Ai Weiwei in mostra a Palazzo Strozzi (Firenze): se l’arte chiede aiuto

Nei giorni di prigionia pensavo soprattutto alla luna“: queste parole dell’artista dissidente cinese Ai Weiwei, in esposizione a palazzo Strozzi a Firenze fino al 22 gennaio 2017, fanno riflettere sull’amore per la libertà, diritto di ogni uomo, status che Weiwei ha riconquistato nel 2015, al momento in cui il governo cinese gli ha restituito il passaporto confiscato dopo la carcerazione e la distruzione del suo studio di Shangai. Per chi non conosce il personaggio e la sua storia, è consigliabile iniziare il percorso della mostra dalla Strozzina: per visionare anzitutto il filmato dell’agosto 2009 quando l’artista è stato seviziato, portato alla polizia e poi allontanato affinché non testimoniasse al processo contro l’attivista Tan Zuoren; in secundis per ammirare le centinaia di foto scattate dall’artista fra il 2003 e il 2011 che ritraggono vita quotidiana e produzione artistica. Nel 1981 dalla Cina Weiwei si trasferì negli Stati Uniti ma, insofferente verso le istituzioni, abbandona la scuola di design e comincia a frequentare mostre e musei, subendo il fascino del dadaista Marcel Duchamp e il maestro della pop art Andy Warhol. Tornato in Cina, Weiwei media i temi del linguaggio occidentale con materiali e storie cinesi: “Il mondo è una sfera, non ci sono oriente o occidente.
Al piano nobile della mostra le opere dell’artista si fondono col passato e il presente della storia cinese, passando attraverso la ricerca artistica e la provocazione politica, nonché coi temi attualissimi dei diritti umani.
Nella stanza Sichuan, che prende il nome dalla zona dove nel 2008 si verificò un terremoto che provocò 70.000 vittime, è esposto un lungo serpente costruito cucendo insieme 360 zaini raccolti da Weiwei e appartenuti alle piccole vittime sepolte sotto le macerie; i canotti (Reframe) appesi esternamente alle finestre del Palazzo hanno il colore arancio dei soccorritori che quasi ogni giorno salvano vite umane nel Mediterraneo.
L’attivismo incessante di Weiwei lo ha portato anche sull’isola di Lesbo per aiutare concretamente nelle operazioni di sbarco.
La mostra è dunque una retrospettiva completa e ben fatta su quello che è stato definito “l’artista contemporaneo più importante del mondo”: ha una sua traiettoria precisa, in contrasto con l’antichità quasi sacrale dello spazio in cui è allestita; prospettiva di un uomo poco allineato, nella retorica confusa e chiassosa degli equilibri politici e sociali del nostro tempo.

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