Ceretto: l’arte di valorizzare un territorio

Quella della famiglia Ceretto è una storia di nobili vini, di tre generazioni dedite all’eccellenza e del loro amore sconfinato per il territorio delle Langhe, che coltivano in modo sostenibile e dal 2015 con certificazione bio. Nell’intervistare Roberta Ceretto, Presidente e Responsabile Comunicazione dell’omonima azienda vitivinicola, un’altra storia si affaccia alla mia mente: un’antica leggenda persiana che ha per protagonista proprio una donna. Oggi, peraltro, si parla molto di empowerment femminile e di certo le donne sanno il fatto loro anche in ambito enologico.

Si racconta che, 4.500 anni fa, il re Gilgamesh cercasse un rimedio per sfuggire al destino di caducità mortale che incombe su ogni essere umano, finché incontrò Siduri, un’ostessa sacra che viveva in un vigneto. Siduri placò l’ansia esistenziale del sovrano con un calice di vino, emblema dei piaceri della vita. Non a caso, il Barolo viene definito da molti “il re dei vini”. Invito Roberta a condividere le sue opinioni con i lettori di Manintown.

Ceretto cantina
Roberta Ceretto

“Abbiamo aperto le cantine e le abbiamo arricchite di contenuti artistico-culturali, per rendere la visita più memorabile”

Roberta, siete ambasciatori delle Langhe. Ceretto ne racconta non solo la grande tradizione enologica e culinaria, ma anche la storia e la cultura. Questa valorizzazione del territorio passa per il mecenatismo artistico e innesca poi un give back per l’intera zona e la sua comunità, esatto?

La nostra attenzione all’arte è pura passione, per certi aspetti quasi un po’ folle: tanti nella nostra condizione, invece di realizzare un’opera d’arte, magari preferirebbero investire nell’acquisto di una vigna. Tuttavia, la mia famiglia è sempre stata molto attenta al territorio. Dai tempi di mio padre e mio zio [Bruno e Marcello Ceretto, ndr], sul territorio abbiamo selezionato vigneti straordinari in posizioni privilegiate, per creare vini sempre migliori. La valorizzazione del territorio, infatti, s’inserisce in quel percorso che da decenni a questa parte si focalizza sulla qualità del vino: le Langhe sono così curate anche perché coltivare la vite in un certo modo agevola il nostro stesso lavoro, la qualità dei prodotti.
Tuttavia, non c’è solo il valore di questi ultimi, ma un discorso più ampio, che adesso viene finalmente preso in considerazione, sotto l’effetto del crescente interesse da parte del turismo
nazionale e internazionale. Noi l’abbiamo intuito fin dall’inizio. Quando clienti, agenti e amici venivano a farci visita, eravamo stupiti dal loro stupore. Così, abbiamo cominciato a percepire la bellezza di queste colline attraverso i loro occhi, cogliendone il desiderio di permanere sul territorio, che, oltre alle attrazioni della tavola e della cantina, può intrattenere ulteriormente i visitatori grazie alla cultura e all’arte.

Monsordo Ceretto
L’Acino (Studio Architetti Deabate) sospeso sulle Langhe nella tenuta Monsordo, quartier generale dell’azienda Ceretto (ph. @MSpironetti)

“Per le nostre etichette abbiamo cercato di creare un ambiente che favorisse la loro narrazione, così come quella delle loro origini”

Una scelta lungimirante e peraltro in linea con l’attuale centralità dell’experience anche nell’ambito dell’alta gamma, non trova?

Credo sia naturale per un produttore di vino. In fondo, il vino ha cambiato un po’ la sua veste. Se in passato era un alimento, ovvero una componente del pasto che dava energia, adesso assume un aspetto più edonistico e s’inserisce quindi in un contesto esperienziale. Quando ho iniziato a lavorare, nel 2000, c’era una massiccia richiesta da parte delle persone di venire a vedere come lavoravamo. Abbiamo quindi aperto le cantine e le abbiamo arricchite di contenuti artistico-culturali, per rendere la visita più memorabile.

Piazza Duomo ristorante artisti
Gli interni del ristorante Piazza Duomo di Alba, affrescati da Francesco Clemente (ph. @LCigliuttia)

E che contenuti. Nel suo libro Epistenologia. Il vino come filosofia, Nicola Perullo afferma che il vino pone in relazione, ovvero predispone alla consapevolezza, alla conoscenza e alla comunicazione. In effetti, ha una componente intrinseca, come l’analisi sensoriale del profilo aromatico, ma altrettanto importante è la componente estrinseca, ovvero la sua cultura. È un’esperienza che va ben oltre la degustazione. Ceretto sembra coniugare perfettamente queste due anime del vino…

Del resto, il Barolo non è un vino immediato, perlomeno non nell’immaginario collettivo. Vent’anni fa si portava addosso il fardello di essere considerato un cru inaccessibile, inarrivabile, mentre è un vino che va solo inserito nel corollario giusto. Per le nostre etichette abbiamo cercato di creare un ambiente che favorisse la loro narrazione, così come quella delle loro origini. Perché, se cresce il territorio, in maniera consequenziale cresce anche il tuo prodotto. Così, abbiamo cercato di arricchire il nostro territorio per renderlo contemporaneo e condivisibile, senza però sminuire le nostre radici.

Valerio Berruti artista
Ovunque proteggimi, Valerio Berruti (ph. @SSpadoni)

“L’arte emoziona, ma, per capirla a fondo e andare oltre il primo livello di decodifica, è necessaria una formazione”

Senza dubbio le vostre opere artistiche site-specific sono un dono simbolico al territorio delle Langhe, con cui instaurano una sorta di dialogo. Si può disquisire all’infinito se la creazione di un vino sia o meno una vera e propria opera d’arte. Secondo Kant, il giudizio estetico è contemplativo, non pratico. Il vino è apprezzabile a livello sensoriale, ma non lo si contempla. Tuttavia, resta il fatto che vino ed arte sono territori affini. Proprio come l’arte, il vino è un trigger di emozioni, ricordi, sensazioni immaginifiche. Che ne pensa?

