Le interpretazioni d’autore della field jacket, capospalla army dal fascino intramontabile

La denominazione ufficiale, M-1965, ne rivela il côté militare (del resto, diverse colonne portanti dell’outerwear maschile, dal trench in giù, provengono dall’abbigliamento delle forze armate), ma la miriade di interpretazioni d’autore nelle collezioni Primavera/Estate 2021 suggellano la duttilità dell’indumento. Parliamo della field jacket, che nel corso degli anni è riuscita ad affrancarsi dall’immaginario guerresco degli inizi per intrufolarsi nell’armadio di un pubblico composito e urbano, irretito dalla praticità e solidità del capospalla, esplicitate appieno negli imprescindibili tasconi; peculiarità apprezzatissime ancora oggi, tanto più che continua ad aumentare la richiesta di abiti iper performanti, seppure sfoggiati nel contesto cittadino, tutt’altro che impervio insomma.
Prodotto originariamente da Alpha Industries (marchio nato nel 1959 come fornitore ufficiale del Dipartimento della Difesa americano, e conosciuto soprattutto per aver realizzato la MA-1 Jacket, ovvero il primo bomber in assoluto), il modello venne lanciato dallo Us Army alla metà degli anni ‘60 (da qui il numero nella sigla sopracitata) e dato in dotazione alle truppe di stanza in Vietnam.


Yves Saint Laurent, French designer with two fashion models, Betty Catroux (left) and Loulou de la Falaise, outside his ‘Rive Gauche’ shop. (Photo by John Minihan/Getty Images)

Le fattezze della giacca erano dettate da ovvie esigenze pratiche oltreché dal clima tropicale della regione, in cui si alternavano caldo torrido e piogge torrenziali: si spiegano così la silhouette semplice, lunga poco oltre i fianchi; le quattro tasche applicate sulla parte frontale, indispensabili per riporre le munizioni; il tessuto, un blend compatto di cotone e nylon, poco ingombrante ma resistente ad acqua e vento; la chiusura attraverso zip e bottoni a pressione; il cappuccio, arrotolabile nel colletto; infine la particolare sfumatura di verdone, ribattezzata “olive green 107”.
Tutte peculiarità che, una volta terminato il conflitto nel Sudest asiatico, risultarono appetibili anche per i civili, in particolare – ironia della sorte – per quelli che più osteggiavano le “imprese” belliche degli Stati Uniti.
Le field jacket finirono perciò con l’essere indossate prevalentemente da pacifisti dei movimenti di protesta, beatnik e giovani esponenti della controcultura, incluse alcune eminenti figure della scena culturale e artistica del periodo, da William Burroughs a Jack Nicholson, da Andy Warhol a monsieur Yves Saint Laurent (che, a dir la verità, prediligeva una versione più sciancrata e rifinita dalla cintura stretta in vita, antesignana di quella sahariana che avrebbe contribuito alla fama imperitura del couturier).

A cementarne il fascino arrivò poi il cinema, al solito decisivo per le fortune di determinati capi: non si può non partire da Travis Bickle, l’allucinato protagonista di ‘Taxi Driver’ (un Robert De Niro in stato di grazia), per il quale l’inseparabile giaccone verde, un cimelio dell’esperienza nelle trincee vietnamite, era un simbolo di appartenenza, utile a prendere le distanze da una società percepita come ipocrita e degradata.

Ugualmente magnetici gli indossatori d’eccezione apparsi in altri film di culto, dal Frank Serpico/Al Pacino di ‘Serpico’ al Larry Sportello/Joaquin Phoenix di ‘Vizio di forma’, dal Rambo di Sylvester Stallone, veterano cinematografico per antonomasia, al cyborg interpretato da Arnold Schwarzenegger nel primo ‘Terminator’.



Il piglio rude e allo stesso tempo charmant di questo capospalla riscuote tuttora parecchio consenso, e molte griffe lo ripropongono modificandone, più o meno radicalmente, i connotati. Basti considerare, da questo punto di vista, il modello extra lusso con cui Kim Jones chiude la carrellata di mise della P/E 2021 di Dior Men, accomunate dal tentativo di trasferire sulle texture la matericità delle pennellate dense di Amoako Boafo, pittore ghanese “guest star” della collezione: un giubbotto bombé scuro, con una metà in cachemire e l’altra in lucente coccodrillo.

Da A-Cold-Wall*, viceversa, Samuel Ross non si discosta dal workwear tagliente, metropolitano con cui si è fatto conoscere, presentando field jacket dalle linee grafiche in nuance piene di giallo o rosso.
Si distingue per l’aspetto décontracté la versione di Tod’s, dalla tonalità aranciata e con coulisse in cuoio intrecciato (un omaggio alla maestria artigianale che è parte integrante dell’identità del marchio).



Etro, condensando nel capo il mood etno-chic della passerella, firma delle giacche color khaki istoriate con eterei ramages (intervallati da raffigurazioni di animali) e altre effetto dégradé, puntinate da grafismi geometrici.

Sembrano usciti invece da uno degli innumerevoli, vibranti scatti con cui Slim Aarons immortalò le vacanze del jet set negli anni ‘50 e ‘60 i flessuosi capispalla di Casablanca, in filati soft, dalle superfici immacolate oppure movimentate da righe marinière, con tanto di perle a sostituire i bottoni canonici.
Le giacche del lookbook di Maison Mihara Yasuhiro, per contro, hanno un’aria volutamente used, enfatizzata da scoloriture ad hoc, impunture a vista, tessuti stropicciati ed etichette con le specifiche del capo spostate all’esterno.

Di segno minimalista infine le riletture operate da Brioni (tra sfumature neutre, materiali deluxe e volumi ammorbiditi), Kenzo (un giubbotto azzurro polvere munito di pouch staccabile sul fianco) e Officine Générale.

Un corpus di esemplari griffati dal quale non si può prescindere nel caso si voglia puntare sulla field jacket come nuovo acquisto della stagione, assicurandosi un giubbotto adatto alle temperature primaverili e che rivela notevole versatilità, prestandosi a ensemble di stampo casual come ai completi spezzati o agli outfit (moderatamente) formali.
Le giacche succitate sono disponibili tra l’altro anche sugli e-shop dei rispettivi brand, oltre che su piattaforme digitali à la Lyst: risultano quindi a portata di clic il modello in lino e seta dai motivi chiné di Etro, quello candido di Casablanca e il giaccone con cordini in pelle di Tod’s; e ancora, la proposta di Officine Générale in 100% cotone, completamente sfoderata, e quella di Brioni.
Altri nomi da prendere in considerazione sono poi Burberry (che punta sull’essenzialità del gabardine total black, su cui risaltano le tasche a contrasto blu) e Palm Angels, che stempera la severità marziale del capo con pannelli check e una scritta sulla schiena, circondata da print floreali.



Si potrebbero aggiungere all’elenco, infine, i modelli di label quali Stone Island, C.P. Company e Woolrich: il primo è un concentrato di ricerca ed esuberanza cromatica (come da prassi per l’azienda di Carlo Rivetti), in raso di nylon dall’aspetto traslucido, quasi liquido, declinato in diverse tonalità, dal verde de rigueur al turchese; il secondo si attiene ai precetti dell’utilitywear, ricorrendo a un trattamento che irrobustisce e impermeabilizza il tessuto, donandogli inoltre una colorazione che ne esalta i particolari; il terzo ricalca fedelmente la foggia dell’originale M-65.

Tra specialisti dei capispalla e designer votati allo sperimentalismo, costruzioni innovative e materiali tradizionali, la giacca army sembra destinata dunque a restare stabilmente nei desiderata maschili.

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