un colosso come Kanye West o Beyoncé, non è un granché sensato. Per me invece era il caso di presentare un disco che fosse una sorta di grande Ep, da ascoltare tutto d’un fiato.

La consulenza per le maison di moda come è arrivata nella tua carriera? Non è che quella del sound designer sia proprio una figura conosciuta…

Le mie prime consulenze sono nate 6 o 7 anni fa. Non ho una visione stilistica unica, come sempre mi lascio contaminare da più cose. Ogni evento di questo tipo ha una colonna sonora, e per i creativi della musica è un mondo molto open in cui c’è grande richiesta. Mi son reso conto che effettivamente la figura del sound designer è poco nota, anche se è essenziale. Se pensi all’immagine di un direttore creativo, c’è sempre dietro anche un mondo musicale. Guardiamo Gucci o ancor di più Balenciaga, che ha questa immagine rave con occhialoni neri e look quasi da zombie, scarponi giganteschi e total black. Vai alla loro festa alla Fashion Week di Parigi e ti ritrovi a un rave party vero e proprio, perché quello è il loro mondo e anche la musica ne fa parte.

“Il mondo dell’erotismo è molto importante per gli esseri umani, è anche quello che ci manda avanti”

Impossibile analizzare tutte le tue influenze e contaminazioni. Fermiamoci un  attimo su David Bowie, che è il tuo punto fermo: perché?

La storia di David Bowie è parecchio interessante, perché lui è diventato un colosso mondiale ma non è quello che vorrei diventare io. Nel suo caso erano altri tempi con altri mezzi di comunicazione, c’era una verginità nel tipo di musica che proponeva, mentre oggi esiste già tutto e noi possiamo farne solo una sorta di remix. Ma la sua figura è incredibile perché prima di diventare un fenomeno non se lo cagava nessuno, ha fatto molte cose inedite, aveva una visione talmente fuori dagli schemi in quegli anni dominati dall’eroina. Ha fatto la fame per tanto tempo. In me è nata una grande ammirazione verso l’artista non borghese, veramente rock’n’roll. A lui importava solo della sua musica e ignorava la richiesta di mercato, come ha sempre fatto Mina in Italia.

Quando ascolto i tuoi brani ritrovo una dimensione erotica, perfino pornografica. Nell’immaginario collettivo l’artista si alimenta della propria sofferenza: tu invece sei più ispirato dal dolore o dall’eros?

Assolutamente dall’eros. Probabilmente arriverà anche una parte della mia carriera ispirata dalla tristezza e dalla sofferenza, ma oggi sono in un’età giovane, di scoperta del mondo estrema. Non vendo la sessualità, ma se alcune cose ti suscitano delle immagini quasi pornografiche per me è bello. Il mondo dell’erotismo è molto importante per gli esseri umani, è anche quello che ci manda un po’ avanti. Come nel clubbing, no?

Thomas Costantin disco
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Credits

Talent Thomas Costantin

Editor in Chief Federico Poletti

Text Chiara Del Zanno

Photographer Cuba Tornado Scott

Art direction Daniele Cavalli

Location Studio Abside (Firenze)

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