Vivo direttamente questo rapporto con l’arte e penso che alla fine i due mondi parlino davvero un linguaggio simile. È raro che una persona scevra da conoscenze in materia apprezzi appieno un’opera d’arte contemporanea o moderna. L’arte emoziona, ma, per capirla a fondo e andare oltre il primo livello di decodifica, è necessaria una formazione. In un certo senso, è ravvisabile un parallelismo con l’appassionato intenditore di grandi vini. Come un’opera contemporanea, un Barolo suscita quasi timore in chi ha appena iniziato un percorso di formazione in ambito enologico, che deve ancora approfondire, frequentare le degustazioni, conoscere i produttori… Tutto ciò va al di là dell’apparenza, della sensazione. Certo, rispetto a un’opera d’arte, è coinvolta una componente palatale-gustativo-olfattiva, ma tendenzialmente esiste un’analogia.

Ecco perché sia l’arte che il Barolo permettono di andare nel profondo dell’esperienza di un territorio. Lo riscontro nella mia quotidianità: rendere disponibili creazioni artistiche per comunicare le Langhe in maniera alternativa è entusiasmante, non tanto per il mero gusto
personale di collezionarle, ma soprattutto per un discorso corale di condivisione con la comunità. D’altra parte, abbiamo voluto approfondire il territorio anche in ambito culinario, nell’ottica di creare un punto di riferimento, non necessariamente della cucina di Langa, ma tale da trasformare la visione della cucina locale, facendo parlare del territorio stesso. L’esempio di Enrico Crippa [chef tristellato, fondatore insieme ai Ceretto del ristorante Piazza Duomo e della trattoria tradizionale La Piola, entrambi ad Alba, ndr] è stato straordinario: adesso nelle Langhe ci sono più di ventisei stelle, che hanno intuito le potenzialità di raccontare il territorio e le sue eccezionali materie prime attraverso prospettive diverse, con un’altissima percezione della qualità.

Sol LeWitt Barolo
La Cappella del Barolo, reinterpretata nel 1999 da Sol LeWitt e David Tremlett (ph. @MSpironetti)

“Nonostante una mostra sia meravigliosa, per noi è importante costruire qualcosa che rimanga, che crei una sorta di itinerario artistico-culturale”

C’è qualche aneddoto curioso sugli artisti con cui avete collaborato?

Ogni artista è diverso, ma un aneddoto divertente è il modo in cui abbiamo ingaggiato Sol LeWitt e David Tremlett per la realizzazione della Cappella del Barolo a La Morra, che poi è diventata un luogo iconico, visitato ogni anno da 100.000 persone per un selfie nelle vigne. Ebbene, abbiamo offerto ai due artisti una bottiglia di Barolo per ogni settimana della loro vita. Con gli artisti, si crea spesso un’alchimia magica. Siamo riusciti a portare nelle Langhe anche Marina Abramović e Anselm Kiefer. Tuttavia, nonostante una mostra sia meravigliosa, per noi è importante costruire qualcosa che rimanga, che crei una sorta di itinerario artistico-culturale sul territorio, in modo che tutti possano emozionarsi e goderne. Forse, quest’atteggiamento è un retaggio contadino.

Il Cubo Langhe
Il Cubo, progettato dagli architetti Luca e Marina Deabate, Cantina Bricco Rocche (ph. @MSpironetti)

“Lo spiccato senso estetico è insito nello stile di vita italiano”

Lo trovo molto attuale, anche in rapporto alle abitudini della Gen Z, che tende ad allontanarsi dai luoghi istituzionali dell’arte, come musei o gallerie, per adottare modalità di fruizione più digitali e al contempo personali. In fondo, per certi versi si è curatori del proprio profilo social. Ceretto è all’avanguardia pure nell’architettura. Ha investito in progetti tanto futuribili quanto emblematici: penso alla spigolosità tannica de Il Cubo e alle morbide linee de L’Acino, inserito in perfetta armonia nel paesaggio collinare circostante. Progetti audaci, ma anche visionari. Riflettono il Dna del brand Ceretto?

Le architetture sono state una necessità, nel senso che avevamo bisogno di ampliare o migliorare le cantine. Abbiamo optato per l’estremamente moderno e quest’intuizione è stata premiante. D’altronde, fin dagli anni ‘80 siamo sempre stati molto attenti al design, anche per quanto riguarda le etichette dei vini, a partire dal Blangé. Dei due fratelli, mio padre era l’anima commerciale e, al tempo, ha deciso di puntare sull’exploit del Made in Italy in tutto il mondo; a pensarci bene, lo spiccato senso estetico è insito nello stile di vita italiano.

Un’innata eleganza si cela anche in Roberta Ceretto. L’ascolto assorta mentre mi racconta che l’indomani volerà a New York per un progetto artistico a cui lavora da tre anni, visto che la pandemia ha rallentato tutto, oppure mi confida che intrattiene una sorta di corrispondenza epistolare con Jasper Johns, che le piacerebbe tanto realizzare qualcosa con lui, ma teme che, data l’età, purtroppo non sia possibile portarlo nelle sue amate Langhe. Intanto, penso che Siduri sarebbe fiera di lei e della sua passione.

La Piola
La Piola, piatti d’artista (ph. @LCigliutti)

Nell’immagine in apertura, La Cappella del Barolo, opera di Sol LeWitt e David Tremlett (ph. by @MSpironetti)

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