I costumi deluxe di Vilebrequin: un successo lungo 50 anni

L’ambizione di elevare lo swimwear a status symbol, al pari di orologi, scarpe e altri capi/accessori; i puntuali richiami a una località che è l’epicentro del bien vivre nella Costa Azzurra; lo stile connaturato appunto alla riviera francese, chic pur mantenendo quel je ne sais quoi sacro per i cugini d’Oltralpe; la qualità ineccepibile, conditio sine qua non di ogni luxury brand degno di tale nome; un senso del colore che sfocia puntualmente nel caleidoscopio di nuance, arzigogoli e pattern caratteristico delle collezioni. Sono questi, in breve, i punti salienti della storia di Vilebrequin, griffe di costumi da bagno di alta gamma che taglia proprio in questi giorni il traguardo del mezzo secolo, celebrato con una capsule collection composta di 50 pezzi, uno per ogni anno di attività, che passa in rassegna le peculiarità grafiche delle varie decadi, dalle fantasie stroboscopiche degli anni Settanta al bestiario a tinte fluo degli Zero, con le texture invase da polpi, fenicotteri, tartarughe e pesci.



Di proprietà dal 2012 della società statunitense G-III Apparel Group, la label conta oggi su un network di quasi 200 boutique sparse in 60 paesi, la maggior parte delle quali in ambite mete balneari, da Honolulu a Saint Barth alle nostrane Capri, Portofino e Forte dei Marmi, e nel tempo ha affiancato ai costumi linee di abbigliamento (da spiaggia, perlopiù), calzature, occhiali e accessori, anche femminili e da bambino. A livello di suggestioni, cromie e rimandi più o meno espliciti, tutto sembra però convergere ancora verso il luogo dove Vilebrequin è nato esattamente cinquant’anni or sono, Saint-Tropez.
Nel 1971, infatti, complice soprattutto il successo strepitoso del film ‘Et Dieu créa la femme’ con Brigitte Bardot (subito innalzata al rango di divinità protettrice e, più prosaicamente, rimasta un’assidua frequentatrice) la cittadina nel sud della Francia si è già trasformata nel centro propulsore della mondanità rivierasca, affollato di attori, star della musica, aristocratici e capitani d’industria, da Mick e Bianca Jagger (convolati a nozze proprio quell’anno nel municipio locale) a Jack Nicholson, da Romy Schneider a Gianni Agnelli.

È proprio osservando gli avventori delle spiagge di Saint-Trop (come l’hanno soprannominata gli “iniziati”) che a Fred Prysquel, giornalista dall’animo bohémien con un debole per automobili e gare di Formula 1, viene l’idea di realizzare un costume che si differenzi da quelli aderenti e sgambati in voga nei seventies: prende a modello i bermuda prediletti dai surfisti e li accorcia a metà coscia, cucendoli con il tessuto usato nelle vele degli yacht, ottenendo un boxer rapido ad asciugarsi, comodo e originale.
I briefs, inoltre, saltano subito all’occhio grazie alle fantasie variopinte, ispirate ai decori wax della tradizione africana. Pare ad ogni modo che Prysquel volesse farsi notare innanzitutto dalla futura moglie Yvette, obiettivo effettivamente centrato, e lei rimane colpita a tal punto da quei costumi eclettici da venderli nel suo negozio, anche per soddisfare la richiesta degli habitué dei lidi tropeziani, che comincia a farsi pressante. In men che non si dica, viene depositato il marchio Vilebrequin, cioè “albero motore”, in ossequio alla passione del fondatore per le auto da corsa.


I coniugi Prysquel resteranno al timone fino al 1990, quando Vilebrequin viene ceduto e acquisito, due anni dopo, dall’imprenditore Loïc Berthet, che prosegue nel solco tracciato dai fondatori, apportando alcune migliorie al pantaloncino primigenio, rinominato Moorea (come il famoso lido di Saint-Tropez), e lanciando la formula père-fils, ovvero costumi pressoché identici per padre e figlio, che si rivelerà oltremodo azzeccata.
Le altre novità interessano principalmente forme e materiali, aggiornati per adeguarsi ai cambiamenti nelle preferenze e nel lifestyle della clientela, avendo sempre cura di preservare la pregevolezza che si confà a un capo di lusso, con prezzi compresi tra i circa 200 euro dei classici pantaloncini e i 450 delle edizioni limitate: l’originario tessuto mutuato dalla nautica viene perciò sostituito dalla poliammide, smerigliata per ottenere una mano particolarmente soffice; la lavorazione richiede 32 passaggi, diversi dei quali manuali (la confezione e posizionamento della tasca posteriore, l’inserimento dei cordini elastici, l’applicazione dell’etichetta con la scritta arcuata, irrinunciabile per ogni creazione del brand, ecc.); lo strato interno è privo di cuciture – per una migliore sensazione sulla pelle – e, come puntualizza l’attuale Ceo Roland Herlory, «bello quanto l’esterno».



Nel 2012, come detto, Vilebrequin viene rilevato da G-III, che spinge sull’espansione internazionale, moltiplica gli store e introduce nuove categorie per uomo e donna, un ideale corollario dello swimweartra t-shirt, bermuda, camicie di lino impalpabili, polo in nuance vitaminiche e magliette in fibre anti-UV. Al centro di tutto rimane però il costume maschile, e non potrebbe essere altrimenti visti i successi pluriennali nel settore, ma per dare nuovo slancio alla griffe arrivano le collaborazioni, ben ponderate e dosate col contagocce.
Il canale privilegiato è quello artistico, con gli autori coinvolti liberi di sbizzarrirsi sui boxer del marchio, dal fotografo Massimo Vitali (chiamato a istoriarli con panoramiche di litorali paradisiaci, spiagge gremite e scorci della Provenza) ai grafismi dal tratto pop di Alex Israel, per finire con uno dei più autorevoli esponenti dell’arte black, Derrick Adams, che rielabora i topoi della serie ‘Floater’, con i personaggi stilizzati a mollo su gonfiabili dai colori arcobaleno.

All’appello non mancano neppure alcuni designer dalla vena artsy: il primo della lista, nel 2017, è Karl Lagerfeld, per una limited edition a tema beachwear ravvivata da pennellate digradanti di bianco e blu; nel 2019 è il turno di Jean-Charles de Castelbajac, che stende su costumi e camicie hawaiane campiture in technicolor e illustrazioni naïf, e di uno specialista delle partnership come Virgil Abloh di Off-White, che mette in risalto gli stilemi che ne hanno decretato la fama planetaria (virgolette, strisce diagonali, tonalità “segnaletiche” di giallo e arancione).
Nel 2016, il brand si concede persino una capsule collection con i Rolling Stones, dispiegando sui briefs collage di copertine e artwork iconici della band, che del resto in quel fatidico ‘71 contribuì a cementare il mito della Côte d’Azur, vuoi per i citati trascorsi sentimentali del frontman, vuoi per i mesi di esilio (dorato) nella magione di Villefranche-sur-Mer.



L’ultimo, decisivo impegno di Vilebrequin è invece sul fronte della sostenibilità: oltre a supportare da anni l’associazione Te Mana o Te Moana, attiva nella salvaguardia delle tartarughe della Polinesia, sta implementando le pratiche virtuose sotto questo aspetto e il 62% della produzione impiega poliestere riciclato, tencel e altri filati green, una percentuale che la griffe dichiara di voler aumentare sempre di più, decisa evidentemente a tutelare quel patrimonio paesaggistico, naturale che è parte integrante della sua creatività da cinque decenni.

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