Cosa ci siamo persi del Salone del Mobile 2020: Foro Studio

Nessuna novità, nessuna nuova lampada, nessuna nuova sedia, tutte le presentazioni sono state rimandate di un anno.

Il Salone del Mobile 2020 è stato una mateora di cui si è parlato tanto prima di depennarlo delle nostre agende, ma nessuno ha detto cosa ci siamo persi.

Abbiamo incontrato i ragazzi di Foro Studio, che ci hanno raccontato il loro punto di vista, in un momento in cui bisogna raccogliere le idee per abbracciare il cambiamento e ripensare il futuro in modo creativo.

https://www.forostudio.com
https://www.instagram.com/foro.studio

Raccontateci un po’ la vostra realtà, come nasce Foro Studio?

Prima di essere degli associati siamo stati e siamo amici, per cui tutto è nato sei anni fa, in modo praticamente spontaneo. Quattro professionisti milanesi che – lavorando in diversi ambiti creativi – hanno deciso di unire le peculiari competenze di ognuno per realizzare progetti che poco dopo hanno portato alla nascita di FORO Studio. Siamo Giuseppe Ponzo, pilastro fondatore e responsabile della pianificazione strategica; Fabio Romenici, interior designer intuitivo e sperimentale; Salvatore Ponzo, architetto poliedrico e visionario; Alessandro Pennesi, designer del prodotto e ricercatore teorico.

Oggi FORO si occupa di architettura, interior design e brand identity; ma anche di product design e grafica. 

Quale è il vostro segno distintivo nel panorama architettura e design?

In maniera del tutto naturale siamo sempre molto attratti dalla sperimentazione con materiali e colori. Nonostante gli ambiti in cui operiamo siano completamente diversi, tutti i nostri progetti sono accomunati dalla volontà di creare il più possibile un’esperienza sensoriale completa e pervasiva, che vada incontro alle aspettative dei fruitori e, in un certo senso, ne ispiri i comportamenti.

Tra tutti, il progetto per le boutique Parah – per i quali abbiamo ricevuto diversi premi internazionali – si è distinto per l’attenzione all’interazione tra materiali, spazio e fruitore.

Quello dei materiali è un campo di ricerca che ci ha sempre affascinato. Abbiamo una materioteca in costante aggiornamento che ci permette di scegliere i materiali con un pizzico di audacia, spesso andando a cercare dei produttori che non hanno mai impiegato un determinato materiale in uno specifico campo di applicazione. C’è da aggiungere inoltre che parte della ricerca la svolgiamo in ambito accademico, al Master in Interior Design alla Naba di Milano, dove siamo docenti di Tecnologia dei Materiali.

Come avete reagito alla cancellazione del Salone del Mobile 2020, cosa stavate preparando?

Abbiamo sperato fino all’ultimo che non accadesse. Come gran parte dei nostri colleghi milanesi eravamo al giro di boa dei preparativi per l’evento per noi più importante in assoluto. Quest’anno sarebbe stato ancora più importante, perché avremmo esordito alla guida di Alpha District, il nuovo e più grande distretto della design week. È un progetto di marketing territoriale per il quale ci siamo preparati per quasi un anno, e che ha già raccolto molti consensi. Primo tra tutti è arrivato il Comune di Milano che – attraverso il patrocinio – ci ha accolto ufficialmente nel circuito della Design Week.

Alpha District copre una parte molto vasta della città, partendo dal Portello – area su cui un tempo sorgevano gli stabilimenti dell’Alfa Romeo – si estende concentricamente comprendendo i quartieri Cagnola e QT8.

L’area ci ha attratto perché è stata fortemente riqualificata negli ultimi anni. Ricca di interventi architettonici d’autore è ancora poco conosciuta e integrata con il tessuto cittadino, e per questo vogliamo portarla alla ribalta attraverso i circuiti della Design Week. 

Il cuore di Alpha District sarà Piazza Gino Valle, la più grande di Milano. È qui  che prenderà posto il progetto delle Cattedrali: una  serie di templi del design che si susseguiranno lungo le direttrici pedonali del distretto e metteranno in mostra una serie di oggetti e progetti che saranno fruibili dal pubblico h24.

Senza perderci d’animo – come è successo per il Salone in fiera – abbiamo posticipato al 2021 tutte le mostre, performance e installazioni che stavamo preparando e siamo molto contenti del sostegno che molti dei nostri partner ci dimostrano malgrado gli stravolgimenti. Insieme stiamo lavorando per trasformare le imposizioni dell’emergenza in opportunità, e siamo convinti che il Salone 2021 sarà tanto diverso quanto straordinario. 

Quali novità ci siamo persi? 

