Artisti milanesi under 30: Marco Vignati

Si è inaugurata lo scorso 28 maggio, nelle sale nobili di Palazzo Cusani, la mostra Tramestio, a cura di Michael Camisa e Sophia Radici. I protagonisti sono tre artisti milanesi under 30: Davide Ausenda (1994), Alice Capelli (1997) e Marco Vignati (1994). L’immaginario collettivo ha subito un cambiamento: la pandemia di COVID-19 ha costretto una riprogrammazione quotidiana delle nostre azioni generali, vincolate all’interno delle proprie abitazioni per diversi mesi. Le generazioni Millennials e Post-Millennials hanno visto i propri sogni spegnersi ulteriormente a causa dell’obbligo a rimanere fermi, nonostante la loro mente non lo sia mai stata. L’ambiente domestico è diventato
così sia prigione, sia officina creativa: ricordi, ambizioni, perplessità si sono mischiati tra loro. La mostra è una risposta al ribaltamento epocale che ogni individuo ha vissuto e che continua a vivere. Le alterazioni hanno colpito la dimensione spaziale, nella quale pubblico e privato sono diventati un tutt’uno all’interno di un tempo sospeso nel quale abbiamo udito un costante rumore di fondo: il tramestio.

Scopriamo qualcosa in più attraverso un dialogo con uno dei protagonisti, Marco Vignati, che ci racconta della mostra e del suo percorso.

Raccontami il tuo percorso e come sei approdato all’arte e alla fotografia

Credo che tutto sia nato molto presto, fin da piccolo. Parlando però concretamente già dall’inizio delle superiori ho capito che avrei voluto fare tutt’altro. Durante quei cinque anni mi sono approcciato quasi casualmente alla fotografia e da lì ho capito che avrei voluto continuare il mio percorso all’interno di essa. Diplomato, ho frequentato il corso di arti visive/fotografia presso L’Istituto Europeo di Design di Milano durante il quale ho iniziato a collaborare come assistente per alcuni fotografi, dalla moda allo still-life. Ho continuato dopo la laurea triennale a lavorare come fotografo di moda e still-life. Nonostante il mio corso fosse incentrato sulla fotografia di moda, il mio interesse per la si è sempre mosso verso l’utilizzo semantico dei principi costitutivi del mezzo stesso. Una ricerca che utilizza l’immagine fotografica, ma che è assolutamente distante dalla “fotografia” in quanto prende forma attraverso installazioni.


Cosa significa per te Tramestio?

Credo sia ciò che sia successo (e sta ancora succedendo) a Palazzo Cusani. Tre artisti e due curatori tutti under trenta, Un palazzo storico nel cuore di Milano. È stata un’opportunità meravigliosa e ci siamo subito adoperati per creare contenuti che fossero da un lato qualcosa che scuotesse, dall’altro che riuscissero a coesistere con il circostante. Per me è stata la prima vera occasione per mettere in mostra il mio lavoro. Chiaramente un onore.



Il tuo lavoro è a metà strada tra l’installazione e la fotografia, come è nato questo approccio?

Il mio interesse appunto fin dall’inizio dello IED si è subito spostato verso l’utilizzo della fotografia in maniera performativa/installativa. Questo sono riuscito ad unirlo a piccoli lavori di “artigianato” che ho sempre fatto, fin da piccolo, nel laboratorio di mio nonno. Ho preso molti spunti che riguardavano la mia infanzia e crescita e li ho uniti a quello che desidero raccontare ora.



Il tuo rapporto con la memoria e il tempo, tra recupero e negazione

Il discorso della memoria legato al tempo chiaramente passato mi ha sempre affascinato, un interesse quasi ancestrale. Il fatto che poi abbia portato avanti la strada della fotografia sicuramente ha fatto coincidere questi due aspetti che in qualche modo parlano della stessa cosa ma sono anche all’opposto. Da un lato l’immagine fissa ciò che è appena successo, dall’altro nel momento stesso in cui avviene inizia il suo processo di storicizzazione che impone il trascorso temporale. In un certo senso, attraverso l’installazione 002 (lo “scrigno”), ho fatto in modo che ogni fruitore possa contribuire al cambiamento costante di un’immagine fotografica. In questo senso il tempo diventa a sua volta parte costituente di quell’immagine, strettamente legato a ciò che volevo comunicare con l’immagine inserita all’interno dell’opera stessa.



Quali i tuoi materiali preferiti per le installazioni e che significato hanno per te?

Ferro, cemento e legno sono materiali che ho sempre usato e visto usare durante le estati e le vacanze invernali nel laboratorio del nonno. Mi è sempre piaciuto poter essere in grado di modellare e creare oggetti con le mie mani, potrei dire che è stato un passaggio scontato. Le installazioni presenti vedono come protagonisti effettivamente questi materiali che ho usato in realtà più per appesantire le strutture e quindi parlare la stessa lingua rispetto al concept dell’opera. Pensiero e ricordo pesante nel personale, e pesante concretamente già solo come immagine.

I social media contribuiscono a comunicare anche l’ arte e il tuo lavoro? Memoria o dispersione?

Ho provato a comunicare questo tramite social, ma ho riscontrato davvero poco seguito. Posso aver sbagliato la modalità così come può essere che il mezzo stesso non sia fatto per questo tipo di dinamica. I social chiaramente li uso, li apprezzo e ne capisco il valore ma non sono un grande fan.



Sogni e progetti imminenti…

Per il futuro credo semplicemente che tutto ciò che è stato realizzato quest’anno sia la base di un percorso. Non è che il primo passo in fondo. La prima vera mostra. Da qui a fine anno ci saranno altre novità, nuove mostre e collaborazioni con altri mondi creativi.

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