La passerella a Silicon Valley

Durante la fine degli anni ‘90 il grande pubblico ha scoperto il cyberpunk, fenomeno letterario nato a metà del decennio precedente e considerato un sottogenere della fantascienza. Pochi ricorderanno l’intricata storia del film Matrix (con gli outfit dei protagonisti Keanu Reeves e Carrie-Ann Moss, che quasi alludevano a una capsule di Gareth Pugh), mentre sono molto conosciute le importanti opere di scrittori illustri come William Gibson e Bruce Sterling (è anche grazie a loro se oggi esistono serie Tv come Black Mirror e Westworld). Il mondo del cyberpunk era inquadrato, perlopiù, in un futuro prossimo in cui la tecnologia entrava, anche letteralmente, nella mente delle persone. Tutto sembrava ancora lontano, anche perché una vera connessione con la moda sembrava fantascienza. Chi poteva davvero pensare che a breve ci saremmo vestiti come un Otaku?
L’ultima fashion week ha dato il via a qualcosa di più concreto. La collezione S/S 2017 di Chanel, ideata dal multitasking hero Karl Lagerfeld, ha installato il virus. La sfilata intitolata “Data Center” ha rappresentato in modo emblematico il connubio futuribile tra maestria artigianale e tecnologia. Di certo non è stato il primo, ma che un brand globale sia uscito con uno statement del genere ha implicato aprire un nuovo capitolo. Quello della wearable technology.
Nell’analizzare questo fenomeno si deve fare un passo indietro, precisamente nel 2015 nasce a San Francisco la Silicon Valley Fashion Week. Il format è unico, tre giorni di spettacolo ibrido tra sfilate, trade show e puro entertainment. Un calderone di contaminazioni semantiche. Così superando le reazioni incredule del pubblico, sono apparsi sulle passerelle della Silicon Valley capi interamente stampati in 3D, capispalla come se Balmain avesse creato i costumi per Star Wars, fino ad accessori per metà reali e per metà in realtà aumentata. Quest’anno si è svolta la seconda edizione e, tra le tante impressioni, era fortemente percepibile un diverso approccio creativo rispetto al lavoro degli stilisti di moda: gli abiti non sono un layer identificativo, ma plasmano il proprio significato per assecondare necessità tecnologiche e funzionali di cui non potremo più fare a meno. E’ come se prima del nostro corpo decidessimo di vestire la nostra identità. O la sua alterazione digitale.
Il design di una “smarthole hoodie” potrebbe aiutarci a non dover sollevare continuamente le maniche per interagire con il nostro smartwatch. O una biker jacket a led potrebbe visualizzare sul nostro corpo l’ultimo status di Facebook. Ecco, forse questo magari no, ma è interessante immaginare sino a dove un connubio design-tecnologia si possa spingere. E siamo appena agli inizi.
La Silicon Valley Fashion Week è comunque una visione postmoderna e stimolante che tanto strana non sembra più. Potrebbe diventare, a breve, una nuova fonte d’ispirazione molto fertile. I magazine di moda stanno iniziando a parlarne, e io mi chiedo già: a quando i primi hashtag #svfw tra i post di Brian Boy?

Photos – Courtesy of Betabrand’s Silicon Valley Fashion Week?!

@Riproduzione Riservata

© Riproduzione riservata