Ci piace pensare che non sia una perdita, quanto una pausa di riflessione. Le novità alla Design Week sono certamente un modo per prendere le misure con il resto del mondo del design, ma anche questa pausa forzata può servire da incubatore per delle nuove idee, tarate su un mondo che – dopo l’emergenza – sarà sicuramente cambiato. In questo senso non abbiamo perso delle novità ma guadagnato delle opportunità.

Sappiamo però gli allestimenti che non ci saremmo assolutamente persi: le tappe obbligate di ogni nostra Design Week sono Hermès, che riesce sempre a sorprenderci con la sua sofisticata semplicità e Nendo, che è sempre un passo avanti.

Nel circuito di Alpha District invece eravamo impazienti di inaugurare Hysteria, una mostra per la quale abbiamo invitato diversi designer italiani a confrontarsi con uno storytelling capace di evidenziare ed esaltare i cambiamenti, l’evoluzione e le storie legate al tema della sessualità femminile e non nel campo del design.

Ci sono modi alternativi al Salone del Mobile per potersi informare sui nuovi prodotti e sulle tendenze?

Certamente, il trucco è non smettere mai di esplorare. In studio dedichiamo molte energie alla ricerca, e cerchiamo di spaziare in ambiti diversi dal nostro. Ad esempio guardiamo sempre con grande interesse al mondo della moda e delle nuove tecnologie. 

Il modo che preferiamo per aggiornarci è viaggiare, ricercare direttamente sul campo, verso città che spesso ospitano anche fiere di settore. Il nostro ultimo viaggio di ricerca lo abbiamo fatto a Tokyo, un luogo straordinariamente avanti per quanto riguarda lo stile e la tecnologia.

Quando invece non abbiamo modo di viaggiare lo facciamo digitalmente. Abbiamo molti canali di riferimento on-line tramite i quali restiamo costantemente up to date.

Come cambierà il vostro modo di pensare e progettare dopo questa epidemia?

Questo periodo ci ha dato modo di fermarci e riflettere, molti cambiamenti sono già in atto e molto altro ancora cambierà negli anni a venire. Ultimamente si parla molto di resilienza, ma siamo più dell’idea che la parola giusta sia antifragilità, ovvero l’attitudine a migliorare quando le cose peggiorano, a cambiare a fronte di fattori di stress esterni al fine di adattarsi, non di proteggersi. Ecco, noi vogliamo avere un pensiero progettuale antifragile e stiamo facendo il possibile per adattarci al mondo nuovo che troveremo tra poco fuori dalla porta.

Attualmente stiamo gestendo il progetto di un displayer da posizionare all’interno di una lounge del Burj Khalifa a Dubai. La produzione in questo momento è ovviamente sospesa, ed essendo un oggetto che fa dell’interazione con il pubblico l’elemento cardine, stiamo lavorando al cambiamento di diversi dettagli per permettere la vendita in maniera sicura e allo stesso tempo efficiente. 

Si parla tanto di esperienze digitali e di come la tecnologia possa evitare le aggregazioni, voi cosa ne pensate?

Pensiamo che il digitale in questo momento abbia subito un’accelerazione di quello che comunque sarebbe stato il suo naturale percorso evolutivo. Sicuramente sarà ancora importante mantenere le distanze e vedremo perciò un balzo in avanti per quello che riguarda le interazioni digitali. Aumenteranno le proprietà dei dispositivi, tendendo ad una fusione totale tra i sistemi virtuali e gli oggetti fisici che farà si che il gap tra virtuale e reale sarà sempre più limitato; trasformando l’user experience di oggi, che interessa solo vista e tatto, in un’esperienza totale che coinvolga una molteplicità di sfumature sensoriali.

In questo senso, sempre parlando della nostra esperienza, stiamo lavorando per convertire i servizi fisici di Flamingo – un food-truck che abbiamo ideato qualche tempo fa – in servizi digitali engaging che vadano a supporto del servizio di delivery.  

Se doveste dedicare un manifesto alla città di Milano che si risveglia, cosa scrivereste o disegnereste? 

Per rimanere in tema con l’esperienza digitale preferiamo dedicare alla città un hashtag, più che un manifesto. 

In un mondo dove la vicinanza sociale è momentaneamente bandita, riunirsi al grido di un cancelletto è qualcosa di inaspettato. A nessuno piace essere etichettato ma in questa nuova condizione siamo tutti riuniti sotto la minaccia di un virus che non fa distinzioni tra gender, sessualità, colore ed età. Ci siamo resi conto che #iorestoacasa e #milanononsiferma sono messaggi virtuali che vanno bene per tutti. 

Questo periodo ci deve insegnare a non dimenticare e su questa idea si fonda il nostro hashtag per la città di Milano: tra le più colpite, le più reattive, la più motivate, la città che ci ha dato l’opportunità di esprimere noi stessi dandoci un’identità e una professione. Ricorderemo che #milanononsièarresa.

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